Dall'8 all'11 maggio 2023 a Roma presso il Teatro Sistina si terrà la Blockchain Week Rome 2023, uno dei più grandi eventi italiani sul tema dell'innovazione dei pagamenti e sulle tecnologie legate alla blockchain e alle DLT in generale.
Anche quest’anno torna uno degli appuntamenti italiani più attesi del settore, laBlockchain Week Rome 2023.
L’appuntamento nella capitale avrà luogo presso il Teatro Sistina e si discuterà come di consueto dello sviluppo delle nuove tecnologie relative ai pagamenti, con tutto ciò che è annesso a questa tecnologia: Bitcoin, metaversi, NFT, finanza decentralizzata (DeFi) e tanto altro.
Il Teatro Sistina a Roma, in Via Sistina, 129 sarà la sede in cui si terrà la Blockchain Week Rome 2023.
Il programma della Blockchain Week Rome
Nelle giornate dell’8-9-10 Maggiosi terrà il corso di formazione “Blockchain Intensive”, 6 moduli di formazione intensiva.
In queste 21 ore Matteo Vena approfondirà tematiche fiscali e tecniche, per svelare ogni segreto di finanza decentralizzata, criptovalute, blockchain ed NFT.
Gli strumenti di base per rendere qualsiasi partecipante abbastanza informato e preparato per approcciarsi a questo mondo senza dubbi e timori. Alla fine del percorso si ottiene un attestato di formazione e la possibilità di inserire il
proprio CV nel database degli sponsor della BWR23.
Il 10-11 maggio si terrà invece il summit internazionale. In questi due giorni saranno ospiti speaker nazionali e internazionali, una panoramica di testimonianze, strategie, casi studio, successi, rischi e opportunità per il 2023.
Salirà sul palco Giacomo Zucco, uno dei maggiori esperti di Bitcoin in Italia. Fisico di formazione, dopo aver fondato diverse Bitcoin startup, è oggi concentrato su formazione, consulenza e supporto di progetti open source basati su Bitcoin. Stefano Capaccioli Dottore Commercialista, revisore legale, pubblicista, autore di numerose pubblicazioni scientifiche in ambito finanziario, legale, giuridico, è tra i Founding Partner di Coinlex.
Saranno numerosi anche gli speaker internazionali tra cui Sébastien Borget, Kristina Lucrezia, Cornèr, Kévin Régis, Miguel Palencia.
Per tutta la durata del corso e del summit saranno rese disponibili opportunità di networking con dei Crypto Party Serali nei locali più esclusivi della capitale.
Tipologie di biglietti
È possibile acquistare 4 tipi di biglietto differente, per tutti coloro che non vogliono perdersi questi spettacolare appuntamento.
Il corso e il summit, prevedono due biglietti differenti ma per chi non volesse rinunciare a nulla, è possibile effettuare anche un Full Event Pack.
Esiste anche un Digital Pack per chi non avesse la possibilità di essere fisicamente presente all’evento, per poter seguire tutto l’evento in streaming.
Cos'è l'intelligenza artificiale? È davvero così pericolosa o è una tecnologia che può aiutarci? Quali sono le sue potenzialità?
Negli ultimi tempi si è molto parlato di intelligenza artificiale, ma si tratta come spesso accade, di uno di quegli argomenti che, chi non è un tecnico, non riesce ad afferrare appieno.
Questo primo articolo sarà un’introduzione semplice e senza tecnicismi. In futuro verrà approfondito in maniera più tecnica. È una tecnologia pericolosa? Mentori del settore hanno rilasciato interviste facendo intendere che ci sia moltissimo in gioco. Il governo italiano ha bloccato uno dei servizi più in voga del momento, ChatGPT. Il motivo riguarda la privacy, non tanto la pericolosità della tecnologia.
Le comuni percezioni che ho notato tra chi mi è più vicino sono state indifferenza, timore e sgomento. Indifferenza da parte di chi non riesce a comprendere in alcun modo cosa sia l’IA, nemmeno dopo ripetute spiegazioni. Timore sempre da parte di chi ha un’idea alla “2001: odissea nello spazio“. Sgomento invece, per chi reputa che una nazione dovrebbe cercare di affermarsi in una tecnologia emergente importante per il futuro, che invece la allontana, bloccandola, perdendo qualsiasi possibilità di sviluppo in fase “early” (ovvero quella fase in cui un prodotto viene lanciato con lo scopo di raggiungere quanti più utilizzatori possibile).
Hal 9000 è l’intelligenza artificiale della nave spaziale Discovery in “2001: odissea nello spazio”. HAL, vittima di un conflitto nella programmazione uccide 3 astronauti in ibernazione e tenta di chiudere fuori dalla navicella il capitano.
Cos’è l’intelligenza artificiale?
Rispondiamo prima di tutto alla domanda più semplice e banale, cos’è?
Per chi non ha idea di cosa sia lo sviluppo software, il termine “intelligenza artificiale” evoca immediatamente l’idea cinematografica.
Tipo HAL 9000, il supercomputer di bordo della nave spaziale Discovery nel film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che uccide i tre astronauti in ibernazione e tenta di chiudere fuori dalla navicella il capitano.
Oppure Ava di Ex Machina, un’intelligenza artificiale con sembianze femminili che raggira Caleb per scappare dal laboratorio e dal suo creatore.
Si tratta di qualcosa di diverso, che ha grandi potenzialità, ma anche grandi rischi, di sicuro in termini diversi rispetto a quelli appena citati.
L’intelligenza artificiale è un ramo dell’informatica, dello sviluppo software, che ha a che fare con la progettazione sia hardware che software. Sviluppo di un hardware pensato appositamente per un certo tipo di software, in grado di equipaggiare una macchina con qualità e connotazioni considerate tipiche dell’essere umano. Queste caratteristiche sono accompagnate spesso da recettori di vario genere, come uno dei cinque sensi, se non tutti. La capacità di percepire, registrare e valutare dati astratti provenienti dall’ambiente circostante.
Dalla raccolta di questi dati direttamente dall’ambiente e dalla situazione determinata da ciò che viene registrato, l’IA deve essere in grado di risolvere dei problemi, cercando di agire su un determinato obiettivo.
Attraverso questo meccanismo, sviluppare una capacità di apprendimento che possa migliorare di volta in volta la sua stessa valutazione, il ragionamento, la creatività e la capacità di panificare della macchina.
Casi d’uso attuali e possibili utilizzi futuri
In precedenza ho illustrato nell’articolo “Internet of things, una rete neurale di oggetti“, l’utilizzo di qualcosa di estremamente complementare all’intelligenza artificiale. Gli IoT (Internet of things), rappresentano i sensi con cui è possibile, per l’intelligenza artificiale, raccogliere quei dati che saranno utili a fare delle valutazioni e a prendere delle decisioni. Proprio come un essere umano apprenderebbe attraverso la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto.
Questa sinergia tra queste due nuove tecnologie ha dato vita alla AIoT (Artificial Intelligence of Things).
l’AIoT differisce dall’utilizzo di normali IoT semplicemente per una gestione automatizzata della rete. Immagina di avere ogni elettrodomestico collegato ad internet e poterlo attivare o disattivare da remoto in qualsiasi momento a tuo piacimento. L’intelligenza artificiale aggiungerebbe a questo un monitoraggio dei consumi, dei costi, della qualità dei prodotti nel frigo, della temperatura della casa se ci sei o meno o dell’illuminazione, in modo totalmente automatico.
Gli algoritmi che conferiscono all’IA la possibilità di apprendere e risolvere, dovranno però avere la possibilità di collezionare dati di buona qualità per raggiungere tale obiettivo.
A questo punto, avendo chiaro che l’IA è un insieme di algoritmi che rendono un software capace di valutare e decidere come risolvere un problema, e che gli IoT fungono da sensi e collezione dati di questo “cervello” in formato software, proviamo a descrivere i possibili casi di utilizzo.
Gestione di mezzi di trasporto
Una flotta di un’azienda di trasporti potrebbe essere sia guidata che monitorata, da una combinazione di intelligenza artificiale e device connessi ad internet. Alcuni mezzi, che è più probabile trovare nelle grandi città si muovono senza conducente, in modalità driverless.
Questa modalità di controllo non prevede che il treno sia guidato da un’intelligenza artificiale, ma da remoto. Tuttavia, attraverso dei sensori, vengono monitorati diversi parametri come consumo elettrico, velocità media, tempo di stazionamento, affluenza dei passeggeri, tempo di percorrenza e via dicendo.
Questi dati rappresenterebbero, per un’intelligenza artificiale, materiale su cui lavorare per migliorare il servizio, per ridurne il consumo e aumentarne la velocità, fortificandolo negli orari di punta.
Alla SMAU 2019, Trenitalia presentò il progetto Sentinel I.T., un treno con IAe sensori diffusi per ridurre i furti sui treni. Un’esigenza nata dal problema diffuso dei furti sui treni, difficile da debellare se non con l’ausilio della tecnologia.
Oltre ai mezzi pubblici, sono già stati venduti al pubblico i primi modelli di auto con pilota automatico. Questi mezzi, attraverso l’utilizzo di sonar, radar, fotocamere e GPS, raccolgono informazioni sulle condizioni di guida.
Un’IA colleziona dati collegata a questi sensori, prendendo decisioni sul tipo di guida da mantenere.
L’agricoltura 4.0 sfrutta tutte le nuove tecnologie per automatizzare il processo di produzione della filiera agroalimentare. Attraverso l’intelligenza artificiale come valore aggiunto, nella gestione dei sensori e delle macchine, si può migliorare la produzione, la qualità del prodotto e la sostenibilità. Tutto questo a beneficio dei produttori, dei distributori e dei consumatori.
Smart farming
L’intelligenza artificiale è una delle componenti fondamentali nella realizzazione dell’agricoltura 4.0.
Questo tipo di struttura è attuabile attraverso una serie di tecnologie combinate. Lavorando in sinergia sensori e attuatori, localizzatori GPS, Big Data, droni e macchine automatiche, insieme ad un intelligenza artificiale danno la possibilità di fare diverse valutazioni.
Si potrebbe calcolare in modo più accurato il corretto fabbisogno idrico di una coltura, risparmiando acqua. Oltre questo, si può prevenire l’insorgenza di nuove malattie e parassiti. Inoltre rende possibile tracciare l’intera filiera agroalimentare, scandagliando ogni stadio della produzione e aumentandone la sostenibilità.
L’agricoltura 4.0 ha delle potenzialità che sono in primis, un vantaggio per le aziende agricole, ma anche per tutti coloro che lavorano all’interno della filiera, oltre che dei consumatori finali.
L’intelligente elaborazione delle informazioni, come ad esempio il rilevamento delle peculiarità biochimiche e fisiche del terreno, attraverso dei sensori sul campo, è il valore aggiunto.
Carrefour è stato uno dei primi GDO, se non il primo in assoluto, a presentare alla SMAU 2018, l’utilizzo di un’altra importantissima tecnologia per il tracciamento della filiera alimentare. La tecnologia di cui parlo è la blockchain, che ho già illustrato nell’articolo “Blockchain, il registro distribuito in catene di blocchi“.
Farmaceutica
Uno dei settori in assoluto più ricco di dati, derivanti da decenni di ricerche, è sicuramente quello della ricerca biologica, medica e farmaceutica. Per comprendere come creare un farmaco per una determinata condizione, alcune volte sono necessari decenni di ricerca. Questo tempo è il limite umano necessario richiesto dall’elaborazione e la verifica della veridicità dei dati.
Per fare un esempio pratico, Alexander Fleming, nel 1929 scoprì casualmente una sostanza ad azione battericida, la cosiddetta penicillina. Lui stesso non nascose mai l’essenza fortuita della sua scoperta, che fu fatta mentre conduceva altri tipi di ricerche. Una piastra che era stata contaminata dalla muffa Penicillium notatum, non mostrava più presenza di Staphylococcus aureus che lui stesso aveva coltivato. Questa casuale osservazione gli valse la scoperta dell’antibiotico.
L’intelligenza artificiale potrebbe giovare alla creazione di nuovi farmaci. L’industria farmaceutica ha tempi molto lunghi per creazione e testing di nuove cure anche a causa dei tempi di processamento dei dati provenienti dalla ricerca.
L’intelligenza artificiale può rendere questi tempi più brevi o potrebbe addirittura scoprire associazioni di molecole non valutate per determinate patologie. Potrebbe studiare le centinaia di milioni di meccanismi descritti dalla ricerca, con tempi e accuratezza impossibili da eguagliare per l’essere umano.
Pensare per settori
Elencare le possibili applicazioni sarebbe impossibile, perché potrebbero essere centinaia se non migliaia. La cosa più giusta da fare è pensare all’applicazione di questa tecnologia in ambiti di utilizzo.
IDP, Intelligent Data Processing
Come nel caso descritto per l’industria farmaceutica, dove è disponibile una grande quantità di dati, è possibile utilizzare l’IA per trovare delle soluzioni grazie all’interpretazione dei dati. Come per la ricerca di nuovi farmaci, si potrebbe usare nell’interpretazione del genoma.
Recommender system o sistema di raccomandazione
Questa è un tipo di intelligenza artificiale utilizzata perlopiù dai grandi siti e-commerce o dai social network, che studiano il comportamento e le preferenze dell’utente. Ogni tua azione, ogni tua scelta che viene registrata per poter predire al meglio un prodotto da consigliarti.
Soluzioni fisiche
Tra le soluzioni fisiche annoveriamo il pilota automatico descritto precedentemente. Sempre più spesso le macchine industriali automatiche per la produzione, prevedono una ridotta presenza di operai quanto più vengono automatizzati i processi.
Sono state anche inventate delle braccia meccaniche “shakeratrici” di cocktails che possono prepararne senza la presenza umana. Infine, ancora in ambienti di estrema nicchia, esistono cani robotici con sensori di equilibrio e robot umanoidi governati da intelligenza artificiale.
NLP, Natural Language Processing e ChatBot
Nel primo caso si tratta di intelligenze artificiali sviluppate per comprendere nel migliore dei modi il linguaggio umano. Nel secondo caso dei bot con cui chattare per richiedere assistenza come spesso accade già ora quando si cerca assistenza. Queste due soluzioni sono implementate molto per l’assistenza, ancora in una fase di primo sviluppo, ma si stima che potranno in futuro sostituire i call center.
Computer Vision
Infine, per chiudere questa categorizzazione, esiste anche lo sviluppo di intelligenze artificiali in grado di comprendere correttamente il contenuto di immagini o video.
Eliot Higgins, fondatore della piattaforma di giornalismo investigativo Bellingcat, ha creato delle immagini fake dell’arresto di Trump che lotta con la polizia per sfuggire all’arresto, attraverso la piattaforma AI Midjourney. Le foto, assolutamente false, sono diventate immediatamente virali. Questo esempio di utilizzo malevolo ha destato immediatamente l’attenzione dei media.
Rischi e considerazioni
Se hai visto “Lei“, un film di Spike Jonze, il problema non è certamente che tu, o altre N persone, vi possiate innamorare tutti della medesima intelligenza artificiale.
In primis ciò che preoccupa è la privacy.
L’IA elabora tutti i dati disponibili, che possono essere registrati e riutilizzati in modo improprio. Questo comprende anche i dati forniti dai social network, incluse le foto. Com’è stato già ampiamente dimostrato, molte IA possono rielaborare le immagini, creando anche dei fotomontaggi credibili, su richiesta di un utente che può crearle senza necessità di know how.
Questo apre una voragine sull’eticità dell’utilizzo aperto delle IA, che possono generare problematiche da uso malevolo.
Un’evoluzione tecnologica improvvisa, potrebbe apportare inoltre un cambiamento troppo veloce per l’estrema convenienza della sua applicazione.
Se domani si iniziasse ad utilizzare l’intelligenza artificiale al posto dei call center, o dei ricercatori, i problemi sarebbero anche di tipo economico.
Occorre il giusto tempo per fare in modo che queste innovazioni possano trovare il loro posto nell’economia moderna senza generare troppi scossoni.
Uno dei settori in cui si investe maggiormente nell’innovazione, è quello militare. Anche una possibile guerra (che fino a pochi anni fa potevamo considerare uno scenario improbabile) gestita da intelligenze artificiali, potrebbe rivelarsi una pericolosa possibilità.
Dulcis in fundo, uno dei superpoteri dell’IA sarebbe quello di sviluppare nuove IA, magari delle super-intelligenze, che potrebbero scaturire in forme di vita non comprensibili per l’uomo.
Questo scenario, che porterebbe portare ad una singolarità tecnologica, non è immaginabile e potrebbe rappresentare una minaccia.
Insomma, un altro tassello che sembra portarci, insieme alle tecnologie precedentemente citate, alla genesi di nuovi scenari futuristici che sembrano raccontare una nuova era e la formazione di nuove entità create dalla tecnologia e dall’innovazione.
Come diceva Benjamin Franklin Parker, solitamente noto come Zio Ben, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità“.
L'agenda 2030 prevede 17 punti tra sostenibilità economia e diritti sul lavoro per il miglioramento dell'ambiente
Sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, l’Agenda 2030 è un progetto costituito da 17 Macro Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, identificati all’interno di un più ampio programma d’azione redatto in 169 punti da raggiungere entro il 2030, riguardanti criteri ambientali, sociali ed economici.
L’agenda 2030 comprende 17 obiettivi che non hanno a che fare solo con la sostenibilità e l’ambiente, ma anche con problematiche di sviluppo economico, sociale e il rispetto dei diritti civili e del lavoratore.
Questo programma non è mirato a risolvere tutti i problemi che interessano il nostro pianeta, ma rappresenta una base di partenza per costruire un mondo migliore. Una “good practice” globale per l’impegno nazionale ed internazionale teso a trovare soluzioni comuni alle grandi sfide del pianeta, quali il cambiamento climatico, l’estrema povertà, la lotta contro l‘ineguaglianza, il rispetto dei diritti umani o il degrado dell’ambiente.
Chi sono gli attori coinvolti in questo programma? L’industria della moda fa parte di questi?
La realizzazione dei target imposti dell’Agenda 2030 richiede un forte coinvolgimento di tutte le componenti della società, dal settore pubblico alle aziende private, dalla collettività civile ai divulgatori di informazione e cultura. Anche per l’industria della moda, sulla base degli impatti ambientali ed etici verificati negli ultimi decenni, si è concretizzata la necessità di cambiamenti fondamentali nel modello di business. Tra queste spiccano una decelerazione della produzione e l’introduzione di pratiche sostenibili a lungo termine su tutta la filiera, nonché un cambiamento nelle politiche sociali per garantire condizioni di lavoro adeguate ed evitare lo sfruttamento dei lavoratori.
Per anni il mondo del fashionè sembrato distante dall’idea di sostenibilità e da concetti come digitalizzazione e tracciabilità. La responsabilità sociale dei brand era un aspetto secondario: l’attenzione era focalizzata sul design o l’estetica del prodotto. Nel 2020, la pandemia ha stravolto l’ordine tradizionale di queste dinamiche, evidenziando l’importanza della sostenibilità e accentuando la necessità di un sostanziale impegno, iniziato già da qualche anno da parte di alcune aziende di moda, verso il rispetto e la salvaguardia del nostro pianeta.
L’industria del fashion è chiamata quindi a rispondere all’incombente esigenza di azioni correttive efficaci per diminuire l’inquinamento, nonché alle richieste del mercato. Questo implica produzioni sempre più attente in termini di impatto ambientale e responsabilità sociale, con l’obiettivo di creare un sistema basato su un’economia circolare e non più lineare “take-make-dispose”.
E noi consumatori siamo coinvolti? Anche noi possiamo contribuire a questo cambiamento?
Certo! Anzi, dobbiamo! È importante capire, che le azioni appena citate non riguardano solo le grandi industrie. Queste hanno sicuramente un ruolo in prima linea nel mettere in atto strategie per abbattere le emissioni e rendere sempre più sostenibili le rispettive attività; ma spesso ci si dimentica come il vero cambiamento possa arrivare “dal basso”, mettendo in pratica semplici ma preziose azioni che possono, nel tempo, salvaguardare l’ambiente e il pianeta che ci ospita.
Il modo in cui realizziamo, utilizziamo e ci liberiamo dei nostri abiti è diventato oramai insostenibile! In questo momento storico è fondamentale un cambiamento nel comportamento di noi consumatori, a partire proprio da quelle pratiche quotidiane che facciamo ormai in modo così automatico da sembrare banali. Ad esempio evitando di gettare abiti che possono essere riutilizzati o riparando, laddove possibile, un capo danneggiato, aumentando così la durata degli indumenti e diminuendo gli acquisti di abbigliamento non necessari.
Ma come impatta l’industria del fashion sullo sviluppo sostenibile? Facciamo degli esempi concreti facendo riferimento ai punti dell’agenda.
A pochi mesi dall’inizio del 2023, il settore moda registra un valore globale prossimo ai 3 mila miliardi di dollari, impiega oltre 50 milioni di persone, e rappresenta la seconda industria più inquinante al mondo. Bisogna quindi considerare la moda come una questione sociale, dato che i dati relativi all’impatto ambientale ed umano di questa industria sono più che idonei a qualificarla come tale.
Agenda 2030: 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile
Il primo obiettivo previsto all’interno dell’Agenda 2030 è quello di ridurre l’impatto dell’industria tessile sulle persone che vivono all’interno della soglia di povertà.
Punto 1
“Sconfiggere la povertà”. È ormai cosa nota che l’industria tessile, soprattutto quella del fast fashion, tende a retribuire i lavoratori con un salario inferiore al minimo consentito, senza dare possibilità ai dipendenti di contrattare sullo stipendio, e costringendoli a condizioni di lavoro disagiate e spesso disumane.
Per riportare alcuni dati concreti, nel 2020 La Clean Clothes Campaign lancia il report “Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda”. La ricerca viene condotta attraverso questionari inviati a 108 marchi e rivenditori di 14 Paesi, e tramite interviste e analisi delle buste paga di 490 lavoratori di 19 diversi stabilimenti in Cina, India, Indonesia, Ucraina e Croazia.
Tra i marchi italiani contattati troviamo Benetton, Calzedonia, Falc, Geox, Gucci, OVS, Salewa.
I risultati dell’inchiesta rivelano innanzitutto il netto contrasto tra ciò che i grandi marchi della moda affermano e/o promettono riguardo sostenibilità e produzione etica, e la realtà presentata dai dipendenti che lavorano per questi colossi. La ricerca evidenzia che nessun brand paga un salario dignitoso ai propri lavoratori, costretti ad accettare condizioni di lavoro pessime e spesso occultate all’informazione pubblica.
Questa pratica porta all’aumento della povertà ed è quindi contro il primo obiettivo dell’Agenda 2030. Proprio per questo, certificazioni come “GOTS – Global Organic Textile Standard” o “GRS – Global Recycled Standard” assicurano retribuzioni e condizioni di lavoro dignitose lungo l’intera filiera produttiva.
L’Agenda 2030 prevede un punto anche per le sostanze tossiche e inquinanti utilizzate nella produzione industriale. L’industria tessile e della moda incide sulla qualità dell’ambiente attraverso l’uso di pesticidi e altre sostanze chimiche che vengono a contatto con l’ambiente.
Punto 3
“Salute e benessere”. Prendiamo come esempio un problema di cui si sta sentendo molto parlare – ma che sembra non toccarci direttamente – come la coltivazione del cotone convenzionale, ossia non biologico, dove vengono utilizzate sostanze nocive quali pesticidi e veleni vari. Questi incidono dannosamente non soltanto sulle persone che lavorano la fibra, ma anche sui consumatori finali, ovvero noi. Il cotone biologico certificato, invece, oltre a richiedere un quantitativo d’acqua nettamente inferiore per la coltivazione, non consente in nessun modo l’utilizzo di sostanze nocive.
Punto 5
“Parità di genere”. Tornando alla ricerca “Fuori dall’ombra: riflettori puntati sullo sfruttamento nell’industria della moda”, troviamo che l’80% dei lavoratori nel tessile sono donne fra i 18 ed i 24 anni. Molte di loro sono sottoposte a ripetuti abusi fisici e verbali, lavorano in condizioni non sicure senza alcuna assistenza sanitaria e con salari bassissimi che fanno anche emergere una discriminazione di genere. Ad esempio, in India le donne guadagnano in media solo l’88% di quello che guadagnano gli uomini e nessuna azienda intervistata ha fornito prove o informazioni pubbliche sui divari retributivi di genere nella propria catena di fornitura.
Punto 8
“Lavoro dignitoso e crescita economica”. Con la delocalizzazione delle industrie iniziata grazie all’accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), i grandi marchi di moda hanno iniziato a commissionare la creazione dei loro prodotti in paesi con paghe modeste, condizioni di lavoro precarie, rappresentanze sindacali inesistenti e norme a tutela dell’ambiente pressoché assenti.
Nell’Agenda 2030 si prende atto che molti grandi marchi commissionano le loro produzioni in parti del mondo in cui non sono garantite delle condizioni lavorative dignitose, ciò permette il pagamento di bassi stipendi che concorrono a bassi costi di produzione.
Secondo delle indagini condotte dal movimento internazionale Fashion revolution, emerge che in Guandong (Cina) le donne più giovani svolgono fino a 150 ore mensili di straordinari, il 60% di loro non ha un contratto ed il 90% non ha accesso alla previdenza sociale. In Bangladesh i lavoratori del settore tessile guadagnano 44 dollari al mese, a fronte di un salario minimo pari a 109 dollari.
Citando nuovamente le indagini portate avanti dalla Clean clothes campaign, in Turchia i lavoratori guadagnano tra i 310 e i 390 euro al mese, circa un terzo del salario stimato come dignitoso.
Notiamo quindi, che in tutti questi distretti tessili impiegati per le produzioni dei marchi internazionali di moda, emerge come gran parte degli impiegati non arrivi neanche minimamente a guadagnare un salario dignitoso. Questa condizione impedisce di fatto di poter provvedere al sostentamento per sé stessi e la propria famiglia, di pagare un affitto, spese mediche, vestiti, o il diritto all’istruzione. Possibilità che non verrebbero precluse al lavoratore se gli fosse garantito un salario adeguato e una settimana di non più di 48 ore lavorative. Anche in questo caso, certificazioni come GOTS e GRS garantiscono e controllano (con verifiche annuali) che le condizioni di lavoro rispettino questi criteri e gli standard legali nazionali; verificano inoltre che i salari siano sopra il living wage.
Punto 6 e punto 14
“Acqua pulita e igiene” e “Vita sott’acqua”. Un altro enorme danno ecologico è collegato alle risorse idriche. Il 20% dell’inquinamento mondiale dipende dall’industria della moda, in particolare dallo smaltimento di tutte le sostanze tossiche con cui vengono trattati i capi diabbigliamento.
L’industria tessile e abbigliamento, includendo la coltivazione del cotone, è responsabile del consumo di circa 93 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno. Circa il 4% dell’ammontare dell’acqua dolce globale. I punti presi in considerazione dall’Agenda 2030 sorgono proprio a causa dell’enorme portata di questi dati.
È pratica diffusa in molte fabbriche, infatti, riversare le acque reflue nelle risorse idriche naturali inquinando fiumi, mari, avvelenando i loro abitanti e, conseguentemente, l’uomo.
Anche il consumo di acqua va regolato: l’Onu stima che il 20% dell’acqua sprecata a livello globale sia imputabile a questo settore, che si aggiudica il secondo posto nella classifica globale, subito dopo l’agricoltura. Una persona impiega circa 10 anni a bere 10.000 litri di acqua, che è quasi la stessa quantità necessaria a produrre un chilo di cotone per un paio di jeans.
Complessivamente si stima che l’industria fashionconsumi circa 79.000 miliardi di litri d’acqua all’anno, anche se altre stime fanno oscillare questo valore fino ai 200.000 miliardi. Numeri che fanno venire il mal di testa solo a pensarci!
Un’altra colossale preoccupazione riguarda il fatto che l’industria della moda è responsabile del 35% delle microplastiche che finiscono nei mari e negli oceani. Percentuale che si traduce in circa 190.000 tonnellate di microplastiche all’anno provenienti soprattutto del poliestere di cui il fast fashion fa un abuso smisurato.
L’Agenda 2030 pone le basi per produzione e consumo responsabili, al fine di evitare una sovra produzione di bassa qualità che deve essere poi successivamente smaltita con un tempo di vita ridotto a causa della bassa qualità dettata dall’aumento di produzione.
Punto 12
“Consumo e produzione responsabili”. Oggi compriamo più di 80 miliardi di capi di abbigliamento all’anno, il 400% in più rispetto ai primi anni 2000. Compriamo sempre di più ma indossiamo sempre meno. Questo è l’approccio del consumatore su cui nasce e fonda il suo business il sistema chiamato fast fashion, che classifica gli abiti che acquistiamo da queste aziende come un prodotto “usa e getta”, spingendo a un sovra consumo e ad una produzione eccessiva di capi di abbigliamento, i quali andranno poi smaltiti. Basta pensare che ogni anno 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili vengono generati solo nell’Unione europea.
Lo sviluppo del fast fashion negli ultimi venti anni ha portato i vestiti a diventare sempre più economici e di bassa qualità. In tal modo le persone sono indotte a comprare sempre più abiti, perdono nel tempo l’abitudine di prendersi cura delle cose in quanto “costa meno ricomprarle che aggiustarle”. I vestiti vengono indossati per periodi molto brevi, per poi essere gettati.
Se la produzione annuale di indumenti continuerà a crescere alle attuali velocità, nel 2050 si arriverà a fabbricare tre volte l’attuale volume di produzione. Per arrivare a queste quantità verranno utilizzati 300 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili. Siamo consapevoli di ciò che questo comporterebbe? Siamo sicuri di voler continuare a investire le risorse in questo modo?
Punto 15
“Vita sulla terra”. L’industria della moda è direttamente collegata allo sfruttamento della terra e al processo di perdita della biodiversità attraverso l’uso improprio del suolo.
Utilizzare in modo scorretto le risorse naturali, significa inquinarle, ed inquinare queste risorse significa inequivocabilmente mettere a repentaglio la qualità del cibo e dell’aria, che comprometteranno la vita sulla terra. Il quindicesimo punto dell’Agenda 2030 riguarda proprio la vita sulla terra.
La coltivazione intensiva di cotone e l’utilizzo di sostanze chimiche nocive rappresentano una tra le principali cause di inquinamento del suolo. Come se non bastasse, bisogna considerare il problema della deforestazione dovuta allo sviluppo di fibre tessili a base di cellulosa come la viscosa, il rayon o il lyocell, la cui produzione sta aumentando notevolmente. Questo comporta la distruzione di foreste secolari e in via di estinzione, se non certificata. L’abuso di sostanze nocive (circa quindicimila tipologie di agenti chimici per la produzione di fibre) per contrastare la contaminazione delle piantagioni influisce negativamente sulla genuinità del suolo e sulla biodiversità.
Inoltre, in paesi come il Brasile, l’Amazzonia e il Paraguay, è diffusa la pratica di eliminare intere aree boschive per far spazio a pascoli di animali destinati all’industria alimentare e conciaria. Negli ultimi 30 anni 420 milioni di ettari sono stati deforestati, corrispondenti circa alla superficie dell’intera Unione Europea. Tale pratica mette a rischio i cosiddetti “polmoni verdi del mondo”, ripercuotendosi negativamente sugli equilibri climatici, sugli habitat terrestri e marini.
Questi dati sembrano usciti da un film su un futuro distopico vero?
Bhè, purtroppo un futuro del genere, di questo passo, non sarà più tanto lontano dalla realtà!
Dagli esempi appena analizzati emerge in modo chiaro come il mondo della moda sia tra i responsabili primari dell’inquinamento globale e del sottosviluppo di alcune aree geografiche. Questo rende ancora più evidente quanto sia necessaria una sostanziale politica correttiva per poter salvaguardare l’ambiente e l’uomo.
“Acqua pulita e servizi igienico-sanitari”, “Energia pulita e accessibile”, “Ridurre le disuguaglianze” “Città e comunità sostenibili”, “Consumo e produzione responsabili”, “Lotta contro il cambiamento climatico”, il settore tessile è coinvolto in tutti questi obiettivi. È tempo che tutti i grandi marchi di moda si assumano le responsabilità di ciò che producono e del loro smaltimento.
Al di là della regolamentazione per le grandi industrie tessili e non, è importante una presa di coscienza dal basso. Il consumatore responsabile non deve dar spazio a fenomeni di sovra consumo come il fast fashion, imparando a riconoscere il prodotto sostenibile e a non acquistare più del necessario.
Ma anche noi consumatori possiamo e dobbiamo fare qualcosa per modificare le nostre cattive abitudini. Personalmente, mi capita spesso (purtroppo) di parlare con amici, conoscenti e sentire frasi come «Compro “capi del fast fashion” perché costano poco; dove altro trovo una t-shirt a 5 euro?». La domanda che invece dovremmo porci è «Come è possibile che una maglietta costi così poco? Cosa c’è dietro un indumento che viene venduto a questo prezzo?»
E’ arrivato il momento di cambiare le cose, e si sa, le grandi rivoluzioni partono sempre da noi!
Da consumatori dobbiamo capire che anche noi siamo parte attiva del programma redatto nell’Agenda 2030. Non è corretto continuare a sostenere con i nostri acquisti aziende che producono merce a discapito dell’ambiente e dei lavoratori. Il primo passo è quello di informarsi sulla provenienza dei prodotti, prediligere gli indumenti certificati e soprattutto rallentare il nostro ritmo di acquisto. Bisogna cambiare l’abitudine di comprare tanti capi di bassa qualità, per acquistare solo quello che serve veramente, considerando anche abiti di seconda mano e capi prodotti da chi rispetta l’ambiente ed i dipendenti.
È necessario riflettere su questi temi e ripensare gli approcci e le pratiche dell’industria dell’abbigliamento – nonché quelli di noi clienti finali – in chiave più sostenibile. Gli obbiettivi prefissati dall’Agenda 2030 e l’attenzione politica e sociale sono un ottimo punto di partenza, ma devono essere seguiti da politiche concrete. I governi, infatti, devono entrare in azione per regolamentare l’utilizzo delle materie prime, lo smaltimento dei rifiuti, rendere più facile il riuso e il riciclo, stabilire delle norme che rendano trasparenti e facilmente accessibili le informazioni sulla filiera di produzione e mettere fine all’era della moda usa e getta. Devono incentivare le aziende a progettare linee sostenibili, garantire servizi di riparazione dei capi ancora utilizzabili, assicurarci che i vestiti che compriamo siano stati realizzati da persone pagate adeguatamente, che lavorano in condizioni di sicurezza e senza distruggere il pianeta.
Conclusioni
In conclusione, per cambiare l’attuale situazione e raggiungere i 17 punti proposti dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, è necessario un triplo intervento congiunto da parte dei consumatori, dei governi e dei grandi marchi di moda, per portare avanti insieme una rivoluzione, sicuramente lenta ma efficace, per salvaguardare il nostro pianeta e tutti i suoi abitanti. Come consumatori è nostro dovere attivarci!
Le relazioni di tipo ibrido sono l’habitat ideale dei soggetti con personalità di tipo narcisistico, trappola perfetta per chi soffre di dipendenza affettiva.
Gli ibridi fungono da crocevia di innesco di meccanismi di fuga/avvicinamento che determinano le dinamiche tipicamente intercorrenti tra personalità dipendenti ed evitanti.
I soggetti che soffrono di dipendenza affettiva vivono nell’assoluta convinzione che senza l’altro, interpretato come oggetto d’amore, non sia possibile sopravvivere.
Ma chi sono i dipendenti? Spesso si tratta di individui empatici, dotati di particolare sensibilità, inclini agli sbalzi emotivi e a prendersi cura dell’altro, ma al contempo bisognosi di sentirsi protetti, accuditi e continuamente rassicurati. Il dipendente, nel suo essere perennemente in cerca di conferme da parte della persone con le quali stabilisce un legame significativo, sperimenta uno stato di forte ansietà, dettato dal timore dell’abbandono e dal – vano – tentativo di sfuggire a questa sua ancestrale paura.
Infatti è come se egli si portasse dietro un vuoto incolmabile, reiteratamente proiettato in ogni relazione affettiva, imputabile a ferite mai sanate, a vissuti emotivi ambivalenti o dolorosi esperiti durante l’infanzia, in relazione alle proprie figure genitoriali e in particolare alla sua prima figura di riferimento.
La sua spinta a “dare” e a compiere onerosi investimenti emotivi è direttamente proporzionale al suo insaziabile bisogno di uno sguardo di ritorno, che tuttavia per lui non sarà mai sufficientemente rassicurante.
Inoltre, il dipendente tenderà all’idealizzazione del partner e alla creazione di aspettative irrealistiche nei suoi confronti e verso la relazione stessa, a discapito della propria capacità di mettersi realmente in gioco, malgrado (anzi, forse proprio per) l’ossessivo desiderio di riuscirci.
E il narcisista patologico? È un soggetto incapace di provare empatia, trasporto emotivo, sentimenti e di entrare in sintonia, quindi, in profonda relazione con l’altro, da sé.
Il narcisista da un’immagine di sè che non corrisponde a ciò che è realmente. La sua presenza è evanescente e quando percepisce la dipendenza del suo partner sovverte totalmente le regole della relazione, ripresentandosi in veste totalmente diversa dopo aver creato tumulti all’interno della relazione.
Il narcisista, che spesso si trasforma in un autentico carnefice, specialmente quando il suo disturbo di personalità assume tratti manipolatori, è al contempo vittima di una grave condizione di castrazione emotiva, generante un’impotenza affettivo-relazionale.
Egli non è in grado di effettuare un’autentica messa in gioco di sé con l’altro e, pertanto, di instaurare relazioni significative. Le altre persone, per il narcisista sono “statue di sale” che considera come momentanei prolungamenti di sé stesso, pronti per trasformarsi in blocchi di pietra da rimuovere, come ostacoli.
Infatti, il narcisista, il quale mantiene sempre un margine più o meno ampio di distacco con gli altri individui, pur non apparendo mai isolato – anzi, egli tende a mettersi ben in vista – è generalmente dotato di abilità seduttive, che utilizza per ottenere gratificazioni e riconoscimenti sociali o personali, intesi come possibilità di approvazione, espansione e compiacimento di sé. Dunque, egli è in grado di manifestare il proprio interesse verso coloro che, a seconda delle circostanze, meglio si prestano a fungere per lui da cassa di risonanza del proprio Ego. Ed è persino capace di sfoggiare competenze emotive che, in realtà, non possiede affatto.
Mosso dal proprio bisogno di auto affermazione, il narcisista – la cui infanzia è stata contrassegnata dalla deprivazione affettiva — può arrivare a mostrare affezioni, anche di una certa intensità, che tuttavia non riesce davvero a “patire”, ma piuttosto a simulare, abituatosi fin da piccolo a rinvenirne l’esistenza negli altri e a studiarle. Orienta questi effimeri vissuti emotivi, mai destinati a consolidarsi in sentimenti, verso le persone di volta in volta più adatte ad appagare il suo desiderio di auto gratificazione.
Il disturbo di personalità narcisistica non ha una preferenza di genere, si può trattare di uomini o donne e spesso si tratta di soggetti con grandi abilità seduttive, che utilizzano con tutti i mezzi a disposizione per conquistare la loro preda.
Da abile illusionista affettivo, il soggetto con disturbo di personalità narcisistico sa essere un potente seduttore, incantando le proprie vittime con messe in scena di sé di così alto livello, da provocare una loro inevitabile messa in gioco.
Un gioco perverso e pericoloso, perché di colpo uno dei due partecipanti (il narcisista) sovverte le regole, usa dei trucchi, si smaterializza per poi riapparire con le sembianze di un nuovo personaggio, che quando vuole diventa invisibile. E questo accade quando il narcisista, dopo aver fatto incetta di autostima, per la propria riuscita nel processo/progetto di “incantamento” dell’altro, avverte di essersi spinto troppo vicino a quel confine di massima sicurezza, oltre al quale la sua disabilità emotiva non gli consente di andare.
Per lui, gli altri sono solo degli specchi che gli consentono di ammirare la sua stessa immagine, utili fin tanto che possono fungere da riflesso di sé e accrescere la sua autostima. Ma si tratta di un rispecchiamento fasullo, in cui non avviene alcun processo di individuazione, poiché manca il riconoscimento di sé attraverso lo sguardo dell’altro, dato che nel punto di vista dell’altro non si riesce a collocare.
Una volta conquistata la propria preda, mostrandosi inizialmente irresistibilmente amorevole, sfoderando un corteggiamento di tipo esemplare, innescando le più potenti strategie seduttive, il narcisista perde in poco tempo interesse nei suoi confronti, sentendosi irrefrenabilmente spinto ad affrontare una nuova sfida, con una nuova vittima, riattivando le stesse dinamiche manipolatorie. E questo può accadere ancor prima di aver realmente concretizzato la sessualità evocata nel rapporto, specialmente in presenza di due diverse tipologie di vittima: la più pericolosa e la più innocua.
La strategia manipolatoria del narcisista cambierà in base al carattere della propria preda. Il dipendente affettivo è la vittima ideale in quanto sarà sempre fonte certa di gratificazione. Potrà ottenere ciò che cerca e cercare altrove altre sfide lasciando sempre la porta aperta per tornare indietro dove è certo di poter ottenere ciò che cerca.
La prima – quella che più intriga il narcisista – è una persona complessa, empatica, imprevedibile, capace di sorprenderlo, attivando a sua volta strategie manipolatorie a scopo difensivo e mostrandosi abile a destreggiarsi nel gioco illusionistico in cui si trova coinvolta. Spesso si tratta di persone affette da dipendenza affettiva che hanno sviluppato meccanismi difensivi di tipo evitante i quali, tuttavia, anziché mitigare tale patologia, la rafforzano, poiché si rivelano come trucchi atti a proteggerli – sebbene invano – dal vissuto dell’abbandono.
Questo tipo di dipendente, in genere il più difficile e interessante da conquistare per il narcisista, è al contempo quello che più lo spaventa e del quale tenderà, a volte, a disfarsi prima di averci instaurato una vera e propria relazione amorosa. Infatti, un individuo simile è quello che richiede un maggiore dispendio energetico e un crescente avvicinamento, che rischiano di spingere l’illusionista troppo out of comfort zone, gettando uno squarcio di luce su quel buco nero che egli si porta dentro senza averne la minima consapevolezza.
Nel vuoto emozionale del narcisista, in fondo, si annida una vera e propria voragine affettiva che supera di gran lunga quella del soggetto affetto da dipendenza. In altri termini, nel narcisista si nascondono, in potenza, gli stessi semi che danno origine alla dipendenza, sebbene in lui essi non trovino terreno fertile per potersi sviluppare, trattandosi di un suolo troppo inaridito, con l’aggravante della totale inconsapevolezza della propria sterilità.
La seconda tipologia di vittima, con la quale difficilmente il narcisista darà corpo ad una vera relazione, è quella che, al contrario, egli bypassa più rapidamente, poiché si rivela troppo facile da conquistare, rendendo così superfluo l’utilizzo dei suoi più raffinati giochi di prestigio, che tanto lo inebriano.
La dimensione virtuale è uno dei migliori palcoscenici per una relazione tra una narcisista e un dipendente affettivo. Questo a causa dell’enorme facilità con cui disconnettersi e creare distacco da parte del narcisista e l’enorme difficoltà a disconnettersi dalla sua dipendenza da parte dell’altro.
La dimensione virtuale è un palcoscenico che facilita la messa in scena delle rappresentazioninarcisistiche, dal momento in cui nella rete è più semplice riuscire ad intrappolare gli altri, anche senza restarne a propria volta agganciati. Usa abilmente lo schermo come scudo protettivo e nello stesso tempo come un’arma letale per sferrare i propri attacchi in sordina, raggiungendo magari il massimo dei risultati con il minimo della fatica.
Eppure quelle nate in rete non sono le relazioni più tossiche e destabilizzanti, dal momento in cui anche per la vittima, da qui, è più facile mettersi in fuga: disconnettendosi, spegnendo lo smartphone o il pc. Certo si tratta di un’impresa tutt’altro che facile e che anzi, a volte può apparire come impossibile, specialmente quando i soggetti coinvolti soffrono di dipendenza affettiva, che li espone maggiormente al rischio di sviluppo di dipendenza da chat e da sesso virtuale.
La situazione più letale per chi è vittima di un narcisista, ove quest’ultimo può esprimere appieno le proprie doti illusionistiche e manipolatorie, è quella degli ibridi (“Relazioni virtuali, l’amore dietro a uno schermo“), ovvero – come si è detto in precedenza – quelle relazioni sospese tra reale e virtuale, quelle che con maggiore probabilità si innescano tra narcisisti e dipendenti.
A volte egli assumerà atteggiamenti particolarmente ammalianti, per alimentare l’attaccamento del dipendente, il quale inevitabilmente svilupperà delle aspettative nei confronti dell’altro e di una possibile evoluzione della relazione. Altre volte invece il narcisista si mostrerà intangibile, impenetrabile, di una freddezza disarmante e profondamente destabilizzante per il dipendente, che si arrovellerà per trovare una possibile spiegazione a tale camaleontismo comportamentale.
Tuttavia il narcisista tende a far “cuocere a fuoco lento” le proprie vittime, tenendole con il fiato sospeso, o per dissetare la propria brama di potere, dimostrando a sé stesso di poter disporre degli altri a proprio piacimento, – e questo è vero soprattutto per i casi più gravi di disturbo della personalità con spiccati tratti manipolatori – o in altri casi semplicemente perché non se ne cura e non si pone il problema della contraddittorietà del proprio comportamento, della quale spesso non è nemmeno consapevole.
Infatti, la sua disabilità emotiva non gli permette di trasformare in sentimenti le emozioni che, seppur fugacemente, a volte esperisce. Il più delle volte si tratta di emozioni simulate, ecco perché l’habitat ideale in cui avvicinarsi all’altro è proprio lo spazio virtuale, dove la castrazione emotiva del narcisista viene facilmente dissimulata dall’illusorietà multi-prospettica che caratterizza questa dimensione.
Non è raro infatti che le persone travolte da questo tipo di rapporto ne vengano intossicate a tal punto da sviluppare sintomi nevrotici come attacchi di panico, ansia, insonnia, disturbi alimentari e ossessivo compulsivi.
Il dipendente, disperatamente alla ricerca di manifestazioni affettive con le quali poter appagare il proprio bisogno di presa in considerazione e d’amore, sarà sempre pronto ad accogliere ogni minimo segnale rivelatore di una qualche dimostrazione affettiva. Ma allo stesso modo sarà sempre all’erta e pronto a cogliere ogni minima dissonanza comportamentale che, peraltro, nella relazione con il narcisista è all’ordine del giorno.
Il dipendente affettivo al contrario del narcisista, è cosciente dei suoi problemi emotivi, nonostante questo vive con difficoltà la liberazione dalla relazione con un narcisista, sperimentando sintomi simili alla crisi d’astinenza nella disintossicazione da droghe pesanti.
La virtualizzazione dell’Eros può rappresentare un’opportunità di estensione dei confini della propria affettività, una fonte di nutrimento alternativa per i propri vissuti emozionali, per rilanciarli verso nuovi orizzonti esperienziali, purché siano dotati di senso. Nello spazio della virtualità è infatti possibile sperimentare emozioni forti, nuove, intrise di particolare unicità.
Se per il narcisista, il continuo intervallarsi di incontri virtuali altamente passionali con scambi amicali superficiali nella vita vera rappresenta un modus operandi per lui del tutto normale e funzionale all’accrescimento delle proprie mire espansionistiche e alla conservazione del proprio distacco, al contrario, per le altre persone, specialmente per i dipendenti affettivi, queste dinamiche sono qualcosa di altamente logorante, esasperante e, alla lunga, devastante.
Liberarsi da una relazione tossica di questa portata è un’impresa difficile ma non impossibile, specialmente se ci si avvale del sostegno di uno psicoterapeuta. Il dipendente, contrariamente al narcisista, è consapevole delle proprie problematiche e può essere più facilmente guidato in un percorso terapeutico volto al rafforzamento della propria autostima e allo sviluppo di nuove strategie comportamentali e relazionali, che passano proprio attraverso la presa di coscienza delle proprie disfunzionalità.
Ad ostacolare il percorso di disintossicazione del dipendente dalla relazione con il narcisista è il fatto che, in caso di rapporti ibridi, non è sempre possibile tagliare i ponti con il proprio carnefice, poiché si tratta appunto di una persona che appartiene alla propria quotidianità.
Perciò non basta interrompere gli scambi virtuali per staccare davvero la spina e dire: basta!
Una cosa già estremamente ardua da compiere per un dipendente, il quale, per quanto possa aver ormai raggiunto la consapevolezza di non potersi/doversi aspettare più niente dal narcisista, se non ulteriori frustrazioni, delusioni e sofferenze, difficilmente resiste alla tentazione di rispondere ai suoi sirenici richiami, quando costui decide di ricontattarlo, magari dopo un lungo periodo di silenzio, come se niente fosse.
Il fatto di avere costantemente sotto gli occhi il proprio “aguzzino”, trasforma il processo di liberazione dalla propria dipendenza in una sorta di lotta per la sopravvivenza. E il dipendente, in questo percorso di astinenza dal narcisista, sperimenta a quello che si prova quando ci si disintossica dalle droghe più pesanti.
Dal 28 aprile all’ 11 giugno 2023 torna FOTOGRAFIA EUROPEA a Reggio Emilia, il Festival di fotografia di caratura internazionale - fresco vincitore dell’edizione 2022 dei Lucie Awards a New York, il premio più ambito nel settore, quale miglior Photo Festival of the Year - promosso e prodotto da Fondazione Palazzo Magnani insieme al Comune di Reggio Emilia e con il contributo della Regione Emilia-Romagna.----------
In the week Theresa May triggered Article 50, the start of the two-year negotiation period to take Britain out of the EU, ramblers explore the Seven Sisters chalk cliffs. For many, the Seven Sisters between the Seaford and Eastbourne coastline are symbolic of Britain; they were recently voted one of the top twenty breath-taking views in the UK. As Stephen Purcell, who teaches English and Comparative Literary Studies at the University of Warwick, comments, ‘The cliffs are used in the play to symbolize a boundary, one between the known and the unknown. That’s what the cliffs represent to many, a boundary between land and sea, high and low, between Britain and the outside.’ In June 2017, two massive rock falls took place in less than twenty-four hours along the chalk cliffs, sending tons of rock crashing into the sea, and outlining the fragility of this landscape.
Reggio Emilia, febbraio 2023. Dal 28 aprile all’ 11 giugno 2023 torna FOTOGRAFIA EUROPEA a Reggio Emilia, il Festival di fotografia di caratura internazionale. Fresco vincitore dell’edizione 2022 dei Lucie Awards a New York (il premio più ambito nel settore, quale miglior Photo Festival of the Year)promosso e prodotto da Fondazione Palazzo Magnani insieme al Comune di Reggio Emilia econ il contributo della Regione Emilia-Romagna. Anche quest’anno, quindi, un’importante occasione per osservare un mondo in continuo e veloce cambiamento, di cui la fotografia congela il momento per aiutarci a capirne e comprenderne direzioni e dinamiche.
Lo sguardo di questa attesa XVIII edizione di Fotografia Europea è diretto verso la più stretta attualità, dove le radici della nostra identità individuale e sociale vengono messe costantemente alla prova. “Europe matters: visioni di un’identità inquieta”, è il tema a cui fanno riferimento i progetti selezionati dalla direzione artistica del Festival. DIrezione artistica composta da Tim Clark (editor 1000 Words & curator Photo London Discovery), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia), e Luce Lebart (storica della fotografia, co-autrice del fondamentale volume Une histoire mondiale des femmes photographes, curatrice di mostre e ricercatrice sia per la Collezione dell’Archive of Modern Conflict che in modo indipendente). Un’edizione caratterizzata, oltre che dalla qualità delle mostre, anche dal livello degli incontri, delle conferenze, delle presentazioni di libri e dalle attività educational che verranno organizzate nel corso del festival.
Domande sulla condizione attuale del mondo multiculturale e globalizzato che viviamo, un mondo in cui l’Europa non esercita più, ormai da tempo, quell’egemonia spirituale e materiale che per secoli le è stata riconosciuta. Gli artisti tracciano quindi, attraverso il medium fotografico, le linee dinamiche e incerte di un’identità sempre più mobile e variegata, con l’obiettivo di dare senso all’ inquietudine che la attraversa.
Fotografia Europea: Europe Matters
Per l’edizione 2023 la direzione artistica del Festival – composta da Tim Clark, Walter Guadagnini e Luce Lebart – ha ragionato sull’idea di Europa e dei popoli che la abitano e la compongono.
Possiamo affermare che esiste un’identità comune ? In che misura mito e memoria modellano o consolidano il nostro senso di appartenenza collettiva? E in che modo la fotografia contemporanea contribuisce a dare una risposta alle sfide e alle situazioni che vivono i cittadini europei?
Considerando la relazione fra identità nazionale e comunità democratica, così come le realtà multiculturali dei singoli paesi europei, ci troviamo in bilico fra l’appartenere a nazioni distinte e a una popolazione culturalmente omogenea. Come hanno scritto Peter Gowan e Perry Anderson, «gli imperi del passato minacciano di dissolversi in lande postmoderne spazzate solo dall’ondata del mercato»*. Inoltre, l’Europa non è più considerata il luogo da cui si scrive la storia.
Quanto sia complesso e difficile cogliere la natura dell’Europa come comunità è il tema di una serie di progetti fotografici che si soffermano soprattutto sulle persone e sulle identità, per raccontare le politiche di inclusione ed esclusione e la persistenza delle idee di storia e di cultura nel momento presente.
I progetti che faranno parte di questa edizione indagheranno tra le altre le nozioni di appartenenza e solidarietà, così come quelle di fragilità e inquietudine. Si vedranno un ritratto democratizzante del Regno Unito in tempi difficili; le proteste per i diritti umani in Polonia; i documentari immaginari ambientati in piccole cittadine tedesche che mostrano circostanze storiche; vite della diaspora africana che evocano il passato coloniale in Portogallo; raccoglitori di piante selvatiche commestibili ai margini di Parigi che reinventano in maniera radicale la nostra riconoscenza per la natura, così come la nostra dipendenza da essa e infine lettere d’amore visive alla città di Odessa.
Le identità rimangono, ma gli spiriti sono inquieti.
Spaghetti alla carbonara con uova, formaggio pecorino romano DOP, guanciale, pepe. Primo piatto di pasta tradizionale della cucina italiana.
Origini della carbonara
Gli spaghetti alla carbonara sono forse uno dei piatti più classici della cucina italiana, se non il più classico.
È un piatto utilizzato in tutta Italia, ma è caratteristico del Lazio, più precisamente di Roma. Le origini di questo piatto sono incerte e per quanto ci siano diverse congetture riguardo la sua provenienza, si può risalire alla sua genesi attraverso gli antichi ricettari.
Anche se non si può attribuire una sicura origine si può certamente restringere il campo.
La prima di queste ipotesi è l’origine napoletana1. Nel trattato Cucina teorico-pratica del 1837 di Ippolito Cavalcanti2, sono presenti pietanze che sembrano dare un’origine alla carbonara. Nella cucina popolare napoletana è comune utilizzare lo sbattuto di uova, con formaggio e pepe, anche antecedentemente al trattato.
Un’altra ipotesi mette avanti la probabilità che la pietanza non fosse popolare prima della seconda guerra mondiale. Ada Boni, scrittrice e gastronoma dei primi anni del 1900, non menziona questo piatto nel manuale classico della cucina romana edito nel 19303.
Si pensa quindi che l’analogia tra pancetta e guanciale nei ricettari post-liberazione di Roma, dipenda dall’apparizione del bacon nei mercati locali. Periodo dopo il quale la carbonara diventa più popolare.
Passiamo ora all’ipotesi più romantica, la preferita di ogni integralista della carbonara. Il nome “carbonara” potrebbe provenire dal fatto che l’invenzione fu dei “carbonai” nel territorio Aquilano, che preparavano questo piatto grazie alla facile reperibilità degli ingredienti. La cacio e ova è un piatto di origini abruzzesi che i carbonai che andavano a sorvegliare la carbonaia portavano con loro, il pepe era utilizzato come conservante del guanciale. Il grasso invece utilizzato al posto dell’olio, troppo costoso per i carbonai.
Varianti odierne
Esistono diverse varianti della carbonara. Ovviamente la nostra ricetta si riferisce alla versione classica romana conosciuta, anche se attualmente è possibile trovare diversi tipi di modifiche, regione per regione.
Per questioni di praticità commerciale, è più facile reperire la pancetta che sostituisce spesso il guanciale. Essendo meno grassa del guanciale viene utilizzato l’olio d’oliva al posto del grasso sciolto del guanciale.
Dulcis in fundo, in Triveneto è diffusa la versione veneta della carbonara che prevede la presenza di panna.
Ingredienti e preparazione
E dopo il pesto della precedente ricetta, altra tipicità italiana, passiamo agl’ingredienti e alla preparazione della carbonara.
Le proporzioni di questa ricetta si riferiscono ad una preparazione di circa 2 piatti di medie dimensioni.
200 gr di spaghetti
2 uova medie
50 gr di pecorino romano
50 gr di guanciale
pepe q.b.
Aprire le uova in un piatto o in una ciotola e sbatterle per rompere i tuorli.
Aggiungere il pecorino ed amalgamarlo alle uova fino ad ottenere una crema. Una volta amalgamato aggiungere anche il pepe.
Tagliare il guanciale e cuocerlo su una padella fino a quando non diventerà trasparente e si scioglierà il grasso che rosolerà i cubetti di guanciale.
Cuocere gli spaghetti in acqua e sale.
Quando saranno cotti girare gli spaghetti nel grasso sciolto del guanciale e successivamente aggiungere l’uovo.
Per pulire bene la ciotola dell’uovo utilizzare una piccola parte di spaghetti per raccattare bene tutta la crema.
Accendere il fornello e mescolare spaghetti, uovo e guanciale sul fuoco in base ai propri gusti.
Una maggiore cottura renderà l’uovo più cotto e solido, un minor tempo renderà la carbonara più cremosa.
Il prossimo appuntamento di Book Pride sarà a Genova, Capitale italiana del Libro
2023, il 6-7-8 ottobre a Palazzo Ducale.
Il prossimo appuntamento di Book Pride sarà a Genova, Capitale italiana del Libro 2023, il 6-7-8 ottobre a Palazzo Ducale. A Milano la manifestazione ritornerà nella sede di Superstudio Maxi l’8-9-10 marzo 2024.
Fiera del libro promossa da ADEI, Associazione degli editori indipendenti, e dalla Associazione Book Pride ed è organizzata da Book Services. In collaborazione con Comune di Milano, con il contributo di Regione Lombardia, con il patrocinio di Fondazione Cariplo, Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia Partner: Goethe-Institut Mailand, Institut français, Maeci, Cepell. Media partner: Rai. Presidente: Isabella Ferretti. Direttrice generale: Sara Speciani. Project manager: Francesco Morgando. Curatori programma editoriale: Marco Amerighi, Laura Pezzino. Curatori speciali: Valentina De Poli, Martoz, Nadeesha Uyangoda. Coordinamento programma editoriale: Federica Antonacci.
Numeri di Book Pride a Milano
18.300 visitatori, con un pubblico molto diversificato e una forte prevalenza di under 30. Questa edizione di Book Pride ha superato ogni aspettativa prevista dall’organizzazione.
Tre giorni, dal 10 al 12 marzo 2023. 10.000 metri quadrati di spazio al Superstudio Maxi di Milano, l’ex fabbrica siderurgica a pochi metri dalla fermata MM2 di Famagosta, il più grande open space totalmente sostenibile della città. Più di 180 marchi editoriali: dalle case editrici già conosciute a quelle appena nate, la fiera racchiude l’intero panorama indipendente, nella continua funzione di scouting di editori che Book Pride da sempre ama svolgere. 300 ospiti. Circa 250 presentazioni, incontri, eventi per mostrare la pluralità di voci e di sguardi dell’editoria indipendente. Un tema, “Nessun luogo è lontano” articolato in 4 sezioni: Mappe, Rifugi, Fughe e Visioni, curato da Marco Amerighi e Laura Pezzino. Quattro sezioni: Book Young, curata da Valentina De Poli, Book Comics a cura di Martoz, Book Academy a cura di Francesco Morgando e Sara Speciani, Traiettorie Linguistiche curata da Nadeesha Uyangoda.
La fruizione della tecnologia durante l'infanzia è un vantaggio o uno svantaggio? Maria Gloria Spitaleri ci offre una valutazione dei metodi e delle responsabilità con cui permettere ai propri figli di utilizzarla.
“La mente del bambino è padre della mente dell’uomo”1 – afferma Regni sulla scia di una pedagogia scientifica che Maria Montessori ha messo a punto durante il secolo scorso. L’intento è quello di sottolineare quanto l’infanzia sia un periodo fertile e fondamentale per la formazione dell’adulto di domani e, su quello che è lo sviluppo del cervello umano, un contributo molto importante oggi viene dato dalle neuroscienze, le quali affermano l’importanza dei primi 1000 giorni di vita nello sviluppo fisico, sociale, cognitivo ed emotivo dell’individuo. Sappiamo infatti che in questo periodo si definisce l’intera architettura cerebrale e che, essendo correlata alle connessioni neuronali ed alle esperienze dipendenti, ha bisogno di un contatto diretto con l’ambiente per svilupparsi.2
Diverse università hanno in corso vari trial nello studio sulla media di utilizzo dei dispositivi elettronici da parte dei bambini e sull’impatto che hanno sul loro sviluppo mentale durante l’infanzia.
Già durante la gravidanza il pancione delle mamme viene sommerso di ecografie, alcune con sofisticate tecnologie in 3D per capire le sembianze che avrà il futuro nascituro e, al momento della nascita, foto, video e condivisioni con tutto il circondario non tardano a mancare. I nostri figli sono nativi digitali e non possiamo né dobbiamo precludere l’accesso a questo tipo di tecnologia. Loro ci convivono ancora prima di venire al mondo, tant’è che secondo un’intervista la nuova generazione non fa distinzione tra mondo virtuale e mondo reale.3 Ma quali sono le ripercussioni di questo comportamento?
In un primo periodo lo sviluppo del bambino si concentra su elementi di sensorialità e concretezza.4 L’età prescolare è un periodo in cui tutto il potenziale del bambino è ancora dormiente e il compito di ogni educatore è quello di dargli la possibilità di fare quanta più esperienza diretta con l’ambiente circostante affinché si realizzi l’apprendimento.5 L’infanzia non ha bisogno di videogiochi o di stimolazioni computerizzate per svilupparsi. Prima dei 3 anni, i cosiddetti 1000 giorni di vita (di cui sopra), per un bambino è fondamentale sviluppare competenze interagendo in maniera attiva con ciò che lo circonda attraverso esperienze che coinvolgono tutti e cinque i sensi. Solo questo tipo di interazione con l’ambiente permette al nostro cervello di sviluppare le proprie risorse neuronali.6
Secondo i neuroscienziati Michael Posner e Mary Rothbart, l’attenzione ci fornisce quei meccanismi che stanno alla base della nostra consapevolezza del mondo e del controllo volontario dei pensieri e delle emozioni.7
Attenzione, concentrazione ed emozioni sono la base per attivare un processo di conoscenza e immagazzinamento di nuove informazioni, ma ad oggi sembra che questi elementi siano “minacciati” dall’esposizione precoce alle tecnologie. Se distrarre l’attenzione di un bambino mentre è immerso in un gioco, solo per fare un commento o un complimento, disturba in maniera profonda la sua attività attentiva e lo sforzo di concentrazione che il bambino ha fatto per arrivare in quel punto, figuriamoci cosa accade in un cervello che cerca di connettere i propri neuroni quando è continuamente stimolato da luci, colori e canzoncine ripetute in maniera incessante!8
L’utilizzo della tecnologia nell’infanzia come intrattenimento, senza modulazione di tempo e controllo, non è un metodo utile al suo corretto sviluppo.
La SIP (Società Italiana di Pediatria) si è espressa in merito all’utilizzo precoce dei device da parte dei bambini 0-8 anni tenendo conto sia degli effetti positivi che degli effetti negativi sulla salute fisica e mentale della nuova generazione. Dallo studio è emerso che il 72% delle famiglie con bambini compresi nella fascia “0-2 anni” utilizza lo smartphone durante i pasti e quindi anche durante l’allattamento e il 26% lascia che i propri figli utilizzino lo strumento in maniera del tutto autonoma.9
Offrire ad un bambino uno smartphone mentre si è in attesa al ristorante o al parco è un gesto che porta con sé delle ripercussioni. In primo luogo bisogna sottolineare che il touch-screen non è una vera esperienza sensoriale e, l’accarezzare una superficie liscia che manda stimoli visivi, non ha lo stesso effetto di disegnare con una matita su un foglio. Lo stimolo cambia in maniera repentina, l’attenzione non è costante e, se fruito per molte ore al giorno, rischia di intaccare il corretto sviluppo neurologico. Non è lo strumento di per sé ad essere negativo ma il modo in cui se ne fa uso.
Il device sviluppa dipendenze da chi lo utilizza, ancora di più se l’età è inferiore ai 3 anni. Il nostro cervello per funzionare mette in atto una meccanica di rinforzo positivo e, se lo smartphone risponde e corrisponde a questo bisogno, è facile creare dipendenze ancora prima che il cervello sia del tutto maturo.10
La tecnologia ha cambiato la nostra vita per sempre. Ad oggi la dimensione vitale, relazionale, sociale, lavorativa ed economica non può più essere vista senza la continua interazione tra la realtà materiale/analogica e la realtà virtuale/interattiva. Ma l’esposizione precoce alle tecnologie può in qualche modo modificare lo sviluppo del nostro cervello? Se è si, in che modo?
Un uso scorretto dei supporti tecnologici durante l’infanzia può aprire la strada a nuovi disturbi? Fenomeni come gli “hikikomori” (persone che decidono di ritirarsi da qualsiasi tipo di vita sociale per lunghi periodi), sono l’introduzione dei fenomeni di possibile sviluppo per i nativi digitali?
Luciano Floridi definisce onlife la continua interconnessione tra l’online e la vita reale.11 Questa dimensione non è più separabile né per la vecchia generazione né per la nuova, che sembra essere la più vulnerabile. I comportamenti “adulti” vengono assorbiti dai bambini in maniera del tutto naturale. I bambini ci imitano e ripetono il nostro modo di fare alla lettera e, se l’adulto utilizza il proprio device come se fosse un’estensione del proprio corpo e del proprio essere, è normale che il bambino sia portato a pensare che lo stesso rappresenti una prolunga della figura genitoriale.
Se lo smartphone o il tablet viene proposto nei momenti di crisi o nei momenti di attese, senza rivestire di importanza pedagogica questi momenti, non c’è da meravigliarsi che durante lo sviluppo, se non abituato a superare le prime crisi, tutto gli risulterà più difficile da gestire. Far assolvere un ruolo di conforto, quasi di caregiver, da uno strumento tecnologico significa delegare il ruolo di contenimento proprio dell’adulto ad un oggetto e, questo, non aiuta il nostro cervello nella regolazione delle emozioni e nello sviluppo della propria consapevolezza.
E’ interessante portare in evidenza lo studio che sta conducendo il dottor Martin Paulus, direttore scientifico presso il Laureate Institute Brain Research in Tulsa12, su un gruppo di 11.000 bambini che dall’età dei 10 anni saranno seguiti fino ai 20 per analizzare come l’influenza dei videogiochi, dei media, del digitale e le alterazioni del sonno influenzino i cambiamenti del loro cervello. Dalla ricerca sta emergendo un disallineamento tra la parte del cervello che elabora le informazioni visive e la parte del cervello che elabora giudizi e preferenze, evidenziando maggiori disturbi di ansia, irritabilità e depressione.
La parte del cervello che elabora giudizi e preferenze è la corteccia prefrontale ventrometriale ed è, come detto su, la parte del nostro cervello che concorre nella capacità di giudizio verso se stessi e gli altri, nella definizione dei propri gusti e preferenze, nell’elaborazione dei sentimenti e delle scelte etiche.13Questo ovviamente ha un impatto in termini di sviluppo e anche di salute mentale delle nuove generazioni. L’intenzione non è quella di demonizzare le nuove tecnologie o il loro stesso uso, ma sicuramente fare delle scelte consapevoli sui tempi e le modalità di fruizione di questi dispositivi. Passeranno anni prima che la scienza possa trarre delle conclusioni certe, ma mi sento di definire tanto interessante quanto preoccupante scoprire come il nostro cervello si sta modificando in maniera molto veloce e del tutto imprevista.
Una nuova e ricca edizione all’insegna delle arti visive contemporanee e del pensiero creativo divergente per PARMA 360 Festival della creatività contemporanea, a cura di Chiara Canali e Camilla Mineo, in programma a Parma dal 1° aprile al 21 maggio 2023.
Una nuova e ricca edizione all’insegna delle arti visive contemporanee e del pensiero creativo divergente per PARMA 360 Festival della creatività contemporanea, a cura di Chiara Canali e Camilla Mineo, in programma a Parma dal 1° aprile al 21 maggio 2023.
Promosso e prodotto dalle associazioni 360° Creativity Events ed Art Company, PARMA 360 Festival ha ricevuto il patrocinio e il contributo del Comune di Parma e il patrocinio della Regione Emilia-Romagna ed è sostenuto da un’ampia rete di partner pubblici e privati.
Parma, già Capitale italiana della Cultura 2020+21, si riconferma il fulcro della produzione culturale contemporanea attraverso una rassegna di mostre ed esposizioni in dialogo con gli spazi espositivi della città, in un percorso diffuso sul territorio che ha l’obiettivo da un lato di promuovere e incoraggiare l’arte contemporanea e i suoi principali protagonisti, dall’altro di valorizzazione il patrimonio artistico parmense.
Il tema di questa edizione, CROSSOVER, ragiona sul concetto di contaminazione tra linguaggi, stili, forme, simbologie prese a prestito da epoche storiche diverse. “Tra antico e contemporaneo c’è una perpetua tensione – dichiara lo studioso Salvatore Settis –, che continuamente si riarticola nel fluire dei linguaggi critici e del gusto, nei meccanismi di mercato, nel funzionamento delle istituzioni”. Anche Nicolas Bourriaud nel suo fondamentale testo “Postproduction”, afferma che a partire dai primi anni Ottanta molti artisti creano opere d’arte sulla base di altre già esistenti, selezionando idee, concetti o elementi culturali del passato da includere in nuovi contesti estetici e semantici.
PARMA 360 Festival della creatività contemporanea, che vede la direzione artistica e la curatela di Chiara Canali, Camilla Mineo e di Silvano Orlandini come Direttore di produzione, è organizzato dalle associazioni 360° Creativity Events ed Art Company, con il contributo del Comune di Parma, il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, e un’ampia rete di partner pubblici e privati, tra cui La Galleria, Termoblok, Gruppo Zatti, Eulip, Villani vini e liquori, Gruppo INCHotels di Parma.
Stupore Indigeno è un libro di Massimo Canevacci edito da Mar dei Grassi Editore. Un'opera di antropologia alla scoperta delle popolazioni Xavantes e Bororo in Brasile centrale.
L’autore
Massimo Canevacci è docente di antropologia culturale, presso l’Università di Roma La Sapienza. Invitato come visiting professor in diverse università europee, a Tokyo (Giappone) e a Nanjing (Cina), dal 2010 al 2017 è stato professore ospite a Florianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), Sao Paulo (ECA/USP). Attualmente insegna come professore emerito a La Sapienza.
Massimo Canevacci, scrittore di Stupore Indigeno, è un antropologo, etnografo e pensatore critico italiano.
I suoi scritti sono pubblicati sia in italiano che in portoghese. Vive attualmente in Brasile a Sao Paulo, trasferitosi stabilmente nel 2008.
Prima di trasferirsi in Brasile, Massimo Canevacci è stato docente di antropologia culturale presso l’Università di Roma La Sapienza e direttore della rivista “Avatar” dal 2001 al 2006.
Noto soprattutto per i suoi lavori sulle metropoli contemporanee, in cui ha sviluppato i concetti di “metropoli comunicativa multividuale”, oltre che per le arti digitali e le culture native, come i Bororo e gli Xavante del Brasile centrale.
L’opera
Stupore indigeno non è soltanto il racconto antropologico del viaggio dell’autore alla scoperta della vita quotidiana, tra gli usi e i costumi, delle popolazioni Xavante, Bororo e Krahô.
I fondamenti di quest’opera si basano sulla scelta epistemologica e politica di Canevacci, che basa la sua ricerca e il racconto sull’auto-rappresentazione.
Auto-rappresentazione che consiste nel mettere in discussione la propria condizione esistenziale. Una crisi esistenziale che si palesa inevitabilmente davanti al contatto con popolazioni e culture lontanissime da quelle europee che, proprio per questo motivo, subiscono soprusi a causa della logica coloniale.
Massimo Canevacci racconta molti aneddoti della sua amicizia con Domingos e Divino, nativi Xavantes, molto diversi da lui per cultura. Nonostante tutto, quest’amicizia restituisce un’esperienza profonda “su un continuo scambio dialogico-emozionale“.
D’altronde dovrebbe essere questa l’enorme sfida che deve affrontare l’antropologia critica.
Il suo racconto è una precisa cronistoria sull’esperienza empirica del suo viaggio. Empirismo antropologico raccontato in avventure come quella della grande pesca, momento in cui l’autore dimentica che il tempo Xavante scorre diversamente da quello occidentale. Una piccola dimenticanza che mette in pericolo la sua vita.
L’esperienza fisica va sempre a braccetto con la continua messa in discussione dei propri pregiudizi, che possono riguardare il più banale dei preconcetti come quello dell’ospitalità che, che costerà all’autore la comodità del suo posto letto.
Mi resi conto solo in quel momento che non avevo il sacco a pelo, per mia responsabilità confusa e incredibile ingenuità. Pensavo che mi avrebbero offerto un posto dove dormire, magari un’amaca in una delle loro capanne. Allora, improvvisando, misi sul pavimento di cemento l’asciugamani, un maglione come pigiama e per coperta il mio impermeabile verde. Per fortuna avevo del pane in cassetta e acqua. Non fu facile dormire, non solo per la durezza della situazione, con il freddo che si faceva insistente, quanto per un senso di immensità solitaria, di solitudine assoluta della mia persona senza alcun contatto possibile all’esterno: il cielo stellato sopra di me in una prospettiva di libertà ben diversa dal filosofo.
Pagina per pagina si vive di pari passo con Massimo tutta la travolgente differenza degli aspetti umani soprattutto dal punto di vista fisiologico e psicologico. Si può assaporare il disagio della diversità e allo stesso tempo il piacere della scoperta, della comprensione e dello scambio culturale che queste popolazioni hanno offerto all’antropologo.
La sua passione per questo studio e per queste popolazioni si taglia col coltello. Lo stesso Domingos lo percepisce, donandogli il nome Xavante Póre’õ, ovvero uomo animato.
Per queste ricerche Massimo non ha mai avuto alcun riconoscimento accademico, non avendo mai rinunciato ad insegnare per dedicarsi alla ricerca, ha proseguito i suoi studi solamente in agosto, d’estate, quando disponeva di ferie è tempo libero dal lavoro di docente.
Un libro fluido, appassionante, i cui aneddoti sono raccontati in modo molto semplice da comprendere. La presenza di termini brasiliani o di nomi con caratteri non familiari alla lingua italiana, rende opportuno familiarizzare spesso con il glossario presente alla fine del libro.
Dopo aver visualizzato i termini più ostici un paio di volte e averne letto il significato, diventano immediatamente familiari.
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