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Salone Internazionale del Libro di Torino 2023

La XXXV edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, "Attraverso lo specchio", tornerà presso Lingotto Fiere da giovedì 18 a lunedì 22 maggio 2023.

Dopo la grande partecipazione della scorsa primavera, il Salone Internazionale del Libro di Torino torna tra i padiglioni del Lingotto Fiere da giovedì 18 a lunedì 22 maggio. Cinque giorni per festeggiare trentacinque anni di storie, narrate da autori e autrici italiani e internazionali curate dai numerosi editori e raccontate a una moltitudine di lettori e lettrici che – ogni mese di maggio – hanno un luogo a cui fare ritorno.

Attraverso lo specchio è il tema della XXXV edizione. Negli ultimi anni l’umanità si è relazionata con una prepotente, a tratti distopica, realtà che ha domandato a ciascuno uno sforzo di analisi, più che d’inventiva. Ma è l’immaginazione, esercitata con coraggio, la forza che da sempre spinge l’uomo oltre la banalità, la quotidianità, oltre la realtà stessa. Con questo omaggio all’universo geniale dell’autore britannico Lewis Carroll, il Salone invita la sua comunità di lettori a fare un salto dentro nuovi mondi, attraversandoli con i piedi ancorati a terra e nel presente, ma con la testa tra le pagine.

Il manifesto di Attraverso lo specchio. L’illustrazione creata da Elisa Talentino è il racconto di un viaggio tra reale e fantastico, tra veglia e sogno. Una giovane ragazza varca il confine del tangibile e incontra il suo doppio in una dimensione fantastica. L’attraversamento della soglia avviene da un prato, che muta in abito vivo e abitato nell’altra sé stessa. L’immagine è un invito a lasciarsi attraversare dalla meraviglia che ci porta “dall’altra parte”, in mondi ancora sconosciuti.

Leggi il programma completo sul sito ufficiale del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Per altre notizie torna alla sezione news.

L’importanza del silenzio nella comunicazione

Quanto è importante il silenzio nella comunicazione?

Ho sempre pensato che il silenzio potesse raccontare una storia perchè non sempre sono necessarie le parole. L’immagine, con la sua struttura offre spunti, dialoghi e riflessioni silenziose che vengono riempite di significato solo se osservate attentamente attraverso le sensazioni che attingono dal bagaglio culturale e esperienziale che la vita costruisce. Per guardare, abbiamo bisogno di sgomberare la mente da ogni critica per aprirci all’ignoto e cogliere il bello che c’è nel guardare il mondo senza giudizio, come fosse la prima volta, con occhi curiosi e incontaminati del bambino che vive dentro di noi. 

Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare. Bruno Munari, Artista, scrittore e designer italiano

Guardare le storie, analizzare il dettaglio di un’immagine creando intrecci e collegamenti nascosti, non enunciati, costituisce una fonte straordinaria che consente sia ai piccoli che agli adulti, di mettere in luce le parole nascoste nell’apparato visivo, aprendo con esso inediti squarci di conoscenza. In queste righe e in quelle che seguiranno, ho deciso di mostrarvi la bellezza dei racconti senza parole oggi in via di espansione sul mercato globale ma ancora sottovalutati per il loro potenziale educativo e divulgativo. Libri “oggetto”, in grado di trasformare il piccolo e il grande lettore in un viaggiatore incantato alla ricerca di nuovi linguaggi.                         

Anche il cervello dispone di un suo circuito deputato appositamente a trasportare il segnale del silenzio fino alla corteccia uditiva, nel lobo temporale e dei neuroni che si attivano durante i momenti di silenzio. Il silenzio quindi non è assenza di qualcosa, ma qualcosa da percepire anche per il nostro corpo.

L’esperienza visiva in assenza di parole, rappresenta il linguaggio universale più potente al mondo senza limiti di età, spazio e appartenenza geografica.
Perciò
quanto e come questi libri possono, attraverso il silenzio espressivo dell’immagine, veicolare modelli di pensiero e quindi educare al guardare?  Abbiamo bisogno di abituare lo sguardo a guardare mediante una sequenza di immagini nell’assordante modernità, dalla quale si cerca di sfuggire per dar spazio alla riflessione e al pieno godimento dell’immagine che mette in luce ciò che le parole tacciono. Riflessione che muove i suoi primi passi da una personale esperienza lavorativa nel settore librario, che mi ha permesso di capire l’andamento delle vendite, ma soprattutto le scelte editoriali e il gusto di un pubblico che ad oggi, dinanzi ai silent book, è ancora scettico perché definiti scarsamente funzionali per l’educazione infantile. Si tratta quindi di testi che per la loro essenzialità, sono considerati semplici ed elementari, se non adatti solo ai bambini che non hanno ancora acquisito specifiche competenze di lettura.
Considerazioni che hanno suscitato in me riflessioni critiche perché, diversamente dal pensiero comune, i
silent rappresentano appieno un linguaggio espressivo e narrativo non rivolto solo ai piccoli, ma diversamente, ad un pubblico vario, in quanto richiede una conoscenza che non si limita alla sola componente visiva, ma richiede il saper dialogare con esse e con le componenti che la completano (emotive, narrative, estetiche) ed emergono dalla contaminazione tra grafica, oggetto libro e interlocutore.

Il silenzio è importante per l’immaginazione. Un’immagine, un profumo, un rumore possono raccontare qualcosa che tu stesso puoi immaginare. L’assenza di parole può rappresentare una via per liberare la creatività.

Ma prima di inoltrarci nel mondo del racconto senza parole, bisogna chiedersi: quanto è importante il silenzio nella comunicazione verbale e immaginaria?

In una società dominata da troppi dialoghi, connessioni social e dall’esigenza di esprimersi, nasce la necessità di farsi spazio in una realtà assordante e caotica. Non tutto quello che diciamo è necessario, per cui ci sono cose da tacere, altre da dire.

Tacere non è sinonimo di “non aver nulla da dire”, ma esistono persone riservate che lasciano mostrare, attraverso i gesti e le espressioni, la parte più intima di sé.
La comunicazione necessita del silenzio, almeno quanto la parola, ed esso diventa un’importante forma comunicativa intesa come tempo di ascolto e linguaggio dalle mille possibilità. Perché la comunicazione vada a buon fine c’è bisogno di silenzio, di una pausa significante, necessaria nel processo comunicativo, che attraverso l’ascolto, diventa messaggio e restituisce valore al significato della voce.

In quest’opera lo spartito indica di non suonare per l’intera durata del brano. È comunque diviso in movimenti (il primo 30 secondi, il secondo 2 minuti e 23 secondi e il terzo 1 minuto e 40 secondi) per un totale di 4.33 minuti di silenzio, durata che da il titolo all’opera. Viene percepita semplicemente come “4.33 minuti di silenzio”, ma l’autore voleva far percepire i rumori presenti nell’ambiente in cui viene eseguita per dare importanza al rumore di fondo.

Per fare ciò ricerchiamo il silenzio, inteso come momento di raccolta, incontro solitario con i nostri pensieri, con ciò che occupa la mente e ci fa riflettere. Il silenzio diventa pausa che genera la parola, che necessita di tempo e spazio e prende forma attraverso il ritmo scandito da pieni e vuoti del dire e del tacere, rendendolo così condivisibile.

L’alternanza del dire e del tacere, stabilisce perciò la componente dell’ascolto che concretizza l’atto del comunicare Lasciar parlare il silenzio, significa lasciare le emozioni libere di emergere, come sonorità emotive. Parlare del silenzio è impegnativo, perché già facendolo produciamo una rottura nel suo significato più stretto, creando rumore.
I silenzi sono infiniti e perciò felici, tristi e creativi, come quello dell’artista che che ha compiuto l’opera o dello spettatore che la gode o di chi ascolta con attenzione. Esiste un silenzio maturo che consente l’ascolto e riconosce l’altro perché le parole vengono perfezionate nel dialogo, in una mescolanza verbale che rappresenta il nostro comune patrimonio. Questo è il silenzio inteso nella mia analisi, un silenzio creativo in attesa di essere scoperto e quindi di rifiorire come forma persuasiva, luogo privo di distrazioni e pensiero cosciente, che mira a creare attenzione nell’uditore bambino o adulto, producendo in esso una risposta che stimola la fantasia e il ragionamento. 

Nel corso dei secoli, molti sono stati gli autori che hanno portato l’attenzione al concetto di silenzio, tra questi Borges, che considerava il tacere come elemento produttivo e perciò categoria composta dalle sue specifiche proprietà creative.     

Il silenzio, l’immobilità dell’arte e della musica, vogliono dirci qualcosa, rivelandoci componenti inespresse attraverso lo spazio, soglia in cui agisce il silenzio, che separa il mondo noto da quello nascosto1. Jorge Luis Borges, scrittore, poeta, saggista e traduttore argentino
 

Riflettendo sul molteplice valore del silenzio, è interessante vedere come esso, insinuandosi nelle trame dei linguaggi, può assumere svariati significati in relazione all’ambito di interesse. Indagini sull’assenza, furono condotte nell’ambito artistico e musicale anche dallo scultore basco Oteiza e dal compositore americano post futurista John Cage.

Come il primo compie un’operazione di sottrazione in cui l’assenza si fa carico di domande suscitate nello spettatore che attende una risposta dall’opera silente, così Cage attraverso l’opera emblematica dal titolo –
4’33”- del 1952, invita al silenzio come ricerca educativa, mediante partiture musicali finalizzate al risveglio della consapevolezza del sé, invitando l’interlocutore a rimanere in silenzio davanti all’ascolto del suo strumento, che attraverso i suoi movimenti e mormorii crea il suono che il bianco della partitura non definisce.

In questo modo il silenzio diventa estremamente coinvolgente, nonché elemento compositivo fondamentale, scandito solo da tre colpi di coperchio del pianoforte. Infatti per Cage: 

Il silenzio non è altro che il cambiamento della mia mente. Accettazione dei suoni che esistono piuttosto che un desiderio di scegliere e imporre la propria musica. Quando mi dedico ad un nuovo pezzo, cerco di farlo in modo che non disturbi il silenzio che già esiste.2 John Cage, compositore e teorico musicale statunitense

Ripercorrendo l’intera riflessione, il silenzio inteso come spazio di comunicazione che precede quello dell’ascolto, diversamente dai tempi e dai ritmi della contemporaneità sociale, richiede ritmi lenti e pazienti, ma apre ad infinite possibilità immaginative che nel caso dei racconti per immagini, necessitano di figure che possano avvicinare e prevaricare su altre. Possiamo dire che il silenzio si configura come condizione necessaria dell’uomo per rapportarsi con sé stesso e con gli altri attraverso l’ascolto.
Agisce sul piano dei comportamenti, implica delle scelte e si muove tra negatività (censura, autocensura, omertà, indifferenza, rimozione) e positività (forti emozioni, riserbo, rispetto, difesa, protezione, contemplazione, ascolto e attenzione) che dipendono essenzialmente dal suo utilizzo.

Bibliografia

  1. Martì Arìs Carlos, Silenzi Eloquenti, C. Marinotti Edizioni, Milano, 2002, p.19.
  2. Nicoletta Polla Mattiot, Riscoprire il silenzio-Arte, musica, poesia, natura tra ascolto e comunicazione, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p.15.

 

Trofie con pesto tradizionale alla genovese

Trofie con pesto alla genovese tradizionale

Se hai mai visitato almeno una volta la Liguria, saprai senza ombra di dubbio che il pesto è un condimento tradizionale di questa regione.
Il suo ingrediente base è il basilico, una pianta la cui origine nazionale appartiene a questa regione in quanto prodotto a Denominazione di Origine Protetta (DOP). Il basilico è originario dell’India e dell’Asia Tropicale e fu introdotto nel Mediterraneo dai romani che lo utilizzavano per scopi curativi.
Le prime ricette di pesto alla genovese risalgono ai primi del 1800 e provengono da ricette di pesti più antichi a base di aglio, noci e patate che venivano utilizzati in quanto meno costosi e più facilmente reperibili.

Ingredienti

Pur chiamandosi pesto “alla genovese”, è una ricetta molto utilizzata e tipica anche in tutto il versante tirrenico genovese e spezzino.
Nella ricetta locale e tradizionale sono previsti ingredienti come i pinoli pisani, il pecorino sardo Fiore, l’aglio di Vessalico (Imperia) e l’olio ligure, che chiaramente nel resto d’Italia e del mondo potrebbero non essere facilmente reperibili.
È una ricetta molto semplice e veloce da preparare, gli ingredienti sono poco costosi.
Il piatto è molto gustoso ed è un classico della cucina italiana.
Le seguenti quantità sono sufficienti per circa 200 grammi di trofie.

  • 75 gr di basilico
  • 70 gr di olio EVO
  • 50 gr di Parmigiano Reggiano
  • 30 gr di pecorino sardo
  • 30 gr di pinoli
  • 2 spicchi d’aglio (circa 3 grammi in polvere)
  • sale grosso q.b.

Procedimento

Il procedimento è in assoluto la parte più semplice di tutta la ricetta.
Per prima cosa è fondamentale lavare e asciugare accuratamente le foglie di basilico in modo da non lasciare tracce di acqua nel composto.

Come si può notare nel video in alto, si procede poi pestando a mano o triturando con un frullatore tutti gli ingredienti elencati.
Si potrebbe rispettare una sorta di cronologia di pestaggio se fatto a mano per questioni di comodità.

Successivamente cuocere le tradizionali trofie o il formato di pasta che più si desidera e far saltare in padella insieme al pesto.
Una volta amalgamato uniformemente il pesto con la pasta, sarà già pronto per essere servito.

Il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb

"Il cigno nero" di Nassim Nicholas Taleb è un saggio illuminante su quanto l'improbabile governi le nostre vite.

Il cigno nero” è un libro che avevo nella mia libreria da un po’, ma ne ho sempre rimandato la lettura perché immaginavo che sarebbe stato piuttosto impegnativo.
Ho deciso di leggerlo perché veniva citato nel libro dello “Über-psicologo” (come lo definisce l’autore de “Il cigno nero“) Danny Kahnemann, Pensieri lenti e veloci“, che ho già recensito.
La nostra vita è governata dal caso? Ci ostiniamo a cercare di predire gli eventi facendo affidamento su ciò che conosciamo, molto spesso ignorando invece ciò che è ignoto.
L’ignoto, il non conosciuto è sempre lì, pronto a bussare alla nostra porta quando meno ce lo aspettiamo.
Non si tratta di un manuale su come anticipare l’evento improbabile, perché ci sarà sempre qualcosa di non conoscibile che può rappresentare quell’incognita che farà capolino rovinando tutti i nostri piani.
Il cigno nero è un termine metaforico oggi utilizzato nei mercati finanziari, ma è perfetto per la vita di ogni giorno. Può essere una pandemia, una guerra, un terremoto, ma anche un biglietto della lotteria multimilionario.
Caso, caos deterministico e complessità, come distinguerli? Taleb ce lo spiega nel suo bellissimo saggio.

Nicholas Nassim Taleb alla “Discorso Bruno Leoni” nel 2009, la principale conferenza IBL che si tiene presso Palazzo Visconti a Milano. Foto di Attilio Bottura, dall’assortimento di immagini liberamente disponibili sul sito web di Nassim Nicholas Taleb.

L’autore

Nassim Nicholas Taleb è nato il 12 settembre del 1960 ad Amioun in Libano, naturalizzato statunitense. È un aforista, analista del rischio, matematico statistico, filosofo ed autore.
Ha pubblicato un saggio filosofico in cinque volumi a partire dal 2001 fino al 2018, di cui fanno parte i suoi libri più famosi “Il cigno nero” e “Antifragile“.
Negli scorsi anni è stato detentore di cattedre presso diverse università in qualità di professore di ingegneria del rischio alla New York University Tandon School of Engineering dal 2008 e dal 2014 co-redattore della rivista accademica Risk and Decision Analysis.
È stato un gestore di hedge fund e un trader di derivati, un professionista della finanza ed attualmente consulente scientifico presso Universa Investments.
È un critico della classica gestione del rischio da parte delle istituzioni finanziarie, in quanto sostiene che la maggior parte degli economisti utilizzino gli strumenti sbagliati per fare previsioni. Con la crisi del 2009 ha dimostrato le sue tesi, sostenendo tuttavia che la società attuale sia abbastanza forte da resistere ai cigni neri.

Nonostante tutte le posizioni elencate, Taleb giudica l’importanza della filosofia al di sopra della scienza matematica fine a se stessa.

Il saggio

Quando ho iniziato a leggerlo non sapevo che facesse parte di una raccolta più grande di saggi filosofici. Senza saperlo ho pensato che avesse più le fattezze di un trattato di filosofia che non di un semplice saggio sugli eventi improbabili.
Per chi non ha mai riflettuto sulla possibilità di scomporre l’improbabile ai minimi termini oppure vorrebbe farlo ma non ne ha gli strumenti, questo è il libro ideale. È un manuale sulla gestione delle proprie idee predittive.
Tuttavia non si tratta di un libro da leggere nel tempo libero per rilassarsi un po’, è un testo pregno di significato e richiede una certa attenzione. Difficile dire di averlo compreso appieno dopo averlo letto una sola volta.
Il cigno nero” come dichiarato nel saggio dallo stesso autore, è un libro che si basa sull’asimmetria. L’asimmetria intesa come il discutere la previsione di situazioni che non possono essere previste perché sconosciute, e per definizione lo sconosciuto non può essere conosciuto. Ovvero ciò che nel saggio definisce lo “sconosciuto sconosciuto”.
La curva a campana o curva di Gauss è la nemesi dell’autore. Ovviamente non è davvero così, si esagera per via dei toni irriverenti utilizzati da Taleb quando veste i panni del detrattore della curva usata, in modo sbagliato, nelle scienze sociali e in altri ambienti per sua opinione non pertinenti.
Nicholas N. Taleb è un genio delle figure retoriche, che usa per definire categorie di professionisti e situazioni che non hanno una vera e propria etichetta. Tra “esperti platonizzati”, “librerie di Eco”, estremistan e mediocristan (due pseudo-nazioni in cui tutto o nulla può accadere), epistemici arroganti, gli empirici bottom-up e top-down, il saggio si sviluppa in una serie di analisi estremamente profonde e motivate, ma colme di tesi e spiegazioni mediamente comprensibili.

Lo strumento ideale non per prevedere, ma per imparare o provare ad imparare, a difendersi dai cigni neri limitando i danni.
D’altra parte Il Sunday Times ha definito “Il cigno nero” uno dei 12 libri più influenti dalla seconda guerra mondiale.

Disfagia, la dieta sconosciuta alla ristorazione

Non esiste nel mondo della ristorazione un'offerta relativa alla disfagia. Una domanda che non richiede elaborazione del cibo o rispetto di norme e parametri particolarmente stringenti. La disfagia è la difficoltà a deglutire il cibo solido.

Persone celiache, diete vegetariane, scelte di tipo etico o religioso: negli ultimi anni nel mondo della ristorazione le richieste della clientela si sono sempre più diversificate e i ristoratori, giustamente, si sono organizzati per rispondere a ogni esigenza. Eppure in questo ventaglio di domanda e offerta manca un elemento: la disfagia.

Probabilmente già il nome dice poco a molti. In sintesi si tratta della difficoltà di deglutire, dovuta a una ridotta elasticità e potenza dei muscoli atti a tale movimento. Questa condizione richiede quindi di assumere il cibo con particolare consistenze, simili a quelle di un omogeneizzato. Nessuna particolare restrizione sugli alimenti da introdurre nella dieta, anzi si può mangiare praticamente tutto se lavorato con una consistenza idonea.

La disfagia è un termine medico che descrive difficoltà nella deglutizione. Il processo della deglutizione può richiedere più tempo e sforzi per chi soffre di questa condizione. Può manifestarsi a qualsiasi età, ma è più comune nella popolazione anziana.

In parte la disfagia è legata all’età e quindi ne soffrono una certa percentuale di persone anziane, ma si associa anche a una serie di patologie neuromuscolari e in tal caso insorge a qualsiasi età, anche in bambini e ragazzi.

In totale, si stima che siano 6 milioni gli italiani che devono gestire questo disturbo1 2. Non proprio pochi, la domanda quindi è: come mai è quasi completamente sconosciuta e non ci sono proposte alimentari adatte alle persone disfagiche?

La disfagia e il concetto di malattia

Il punto, con buona probabilità, è che la disfagia sia strettamente correlata al concetto di malattia e di vecchiaia. Insomma, dal momento che una certa percentuale di chi è disfagico è anziano e magari ricoverato in RSA, si presuppone che non sia un cliente di ristoranti e locali.

In realtà, come giù accennato, la disfagia può insorgere a qualsiasi età, in persone che hanno sì altre patologie ma che, sebbene disabili, non hanno intenzione di vivere rinchiuse in casa. Anzi avrebbero spesso anche piacere di frequentare qualche locale con familiari e amici, ma quella che sembra un’azione semplice rischia di diventare un problema più difficile da superare della disfagia stessa.

Perché al di là del problema fisico, tutti i disturbi legati all’alimentazione influiscono sulla socialità3. Dato che molti dei momenti conviviali vengono condivisi proprio davanti a una tavola imbandita. Ma come si fa se nel menù non c’è nulla che si possa mangiare? Sembra quasi impossibile da credere, ma a un disfagico accade proprio così nella stragrande maggioranza dei casi: non c’è nulla che possa ordinare con tranquillità. Quindi restano due soluzioni: o ci si organizza partendo da casa con cibo già pronto da consumare nel locale, o semplicemente si rinuncia. E purtroppo molte persone scelgono spesso la seconda opzione.

Più semplice della celiachia

Eppure a pensarci preparare dei piatti per chi soffre di disfagia è più semplice rispetto a quanto si deve fare per chi è celiaco.

La nota trasmissione Medicina 33 ha dedicato un servizio sulla celiachia proprio sottolineando sia le difficoltà sociali per chi ne soffre, sia l’attenzione che devono riporre i ristoratori: non deve esserci alcuna contaminazione né fra i cibi né fra gli utensili utilizzati, quindi bisogna usare pentolame, attrezzature e persino pianali di lavoro separati; inoltre servono farine e ingredienti particolari, assolutamente privi di glutine.

Per la disfagia è molto più semplice. Si tratta solo di agire sulla consistenza dei cibi, senza grandi variazioni. Non servono accessori, elettrodomestici né ingredienti: si tratta solo di rendere le pietanze simili a un omogeneizzato.

Eppure sembra che quasi nessuno conosca il problema. Si crea così il famoso giro chiuso: sapendo di non poter trovare nulla adatto, chi è disfagico rinuncia ad andare al ristorante; non si crea così una domanda e, di conseguenza, non viene nemmeno a crearsi una relativa offerta.

La speranza è che aumenti la conoscenza su tale condizione così da scoprire che gestirla è molto più semplice di quanto si possa pensare. Basterebbe adattare ciò che già è sul menù – almeno in parte – rendendolo in forma di omogeneizzato. Un investimento minimo che avrebbe un buon ritorno in termini di clientela, immagine e inclusione.

Collegamenti

  1. World Gastroenterology Organisation Global Guidelines – Dysphagia,1.3 DIsease burden and epidemiology;
  2. BMJ Best parctice – Assessment of dysphagia;
  3. Storiecocciute.it – Mensa a scuola, fra sostegno e autonomia

Relazioni virtuali, l’amore dietro uno schermo

Emozioni virtuali, l'amore dietro ad uno schermo. Le relazioni virtuali sono davvero così diverse da quelle in carne e ossa?

Le relazioni virtuali sono davvero così diverse da quelle in carne e ossa? Vivere un’emozione dietro ad uno schermo può forse renderla meno intensa e meno reale? La digitalizzazione dei nostri pensieri, sentimenti e desideri li inaridisce o piuttosto li alimenta? La virtualizzazione dell’Eros rappresenta un limite o una possibilità di espansione per la nostra dimensione emotiva, affettiva ed erotica? Lo schermo può davvero proteggerci dai coinvolgimenti affettivi o diventa una cassa di risonanza che ne aumenta la potenza?
Per tentare di rispondere a quesiti così complessi, si può solo provare ad addentrarsi nella poliedrica esperienza dei rapporti intessuti attraverso il filtro/collante delle reti.

Prima parte: gli “ibridi”

Tra le centinaia di migliaia di “relazioni” che scattano con un click, da un tasto, un’immagine, una parola (che poi diventano catene interminabili di tasti, immagini e parole) si stagliano gli ibridi, ovvero quelle relazioni continuamente miscelate alla cosiddetta “realtà”, dalla quale, peraltro, derivano.
Ci sono dunque persone che si conoscono in “carne e ossa”, si frequentano per i più disparati motivi, ma che solo nello spazio limbico della chat trovano un fertile terreno d’incontro per approfondire la reciproca conoscenza e per stabilire un contatto più “intimo”.
Le parole, a cui spesso vanno in soccorso le emoticons (quasi a sopperire l’assenza del linguaggio non verbale), diventano sempre più dense di significati, poiché si fanno portatrici – oltre che sostitute – di movimenti, sensazioni ed espressioni corporee che prendono vita sui tasti, fino ad “incarnarsi”.

La scrittura è intesa come forma della normale comunicazione orale che normalmente è accompagnata da gestualità e mimica facciale, l’utilizzo delle emoticons permette di conferire espressività ai testi scritti trasmettendo emozioni e può cambiare la percezione che l’intelocutore ha di noi influendo in modo massiccio sulle nostre relazioni sociali.

Ed è proprio per il loro sovraccarico di senso e corporeità, per la loro pregnanza sensoriale, per il loro essere veicoli di pensieri, esperienze, sentimenti ed emozioni, che le parole scritte in chat possono penetrare nella mente anche più a fondo di una voce, di un gesto o di un corpo.
Se questo vale per le relazioni intessute a distanza, tra due persone che non si sono mai incontrate, è tanto più valido per quanto riguarda i rapporti ibridi, nei quali le “parti in gioco” possono continuamente trarre dai vissuti “reali”, nuova linfa per gli “scambi virtuali.”
“Sguardi” che si incrociano carichi di desideri, sprigionati poi sugli schermi e altrimenti inconfessabili. Fantasie condivise, assemblando scenari di film proiettati in simultanea dalle reciproche immaginazioni, di volta in volta arricchiti di nuovi eccitanti particolari, richiamati poi alla mente ad ogni incontro successivo. In mezzo alla gente, del tutto ignara di quel gioco di immagini scambiate con occhi che si cercano, si incontrano e al contempo tentano di evitarsi, per nascondere lo stato di ebbra euforia di cui entrambi i corpi sono pervasi.
Corpi che pur restando distanti arrivano quasi a compenetrarsi, nell’eco della passione virtualmente consumata. Corpi svelati in fotografia e toccati, così a lungo e a fondo con la fantasia, da evocarne il “possesso” ed offrirsi allo sguardo dell’altro in trasparenza, al di là dei vestiti.
Ogni interazione che avviene “di persona”, dunque, stimola nuove creazioni di sconfinati scenari di erotismo, disegnati dalle parole, ma solo dalle parole “giuste”, quelle capaci di far vibrare le corde dell’immaginazione, ancor prima di quelle della “carne”.
La virtualizzazione dell’Eros può quindi estenderne i confini in una dimensione complementare a quella della fisicità, della quale può rappresentare il preludio e l’anticipazione, generando l’attesa di un piacere, già fruibile nell’attesa stessa.

La dipendenza dalle relazioni virtuali è caratterizzata dallo sviluppo di un coinvolgimento eccessivo in questo genere di relazioni affettive e/o amorose, nate ovviamente sui social, sulle chat o su qualsiasi piattaforma online. La dipendenza da “cyber-relazioni” consiste nella compulsione ad instaurarle esclusivamente (o quasi) attraverso internet. Le persone affette da questa dipendenza, trascorrono la maggior parte del proprio tempo connesse.

Tuttavia, si corre il rischio di innescare aspettative di vissuti che mai si concretizzeranno, poiché, lontani dal “rifugio” degli smartphone, eppure memori dei copioni in essi descritti, ci si può ritrovare smarriti, adombrati dalla magia di parole con cui si teme di non poter reggere il confronto. Di qui il continuo procrastinare dei tanto agognati, disegnati e idealizzati momenti di “autentica” passione.
Il complesso intreccio di reale e virtuale, inizialmente tanto eccitante, può così finire col diventare una trappola destabilizzante, nella quale si ha la sensazione di trovarsi imprigionati in un circolo vizioso che sempre scorre e mai si evolve.
Ci si trova impantanati in situazioni sospese a mezz’aria tra una contraddittoria realtà, mutilata dal “non ancora realizzato” eppure gravida di “ciò che potrebbe essere”, (in virtù di ciò che virtualmente “è stato”) e un illusionistico regno digitale, in cui ogni cosa sembra giungere al proprio compimento.
Il non luogo della chat diventa pertanto la dimensione preferenziale, la sola in grado di offrire alle relazioni ibride un “vero” appagamento, sottratto alla realtà, in una generazione incessante di ambiguità, a sua volta catalizzatrice di profonda sofferenza. Infatti, il coinvolgimento emotivo inizialmente esperito da entrambi i soggetti in gioco, può di volta in volta variare, in un continuo crescendo e diminuendo tra le parti, senza che ciascuna di esse possa averne una reale percezione. Poiché, all’erotismo virtuale è negata l’immediatezza dei feedback del corpo, che soli possono darci piena consapevolezza dell’autentico grado di partecipazione dell’altro.
Gli ibridi si delineano pertanto come relazioni disfunzionali, principalmente in virtù della loro snervante ambivalenza. E in quanto tali sono caratterizzate da un alto grado di “tossicità”, poiché gli individui coinvolti in questo cortocircuito, generatore di squilibri, tendono a diventarne dipendenti, sperimentando una forte sensazione di impossibilità di uscirne.
E dal momento in cui una delle due parti in causa spezza il cerchio di questa relazione ambigua aprendosi a nuovi orizzonti di realtà, le conseguenze per l’altra persona in gioco possono essere ancor più devastanti di quelle derivanti dalla fine di un rapporto vissuto pienamente, concretamente, in carne e ossa. Il coinvolgimento emotivo sviluppatosi in seno ad una relazione tossica si connota più spesso come una vera e propria dipendenza affettiva, difficile da superare.
Inoltre è estremamente arduo il processo di elaborazione di un lutto per la morte di ciò che realmente non è mai venuto alla luce, ha vissuto perennemente nell’ombra ed è come se non fosse mai esistito. Non esiste nemmeno una tomba su cui piangere e di reale resta soltanto il dolore.

I nuovi orizzonti della Bologna Children’s Book Fair

Il tour alla Bologna Children's Book Fair 2023 di Sonia Tralli che ci racconta l'evento da illustratrice in visita alla manifestazione più famosa del settore.

Come ogni anno il tanto atteso giro in fiera è arrivato e le riflessioni suscitate durante la visita non si sono fatte attendere. La 60esima edizione della Bologna Children’s Book Fair è stato un tuffo tra novità e innovazione del linguaggio illustrato. Per me il viaggio in fiera è un momento dedicato alla mia passione perché nonostante la confusione, le file immense e la stanchezza del momento, è un evento che attira migliaia di giovani illustratori, autori, insegnanti e librai di tutto il mondo, ti catapulta in una realtà incredibile in cui puoi accogliere nuovi linguaggi, stimolare le idee e accrescere il bisogno di dare forma all’immaginazione per sperimentare e osare in questa realtà competitiva che spesso sembra per certi versi irraggiungibile.

Questa edizione presentava numerose iniziative di promozione dell’immaginario illustrato proveniente da diversi paesi del globo, spaziando da Roma a Shangai, dall’Africa alla Cina.

“Mapping – Una mappa sull’estetica delle arti performative per la prima infanzia”, progetto di ricerca artistica sostenuto dall’Unione Europea dedicato al rapporto tra la prima infanzia nelle sue diverse età (i bambini da zero a 6 anni) e le arti performative sviluppato su due percorsi “Mappa illustrata” e Bambino Spettatore”

Riconfermata la BolognaBookPlus, brand extension della BCBF, in collaborazione con l’Associazione italiana Editori (AIE) ha coinvolto il mercato editoriale su più fronti con diversi eventi formativi e iniziative, promuovendo l’innovazione del comparto editoriale greco come primo Mercato d’Onore di quest’anno. Un mercato editoriale in grande espansione con un livello di produzione libraria tra i più elevati al mondo, la cui tradizione letteraria affonda le radici nell’epoca classica, le cui voci dei poeti narranti hanno attraversato millenni di storia. Infatti di recente il Ministero della Cultura e dello Sport insieme alla Fondazione Ellenica di Cultura ha lanciato GreekLit, un programma di sovvenzioni alla traduzione, per far conoscere in tutto il mondo la ricchezza della produzione scritta contemporanea della Grecia.

Quest’anno il mercato editoriale ha risposto alla sempre più forte esigenza di scoprire nuove frontiere per la comunicazione di un linguaggio accessibile e smart, con la crescente voglia di confrontarsi sulle nuove tecnologie anno per anno in via di espansione e mutamento. Infatti tra le varie conferenze si è parlato molto di metaverso, dell’evoluzione delle forme e dei contenuti digitali, della fruizione da parte dei ragazzi e dei bambini e del loro sviluppo sul mercato editoriale mondiale.

Spostandomi tra i vari stand, ho notato che questa edizione della BCBF ha dedicato un prezioso spazio espositivo dedicato all’attualità e agli avvenimenti storici contemporanei, presentando il lavoro creato dagli illustratori ucraini durante il duro anno di guerra trascorso. Mostra incisiva, di ringraziamento e sostegno che riflette sull’odio e la giustizia ma che apre alla fiducia per il futuro e all’auspicio che tutto possa tornare a alla normalità.

Tra le tante iniziative proposte, di grande impatto e coinvolgimento è stato il progetto presente nel padiglione 29, dedicato ad una profonda analisi condotta sulla sensibilità e sulla relazione tra illustrazione e arti performative nelle diverse età dell’infanzia, sviluppata su due percorsi: “Mappa illustrata” e “Il bambino spettatore”. Uno sviluppo di ricerca visiva durato quattro anni e sostenuto da un progetto europeo. Il primo percorso ha coinvolto illustratori provenienti da 72 paesi, con una selezione di 140 tavole realizzate da 129 illustratori in cui le diverse forme d’arte (arte, musica, danza, disegno ecc) convivono con la figura dello spettatore, le cui tavole sono accompagnate da una breve frase esplicativa per aiutare l’osservatore a vedere oltre la rappresentazione, per interpretarne il significato collocandola all’interno di una riflessione in una sorta di narrazione. Il secondo percorso invece ha coinvolto 4 illustratori di spicco mondiale tra cui Katsumi Komagata, Manuel Marsol, Fabian Negrin, e Klaas Verplancke il cui lavoro stilisticamente differente nasce dall’interazione con i ricercatori Mapping, ispiratosi alle 24 domande emerse dal progetto alla base degli elementi significativi della ricerca: Il contatto, la parola, il suono, il movimento, la reazione, l’equilibrio, la proposta e l’immagine.

 

I bambini vivono nelle periferie della cultura e i più piccoli rimangono ancor più in periferia perché conosciamo poco del loro capire e ancor meno del loro sentire, delle loro emozioni. Eppure gli artisti che li frequentano imparano presto che i piccoli sono un pubblico straordinario, a cui vale la pena dedicare con passione la propria ricerca artistica.”

Una mappatura sperimentale che tiene conto del come la visione cambia secondo sensibilità di età e condizioni di fruizione differenti. Una ricerca che mette al centro il ruolo della curiosità dell’infanzia, del riempire di significato ogni relazione con il mondo, traducendo in immagini le loro libere emozioni.

Mostra personale dell’ autrice coreana Suzy Lee, protagonista quest’anno della copertina dell’Illustrators Annual 2023. Esposizione dei suoi primi capolavori come Alice in Wonderland, L’onda, L’ombra, Mirror e il suo ultimo capolavoro Estate, progetti in cui ridefinisce il limite fiscio del foglio bianco.

Altro focus della Bologna Children’s Book Fair 2023 è stata l’attenzione ai Silent Book, libri illustrati senza parole che negli ultimi anni hanno incrementato l’offerta editoriale tra gli scaffali delle librerie. Solo fino a qualche anno fa non erano molto apprezzati tra il pubblico adulto perché privi di parole da raccontare, oggi sono considerati libri dal grande potere ludico e comunicativo grazie a spunti di lettura sempre diversi legati alla sensibilità del bambino che interpreta la storia in maniera sempre diversa, incitando l’adulto ad andare oltre la storia scritta.

In merito ai Silent Book non poteva mancare l’area espositiva nel Centro Servizi della fiera, dedicata alla personale della grande autrice coreana Suzy Lee, protagonista quest’anno della copertina dell’Illustrators Annual 2023. Un’esposizione che apre al pubblico le porte del mondo senza parole dell’artista, un mondo illustrato sapientemente, in cui Suzy Lee riesce a rendere la struttura libro parte fondamentale della narrazione. Qui infatti vengono esposti i suoi primi capolavori come “Alice in Wonderland”, “L’onda”, “L’ombra”, “Mirror” e la sua ultima pubblicazione “Estate”, nonché lavoro legato al flusso emotivo nato sull’ascolto della musica di Vivaldi e dalle sensazioni che quest’ultima generava dentro di lei.

Da amante delle sue opere, la mostra è stata per me una sorpresa perché qui, per la prima volta, è stato possibile ammirare le tavole originali dei suoi quattro progetti facenti parte della “Trilogia del limite”. Progetto in cui l’artista ridefinisce il limite del foglio bianco concepito come spazio a limite appunto tra realtà e finzione, in cui le storie sono segnate dalla piega fisica del libro che ne definisce lo spazio di azione dei personaggi.

Durante la presentazione del suo manuale “Trilogia del Limite”, tenutosi alla Libreria Coop di Bologna durante il primo giorno di fiera, Suzy Lee ha raccontato il dietro le quinte dei suoi progetti illustrati, i segreti delle scelte e della composizione dei suoi lavori. Racconta il come la struttura del libro, la ridefinizione del foglio bianco e l’orientamento del libro stesso, l’hanno portata a creare tre mondi differenti la cui narrazione si sviluppa tra margini, angoli e pieghe di rilegatura in cui il personaggio si specchia, si riflette e gioca. Opere che stimolano l’immaginazione del bambino che, con la sua sensibilità, legge e interpreta la storia in modi sempre diversi, dando anche nuovi input all’adulto che lo accompagna nella lettura.

Padiglione 29, esposizione finalisti e vincitori del premio Bologna Ragazzi Award 2023

Restando in tema Silent Book, non poteva mancare l’esposizione dei 12 progetti finalisti del Silent Book Contest 2023 – Gianni De Conno Award promosso da Carthusia Edizioni, che quest’anno ha conquistato un nuovo ampio spazio tra il Padiglione 29 e il Padiglione 30 della fiera.

Una mostra dedicata al potere comunicativo dell’immagine come contenitore di storie, il cui equilibrio tra forme e colori, tecniche e soggetti rappresentati definisce una narrazione che non necessita di parole e dialoghi.

Tra le tavole esposte, presente anche la vincitrice italiana del premio Junior, Irene Frigo con il Silent BookCercasi Gamba!”. Una storia dai toni luminosi in cui ogni personaggio che transita nella storia da una nuova vita con una “gamba di fortuna”. Un racconto scorrevole nonché inno al cambiamento, per comunicarci con leggerezza il come tutto intorno è in costante mutamento.

Come per i Silent, anche per il premio BRAW Bologna Ragazzi Awards è stata presentata un’ampia proposta di libri senza parole da tutto il mondo, da cui si evince la necessità degli autori di raccontare senza vincoli della narrazione scritta, ma aprire l’immagine ad un’interpretazione personale più ampia, rendendo il lettore spettatore e protagonista del racconto illustrato. Il premio BRAW ha visto quest’anno per la prima volta la partecipazione di libri provenienti dal Bangladesh, Cipro, Macedonia, Malesia, Venezuela e Porto Rico. Come opera prima è stato assegnato al titolo Mariedl. “Une histoire gigantesque” illustrato dall’autrice Laura Simonati, una storia di diversità sull’essere straordinariamente grandi, tratta da una storia vera. Ambientata nel Sud Tirolo rurale del XIX secolo, racconta la vicenda di una protagonista dal corpo gigantesco, che passa metaforicamente dall’invisibilità alla visibilità in un viaggio fisico è parallelo al suo percorso di accettazione di sé.

La notevole tecnica di stampa, che utilizza un approccio anti-tecnologico e mescola il marrone, il verde scuro e il rosa, crea una sensazione materica e terrena che pervade tutto il libro, mentre l’illustrazione pittorica in stile naïf folk-art è decisamente moderna nel suo approccio. L’interazione tra le tavole illustrate e il lettering fatto a mano, nella sequenza di doppie pagine ciascuna con una diversa impaginazione, conferisce alla storia una dimensione intima e personale. Si tratta di un esordio forte, vogliamo lodare l’audace scelta del soggetto e l’artista emergente.”

Tra i premi BRAW, significativa è stata l’opera fiction del vincitore argentino Yael Frankel dal titolo “Todo lo que pasó antes de que llegaras“. Racconto narrato in prima persona da una voce di bambino che aspetta un fratello o una sorella, disegnato a matita e carboncino con un tratto che ricorda il disegno infantile, sobrio per forme e colori nella scelta di una palette ridotta di arancioni e blu. Un racconto profondo in cui la voce narrante si rivolge al nascituro con pensieri, aneddoti e ricordi, per tracciare delicatamente la vita quotidiana della famiglia che subisce il normale cambiamento già nella fase dell’attesa.
Tra le varie proposte tanti sono stati i titoli dal linguaggio dotati di svariati codici di lettura.

Dall’alto UOMINI ANIMALI – Yoko Heligers – Orecchio Acerbo, 2022 finalista del premio ORBIL nella sezione dedicata alla divulgazione.
In basso Premio Bologna Ragazzi Award-Menzione speciale Comics 2023 – Middle Grade – Jérôme Dubois e Laurie Agusti – La Partie, Francia, 2022

Attraversata la sezione delle opere finaliste del Bologna ragazzi Award che si è presentata con un allestimento bizzarro, in cui era possibile sfogliare i libri sospesi nell’area del padiglione 29, il mio tour in fiera si è spostato tra gli stand dei piccoli e grandi editori. Un tour alla scoperta di novità e realtà editoriali indipendenti per me nuove, con grandi idee da sviluppare e divulgare come Telos edizioni dedicata alla letteratura per l’adolescenza e per l’infanzia, attenta alla sperimentazione e alle nuove forme editoriali in cui il connubio tra carta e digitale diventa punto cardine del loro progetto; Pulce edizioni nonché ascoltatori, creatori e divulgatori di storie; Edizioni Piuma, casa editrice indipendente, dalla grande voglia di crescere tra i fantastici mondi dei libri per l’infanzia dando spazio a idee e progetti editoriali di autori italiani e stranieri. Tra le tante proposte editoriali presenti in fiera ho trovato estremamente interessanti i progetti innovativi della casa editrice Il Barbagianni e dell’editore Sabir.

Due realtà diverse dalla scelta variegata. Il Barbagianni si presenta con un progetto ampio di libri e giochi didattici per avvicinare adulti e bambini, al fine di stimolare la creatività e favorire nuove scoperte, attento al prodotto libro/gioco perché realizzato artigianalmente in Italia con prodotti di qualità.

Sabir editore presenta invece un’idea di editoria di accoglienza e di scoperta della diversità perché pone l’attenzione sui diversi linguaggi visivi che, seppur distanti tra loro, consentono di parlare di tutto a tutti. Una cosa che mi ha colpito molto di questo editore è la loro idea di fare editoria dando voce agli autori esordienti che come me spesso tendono a tenere sotto chiave il proprio lavoro perché avvolti dalla paura di esporsi al giudizio e al non sentirsi all’altezza di certe sfide, che viste dall’esterno sembrano insuperabili.

Amiamo i sentieri poco battuti: è per questo che, a parte casi eccezionali, non acquistiamo opere già pubblicate all’estero, anche se di successo”
È per questo che guardiamo con grande curiosità e interesse a chi è all’inizio del percorso, per questo, ogni anno, lasciamo sui nostri ponti un po’ di spazio per gli esordienti al loro primo viaggio. Perché se, come crediamo con forza, in “casa editrice” la parola che conta veramente è “casa”, questo deve essere vero per gli autori che salpano con noi.”

Un’idea di casa editrice che accoglie già grazie all’animo brioso degli editori e gli illustratori presenti in questi giorni di fiera.

Il mio tour in fiera non poteva che concludersi visitando la mostra collaterale nelle stanze di Alchemilla di Palazzo Vizzani dell’artista francese Rébecca Dautremer. Un viaggio tra le sue opere, l’universo onirico e antropomorfo nel tempo e nella vita del coniglio Jacominus. Tra le opere in mostra si possono ammirare due pezzi unici tra cui il fregio che l’artista ha disegnato per il leporello “Un attimo soltanto”, in cui racconta la complessità di un istante in un affresco di un’intera società e i teatrini di carta di “Ti aspetto“, che giocano su quello che la lentezza consente a poco a poco di vedere, sempre attraversando narrativamente le avventure di Jacominus.

Silent Book Contest – Gianni De Conno Award Exibithion 2023

Come ogni anno, porto a casa e custodisco la bellezza, l’entusiasmo e l’atmosfera della fiera, fatta di scambio di idee, incontri, novità e proposte ma ancor prima, di persone che creano a loro volta storie condividendo le loro esperienze e il loro vissuto, in un lavoro che è passione ma anche dedizione verso un’arte dal linguaggio universale che unisce e contamina in ogni sua forma.

Bologna Children’s Book Fair come sempre all’insegna di novità in cui i linguaggi narrativi si fondono, aprendosi all’innovazione e alle nuove tecnologie, al gioco ma anche all’educazione, in cui i racconti senza parole cavalcano l’onda delle nuove tendenze e il digitale prende piede in una visione globale smart, dove l’immagine risponde alle richieste di un mercato competitivo e affamato di contenuti visivi alla ricerca di stili e contenuti sempre diversi. Produzione incontrollata di contenuti che rischia talvolta di abbassare la qualità a favore della quantità, scelta obbligata di tanti per ridurre i costi di produzione. Risultato sgradevole che ho notato in maniera ricorrente riguardo racconti che se pur strutturati bene, peccavano di qualità a causa di un’illustrazione poco definita e perciò sfocata, graficamente compromessa. Insomma il mercato editoriale è infinito come infiniti sono i temi che vengono trattati. Temi che rispecchiano l’incomunicabilità e il disagio di una società contemporanea insoddisfatta che fugge dal reale per ripararsi nelle apparenze e nascondere le difficoltà interiori. Argomenti trattati sempre più spesso negli albi presenti sui banchi della fiera, che indagano il disagio interiore, l’emotività, l’introspezione, la ricerca della felicità, l’identità e la ricerca del silenzio per scappare dalla frenesia e dare spazio al sentire per ascoltare e ascoltarsi.

Silenzio inteso come spazio di rifugio, che diventa tema centrale di molti albi illustrati di quest’anno. Tra i tanti consultati, penso all’albo sfogliato tra le proposte di Sabair editore “Il suono del silenzio” di Sara Galli e Candia Castellani. Un albo che mi ha colpito per la sua semplicità ma nello stesso tempo per la potenza con cui i personaggi si ritrovano in una stanza bianca e silenziosa, ascoltando e sperimentando il silenzio con il movimento, la musica e la voce. Un silenzio necessario per una società che fa troppo rumore per fermarsi a riflettere anche senza parlare, per educarci all’ascolto e al rispetto dell’altro.

Perché il silenzio forse è anche questo: un luogo che riunisce e raccoglie ogni suono, in mezzo a tante pause, un luogo che esiste solo se lo cerchi e se lo sai ascoltare.”

Intanto a questo proposito resto in silenzio ad ascoltare le sensazioni e le intuizioni che questa fiera ha portato con sé, per esplorare nuove strade nell’attesa di scoprire quello che la prossima edizione ci riserverà.

Lightning network, transazioni fuori catena

Lightning Network è un layer 2 costruito sulla blockchain di Bitcoin.

Ho precedentemente spiegato, partendo dal basso andando verso l’alto, come funziona e com’è composta una blockchain (“Blockchain, il registro distribuito in catene di blocchi“) e molti dei suoi livelli, partendo dagli “Algoritmi di consenso“, finendo per spiegare l’eventuale evoluzione su piattaforme complementari che lavorano su altri livelli, disambiguando dall’architettura di una rete in “Layer 0, layer 1 e layer 2. Quali le differenze?” . L’argomento viene affrontato meglio in quest’ultimo, nel podcast in testa all’articolo.
In questi articoli ho anche introdotto il problema relativo al trilemma, che mette al centro delle problematiche di sviluppo di una rete blockchain tre fattori cardine: sicurezza, scalabilità e decentralizzazione.
Lightning Network si colloca in un preciso posto a risolvere uno specifico problema.

Peccato originale

Il peccato originale della blockchain di Bitcoin, che è un po’ l’ambiente “genitore” rispetto a tutte le tecnologie che sono venute a seguire, non è di certo la decentralizzazione o la sicurezza.

No, questa volta non stiamo parlando di mercato ed investimenti, ma di scalabilità tecnica. Il vero peccato originale di Bitcoin è la mancanza di scalabilità che non permette il suo utilizzo in maniera agevole per lo scambio di valore, questo è un enorme ostacolo verso l’adozione.

Sotto questi due punti di vista Bitcoin è, nonostante la sua “veneranda” età, uno dei migliori in assoluto. Può vantare una delle reti blockchain più decentralizzate al mondo e anche, grazie al suo algoritmo di consenso unito ad un alto hashrate dato dai nodi distribuiti (miners), altissimi livelli di sicurezza.
Fin dal primo blocco nel 2009, Bitcoin ha continuamente dimostrato di avere le caratteristiche di resilienza e durabilità. Ha un tempo di uptime del 99,98%, con zero interruzioni in quasi un decennio. Questo particolare, lo pone al di sopra dei giganti della tecnologia come Amazon, Google e Facebook, trattandosi per di più di un’affidabilità che, per la prima volta nella storia, non proviene da un’autorità centrale.
Il suo peccato originale è la scalabilità. In effetti nonostante la sicurezza, la stabilità e la decentralizzazione, la velocità delle transazioni è inchiodata da diverso tempo sulle 7 transazioni per secondo.
Nel corso del’ultimo decennio sono stati pensati diversi metodi per aumentarne la scalabilità, dagli hard fork, ai layer 2.
Lightning Network è la risposta a questa esigenza, un livello superiore in grado di tenere una parte delle transazioni off-chain.

Transazioni off-chain

Nel 2016, Dryja e Poon hanno fondato Lightning Labs, una società dedicata allo sviluppo di Lightning Network, un’infrastruttura di livello 2 che persegue l’obiettivo di rendere Bitcoin transitabile velocemente e con bassi costi di commissione al fine di accelerarne l’adozione.

Lightning Network non è una modifica all’originale blockchain di Bitcoin, ma semplicemente un livello aggiuntivo, una chain che crea un secondo strato, che non avrebbe motivo ne modo di esistere senza quella principale.
Le transazioni rimangono comunque tra due soggetti senza intermediario e vengono compilate in questa chain aggiuntiva, che nonostante non crei il sovraccarico della scrittura immediata sul layer 1, beneficia ugualmente della sua decentralizzazione sfruttandone l’enorme sicurezza.
Cerchiamo di approfondirne il funzionamento.
Se Marco e Luca devono effettuare uno scambio di valore tra di loro, apriranno un canale diretto su Lightning Network. Questo canale non scrive transazioni sul network principale di Bitcoin, ma sul secondo livello.
Marco invierà a Luca 0.01 BTC per 5 volte per un totale di 0.05 BTC, mentre Luca invierà a Marco 0.08 BTC.
A questo punto Luca e Marco decideranno di chiudere questo canale LN (Lightining Network) che non scriverà tutte le transazioni sulla blockchain principale, ma solo il passaggio finale di 0.03 BTC di Luca verso Marco. In questo modo tutte le transazioni effettuate nel mezzo non ricadranno sulla capacità della rete principale, andando a snellire il traffico.
Ma ovviamente non è tutto oro quello che luccica, questa architettura può avere dei risvolti negativi?

Svantaggi, rischi e criticità

Partiamo dal principale svantaggio dell’utilizzo della rete Lightning. Per utilizzare il layer 2 è necessario essere collegati ad un canale di pagamenti Lightning, questo preclude il suo utilizzo a tutti coloro che hanno come portafoglio un servizio che non integra questo layer 2. Quindi dato che LN non è integrato nel network principale, non rende possibile effettuare transazioni da un qualsiasi wallet verso il destinatario che desideriamo sul layer 2.
Trattandosi di un’infrastruttura aggiuntiva rispetto alla blockchain originale, questo primo svantaggio era qualcosa di immaginabile. Gli altri svantaggi derivano invece dal suo essere in stato di sviluppo. Gli stessi creatori e sviluppatori di LN si raccomandano di utilizzare il servizio solo per i micro-pagamenti piuttosto che per ingenti somme di denaro, che possono essere spostate con maggior sicurezza sulla rete originale.
Questa raccomandazione viene fatta a causa della gestione della liquidità di ogni canale di pagamento stabilito. La liquidità totale di ogni singolo account, è imposta dalla quantità di BTC che tu stesso inserisci nel tuo portafoglio Lightning.
Facciamo un esempio più chiaro. Marco apre un wallet sulla rete Lightning, non potrà ricevere nulla a causa del fatto che non ha inviato nulla, questo significa che se depositasse 0.1 BTC e ne utilizzasse 0.05 BTC, potrebbe ricevere pagamenti solo per l’equivalente della liquidità precedentemente uscita dal portafoglio, ovvero 0.05 BTC. Si tratta di un limite imposto a causa del non largo utilizzo e della fase di testing del layer 2.

Essendo ai massimi storici la liquidità su LN, si tratta di un problema che chiaramente andrà a risolversi col crescere della fiducia e con un maggiore sviluppo a fronte dei problemi che si verranno a creare quando un maggior numero di utenti e di liquidità entrerà in circolo.
L’altra funzione di LN che desta qualche perplessità è il routing dei pagamenti. Come abbiamo già detto, consiste in una rete di canali di pagamento. Ogni canale di pagamento esiste tra due utenti LN. Anche se due utenti non dispongono direttamente di un canale di pagamento tra di loro, possono inviarsi fondi a vicenda tramite uno o più utenti facenti parte della rete, che in tal caso inoltrano il pagamento dal pagatore al beneficiario. Questa dinamica crea non poche perplessità per problemi legati alla privacy.

La sfida riguarda il fatto che deve essere trovato un percorso di pagamento attraverso la rete e gli utenti, che consenta ai fondi di passare dal pagatore al beneficiario, e naturalmente sarebbe opportuno il percorso più economico, veloce e affidabile. Questo meccanismo va ad intersecarsi con il precedente problema della liquidità, innescando quindi fallimenti di transazione a causa della mancanza di quest’ultima sui nodi, che vengono sfruttati dal routing per raggiungere utenti che hanno già canali con altri utenti con cui siamo già connessi.

Nel networking formato dai vari devices informatici inseriti in una data rete, è possibile raggiungerne uno nello specifico grazie alle rotte indicate all’interno del router che può far comunicare una o più reti. Questo è quello che accadrebbe più o meno con LN tra gli utenti che sono collegati attraverso un canale, che a loro volta sono collegati ad altri. Questa interconnessione rende possibile raggiungere diversi utenti anche sena avere un canale diverso. Questa dinamica pone alcuni interrogativi sul rispetto della privacy.

I nodi LN attualmente costituiscono una mappa della rete, le informazioni riguardanti tutti i canali di pagamento sono incluse in quella mappa. Man mano che la rete crescerà saranno anche da valutare i criteri secondo i quali i nodi sceglieranno l’instradamento per far giungere i fondi al beneficiario.

Questi sono gli svantaggi funzionali di una tecnologia in fase di sviluppo che comunque possono essere migliorati nel tempo attraverso la ricerca e l’aggiornamento.
Criticità e rischi, sono invece qualcosa di più importante di cui discutere.
Uno dei primi punti su cui sono dubbiosi i detrattori di questo protocollo è la centralizzazione. Parlare di Bitcoin significa parlare di decentralizzazione, è la nemesi dell’accentramento del potere, per cui nei dibattiti di scalabilità relativa alla sua blockchain, sia che si parli di LN e layer 2, o che si parli di SegWit e di aumento della dimensione del blocco, i più integralisti hanno paura che si scivoli in una maggiore centralizzazione.

Per quanto riguarda invece la sicurezza, si mette in dubbio l’efficienza del metodo dei canali che trattano le transazioni off-chain, per andare a scriverli nella blockchain originale solo una volta chiuso il canale. Ci sono delle opinioni estremamente contrastanti in merito, ci sono diversi punti del protocollo che sono ancora da analizzare e che lo rendono inadatto o incompleto allo scopo fondamentale.
Per fare alcuni esempi, la mancanza di un registro distribuito persistente o di registrazioni, creerebbe un problema contabile per aziende o pagatori non occasionali.
Le operazioni off-chain sono ritenute trustless e in questo modo il concetto potrebbe sembrare contraddittorio.
Per mantenere la velocità della rete i tempi di timeout potrebbero essere mediamente elevati, questo potrebbe essere un buon spazio di manovra per una vulnerabilità da sfruttare per un utente malintenzionato.

Quando si parla di rete decentralizzata, sicura e trustless (senza fiducia), si intende che non è necessaria la fiducia nei confronti di un ente centrale, in quanto sarà la rete distribuita a validare le transazioni e quindi ad evitare le frodi. Come può essere trustless un’infrastruttura che svolge una transazione su canali privati? Non esiste un registro distribuito persisente, ma off-chain si intende rispetto alla chain di Bitcoin ma comunque on-chain sul layer 2? Rimarrà tutto registrato?

I miners della blockchain potrebbero causare la chiusura dei canali anticipando le scritture del layer 2 per ottenerne un vantaggio.

Queste sono solo alcune delle varie problematiche e perplessità che potrebbero esserci. Lo scopo di questo articolo è solo divulgativo, di approfondimento e di confronto con chi vorrà commentarlo, non sussiste un tentativo di dimostrare che il protocollo non funzioni correttamente.
Trattandosi di un ambiente in continuo sviluppo, alcune di queste perplessità potrebbero essere state risolte nel momento stesso in cui vengono scritte.

Considerazioni e obiettivi della tecnologia

Si è sempre discusso sullo scopo di Bitcoin, finendo per darsi diverse spiegazioni con una narrativa sempre nuova, basata su idee provenienti da filantropi, situazioni del momento, limiti della tecnologia, limiti legislativi e tanto altro.
In realtà Bitcoin nasce come una proposta di valuta, come ogni cosa che si diffonde a partire dal basso, viene adottata e regolamentata in base alla sua diffusione ed accettazione. Il suo peccato originale ne impedisce l’adozione vera, non è pensabile entrare in un negozio e pagare un caffè ad 1 euro pagandone 15 di commissione con un’attesa di 8 ore per verificarne l’avvenuta ricezione.
Per questo motivo chi spera per il futuro e crede nella democraticità di questa tecnologia, lo ha acquistato e lo detiene. Questi due fattori insieme lo hanno reso al momento qualcosa di diverso, una “riserva di valore”, come tanti lo definiscono. Definizione certamente dettata dal limite di spostamento con praticità e da una legiferazione resistente alla tecnologia per via del suo paradigma (quello della decentralizzazione) totalmente diverso da quelli conosciuti finora.
Lightning Network spinge sicuramente sull’adozione globale di Bitcoin come valuta anche in situazioni quotidiane, ed è al momento l’unica via percorribile e sufficientemente sviluppata per fare in modo che ciò avvenga.
Ciò che spero personalmente è che si crei una maggiore diffusione circa quella che è l’idea originaria e la visione del creatore di questo modello, un ecosistema democratico e non manipolabile, facilmente raggiungibile da tutti, soprattutto per la distribuzione della tecnologia come la conosciamo oggi.
Ancora oggi si diffida di queste tecnologie perché si è creata la falsa pubblica opinione tra i meno informati, che Bitcoin sia sinonimo di scommessa, un modo per fare soldi facilmente o peggio ancora un modo per frodare o delinquere godendo di una copertura.
L’argomento nasconde altri mille punti di vista e sfaccettature che non sarò probabilmente riuscito a cogliere o ad approfondire, trattandosi di un argomento estremamente complicato.
Come sempre, siamo qui a descrivere una tecnologia e una data situazione, a divulgarla e a renderla maggiormente conosciuta con le sue oggettività, i suoi pro e i suoi contro.
Sarà il futuro a svelarci i risvolti di questa storia.

Abilismo, tra pregiudizi e discriminazione

L'abilismo è la discriminazione verso persone portatrici di disabilità

Relativamente a diversi ambiti, dalle religioni, all’orientamento sessuale o all’etnia, oggigiorno vengono spesso affrontati discorsi relativi all’inclusione. Quando trattiamo l’inclusione sociale, si fa riferimento a quelle differenze a causa delle quali un individuo o gruppi di individui vengono esclusi dalla società. I motivi dell’esclusione possono essere molteplici. Nei casi più comuni la discriminazione avviene per il semplice fatto che i soggetti che la subiscono, non rispettano le caratteristiche della maggioranza degli individui che compongono una determinata società, questa maggioranza è fedele a determinate peculiarità che definiscono uno standard che esclude automaticamente chi non le rappresenta. Può trattarsi di un atteggiamento volontario e consapevole ma anche di una condotta inconscia.

L’abilismo è la definizione della discriminazione subita da persone portatrici di disabilità. L’abilismo è una discriminazione come lo è il razzismo, il sessismo o l’intolleranza religiosa.

L’abilismo è tra le discriminazioni di cui si discute meno, di cui la gente comune è meno a conoscenza e spesso, condizione che vale per tantissimi, si è abilisti senza rendersi conto di esserlo.

Abilismo e cultura popolare

Il termine abilismo è nato tra gli anni sessanta e i settanta, nonostante abbia una storia di oltre cinquant’anni, resta ancora l’argomento di inclusione meno affrontato rispetto a tutti gli altri. Questo termine fa riferimento a tutto ciò che crea discriminazione nei confronti di persone portatrici di disabilità, dove tutto è ideato per essere usufruito solo da individui che rispecchiano lo standard di “normalità”, generando quindi una discriminazione. Ancora oggi nella nostra cultura sono radicati dei comportamenti che riteniamo ordinari ma che nascondono un abilismo intrinseco e profondo, riscontrabili in atteggiamenti o modi di dire che riflettono una mancanza di valutazione della realtà intorno a noi. Si tratta di un meccanismo che genera una sorta di discriminazione sistemica, spesso anche involontaria, che va a creare un sentimento di frustrazione ed autocompassione in chi lo subisce, giustificando la non possibilità di poter fare qualcosa che invece potrebbe essere un diritto sacrosanto, finendo per far accettare la discriminazione come regolare. È possibile identificare alcuni comportamenti diffusi tra il volontario e l’involontario che sono strettamente legati all’abilismo culturale:

 

    • Parcheggi per disabili o rampe d’accesso occupati abusivamente. “Cinque minuti devo solo ritirare i soldi dallo sportello…” o altre mille scuse come questa le abbiamo sentite mille volte da parte di chi ha abusivamente impegnato un posto per disabili. È un atteggiamento discriminatorio perché una persona con disabilità non potrebbe fare il giro dell’isolato per cercare un altro posto, incorrerebbe nell’impossibilità di perseguire il suo obiettivo.

 

    • Usare le disabilità come offese. Potreste pensare che il vostro conoscente che non è propriamente un atleta o il primo della classe non abbia nulla a che vedere con certe situazioni, ma la realtà è che non sai mai con chi stai parlando, un “104”, “storpio” o “ritardato” in più, potrebbero fare molto male alla persona che hai di fronte.

 

    • Supereroismo e pietismo. Acclamare una persona con disabilità che tenta di vivere la sua vita nell’ordinario che appartiene a tutti gli esseri umani, come se fosse una sorta di “persona speciale” o “mamma coraggio” non è una buona idea. Data la condizione di svantaggio naturale ma soprattutto culturale, in molti sono impegnati in battaglie per i propri diritti, è facile imbattersi in una bacheca social tappezzata di complimenti eccessivi e incoraggiamenti palesemente banali.

 

Fa parte dello spettro dei comportamenti abilisti giudicare la persona per la sua disabilità piuttosto che per le sue caratteristiche di persona. È piuttosto frequente la scelta di un normodotato a confronto di un disabile in quanto le performance vengono reputate inferiori a prescindere.
    • Giudicare la persona in base alla sua disabilità e non in base alle sue caratteristiche di persona. Purtroppo ancora oggi si crede che le persone che appartengono alle categorie protette non siano in grado di svolgere un lavoro in maniera corretta come un individuo normodotato. Convinzione che si affianca a quella in cui questi posti di lavoro vengano coperti solo per un obbligo statale più che per la possibilità che anche un soggetto che vi appartenga, sia effettivamente abile tanto e non quanto un soggetto ordinario.

 

    • Usare parole e definizioni desuete e abiliste. Questo punto fa parte di un fattore perlopiù culturale, una discriminazione sottile che viene dall’abitudine e dal passato che hanno coniato alcuni termini che si sono stabiliti con radici profonde nel nostro vocabolario, dando una definizione errata e fuorviante a se stessi e agli altri dei portatori di disabilità. Per fare alcuni esempi “sordomuto”, “handicappato”, “invalido” o disabile usato come sostantivo fanno parte di questa grande famiglia di termini.

 

  Questa è una macro-lista delle categorie più diffuse, prendendo in esame quelli che sono i comportamenti delle persone comuni in presenza riconosciuta o meno di portatori di disabilità. Vi sono molti altri fenomeni che sono discriminazione di tipo abilista come il perpetuare, anche laddove non profondamente necessario, la presenza di barriere architettoniche sia che si tratti dell’Amministrazione Pubblica ad attuarla che un privato cittadino. Perchè purtroppo, se non ne sei al corrente, anche l’Amministrazione Pubblica nei progetti di opere pubbliche in cui non è necessaria la presenza di barriere architettoniche o sensoriali, applica del puro abilismo per negligenza e mancanza di buon senso e buona fede.

La mia libertà finisce dove comincia la vostra. Martin Luther King Jr., attivista, politico e pastore protestante statunitense

Il fatto

Cerchiamo di ragionare e spiegare al meglio i precedenti punti meno lampanti sotto il profilo pratico. Il pietismo mascherato da superorismo, è insito in quei racconti dal sapore agrodolce dal retrogusto molto amaro, che invece di rendere il portatore di disabilità una persona comune che fa il suo, lo martirizza come un poveretto sotto la media che talvolta, attraverso lacrime e sangue, riesce anche lui a intravedere un barlume di risultato apparentemente significativo, se non fosse che quella gioia è offuscata dalla sua condizione permanente che merita complimenti a prescindere per aver tentato di far qualcosa della sua vita. Questo è ciò che l’attivista Stella Young ha battezzato “Inspiration porn“.

Arianna è una ragazza laureata in economia e commercio, portatrice di disabilità. Ogni mattina va a lavorare e torna a casa nel pomeriggio dopo aver fatto la spesa, cucina, legge un buon libro e va a dormire. No, non sta cercando di ispirarti e non ha alcun tipo di super potere.

Questo tipo di narrativa non apporta sicuramente dignità di parità alla categoria, è come il tentativo di una donna in tacco 14, calze a rete e vestitino corto, di sgraffignare al suo accompagnatore in Porsche una cena al ristorante stellato, per poi parlare di parità di genere. Ed è sempre per questa cultura che un datore di lavoro non assumerebbe un individuo con disabilità senza che ne abbia uno sgravo e un obbligo statale, perché a prescindere la performance viene reputata inferiore, anche dove questo problema non sussiste. La mia esperienza personale in diversi ambienti lavorativi, mi ha dimostrato che la percezione del lavoratore appartenente alle categorie protette è di incapacità, sfiducia o di essere li a riempire un buco obbligato dallo stato, talmente generalizzata da non appartenere solo ai datori di lavoro ma anche ai colleghi che in alcuni casi, possono addirittura arrivare ad ipotizzare un’appartenenza alle categorie protette per i colleghi che hanno performances inferiori, quel tipo di colleghi che, come spiegato nella lista precedente, non si risparmierebbero appellativi come “decerebrato”, “menomato” o “handicappato” per indicare qualcuno che non rispecchia lo standard ordinario, senza sapere che in realtà il destinatario dei loro commenti potrebbe essere il loro diretto interlocutore. Non è poco comune fare questo tipo di gaffe, ed accade proprio per la non comprensione di queste dinamiche. Chi mette in pratica questo tipo di abilismo, probabilmente non sarebbe in grado di distinguere un portatore di disabilità se non in presenza di una disabilità evidente.

Non sapevo di essere abilista

Una gran parte di questi atteggiamenti del mondo abilista appartengono, come abbiamo precedentemente accennato, a questioni culturali estremamente radicate, rendendo di fatto l’abilismo una discriminazione involontaria legata a doppio filo con l’ignoranza. Nei giorni scorsi è stata trasmessa la 73esima edizione del Festival di Sanremo e durante il corso della terza serata, è stato riservato uno spazio al cast di una nuova serie molto seguita, “O Mar’ For” (Mare fuori). Durante la presentazione e l’intervista al cast, Amadeus ha annunciato Carolina Crescentini che ha raccontato: «Sono orgogliosa di interpretare Paola Vinci, una donna disabile», ma cosa centra questo con l’abilismo?

Potrebbe sembrare una polemica sterile, fine a se stessa. Non si tratta del caso isolato, un normodotato può interpretare un disabile, come può essere capitato in altri capolavori in cui una persona di bassa statura e apparentemente molto giovane abbia interpretato un bambino. Tuttavia nel caso dell’interpretazione di personaggi con disabilità non si tratta di un’eccezione ma della regola.

Nello specifico, non è questa vicenda isolata a dar vita a una discriminazione, ma una determinata cultura che traspare da fatti come questo, in cui anche in ambienti che non partono dal basso come lo spettacolo, generano meccanismi naturali in cui l’interpretazione di un personaggio disabile non richiede la necessità di un casting di una persona disabile, un po’ come se per interpretare un personaggio che sia da copione afroamericano, venisse scelto un caucasico tinto di nero. Situazioni Kafkiane, diventano regolari e accettate anche da chi le subisce perché diventa impossibile per una minoranza debole, far acquisire un punto di vista che non si è nemmeno valutato. L’assurdità di una cultura abilista così radicata, si esacerba in situazioni in cui persone estranee non parlano con il loro diretto interlocutore in sedia a rotelle ma solo con il suo accompagnatore, e tra l’altro come se il diretto interessato non fosse presente. Non c’è in maniera chiara la voglia di offendere o di ghettizzare nessuno, si tratta solamente di un costrutto culturale, involontario e discriminatorio. Organizzando una festa a casa con i compagni di scuola di tuo figlio, potresti avere l’idea che chiedere di togliere le scarpe in casa per evitare che i bambini si struscino per terra laddove sono già passati con le scarpe sia una buona idea, ma purtroppo potrebbe essere abilismo nei confronti di quel bambino che utilizza dei plantari o delle scarpe per restare in equilibrio, e magari senza la sua mamma può avere vergogna o incapacità di comunicare il suo disagio. Tutto questo può essere cambiato, con l’informazione, la comunicazione e l’educazione, per rendere le persone di domani maggiormente capaci di rispettare la propria libertà e quella degli altri.

Mai per gabbo

In alcune zone della mia città di origine, la bellissima città di Lecce, davanti a situazioni in cui si crea una condizione di derisione verso qualcuno che viene discriminato o canzonato per quello che fa o per quello che è, veracemente qualcuno potrebbe esclamare “Mai pe iabbu!“, ovvero “Mai per gabbo“. Il gabbo è l’oggetto di derisione, della beffa, della presa in giro in quanto non ordinario, qualcuno di cui beffarsi. Questo modo di dire descrive un fenomeno sociale che viene da lontano, sarebbe opportuno non prendersi gioco di qualcuno in una condizione meno fortunata, come recita appunto la continuazione di questo modo di dire “de lu iabbu nun ci mueri, ma nci ccappi“, da parte del gabbo, ovvero la persona che hai deciso di deridere, probabilmente non avrai mai un danno, ma un giorno potresti essere al suo posto. Non avere oggi un problema di tipo fisico o sensoriale, non significa non averlo domani. Non mi fraintendere, non lo sto augurando a nessuno, si tratta solo di oggettività e tutti dovremmo imparare a conoscere la condizione dell’altro e a non discriminarla, perché domani potremmo essere al suo posto.

Pancakes, ricetta originale e varianti

pancakes al pistacchio. I pancake sono un dolce americano, sono dolci frittelle morbide.


I pancakes sono un dolce della tradizione di alcuni luoghi del nord America, spesso utilizzati per la colazione. È un dolce molto amato anche in Europa, ha l’aspetto di una frittella ma più morbida e spessa dai 3 ai 5 centimetri e può essere farcita in diversi modi in base ai propri gusti con creme spalmabili e frutta, burro d’arachidi, uova e pancetta, o con il più tradizionale sciroppo d’acero e in tanti altri modi.
Nonostante si attribuisca l’origine di questa ricetta ad alcuni stati del nord degli USA e del Canada, alcuni storici riportano la presenza di questa ricetta in Grecia circa 2000 anni fa.
Rispetto ai dati storici la ricetta è mutata diverse volte e ciò che contraddistingue quella odierna utilizzata in America sono ingredienti come il lievito o la farcitura con sciroppo d’acero.

Ingredienti

Al giorno d’oggi sono disponibili molte varianti per adattarsi a tutte le esigenze, esistono versioni vegetariane in cui non si usa il burro in quanto di provenienza animale, versioni vegan in cui vengono sostituite le uova e il latte con componenti che possano dare un effetto analogo, o anche versioni proteiche (è possibile trovare preparati in cui è sufficiente aggiungere il latte o l’acqua per impastare).
Questa è la ricetta più comunemente riconosciuta come quella tradizionale con qualche piccola variazione.

  • 250 ml di latte
  • 200 gr di farina 00
  • 35 gr di zucchero
  • 30 gr di burro o di olio di semi
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 2 uova

Procedimento

Il procedimento è davvero molto semplice, la difficoltà di questo dolce è davvero molto bassa e gli ingredienti elencati sono sufficienti per preparare circa 8 pancakes.
Prima di tutto è necessario separare i tuorli dagli albumi e mischiarli al latte e al burro fuso (o olio di semi), amalgamare insieme tutti gli ingredienti liquidi.
La stessa cosa per gli ingredienti secchi, unire farina, zucchero e lievito dopo aver avuto cura di setacciare la farina per evitare la formazione di grumi.

Mischiare gradualmente gli ingredienti secchi a quelli liquidi e si otterrà una pastella.
Montare a neve ferma gli albumi che sono stati precedentemente messi da parte per poi mischiarli alla pastella, avendo cura di incorporarli con un movimento rotatorio dall’alto verso il basso  per far entrare l’aria e non smontare gli albumi.
Il composto che si otterrà dovrà essere morbido e spumoso.

Cuocere su una padella, dopo averla preventivamente imburrata con una noce di burro.