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Ragione e sentimento, una possibile convivenza

Ragione e sentimento, possibile convivenza. È possibile bilanciare emotività e raziocinio?

Tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo commossi guardando la scena di un film o ascoltando una canzone d’amore. Tutti noi quindi, almeno una volta nella vita, ci siamo emozionati.
Ma quanti di voi si sono chiesti cos’è un’emozione?
Emozione deriva dal latino “emovere” che significa riscuotere, spostare fuori, quindi quando ci emozioniamo andiamo al di fuori del nostro abituale comportamento perdendo così il normale equilibrio.
Nella storia della psicologia il primo a parlare di emozioni fu William James nel 1884 il quale sosteneva che le emozioni non erano altro che cambiamenti corporei seguiti dalla percezione e che quest’ultimi determinavano uno stato emotivo1.

Le emozioni sono di natura fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo. Nonostante in passato si pensasse che i cambiamenti corporei generassero emozioni, si è successivamente compreso che il meccanismo è inverso, le emozioni possono generare dei cambiamenti corporei.

Successivamente grazie agli studi dei comportamentisti e del neurofisiologo Paul MacLean (1963) si è capito che non sono i cambiamenti corporei a provocare stati emotivi bensì il contrario. Le emozioni sono funzioni biologiche e svolgono un ruolo fondamentale nella sopravvivenza di un individuo. L’autore sostiene che il cervello si è evoluto gradualmente nel corso dell’evoluzione della specie andando ad aggiungere alla struttura di base, dominata da istinti primari, una struttura superiore, dominata dalle emozioni e, una struttura razionale rappresentata dalla neocorteccia.
Il sistema limbico, che è la parte superiore del cervello rettiliano, ci permette di sentire (emotivamente) questo perché è coinvolto nelle reazioni emotive, nelle risposte comportamentali, nella memoria a breve e lungo termine, nell’apprendimento e nell’olfatto2.
Infatti una delle peculiarità di noi esseri umani è che a prescindere dal luogo di nascita e dal contesto in cui cresciamo, siamo dotati di un linguaggio universale che è appunto quello emotivo. Al momento della nascita i bambini comunicano con i loro adulti di riferimento grazie ad un codice linguistico inequivocabile, emozioni come la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura, il disgusto e la sorpresa hanno le stesse espressioni e lo stesso significato in tutto il mondo. Un recente studio ha dimostrato che i volti che hanno delle espressioni sorridenti o di paura vengono memorizzati meglio rispetto ai volti neutri in quanto innescano in noi delle reazioni/pattern di comportamento che ci permettono di capire cosa sente l’altro8.
Le emozioni rivestono un ruolo fondamentale nei nostri processi giornalieri fornendoci informazioni utili nel momento in cui dobbiamo prendere delle decisioni, fare dei ragionamenti o emettere dei giudizi.
Ma quali sono i principali circuiti su cui si muovono le emozioni? Che spazio occupano del nostro cervello? Le neuroscienze ci dicono che all’interno dei nostri lobi temporali si trova una struttura a forma di mandorla chiamata amigdala che misura poco più di 1,7 cm ed è definita dai neuroscienziati come “centro di controllo” delle nostre emozioni3.
L’amigdala regola molti aspetti del comportamento umano. Essa ha diversi agglomerati chiamati nuclei i quali stabiliscono relazioni con la corteccia cerebrale, il talamo e l’ippocampo, l’ipotalamo e il sistema olfattivo. L’ipotalamo controlla la temperatura corporea, l’ippocampo contribuisce alla memoria a breve e lungo termine, alla memoria spaziale e all’orientamento, il talamo manda segnali nervosi alla corteccia cerebrale regolando funzioni come ciclo sonno-veglia e lo stato di coscienza, la corteccia cerebrale elabora e integra le informazione presente nel sistema nervoso centrale4.

L’intelligenza emotiva passa attrverso la comprensione dei propri stati emotivi. Essere consapevoli del proprio pathos promuove le proprie abilità emotive e sociali, e quindi la crescita personale.

Tutti noi siamo testimoni di questi delicatissimi legami del nostro cervello, quotidianamente facciamo esperienza di emozioni, e possiamo testare con mano che se abbiamo paura sentiamo il nostro cuore battere più forte, se siamo arrabbiati ci sentiamo accaldati, se sentiamo un profumo particolare possono venirci in mente ricordi d’infanzia ed essere nostalgici, se siamo agitati facciamo fatica a rilassarci o a prendere sonno. Questo perché la parte laterale dell’amigdala riceve input dagli organi di senso mentre la parte centrale processa le risposte emotive e le risposte agli stimoli. La parte laterale e la parte centrale comunicano tra di loro grazie alla presenza di connessioni dirette e indirette. L’insieme di queste informazioni è mediato dai neurotrasmettitori che permettono poi al nostro corpo di produrre risposte adatte5. Possiamo quindi affermare che le emozioni sono pattern organizzati di risposte fisiologiche che coinvolgono l’espressività facciale, l’elaborazione cognitiva e il vissuto soggettivo.
Come abbiamo affermato in precedenza le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella sopravvivenza dell’uomo e il loro processo di avvio seppur automatico è molto complesso. Imparare a capire le nostre emozioni è un primo passo di un lavoro più difficile che si può raggiungere attraverso una corretta alfabetizzazione emotiva.
Considerando l’intelligenza come una serie di abilità possiamo affermare che le competenze emotive e sociali definiscono ciò che è conosciuto con il nome di intelligenza emotiva.
Queste competenze sono state il focus di un articolo pubblicato nel 1990 da Salovey e Mayer intitolato “Emotional Intelligence” in cui affermarono che l’intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, di accedere ai sentimenti e/o crearli quando facilitano i pensieri; l’abilità di capire, regolare le emozioni per promuovere la crescita emotiva e intellettuale6.
Qualche anno dopo Daniel Goleman (1995) definisce l’intelligenza emotiva come la capacità di percepire, riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni per meglio gestire quelle altrui. Gli elementi caratterizzanti per l’autore sono: l’auto-consapevolezza; l’auto-motivazione; l’empatia; la capacità di relazionarsi con gli altri.
Questo ci porta a sottolineare ancora una volta come le emozioni sono una parte fondamentale della nostra vita. E, se è vero che il nostro è un cervello sociale e che per sopravvivere ha bisogno di relazioni è anche vero che per stabilire delle corrette relazioni bisogna avere una buona dose di intelligenza emotiva tale da regolare i nostri processi emotivi e consentirci di rispondere in maniera corretta ai comportamenti che abbiamo di fronte. La comunicazione emotiva ci permette di comprendere gli stati mentale del nostro interlocutore e di conseguenza di organizzare risposte adeguate7.

Comprendono l’empatia un vasto repertorio di situazioni emotive, sociali o cognitive, che hanno come principale argomento la comprensione delle emozioni altrui.
I recenti studi neuroscientifici hanno reso ancor più chiara l’esistenza di una fisiologia evolutiva alla base dell’empatia.

Il sentire cosa prova l’altro fa parte di quel processo conosciuto con il nome di empatia, einfühlung direbbero i tedeschi, definendola come capacità di decodificare gli stati emotivi degli altri, sentire come sente l’altro, assumere il suo ruolo e la sua prospettiva coinvolgendo le abilità cognitive e, contemporaneamente la capacità di rispondere amichevolmente alle emozioni provate chiamando in gioco la sfera affettiva9. L’empatia è uno dei temi chiave nello scenario educativo degli ultimi tempi. A questo proposito la scoperta effettuata da un gruppo di ricercatori italiani dei cosiddetti “neuroni specchio” la dice lunga sulla nostra capacità naturale di metterci in relazione con gli altri. Lo studio ha dimostrato che quando osserviamo un nostro simile compiere uno specifico compito, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni che sono attivi da chi compie l’azione perché essi sono in grado di simularla. Questo ci dimostra che i “mirror neurons” sono funzionali anche nel riconoscimento delle emozioni e delle intenzioni dell’altro e quindi, nei processi di empatia.
Goleman, nel suo scritto, sostiene che la maggior parte degli adolescenti vivono in una condizione di “alessitemia”, cioè di incapacità nel riconoscere e saper esprimere i propri stati emotivi in maniera consapevole10. Spesso la realtà viene travisata e gesti innocui vengono percepiti come minacciosi, reagendo in maniera impulsiva (parte rettiliana del cervello) perché non capaci di esprimere il loro dissenso in maniera verbale. Goleman si riferisce agli adolescenti, ma possiamo estendere il concetto all’uomo nella sua interezza.
Dal punto di vista pedagogico l’alfabetizzazione emotiva ci permette non solo di ri-conoscere i segnali che provengono dall’esterno, facendo esercizio di empatia cioè mettendoci nei panni dell’altro, ma anche di affinare la consapevolezza delle nostre emozioni e le relative conseguenze che possono avere.
L’alfabetizzazione emotiva dovrebbe essere un’alfabetizzazione primaria al pari delle altre conoscenze visto che, le scoperte neuroscientifiche mettono in evidenza il legame tra emozioni, capacità sociali e processi di apprendimento. Abbiamo visto poc’anzi che l’amigdala ha “relazioni” con l’ippocampo, quindi quale miglior modo di educare se non quello di guardare sia alla ragione che al sentimento?

Bibliografia

  1. James, W. (1884). What is an Emotion? Mind, 9(34), 188–205. Versione Italiana
  2. Cfr. M. Fabbri, (2008), Problemi d’empatia: la pedagogia delle emozioni di fronte al mutamento degli stili educativi, Edizioni Ets, Pisa.
  3. Tiffany Watt Smith, (2020), Atlante delle emozioni umane, Utet, Milano, p. 17.
  4. Dott. Emilio Alessio Loiacono (2017), Amigdala: connessioni, anatomia e funzioni in sintesi, Medicinaonline.co
  5. Brain Health, Emozioni e motivazioni, AngeliniPharma
  6. Tripathy, Dr. (2018). EMOTIONAL INTELLIGENCE: AN OVERVIEW., Researchgate
  7. Alessandro Attanà, Stefania Righi, Tessa Marzi (2021), Capire le emozioni per vivere meglio, Psicologiamoderna
  8. Righi e alt. 2012
  9. Ivana Barberini (2020), Empatia: cos’è, storia, tipi, perché si prova, misurazione, carenza, aforismi, Melarossa
  10. Chiara Auletta, Cos’è l’intelligenza emotiva?, InfoDSA

Self-Sovereign Identity, identità digitale del futuro

Self-Sovereign Identity identità digitale del futuro blockchain

Sicuramente, anche tu, ti sarai scontrato con l’utilizzo di applicazioni che richiedono l’identificazione digitale, servizi tipo la sezione MyInps per verificare delle questioni fiscali, il fascicolo sanitario elettronico oppure l’App IO per ottenere Green Pass (negli scorsi anni) o avere informazioni sulla scadenza del bollo auto, ed altre funzioni ed informazioni strettamente legate alla tua identità. Proprio per rendere fruibili quelle informazioni strettamente personali e legate all’identificazione, sono stati creati quei metodi di riconoscimento digitali certificati come il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), la Carta d’identità Elettronica (CIE), o la Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

Cos’è l’identità digitale?

In un mondo in cui ogni cosa inizia ad avere il suo corrispettivo digitale, è necessario che ogni cosa abbia la sua identità. Precedentemente, nell’articolo “Blockchain, il registro distribuito in catene di blocchi“, ho spiegato cos’è una blockchain. Per chi non lo avesse letto, questo registro distribuito può essere un nuovo modo di intendere la rete internet, un modo per poter identificare qualsiasi cosa in modo univoco, oggetti multimediali ma anche persone.
Nell’articolo “NFT, Non-Fungible Token“, ho spiegato come sia possibile dare un’identità univoca ad un audio, una foto, un documento, ad un video o a qualsiasi altro file multimediale.

Dare un’identità univoca ad ogni oggetto della rete, rende possibile dare una tangibilità all’operato in rete. La blockchain potrebbe permettere di dare un’identità a persone e oggetti multimediali, migliorando comunque la privacy degli individui.

Ma potendo dare un’identità ad un oggetto multimediale di qualsiasi tipo, sarà necessario identificare anche le persone. Ad oggi abbiamo sempre più motivi per connettere la nostra identità alla rete, a causa delle centinaia di servizi in continua crescita che vengono implementati ogni giorno, che cercano di automatizzare i diritti e i doveri dell’individuo, come ad esempio pagare le tasse, ottenere l’ultimo Modello Unico compilato o ricevere lo stipendio.
Gli attuali modelli di identificazione dell’individuo sono molto macchinosi e poco efficaci. Basti pensare allo SPID, che deve essere rilasciato da un’ente una volta avvenuta l’identificazione da un addetto del fornitore, e dopo un certo periodo di tempo in cui si è loggati nel servizio, si viene sbattuti fuori per una ri-autenticazione cadenzata o per un cambio di password.
Meccanismi  non semplici già per chi è pratico dell’uso della tecnologia, improponibile per chi invece non è avvezzo.
La carta d’identità elettronica (CIE) è scarsamente utilizzata perché richiede un lettore NFC locale che ancora oggi nella fascia bassa degli smartphone non è incluso. Anche se il lettore fosse facilmente reperibile e utilizzabile, una gran parte dei possessori di carta d’identità elettronica avrebbe sicuramente già perso il PIN fornito con la carta perché ai tempi dell’emissione, chi se lo sarebbe mai immaginato a cosa potesse servire?

Dal Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) al Self-Sovereign Identity (SSI)

Lo SPID è un metodo di identificazione centralizzato, emesso da un ente che certifica la tua identità, così come lo è il modello della rete internet attuale.
La Self-Sovereign Identity (SSI) è un tipo di identificazione decentralizzata, basata sulla tecnologia blockchain. Così come per altri argomenti che abbiamo già analizzato, come la finanza decentralizzata (“Finanza decentralizzata, fenomeno in via di sviluppo“), questo modello di decentralizzazione pone le basi per restituire all’individuo la padronanza della condivisione dei propri dati personali.

Nonostante non ci piaccia l’idea dell’hacker che buca database col cappuccio della felpa in testa, ci dobbiamo adattare! La SSI ti permetterebbe di non trasmettere i tuoi dati, ma di renderli solo disponibili o revocarli a tua discrezione, evitando di autorizzare il trattamento di informazioni su cui non avresti più alcun controllo. Non è insolito che i database dei fornitori di servizi vengano rubati, con ogni tipo di informazione dei clienti.

Immagina di dover acquistare un biglietto del treno con una tariffa senior, si renderebbe necessario dover effettuare un’iscrizione presso il fornitore del servizio, comunicare i tuoi documenti per dimostrare di avere l’età giusta per ottenere lo sconto, e dover quindi diffondere i tuoi dati e autorizzare il trattamento degli stessi. Non avrai più il controllo dei tuoi dati trasmessi all’azienda del servizio, seppur che si autorizza al trattamento dei propri dati sensibili solo ed esclusivamente per l’uso necessario, ciò che può accadere non è di certo controllabile da entrambe le parti.
Non è raro che i database di questi fornitori che accumulano dati dei loro clienti, vengano bucati e sottratti da malintenzionati che rivendono pacchetti di generalità con nomi utenti e password di ignari fruitori di servizi. Ed è molto spesso da qui che qualcuno guadagna l’accesso ad un tuo profilo privato su qualche altro sito centralizzato su cui sei iscritto, quante volte hai usato la stessa password per diversi servizi?
La Self-Sovereign Identity prevede invece la possibilità di ottenere un’identità digitale legata alla propria persona, senza la necessità di fornire ad un Identity Provider tutti i tuoi dati sensibili e senza la necessità di autorizzarne il trattamento. La SSI nasce quindi come soluzione agli attuali problemi relativi ai metodi di identificazione digitale e raccolta di dati sensibili. Questo meccanismo permette quindi di non incaricare organismi terzi alla custodia delle proprie informazioni personali, dando la possibilità all’utente di generare in modo automatico un identificativo che può dimostrare di possedere attraverso dei meccanismi crittografici.
Questo modello si basa su 10 caratteristiche che lo definiscono:

  1. Esistenza – Attualmente l’identità della persona, a livello burocratico, viene definita da una legittimazione dello stato attraverso il rilascio di documenti, codici, credenziali e quant’altro. Il principio dell’esistenza dell’identità digitale, prevede il diritto di esistere dell’identità senza la benedizione di terze parti.
  2. Controllo – Se avessi bisogno di un finanziamento dovrei fornire i miei documenti ad ente esterno e una volta forniti, non avrei più alcun controllo su quei dati condivisi. La SSI prevede invece il pieno controllo su quando, come e perché condividere i propri documenti. Gli enti incaricati dell’emissione di un documento saranno sempre gli stessi, ma sarai tu a decidere in che modalità perpetuare la condivisione di queste informazioni.
  3. Accesso –  L’utente deve avere la libertà e le modalità per accedere in qualsiasi momento ai suoi dati, ed essere sempre informato circa eventuali cambiamenti, evitando l’accesso attraverso strutture create appositamente, in modo centralizzato, da enti terzi.
  4. Trasparenza – Il sistema che permetterebbe l’uso della SSI dev’essere Open Source e gratuito oltre che indipendente. L’accesso a questi sistemi dovrà avere una caratteristica di comprensibilità da parte di chiunque. Un sistema equilibrato, semplice e indipendente permetterebbe una maggiore protezione dell’identità dell’individuo.
  5. Persistenza – Un’identità digitale dovrebbe durare nel lungo periodo, o comunque fin quando l’utente che la possiede desidera che esista. I dati personali non sarebbero immutabili, ma l’identità digitale (parlando in formula di chiavi crittografiche) rimarrebbe immutabile, anche nella creazione di più profili in diversi servizi.
  6. Portabilità – I dati dell’utente possono essere trasportabili, come nel caso in cui ci iscrivessimo al sito dell’INPS o ad un social network, le tue generalità sarebbero condivise dal profilo dell’identità digitale, non detenute da un’ente terzo che avrà la necessità di trattare i tuoi dati, sarai libero di trasportarli e revocarli.
  7. Interoperabilità – Qualsiasi ente o azienda abbia la necessità di richiedere dei dati personali, non sarà autorizzato a farlo attraverso la raccolta, ma solo tramite il sistema SSI indipendente, che permette la condivisione e la revoca verso chiunque ne faccia parte, di qualsiasi settore sia.
  8. Consenso – Se deciderai di condividere i tuoi dati sarà sempre necessaria la tua autorizzazione, se preferisci che le tue informazioni non vengano condivise con nessuno, sarai libero di non rendere visibili queste informazioni.
  9. Minimizzazione – Qualora si renda necessario condividere una determinata caratteristica delle tue generalità, non sarebbe obbligatorio condividere ogni informazione, ma solo quella necessaria all’attività che stai svolgendo. Se dovessi trasmettere la tua data di nascita per un servizio basato sull’età, potresti non fornire la tua residenza o il tuo nome.
  10. Protezione – L’algoritmo indipendente deve essere in grado di autenticare l’identità degli utenti. Il sistema perfetto dovrebbe basarsi su un equilibrio tra supporto, equità verso gli utenti e trasparenza. I tuoi diritti e le libertà hanno la precedenza sulle esigenze della rete a supporto del modello Self-Sovereign Identity.

Vantaggi e decentralizzazione

L’utilizzo di sistemi decentralizzati, apre a situazioni di privacy fino ad oggi inedite.
Le DLT, di cui ho parlato nell’articolo “Blockchain e DLT, differenze e parallelismi“, rendono possibile il superamento dei limiti posti dagli attuali metodi di identificazione digitale, come ad esempio il controllo dei tuoi dati, o la possibilità di non doverti rivolgere ad un fornitore per averne una, evitando anche trafile e procedure, riducendo la possibilità di frodi sulla duplicazione dei supporti di riconoscimento.

Una rete decentralizzata darebbe vita ad un’entità che offre dei servizi non gestiti da un’autorità centrale, ma da un lavoro distribuito di diversi nodi sparsi per il globo, un’entità democratica, imparziale e trasparente.

La decentralizzazione è un concetto ancora poco chiaro ai non addetti ai lavori a causa della sua natura astratta. Un sistema decentralizzato è composto da più nodi che lavorano insieme, che danno vita ad un sistema pubblico non gestito da un’entità centralizzata, dove qualsiasi tipo di autorità centrale viene esclusa.
Questo concetto rende possibile una nuova generazione di servizi automatici che rendono più democratico e paritario l’utilizzo di utilità che oggi identifichiamo in autorità centrali come banche, social network, enti pubblici o altri servizi privati.
Tratterò questo argomento in un articolo a parte, essendo uno dei concetti fondamentali degli ultimi articoli della categoria tecnologia e blockchain, ed è quindi impossibile sviscerarlo in una sola sezione in un’articolo su un altro argomento.

Come già anticipato nell’articolo “CBDC, evoluzione tecnologica o dittatura digitale?“, queste tecnologie hanno enormi potenzialità, ma sottraggono un’enorme potere alle attuali istituzioni che gestiscono la maggior parte dei dati e dei capitali disponibili. Proprio per questo motivo, alcune delle potenzialità di queste innovazioni potrebbero non essere sfruttate appieno o piegate alla volontà di chi non è pronto a rinunciare alla sua fetta di torta.
Solo il futuro ci potrà mostrare quali saranno gli epiloghi.

 

Luoghi di aggregazione ed effetto Lucifero

Nel 1971 il dottor Philip George Zimbardo condusse un esperimento presso l'università di Stanford per esaminare l'influenza del contesto sul comportamento dell'individuo.

Tutti nella vita siamo passati da diversi agglomerati sociali come le varie scuole e università che frequentiamo fin da tenera età, prima di entrare nel mondo del lavoro. Anche in quest’ultimo, nella stragrande maggioranza dei casi, dobbiamo dividere il nostro spazio con qualcuno.
Com’è noto e come sicuramente molti di voi hanno potuto sperimentare sulla proprio pelle, sia come semplice spettatore che come protagonista, può capitare di ritrovarsi in un gruppo sociale poco amichevole, dove ad opera di alcuni componenti, si perpetuano atti di discriminazione, razzismo, mobbing, anche solo per pura goliardia.
Io, nella mia esperienza personale, non accuso estremamente il colpo quando ricopro il ruolo della vittima, al contrario sono sempre stato abbastanza curioso di comprendere questi atteggiamenti. Mi è capitato quindi, anche in più di un’occasione, di conoscere più a fondo il mio aguzzino al fine di comprendere i meccanismi che si nascondevano dietro questi comportamenti, e più spesso di quanto non mi aspettassi, fuori dal gruppo è stato come conoscere una persona completamente diversa.

Una delle tre celle è stata designata come “cella privilegiata”. Ai tre prigionieri meno coinvolti nella ribellione furono concessi privilegi speciali. Hanno riavuto le loro uniformi, hanno riavuto i loro letti e hanno potuto lavarsi e lavarsi i denti. Gli altri no. I prigionieri privilegiati potevano anche mangiare cibo speciale in presenza degli altri prigionieri che avevano temporaneamente perso il privilegio di mangiare. L’effetto è stato quello di rompere la solidarietà tra i prigionieri.

L’esperimento carcerario di Stanford

Nel 1971 il dottor Philip Zimbardo dell’Università di Stanford, condusse un esperimento di psicologia sociale che ad oggi è ritenuto una tematica classica del campo¹. Dopo aver reclutato un gruppo di 24 volontari in maniera totalmente casuale, assegnò un ruolo ad ognuno di loro, dividendoli in 2 gruppi di 12. I prigionieri erano divisi in celle da 3 posti, a 15 dollari al giorno per 2 settimane.
Da una parte i prigionieri e dall’altra le guardie del carcere, ovviamente simulato. Anche lui prese parte all’esperimento autonominandosi direttore di questa finta prigione.
L’esperimento fu interrotto dopo appena 6 giorni a causa dei risvolti drammatici. I volontari che rivestivano il ruolo di guardia, erano diventati violenti e vessatori nei confronti dei carcerati che iniziarono a manifestare disgregazione individuale, collettiva e apatia.
Il secondo giorno avvennero i primi atti di violenza, i carcerati si barricarono nelle celle  e si strapparono le divise, le guardie si vendicarono facendoli defecare in dei secchi che non potevano svuotare, o tentando di vessarli e umiliarli.
Sul sito della Stanford University sono disponibili le gallerie fotografiche dell’esperimento.²
I comportamenti all’interno dei gruppi erano diversi, alcuni carcerati erano docili e collaborazionisti, altri erano avversi e provocatori. Le guardie dal canto loro, sembravano godere totalmente del potere designato alla loro figura, nonostante i test psicologici precedentemente svolti non avevano rivelato alcuna probabilità di una tale attitudine.
Ma perché fu condotto questo esperimento? In quel periodo Zimbardo era uno psicologo ricercatore molto attivo nella dimostrazione che il contesto sociale influisca sul comportamento dell’individuo, tesi contrastante con la diffusa convinzione degli psicologi dell’epoca che le condotte antisociali e violente dei carcerati si potessero attribuire unicamente alla personalità individuale.

Solo poche persone erano in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e dominio

Philip George Zimbardo, Psicologo e ricercatore

Da qui nacque la definizione di “effetto lucifero”, ovvero il comportamento violento che assunsero delle persone ritenute ordinarie e buone, capaci in un particolare contesto sociale di assumere comportamenti disumani. Questo risultato metterebbe in dubbio che il nostro comportamento non derivi solo da chi siamo, ma può essere determinato anche dalla situazione in cui ci troviamo. Lo studio è stato approfondito negli anni da diversi studi e da diversi ricercatori.
L’esperimento fu comunque piuttosto controverso e criticato, ritenuto non etico e non ripetibile in quanto non soddisfacente i numerosi standard imposti dai codici etici.³ Tuttavia rimane un’importante pietra miliare delle pubblicazioni riguardanti l’importanza del contesto sul comportamento individuale.

De-individuazione e l’autorità legittimante

Nell’esperimento di Zimbardo furono pensati dei particolari che potessero innescare la de-individuazione, come ad esempio le divise delle guardie tutte uguali e occhiali da sole riflettenti per rendere difficoltoso il riconoscimento.
È affascinante notare come in fin dei conti questi fenomeni, seppure in maniera più leggera e inconsapevole,  vengano riprodotti in diverse situazioni quotidiane che prevedono la convivenza di gruppi per una certa durata di tempo. Per un individuo l’appartenenza ad un gruppo può essere predominante, ed è proprio in questa condizione che inizia a far vacillare la consapevolezza di se stessi, una sorta di riduzione del senso di responsabilità derivante dalle proprie azioni e da una maggiore percezione di anonimato.
Un’aggravante, attiva o silenziosa che sia, può essere l’autorità che legittima questo genere di comportamenti. Nel caso dell’esperimento carcerario di Stanford, Zimbardo ricoprendo il ruolo di direttore del carcere, e avallando alcuni dei comportamenti violenti delle guardie, ha contribuito ad una de-responsabilizzazione, tesi sostenuta in un altro esperimento sociale del 1961 di Stanley Milgram.⁴

La formazione di fazioni e coalizioni tendono spesso ad escludere alcuni soggetti che vengono presi di mira per motivazioni futili. I soggetti all’interno del gruppo dominante potrebbero perpetuare bullismo o mobbing nei confronti delle vittime solo per compiacere il gruppo pur non condividendo questa linea comportamentale, minimizzando il danno arrecato.

L’effetto Lucifero è quindi causato da meccanismi mentali influenzati dal contesto. Questo esperimento, per quanto possa essere discutibile, dovrebbe far meditare circa i comportamenti immorali che spesso vengono sostenuti da individui che proteggono l’immagine che hanno di se stessi cercando delle giustificazioni circa il proprio operato, negando indirettamente la realtà, in modo da non abbassare la stima di se stessi o di non provare colpa verso le vittime.

Nella vita quotidiana

Nei posti che frequentiamo quotidianamente possono concretizzarsi delle piccole realtà che richiamano questo esperimento. Mi riferisco ovviamente a questioni più blande, come l’autorità legittimante di un capo che riserva un trattamento comparato a chi non rispetta le regole aziendali, o del gruppo di colleghi o compagni di scuola che attraverso discriminazione, scherzi o fazioni prestabilite stabilisce una minoranza da bersagliare.
Spesso queste coalizioni, che ho incontrato io stesso durante i miei anni di scuola e di lavoro, comprendono anche individui che da soli non avrebbero quel comportamento molesto, creando una situazione analoga (più moderata se non in casi limite) rispetto a quella dell’esperimento carcerario di Stanford.
Chiaramente in questo articolo si invita soltanto a riflettere circa tante piccole situazioni non gradevoli che si possono vivere negli abituali luoghi di aggregazione, e non un messaggio di allerta nei confronti degli altri. Anzi, si tratta proprio dell’opposto, di un invito ad osservare chi ci sta intorno, soprattutto nel comportamento espresso nelle varie situazioni.
Sicuramente sarà possibile scoprire una persona migliore (o peggiore) rispetto alla situazione in cui l’abbiamo conosciuta inizialmente, si tratta comunque di uno specchio sulla maturità e sull’emotività degli altri e di se stessi.

Bibliografia

  1. Philip G. Zimbardo, Stanford Prison Experiment, August 15-21, 1971 – Home
  2. Philip G. Zimbardo, Stanford Prison Experiment, August 15-21, 1971 – Photogallery
  3. Le Texier T. Debunking the Stanford Prison Experiment. Am Psychol. 2019;74(7):823-839. doi:10.1037/amp0000401
  4. Russell NJ. Milgram’s Obedience to Authority experiments: origins and early evolutionBr J Soc Psychol. 2011;50(Pt 1):140-162. doi:10.1348/014466610X492205

Educazione in crisi? Alla ricerca di un’intesa

Educazione in crisi? Alla ricerca di un'intesa

Parlare di educazione è sempre molto difficile, soprattutto in un periodo come questo dove tutti dicono la propria su tutto e, ovviamente l’educazione è uno di quegli argomenti dove tutti siamo in grado di spendere due parole. Nonni, zii, vicini di casa, sorelle, cugini, tutti sanno ciò che va fatto o meno con un bambino per non viziarlo e renderlo meno capriccioso. Diventare genitore è una sfida non da poco e nello stesso momento esserlo non significa possedere i segreti della crescenza.

La domanda che spesso mi sento rivolgere è: come si fa a crescere i nostri bambini educati e rispettosi? O tanto meglio, lei cosa farebbe con i nostri bambini?

È fondamentale che i bambini interagiscano con le persone e l’ambiente che li circondano, per il loro corretto sviluppo cognitivo e sociale.

Io non farei un bel niente! Forse il segreto per crescere bambini educati, rispettosi e sereni è proprio questo. Non c’è bisogno di stimolare, intrattenere, impegnare i bambini come se fossero degli spettatori al circo. Non sono clienti da soddisfare o rimborsare nel caso il prodotto che i loro genitori hanno acquistato non vada bene. Sono delle persone alla stessa stregua di tutti noi “adulti”, anzi migliori!

Perché bruciare le tappe o impegnarlo con diverse attività? Forse si crede che dando diversi input da seguire possa essere in futuro un valido aiuto per lo sviluppo della personalità del nostro bambino o che facendo diverse cose contemporaneamente aumenta la sua capacità adattiva e quindi il multitasking che si richiede oggi nella nostra società. Ma, ahimè, non è cosi e questo è dimostrato anche dalle più recenti ricerche neuroscientifiche. Infatti, i biologi affermano che ogni essere umano nasce prematuro e che a differenza degli altri mammiferi non è in grado di sopravvivere senza essere accudito. Questo perché il nostro cervello a differenza di quello animale è un cervello sociale e per sopravvivere ha bisogno di relazioni. Le relazioni sono la base del nostro sviluppo ma spesso, si presta troppa poca attenzione al cervello perché concentrati a modellare/correggere i comportamenti dei bambini e, invece, è proprio la capacità di stare con gli altri, di relazionarsi agli altri che forma il nostro cervello.

Il cervello si adatta alle varie circostanze, si modifica sull’ambiente e continua il suo sviluppo così come ha fatto durante il periodo embrionale. Lo sviluppo non può essere insegnato. Nessuno può crescere per lui, bisogna liberarsi da questa supremazia adulta che cerca da una parte di iperstimolare per accelerare la crescita e dall’altra, invece, di sottomettere il bambino e di sostituirsi a lui nelle azioni quotidiane che cerca di compiere. Il bambino non ha bisogno di stimoli ma di risposte da parte dell’ambiente, risposte che bisogna trovare negli ambienti quotidiani, negli adulti di riferimento, nei suoi educatori. Essendo il nostro cervello un operatore non solo cognitivo ma anche emotivo il legame di attaccamento svolge un ruolo essenziale.

l termine “bonding” fa riferimento all’intima connessione che si costituisce tra madre e figlio dopo il parto, un legame che permette alla madre di comprendere le esigenze del figlio. Una sorta di rito di passaggio essenziale per permettere un buon attaccamento, ma che spesso, per diversi motivi, non viene assicurato.

Ad oggi non sempre si capisce il valore dei primi rapporti madre-figlio sebbene si riconosca l’importanza dell’attaccamento, della nutrizione non solo fisica ma anche psicologica che questa vicinanza porta con sè. Questo perché si pensa che prendere in braccio un neonato è sinonimo di vizio o di cattiva abitudine che si può trasmettere al bambino ma, il bonding, che dall’inglese bond che significa legare, tenere insieme, è vitale perché rappresenta quella tenerezza tra la madre e il figlio neonato. Il bonding è paragonabile ad un cordone ombelicale psichico che nutre il rapporto della diade e promuove il sano sviluppo e la personalità del bambino. Il bambino si nutre di latte e di amore.

Il cervello del bambino, come afferma Piero Angela, è come una scacchiera in cui all’inizio della partita tutto è possibile, ogni mossa è a disposizione ma, appena si cominciano a muovere i pezzi le mosse diminuiscono, diventano sempre meno e sempre più difficili e, se non si è abili giocatori la partita verrà compromessa senza riuscita finale. “Alla nascita, afferma Angela ogni bambino è un “miliardario” della mente e davanti a lui si apre una gamma pressoché infinita di opportunità”. Ma, aggiungo, in mancanza di stimoli adeguati il cervello può perdere le sue grandi potenzialità. Le competenze genitoriali richieste ruotano intorno all’empatia, alla maturità emotiva e da come loro stessi, da bambini, sono stati trattati dai loro genitori. Dal momento che questi tratti sono impressi nella memoria sociale implicita e trasferiti negli stessi sistemi dei figli, si può affermare che le cure genitoriali vengono trasmesse ai figli in maniera automatica e, se le prime esperienze dei genitori sono state negative, richiamano ciò che Selma Freinberg definisce, “i fantasmi della nursery”.
Questi schemi modellano le reti nervose esperienza-dipendenti mettendo in collegamento la corteccia orbito frontale, l’amigdala e le infinite connessioni che regolano l’eccitazione, l’affetto e l’emozione. È all’interno di queste reti neuronali che le interazioni con i caregiver vengono associate a sensazioni di sicurezza e di calore, paura o ansia. A tal proposito le neuroscienze ci dicono di come gli schemi di attaccamenti positivi incentivano all’interno del cervello un ambiente biochimico favorevole alla crescita e alla funzione immunitaria ottimale, viceversa, gli schemi di adattamento negativi portano con sé un basso livello di funzionamento immunitario con conseguenti malattie fisiche ed emozionali. Quindi qual è la ricetta per crescere bambini educati e rispettosi se non quella di rimandare loro questa stessa immagine?

 

Bibliografia

  1. P. Angela, (1973), Da zero a tre anni, Garzanti Editore S.p.a., Milano.
  2. L.Cozolino (2006), The neuroscience of Human Relationships: Attachment and the Developing Social Brain (trad. it. Il cervello sociale, Francesca Ortu, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008).
  3. M. Montessori (2018), La mente del bambino, RCS MediaGroup S.p.a., Milano.

CBDC, evoluzione tecnologica o dittatura digitale?

Cosa sono le CBDC? Saranno un'evoluzione digitale o prenderanno parte ad una sorta di dittatura tecnologica? Esaminiamo la questione relativa alle Central Bank Digital Currency

La manovra finanziaria 2023, portava con se l’idea del Governo Italiano di aumentare il tetto massimo spendibile in contanti piuttosto che con sistemi di pagamento digitali attraverso POS. Questa norma, che ad oggi per intervento dell’Unione Europea è saltata, ha scatenato grandi polemiche tra chi, da una parte dello schieramento è favorevole all’uso delle carte e dei sistemi digitali e pensa che ogni transazione dovrebbe essere registrata per arginare l’evasione fiscale, mentre dall’altra c’è chi predilige l’uso del contante che viene percepito in modo “materiale” come uno strumento del popolo libero.

Premesse

I commenti relativi all’argomento hanno, nella maggior parte dei casi, un aspetto di ripetizione degli slogan più famosi detti da personaggi politici per sostenere una o l’altra corrente. Si evince chiaramente una scarsa formazione economico-finanziaria generale. La stragrande maggioranza dei commenti sotto gli articoli dei quotidiani nazionali sono circa di questo tenore.

In questa polemica tra le due fazioni appena descritte nell’introduzione, ho cercato di mettere in risalto qual è l’idea più comune riguardo isistemi di pagamento. Per capire questo, quale miglior fonte dei commenti sui social network sotto articoli che parlano dell’argomento?
In sostanza esiste una forma di convinzione diffusa che il contante renda liberi dal controllo del fisco e degli istituti bancari. Tuttavia si tratta di una convinzione discutibile a causa del fatto che sarà sempre la banca che emette i nostri soldi a deciderne la quantità in circolazione e quindi il valore di ogni singola banconota. Questo argomento è stato trattato nell’articolo “Inflazione e aumento dei costi, l’evanescenza dei risparmi di una vita“, non è stata invece trattata la forma del denaro nello specifico, ma rende chiaro il concetto che il denaro, digitale o contante, può essere svalutato.
Esistono poi altre motivazioni più semplici che portano a far apprezzare il contante al cittadino comune o al commerciante, in primis la volontà di sfuggire ad alcuni controlli e norme stringenti sulle tassazioni (spesso troppo pressanti), senza andare troppo lontano facendo anche riferimento alla semplice soddisfazione psicologica del ricevere materialmente un compenso tangibile e oggettivo, non ritenendo ugualmente apprezzabile (anche solo inconsciamente) l’equivalente digitale.
Per le generazioni più anziane, sovviene anche il problema dell’utilizzo della tecnologia, che spesso viene percepita come macchinosa, poco pratica e poco chiara, e quindi com’è naturale che sia, quando non si riesce a comprendere qualcosa, diventa un fenomeno da cui difendersi.

Attualmente i servizi bancari prevedono l’utilizzo di un conto corrente così come lo possediamo in molti (molti meno di quanto si creda).
In cosa consiste?
La nostra banca ci fa credito, un credito di cui tiene conto sul nostro conto corrente.
Questo non significa che i nostri soldi siano realmente lì. La somma che ci viene mostrata è il risultato di quanto ci deve la banca di cui siamo creditori, e pian piano che li utilizzeremo attraverso gli strumenti di pagamento che ci ha fornito (carte, app, etc..) quel credito verrà aggiornato sul nostro conto.
Cosa intendo quando dico che i nostri soldi potrebbero non essere realmente lì? Significa che se domani tutti i clienti di una determinata banca perdessero la fiducia nel funzionamento di quell’istituto, potrebbe verificarsi una “bank run“, ovvero una fuga dai servizi bancari, attraverso il ritiro o lo spostamento dei capitali.  In quel caso non è detto che tutti i soldi di tutti gli utenti possano essere presenti e che l’istituto in questione potrebbe rivelarsi insolvente e fallire. Questo accade perché gli istituti bancari, o qualsiasi altro ente o fondo in cui versiamo i nostri soldi, cercano di trasformare la loro liquidità in attività per poter aumentare il capitale, magari attraverso degli investimenti o prestiti. Ogni banca è tenuta ad avere buona parte di quei fondi bloccata, al fine di non essere totalmente insolvente con i cliente nel caso di un’inaspettata corsa al ritiro da parte dei correntisti, ma si parla comunque di una parte del denaro dei creditori.

La Central Bank Digital Currency (CBDC) spiegata semplice

Per quanto ci si concentri su polemiche sterili riguardanti il pagamento in contanti o attraverso mezzi digitali, l’evoluzione del sistema monetario si trova attualmente in un periodo di grandi innovazioni e cambiamenti, grazie anche alla tecnologia che continua a farsi strada in qualsiasi ambito.
L’obiettivo sembra sempre di più quello di arginare l’errore umano, ma alle volte questo sviluppo tecnologico imperante nasconde dei rischi.

Nel caso dell’attuazione di una CBDC, i conti correnti verrebbero sostituiti da portafogli elettronici? Esisterebbe servizi custoditi autonomamente o da terzi?

Le Central Bank Digital Currencies sono le valute digitali, intese come potrebbero esserlo le criptovalute, ma sviluppate su sistemi gestiti dalle banche centrali.
Lo sviluppo delle CBDC non è un argomento che sta coinvolgendo tantissimo i media mainstream, ma è qualcosa che viene dibattuto maggiormente negli ambiti che trattano la finanza, la tecnologia e le criptovalute.
In effetti si tratterebbe di una criptovaluta a tutti gli effetti ma gestita da una banca, basata proprio sulla tecnologia blockchain (di cui ho parlato nell’articolo “Blockchain, un registro distribuito in catene di blocchi“) dato che il modello delle CBDC prende ispirazione proprio da quello di Bitcoin.
La differenza sostanziale sta nella centralizzazione che propone il modello della CBDC, che porterebbe sicuramente delle novità positive all’attuale sistema bancario, ma anche delle grosse criticità perlopiù di tipo etico.

Tra gli indiscussi vantaggi che si acquisirebbero nell’uso di una CBDC, ci sarebbe la possibilità di gestire il proprio portafoglio senza che si tratti solo di un conto interno all’istituto con fondi equivalenti presenti nella totalità, e quindi l’impossibilità di insolvenza nei nostri confronti.
Questo è un superpotere della blockchain, che prevede l’utilizzo di portafogli virtuali che vengono totalmente gestiti dal possessore e che possono effettuare transazioni dirette da un portafoglio ad un altro senza intermediario.
Tuttavia la blockchain rende possibile la visione di qualsiasi transazione e, se l’infrastruttura fosse controllata da un ente come una banca centrale sarebbe a rischio il concetto di privacy, in quanto l’istituto bancario avrebbe il totale controllo centralizzato sulle transazioni di qualsiasi portafoglio, di cui avrebbe pieno accesso a qualsiasi dato associato.
Inoltre sarebbe possibile applicare tassi d’interesse ad-hoc per ogni portafoglio, quindi un possibile trattamento non equo verso gli utilizzatori del servizio e, dulcis in fundo, la programmabilità dei fondi.

Una delle potenzialità della CBDC su registro distribuito è la programmabilità del denaro. Questa funzione mette le basi per la creazione di “denaro a scadenza”, oltre il quale non sarà possibile detenerlo o spenderlo.

La programmabilità dei fondi è forse uno degli argomenti più discussi quando si mette in tavola l’argomento CBDC, perché è una funzione che mette le basi per il cosiddetto “denaro a scadenza”.
I tuoi risparmi, il tuo stipendio, il bonus che il governo ha emesso in aiuto perché sei stato licenziato o non hai reddito sufficiente potrebbero essere soggetti ad una data entro cui è possibile spenderli, oltre la quale tale somma potrebbe sparire nel nulla dal tuo portafoglio.

Ciò che non è ancora chiaro in uno scenario di questo tipo, è cosa ne dovrebbe essere delle attuali banche commerciali. La CBDC, è appunto una Central Bank Digital Currency, gestita quindi da una banca centrale, e dato che la piattaforma verrebbe gestita in maniera centralizzata da questo ente, le banche commerciali non avrebbero modo di gestire conti e clienti così come avviene oggi. La gestione di una struttura di questo tipo, totalmente in mano ad un’unica istituzione, è di per se preoccupante.

Si tratta di congetture sulla base di ciò che conosciamo, si sa che attualmente alcuni governi e banche stanno svolgendo sperimentazioni al riguardo, ma chiaramente trattandosi di sperimentazioni non si conoscono i particolari e gli sviluppi futuri, quanto detto finora si evince dal funzionamento base di un sistema DLT centralizzato (di cui ho parlato nell’articolo “Blockchain e DLT, differenze e parallelismi“).
La nazione con le sperimentazioni più avanzate è la Cina con il suo Yuan digitale.

Centralizzazione contro decentralizzazione

Proprio per i problemi citati precedentemente, l’etica opposta a quella di una CBDC che prevede la centralizzazione dei sistemi controllati da una banca centrale, è quella di Bitcoin che si prefigge invece una decentralizzazione ed una gestione distribuita della rete che fornisce il servizio.

Purtroppo gli scandali, le frodi e i fraintendimenti che spesso si verificano nel mondo delle criptovalute, gettano fango su Bitcoin che potrebbe essere definito l’anticristo della CBDC, più per quanto riguarda l’etica e la struttura di distribuzione naturale che non per il funzionamento.
Questo enorme equivoco generato da questa macchina del fango, fa in modo che ci sia ancora poca informazione e molta ignoranza sullo sviluppo futuro del sistema monetario e finanziario, per cui la massa si focalizza soprattutto su problemi sciocchi come “POS o non POS”, bollando soluzioni democratiche e geniali come la blockchain di BTC come truffe, o come magici metodi di facile guadagno e ignorando totalmente i progetti delle banche centrali come la CBDC.

Ritengo tuttavia che sarà necessario che questo settore subisca delle metamorfosi per alcuni dati di fatto innegabili.
La maggior parte delle persone non sarebbero in grado di gestire un servizio di portafoglio non custodito, ovvero gestito in assoluta autonomia dall’utente, dove un errore può costare l’accesso ad una vita di risparmi e dove viene richiesto un minimo di abilità amministrativa che non tutti possiedono. Per una soluzione utilizzabile da tutti sarà necessario organizzare l’alternativa custodita e centralizzata, magari in qualità di servizio aggiuntivo, con un minimo di garanzia come potrebbe essere il conto bancario di oggi ma su un ecosistema decentralizzato e democratico.
Si pensa ai servizi digitali come un’innovazione solo perché sono digitali, ma la vera novità dirompente di questi servizi sta proprio nella decentralizzazione, che pone le basi per un sistema monetario globale e democratico per definizione.

È difficile immaginare oggi come saranno questi strumenti tra 10 anni, che cambieranno in modo radicale il mondo bancario e finanziario e che impatteranno sicuramente sulla nostra quotidianità e sul modo di intendere il denaro.

 

Pappardelle allo zafferano e salsiccia

Pasta allo zafferano e salsissicia con panna vegetale. Ricetta targata ipimaio, preparata con salsiccia soffritta in olio d'oliva, vino sfumato, panna vegetale, zafferano, noci moscate, pepe e parmigiano reggiano.


Non si tratta di una ricetta comune, è una rivisitazione di altre ricette più diffuse che nel tempo, per questioni di digeribilità, sapore o preferenze personali ho modificato, cercando di renderla più delicata.
Il gusto dello zafferano è molto prepotente e nel tempo ho battezzato questo piatto come “il piatto dell’ospite”, perché spesso ho preparato questo primo nel momento in cui ho avuto ospiti a casa, per fare qualcosa di diverso e presentare una novità.
Quello che ho riscontrato negli anni è che il sapore intenso dello zafferano o lo ami o lo odi, alcune persone letteralmente impazziscono per questa ricetta mentre altri, la detestano!

Ingredienti

La ricetta originale, quella che la prima volta anni fa cucinai semplicemente per curiosità, prevedeva l’uso del burro al posto dell’olio d’oliva, ma da vero salentino ho preferito sostituire il grasso vegetale a quello animale, lo trovo più digeribile.
Nella ricetta del video ho utilizzato una panna totalmente vegetale, mentre nella versione originale si prevede l’uso di una panna ricavata dal latte. Il vino può essere rosso o bianco a vostra scelta, in base all’impatto del sapore che preferite. Il vino bianco da cucina è più delicato. Fondamentale è la scelta di una buona salsiccia, o se siete vegetariani di qualcosa che possa legare bene con questi ingredienti (forse delle noci potrebbero essere un buon sostituto vegetale).
Questi ingredienti sono intesi per due piatti di media dimensione.

  • 200 gr di pappardelle
  • 150 gr di salsiccia
  • mezzo bicchiere di vino
  • 200 ml di panna
  • 0,15 gr di zafferano
  • noci moscate, pepe e olio d’oliva q.b.
  • 80 gr parmigiano reggiano

 

Procedimento

Per preparare questo primo ti serviranno una pentola e una padella, la pentola per l’acqua della pasta e una padella per il condimento. Sarebbe meglio una padella fonda, di modo da avere la libertà di girare più agevolmente la pasta quando verrà unita al condimento per poterla saltare un po’ sul fuoco e far sciogliere meglio il parmigiano.

Nella padella mettere un po’ d’olio di oliva per far soffriggere la salsiccia, quando sarà cotta in modo uniforme aggiungere mezzo bicchiere di vino ad aspettare che sfumi almeno la maggior parte.

Una volta sfumato il vino aggiungere la panna e amalgamarla bene con il fondo di olio, vino e salsiccia presente nella padella. Quando tutto sarà ben mischiato, mettere lo zafferano in un po d’acqua di cottura dalla padella della pasta e versarlo nella panna.

Quando la panna avrà un colore giallo diffuso, aggiungere noci moscate e pepe, senza esagerare perché potrebbero sovrastare tutti gli altri sapori. La quantità di noci moscate sarà sicuramente maggiore rispetto a quella del pepe. Far amalgamare le spezie a tutto il resto.

Quando la pasta sarà pronta, versarla nella padella della panna e mischiare. Se nel frattempo che la pasta è arrivata a cottura la panna si fosse rappresa o fosse diventata troppo densa, utilizza l’acqua di cottura per renderla più cremosa.

Aggiungere il parmigiano a poco alla volta, girando la pasta sul fornello acceso. Un giusto compromesso tra panna, parmigiano e acqua di cottura, produrrà una crema molto gustosa.

Internet of Things, una rete neurale di oggetti

Internet delle cose è il nome utilizzato per riferirsi agli oggetti connessi in rete capaci di agire e reagire ad altri ogetti e a determinate esigenze attraverso l'interconnessione in rete.

Internet delle cose è qualcosa che molto spesso viene nominato dai giornali, telegiornali ed altri media mainstream, di cui però ad oggi si vede ancora poco delle sue reali potenzialità.
È molto probabile che tu abbia già sentito parlate di IoT (Internet of things), ma è altrettanto probabile che non sapresti spiegare di cosa si tratta o descrivere il senso dell’utilizzo di questa tecnologia.
Si tratta di un’innovazione di utilizzo ampio che, attraverso l’interazione con la rete e altri dispositivi, può apportare comodità e sicurezza alla vita di tutti i giorni  oltre che automazione per la produzione di beni e servizi.

Cos’è Internet of Things?

Unire il mondo virtuale a quello reale è l’obiettivo che si pongono le tecnologie di ultima generazione, internet delle cose è l’idea di rendere tangibile anche ciò che non lo è, o per donare un’intelligenza a quegli oggetti che potrebbero migliorare la nostra vita o semplificarla.
Detto così potrebbe sembrare esagerato e difficile immaginare. Come potrebbe una connessione a internet semplificare la nostra vita quotidiana?  Oppure come potrebbe un oggetto reale far parte di internet o del mondo virtuale? Oggi questo è possibile e questa integrazione della tecnologia con i nostri bisogni migliora di giorno in giorno.

Per maggiore chiarezza possiamo fare degli esempi pratici di uso di questa tecnologia.
Uno degli utilizzi più semplici e comuni è la domotica. La domotica è l’automazione delle abitazioni. All’interno della tua casa tutti gli oggetti possono avere un’intelligenza e un’interazione con la rete internet, con il tuo smartphone o con altri dispositivi. Potrai dare un’identità ad ogni presa di corrente per sapere se è attiva oppure no, collegare il termostato al router e conoscere la temperatura della stanza, impostare programmi di accensione e spegnimento, o ancora limiti di temperatura dell’ambiente da raggiungere. Senza essere a casa, potresti perfino sapere se la caldaia sia accesa, il livello della sua pressione, ed eventualmente avessi dimenticato di spegnerla potresti farlo dal tuo smartphone accendendo alla caldaia,

Internet delle cose è una tecnologia innovativa che permette di collegare in rete oggetti intelligenti che possono interagire con utenti o con altri oggetti intelligenti, compiere azioni o collezionare dati per un specifico scopo.

all’interruttore differenziale o disattivare la sua presa di corrente. Potresti farlo con tutti quegli oggetti di casa che hai paura di aver dimenticato accesi, dal forno al ferro da stiro, o ricevere una notifica dal frigorifero perché si è inavvertitamente spento. Il frigo potrebbe aiutarti perfino a fare la spesa, segnalando la mancanza di mezzo litro di latte o facendo la lista completa di quelli che sono gli alimenti contenuti al suo interno, ti sarà sicuramente capitato di comprare del cibo che avevi già a casa, ma che non ricordavi di avere.

Il settore della logistica e dei trasporti potrebbe avere molti vantaggi da questa tecnologia, potrebbe essere possibile rilevare la locazione, la velocità di qualsiasi mezzo, o il meteo e la temperatura in tempo reale del vano che trasporta la merce, magari modificarla o fare in modo che si regoli automaticamente con l’interazione tra i sensori e il mezzo. Un problema che riguarda molto i trasporti di merce come farmaci o fiori che richiedono un certo tipo di temperatura, quindi monitoraggio continuo e possibilità di intervento, magari automaticamente o anche da parte di operatori remoti.
Un’azienda agricola potrebbe monitorare l’umidità del terreno attraverso dei sensori, questi dati potrebbero essere inviati automaticamente ad un sistema di irrigazione intelligente, che potrebbe decidere di innaffiare il terreno delle piante che lo necessitano in qualsiasi ora della giornata, senza la necessità di un intervento umano. Se fossimo in una serra questo potrebbe essere applicato al terreno, all’umidità dell’aria e alla temperatura, tutto potrebbe modificarsi in maniera autonoma per garantire alle piante il miglior ambiente possibile attraverso l’interazione di oggetti pre-programmati.

Questi sono solo alcuni degli esempi più semplici da capire e da dimostrare, tuttavia la capacità di rendere verificabile qualsiasi oggetto e qualsiasi condizione in qualsiasi momento, o la possibilità di far interagire più oggetti in modo automatico per la creazione di una serie di specifiche condizioni, è ciò che rende dirompente questa tecnologia.

Internet of Things applicata ad altre tecnologie

L’IoT è già di per sé un concetto estremamente innovativo, esistono comunque altre tecnologie altrettanto dirompenti che sembrano essere in molti casi complementari, potenziando ancor di più la portata dell’innovazione.

La raccolta dati di questi oggetti intelligenti connessi a internet durante lo svolgimento delle loro funzioni è uno dei grandi vantaggi. I Big Data rappresentano quindi un ulteriore patrimonio di sviluppo economico e tecnologico che, se non raccolti, sarebbe un enorme spreco. Immagina che una stazione meteorologica collezioni informazioni alla perfezione per decenni se non per centinaia di anni, sarebbe una fonte di informazioni di studio non indifferente. Questi dati potrebbero essere utilizzati per migliorare la metereologia, oppure per studiare più a fondo il cambiamento climatico, senza incorrere nel rischio di errori di trascrizione o di incompletezza dei dati. I Big Data di questi oggetti possono essere utilizzati per studiare le abitudini e i consumi delle persone, per incentrare la produzione sulla domanda o per ridurre l’inquinamento e la produzione di materiale inutile.

Internet of Things (IoT) va a braccetto con molte tecnologie che portano innovazioni importanti, una di queste è l’Intelligenza Artificiale (AI). I dati (Big Data) che verranno collezionati in qualsiasi ambito dagli oggetti, potranno essere usati per scopo di ricerca e sviluppo in qualsiasi ambito potrà essere applicata la tecnologia IoT.

Si parla molto dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (AI), e la valorizzazione dei Big Data è una conseguenza  dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Una mole esagerata di dati riguardante un qualsiasi ambito, dalle abitudini casalinghe (alimenti, consumi, divertimento, etc…) di milioni di individui, alle statistiche sulla produzione e la vendita di merce di vario tipo, a partire dal nastro della macchina automatica fino allo scaffale del supermercato, può essere elaborata con facilità e con precisione proprio dall’AI.
Un’intelligenza artificiale potrebbe stimare le nostre possibilità di rischio di avere un attacco cardiaco se potesse elaborare centinaia di migliaia di referti di conformazioni fisiche basate su ecocolordoppler cardiaci e sequenziamento genomico di soggetti a rischio e non a rischio. Insomma dei Big Data medici collezionati da oggetti di internet che svolgono diagnostica strumentale e elaborati da AI.

E in ultimo, non per importanza, internet delle cose potrebbe andare a braccetto con la famigerata blockchain o con qualsiasi altra DLT (di cui abbiamo fatto una disambiguazione nell’articolo “Blockchain e DLT, differenze e parallelismi“). Le potenzialità sono enormi ma ci sono di mezzo i problemi di integrazione che non sono trascurabili, esistono progetti in fase di sviluppo che si stanno occupando di questo tema specifico come VeChain, IOTA e IoTeX.
Un registro distribuito potrebbe convalidare dati e identità degli oggetti attraverso delle chiavi crittografiche, rendendo i dati registrati immodificabili. Questa caratteristica conferirebbe ai dati raccolti un valore di qualità e sicurezza immenso rispetto ad una rete classica dove le informazioni potrebbero essere modificate a posteriori, o potrebbero essere fornite da un oggetto intelligente non verificato.

Riesci a immaginare il futuro?

Internet delle cose rappresenta un’altra di quelle tecnologie di cui è difficile giudicare quali potrebbero essere i risvolti futuri. La combinazione di metaversi (che non ho citato precedentemente ma di cui ho parlato nell’articolo “Metaverso, internet del futuro?“) e IoT, consentirà di creare gemelli o repliche digitali. L’IoT potrebbe fornire al metaverso casi d’uso ed esperienze coinvolgenti attraverso esseri umani virtuali e copie digitali della realtà. Potrebbe essere un mezzo, per i metaversi, per fornire esperienze virtuali realistiche ai suoi utenti.

Registri distribuiti, identità digitale, NFT, intelligenza artificiale, internet delle cose, Big Data, metaversi, connessioni in fibra ottica, connettività mobile superveloce; sembrano parti di un unico corpo in fase di formazione, paragonabili alla nostra memoria, alla nostra rete neurale e al nostro cervello.
Da un certo punto di vista, tutto questo è estremamente affascinante, come percepire un bambino in fase di formazione e crescita, un feto che si forma mese dopo mese nel grembo materno.
Per un appassionato di cinema e di futuri distopici alla Idiocracy, può apparire inquietante.
Rifiutare la tecnologia non è la strada dell’evoluzione, il problema non è lo strumento, ma come sempre è l’utilizzo che ne verrà fatto a fare la differenza.

 

Sindrome dell’impostore, meriti i tuoi traguardi?

Sindrome dell'impostore, sei meritevole dei tuoi traguardi?

Un nostro retaggio culturale piuttosto diffuso e difficile da spazzare via è la paura di fallire. Il fallimento fa parte della vita e dovremmo riconoscere in esso la possibilità di imparare qualcosa e migliorare al fine di poter fare meglio in futuro.
Sarebbe molto bello se fosse facile quanto dirlo, ma accettare un fallimento, prenderne il buono e rimboccarsi le maniche per la prossima possibilità, è un rospo particolarmente grosso da mandare giù, che può impiegare settimane, mesi o addirittura anni per essere ingoiato.

Cos’è la Sindrome dell’Impostore?

Immaginate di esservi impegnati tantissimo, di aver raggiunto ottimi risultati in qualsiasi ambito avreste desiderato farlo, e nonostante ogni singola cosa nella vostra vita urli a gran voce che siete stati bravi, che ve lo siete meritato, voi non ci credete.
Chi soffre della sindrome dell’impostore vive una situazione interna scollegata dalla realtà. In questa condizione si è convinti di non essere meritevoli di quanto ottenuto e di essere falsi, nell’erronea idea inconscia che ciò che si è conquistato è solo merito del caso o di una serie di condizioni estremamente positive non dipendenti da se stessi.
Il nome della sindrome deriva dal fatto che, l’individuo affetto dalla stessa, non crede nelle proprie capacità provando quindi la sensazione di non meritare la posizione ricoperta, sentendosi quindi un impostore.

Chi soffre della sindrome dell’impostore non si sente meritevole dei traguardi raggiunti, sentendosi falsi e convinti che prima o poi si verrà scoperti e visti per il proprio vero valore, si vive nella continua ansia e nel terrori di essere scoperti.

Si vive perciò nel terrore di perdere quanto realizzato fino al momento presente, convinti che prima o poi tutti si accorgeranno di chi siamo davvero. Questa sindrome non è considerata un disturbo mentale, non è nemmeno descritta nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ma viene tuttalpiù considerato come un tratto profondo, consolidato nel tempo, del carattere di un individuo.
È una caratteristica che viene descritta per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Clance e Imes, successivamente dopo diversi studi si è potuto osservare che questo fenomeno è presente soprattutto in persone con una formazione medio-alta e che generalmente ricoprono ruoli gerarchicamente rilevanti.123

Perfezionismo come prova

La profonda convinzione di essere falsi e di non meritare il successo riscosso, porta inevitabilmente a tentare continuamente di sbugiardare se stessi e nella continua missione di impedire a tutti i costi che gli altri capiscano quale sia il nostro reale valore attraverso il perfezionismo.
Il perfezionismo dimostrato da molti individui portatori di questa particolarità provano che, alla base di questa caratteristica, c’è innanzitutto una bassa autostima accompagnata da un marcato autocontrollo, con la tendenza al cambiamento della presentazione di sè stessi in base ai segnali sociali percepiti dall’ambiente circostante. Non è raro che, il perfezionismo come prova per dimostrare all’ambiente circostante di essere in grado di svolgere un determinato compito o come tentativo di riscossione di apprezzamento, diventi automaticamente anche il motivo principale per cui perseguire un obiettivo.

Da uno studio condotto presso l’Università di Stato della Georgia nel 1990, i soggetti che provano la sindrome dell’impostore, provengono da famiglie in cui c’è stata una fisiologica carenza di supporto emotivo nei confronti del bambino che, per una migliore accettazione di sé stesso da parte dei genitori, ha creato un “falso sé” che durante la crescita ha portato una cronica insicurezza sui propri successi e sulla propria identità. Una sorta di equilibrio per tentare di colmare i dubbi sul sé, cercando in tutti i modi di far aderire la propria immagine a quella non reale, idealizzata, della propria persona.4

Talvolta questa manifestazione che può creare stati di tensione e angosce eccessive, può scaturire in depressione e ansia.

Rivalutazione della sindrome

Come detto in precedenza, questa sindrome non è riconosciuta come una condizione invalidante o come un disturbo mentale, tuttavia nelle più recenti pubblicazioni, si inizia a dare maggiore risalto agli studi su questa casistica, a causa dell’aumento di casi di burnout e di suicidi causati da questa condizione.

La sindrome dell’impostore non è riconosciuta come condizione di disturbo mentale, tuttavia negli ultimi anni c’è stata una netta rivalutazione della sindrome a causa della stretta correlazione con il burnout lavorativo e alcuni casi di suicidio.

In uno studio condotto su materiale bibliografico, per l’esattezza 18 articoli provenienti da 9 database pubblicati prima di gennaio 2019 sull’incidenza della sindrome dell’impostore tra i medici praticanti e in formazione (categoria che a quanto pare è molto colpita dalla suddetta sindrome), è stato rilevato che il genere sessuale, la bassa autostima e la cultura istituzionale erano associati a tassi più elevati di sindrome dell’impostore. Tuttavia il supporto sociale, la convalida del successo, l’affermazione positiva e le riflessioni personali condivise erano mirate alla conservazione personale, atteggiamenti di perfezionismo come prova. Nel complesso, la sindrome dell’impostore è stata anche associata a tassi più elevati di burnout.5
Per la valutazione di questo studio è stato utilizzata la Clance Impostor Phenomenon Scale (CIPS) che è una misura ampiamente utilizzata per valutare le percezioni individuali di frode intellettuale e professionale.

Ti piacciono i fuoripista?

Non si tratta di un articolo di presentazione di un servizio di supporto psicologico, ma di una valutazione personale di quelli che possono essere i punti di vista di una complessa situazione interna. Se ti piacciono i fuoripista potresti scoprire di essere dannatamente bravo a fare qualcosa che non ti aspettavi, ma c’è del rischio.
Non puoi sviluppare la sindrome dell’impostore se vivi in una zona di comfort o se non vivi nel tentativo di migliorare la tua vita a tutti i costi, tentativi in cui magari scopri di essere particolarmente dotato a fare qualcosa che non avresti mai immaginato. Questo può essere un motivo per cui improvvisamente sentirti un “bluff, avere successo in qualcosa che fino a ieri non hai nemmeno valutato.
La sindrome dell’impostore esiste, come esiste una sindrome per qualsiasi sensazione di disagio o inadeguatezza che si possa provare. La società è qui a metterci immediatamente al nostro posto perché al raggiungimento di un obiettivo è sempre facile essere criticato da chi quell’obiettivo avrebbe voluto tanto raggiungerlo e non ci è riuscito, o non ci ha provato affatto.
La paura del fallimento può chiuderci all’angolo, nel nostro spazio sempre più piccolo in cui speriamo di aver trovato la nostra tranquillità, ma dobbiamo cercare di cambiare il nostro stato mentale e i nostri pregiudizi, capire che un fallimento è solo un momento in cui riposarci e riflettere, per poi ricominciare da capo più formati e mentalmente meno inadeguati di prima.
Non si può fallire senza alcun tentativo di realizzare qualcosa, chi ragiona fuori dagli schemi deve essere cosciente di aver scelto una via più tormentata, dove i rischi sono maggiori, ma anche i risultati qualora ce ne fossero.
Scegliere uno stile di vita più tranquillo diminuirà i successi, ma anche gli scossoni.
Magari sei stato fortunato, ma se ti sei lanciato in una situazione fuori dagli schemi ed hai ottenuto dei risultati, questo ti rende già più meritevole di quanto credi.

È necessario riconoscere tra i propri pensieri quello irrazionale e svalutante, in modo da non credere ciecamente a ciò che i nostri pensieri, a volte non costruttivi o oggettivamente veri, ci portano a credere.
Se non ci sentiamo in grado di farlo pur avendo compreso il problema, sarebbe il caso di valutare la possibilità di consultare uno psicologo e farsi aiutare.
Esistono purtroppo, ancora oggi, tanti contesti in cui farsi aiutare in questo modo è reputato un fallimento o una vergogna, ma si tratta solo dell’inizio delle buone scelte che potresti fare.

Bibliografia

    1. Byrnes, K. D., & Lester, D. (1995). “The Imposter Phenomenon in Teachers and Accountants. Psychological Reports” 77(1), 350–350. https://doi.org/10.2466/pr0.1995.77.1.350
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Arte e commercio nel decadentismo contemporaneo

La figura dell'artista modellata in base alla richiesta commerciale perde la sua visione dell'arte nel nome del commercio che gli consente di sopravvivere.
Nel corso di questi anni di formazione artistica e creativa, ho raccolto una serie di riflessioni che riguardano dinamiche che coinvolgono ogni giorno molti creativi, in particolare artisti e illustratori, ma in generale anche tutte quelle figure come grafici, designer, musicisti, chef, tatuatori, artisti artigiani, e tanti altri che, in forme diverse, mettono a disposizione il loro ingegno, la loro attitudine, le loro conoscenze e le loro abilità per trasmettere, formare ed educare attraverso contenuti inediti e persuasivi. Al giorno d’oggi è facile ritrovarsi a svolgere mansioni in cui non ci si rispecchia o per le quali non si hanno competenze perché, ahimè, spesso la figura per cui ci si è formati per anni non è più richiesta, o la stessa si ritrova a svolgere mansioni “laterali”, perché maggiormente richieste a livello commerciale da una società che ci vuole estremamente performanti e con già alle spalle anni di esperienza. Essere oggi un illustratore o un artista di professione, risulta faticoso perché per quanto tu possa coltivare l’attitudine sempre e comunque per piacere e per essere in linea con il proprio intento, spesso non ripaga degnamente. Questo dato di fatto si riscontra soprattutto in figure come l’illustratore che, nonostante le infinite potenzialità e il riconoscimento intellettuale imperante, è visto come esecutore di lavoro poco serio e di scarsa importanza. Così tanto in secondo piano che, per la maggior parte degli addetti ai lavori, risulta sempre più sottopagato attraverso il quale è difficile sopravvivere. Non vale per tutti, ma spesso l’illustratore arranca, si ritrova a svolgere il suo lavoro aprendo strade parallele secondarie per avere la certezza di un altro discreto ingresso economico, che lo aiuti a mantenersi nella vita quotidiana per vivere dignitosamente. La figura dell’artista in genere è ancora poco valorizzata come dovrebbe quindi per la sua bravura e il suo ingegno. Si tende molto a sminuire talvolta il suo lavoro con domande impertinenti e talvolta svilenti.
L’artista o il creatore di contenuti in generale, è una figura che nell’immaginario collettivo ha una scarsa integrità culturale. Lo stereotipo è quello di chi produce, divertendosi e senza grande fatica, prodotti superflui atti all’intrattenimento.
La scarsa integrità culturale dell’artista è palpabile nel quotidiano di un freelance qualsiasi. In qualsiasi commissione anche complessa, ci si può ritrovare spesso ad ascoltare richieste in cui si tende a sminuire il lavoro del creativo per il prezzo richiesto o per il costo dei materiali o ancora per immagini che, i committenti trovano poco somiglianti. Situazione medesima nell’ambito della grafica in cui dal definire in partenza le linee iniziali per l’ideazione e la creazione di logo e immagine coordinata, si passa poi all’approssimazione di elementi che sottintendono cambiamenti in corso d’opera che non si considera come spesa in più da affrontare e riconoscere all’esecutore. Esecutore grafico che si troverà poi a fare mille cambiamenti per ore di lavoro implicite. L’idea del disegnatore è sinonimo di svago e perciò di tempo libero in eccesso da non tenere in considerazione e non retribuire.

Altro problema comune dell’illustratore nello specifico è la scelta stilistica spesso criticata dai committenti che richiedono ritratti fedeli alla realtà, senza tenere conto del linguaggio utilizzato da quel preciso illustratore e, a lavoro finito o a priori, si pretende quindi immagini realizzate con uno stile non affine a quel dato artista. Io credo che la propensione di un artista verso uno stile che tra l’altro ha definito con la sperimentazione e l’esperienza di anni, non vada forzata e né tanto meno cambiata per volere di terzi, perché così facendo la figura stessa viene snaturata per quello che è la sua espressione artistica. Un po’ come se volessi comprare i prodotti Coop alla Conad.

Il detto dice, il mondo è bello perché è vario, d’altronde i social offrono una vasta scelta di autori di immagini che possono soddisfare appieno le varie esigenze, senza perciò criticare o screditare necessariamente il lavoro di un preciso artista/illustratore e quindi una scelta stilistica non affine ai propri gusti.

Questo atteggiamento è da sempre legato al valore che si dà alla figura dell’artista, cioè l’esecutore che in questi casi deve copiare fedelmente la realtà fotografata trascrivendola non per la propria sensibilità e perciò con il proprio linguaggio, ma più per la figura in sé e per l’idea che l’illustratore definito tale è colui che “sa illustrare-disegnare” solo se è in grado di rappresentare realisticamente la realtà.

Per molti fruitori non esperti, l’immagine fedelmente riprodotta è sinonimo di elevate doti dell’artista. Diversamente l’interpretazione più soggettiva sminuisce le competenze dell’esecutore.

Questa idea è figlia di un passato legato all’ambiente accademico, in cui la trascrizione di ciò che si guardava doveva necessariamente rispecchiare la realtà oggettiva senza perciò passare per quella soggettiva e quindi per la sensibilità artistica dell’esecutore. Basti pensare alle lezioni tenute nei licei artistici o accademici in cui un mezzo busto o una modella in posa dovevano identificarsi perfettamente sul foglio, altrimenti il compito non era considerato buono. Poi per carità è giusto imparare la tecnica partendo dalle linee guida della rappresentazione realistica, ma è altrettanto importante allenare lo sguardo dell’artista all’interpretazione della realtà secondo la personale sensibilità e l’inclinazione stilistica.

Con questa idea in testa, per anni ho modellato la mia espressione artistica, perché vedevo nel realismo l’approvazione anche del fruitore inesperto e questo mi gratificava. Affinando la tecnica e arrivando all’iperrealismo come sfida nei confronti del mezzo fotografico, mi son resa conto che questo modo di fare illustrazione poteva funzionare solo in alcuni ambiti. Più nell’ambito scientifico ad esempio, in cui la rappresentazione richiede minuzia dei dettagli e quindi massima fedeltà con la realtà. Un modo di illustrare che richiede elevata abilità e precisione tecnica e perciò la parte più sensibile non viene stimolata per la rappresentazione.

Questa continua copia della realtà, nel tempo, alimentava blocchi creativi perché nel momento in cui andavo a creare da zero un’ambientazione o un’immagine già definita nella mente, avvertivo inadeguatezza nel fare illustrazione perché ossessionata dall’idea strutturata del lavoro bello e apprezzato solo se tecnicamente perfetto, realistico e quasi fotografico. Per fortuna discostandomi da questi costrutti, liberando la mente e il segno dall’idea di perfettamente reale come un qualcosa di piacevole per gli altri, si sono aperte possibilità e mondi nuovi che ad oggi mi permettono di sperimentare ed esprimermi molto più liberamente, senza vincoli e modelli stilistici da prendere obbligatoriamente in riferimento.

È proprio vero quando Angela Vettese in “Artisti si diventa” parla di come il mondo dell’arte contribuisce ad alimentare i luoghi comuni che mitizzano la figura del creativo. Si da priorità più alla figura in sé che all’atto pratico del creare. Non è l’artista, le sue competenze, la sua sensibilità a fare del suo lavoro la sua identità artistica. Poiché è la firma che designa l’artisticità di un prodotto, è necessario a volte che l’artista per essere riconosciuto come tale dalla massa, sia stato in precedenza designato come tale, con riconoscimenti nazionali o internazionali, sia entrato (non so come) a far parte di una giuria, abbia pagato per esporre i suoi lavori o non si sia opposto alle dinamiche e alle convenzioni del mondo dell’arte.

Così facendo l’artista o l’illustratore in senso lato, rischia di diventare prodotto di consumo in vendita per la società, privato di ogni suo aspetto più sensibile e intimista.

Una bellissima riflessione di autodenuncia su questo tema fu rilasciata nel 1997 dal Guerrilla Art Action Group, gruppo attivista che aveva l’obiettivo di mettere in discussione il sistema dell’arte, basato sul profitto e l’interesse privato, e mettere in evidenza la sua stretta relazione con le istituzioni politiche a partire dalla fine degli anni 60’ fino agli anni 80’:

Attraverso la produzione di un bene di consumo artistico, l’artista è diventato un uomo d’affari. Per commercializzare la sua merce e aumentarne il valore di mercato deve creare una mistica su se stesso e sul proprio lavoro. La galleria è il mezzo attraverso cui questa merce viene distribuita. Il museo ha la funzione di santificare sia questo bene di consumo sia l’artista. Il collezionista è lo speculatore di questi titoli. I mecenati utilizzano questa merce come modo per santificare e igienizzare la propria immagine. Le riviste d’arte sono giornali specializzati, cronache finanziarie del mondo dell’arte. E la critica ha la funzione di mantenere tutti questi poteri. Guerrilla Art Action Group, gruppo attivista

La massificazione, la svalutazione e la riduzione dell’artista in merce di consumo perdura ormai da secoli, ma negli ultimi anni con l’avvento delle piattaforme social, la produzione di massa e la grande distribuzione, si è man mano diffusa in maniera esponenziale perché oggi ciò che contano sono i numeri, i likes e quanto un prodotto fa tendenza. Questo oggi tocca tutti gli ambiti, basti pensare ai profili social; più un profilo ha followers (anche non realmente attivi), più quel profilo otterrà consensi dal pubblico, incrementando seguaci che, seppur non interessati ai contenuti, dispenseranno il follow per tendenza e non per vero interesse. A questo aspetto, si aggiunge anche un altro particolare che svaluta ancor più il lavoro di un utente dietro un profilo, cioè quello dell’acquisto dei follower che aiutano le visualizzazioni e contribuiscono a rendere popolare un profilo ancora nascosto agli utenti più attivi.

I likes e i followers sono la moderna misura del successo di un prodotto di intrattenimento. Per quanto questo possa essere indice di apprezzamento da parte di un pubblico maggiore (il che denoterebbe la qualità del prodotto), esistono strategie commerciali più disparate per ottenere un maggior consenso al di là delle capacità. Le regole del mercato annullano le regole della buona arte.

È comprensibile che magari un profilo che vende un servizio, per aumentare la notorietà cerchi la via più comoda per ricevere consensi, migliorare la posizione sul mercato e quindi per avere estimatori, ma così facendo quel servizio si vestirà di scarsa autenticità e di pochissima trasparenza. Perché se per vendere un servizio ci si deve necessariamente ritrovare ad acquistare un numero di followers anche fittizi, il rischio è che gli utenti diventino merce di consumo di un sistema fatto di richieste performanti e di apparenze. In questo modo, il contenuto passa in secondo piano per cui non sarà più importante l’idea progettuale e creativa che ha portato il creativo alla realizzazione dell’opera finale, ma sarà predominante l’aspetto estetico persuasivo che riempie gli occhi solo per popolarità e omologazione.

Già nel 1800 il problema dell’affermarsi e del mettersi in mostra era un tema molto dibattuto, infatti il letterato Honoré De Balzac parlava di questo problema predominante tra gli artisti. La bravura per un creativo non basta, per essere rintracciabile devi essere visibile e per farlo devi metterti a nudo, perché se non fai eco, non vieni considerato e in una società affamata di contenuti l’inattività diventa inaccettabile e sinonimo di improduttività e scarsa bravura.

Dico questo non per puntare il dito contro le nuove tecnologie, che fortunatamente esistono e ci aiutano a connetterci e confrontarci, ma per dire che sarebbe necessario soffermarsi con più interesse alla valutazione, non di quello che appare, ma di quello c’è nell’apparire e perciò al processo che ha portato il creativo a generare un contenuto. Il creativo, diversamente da quanto si crede, non opera in solitaria, chiuso in una stanza a cercare ispirazione, ma crea e trasforma attraverso una fitta rete di impulsi esterni, soggettivi e oggettivi.

L’arte e la creatività sono confronto, il confronto è crescita personale ed ispirazione. Oltre ai lati negativi, in una società interconnessa come la nostra, ce ne sono anche di positivi. È facile avere questo confronto e questa crescita con persone che forse, in altre epoche, non avremmo mai incontrato o conosciuto.

Connessioni che il musicista Brian Eno chiama “scenio”, con il quale contestava la natura solitaria del genio e sosteneva l’idea che progetti e idee migliori nascono dal confronto tra individui, curatori, artisti e pensatori di vario tipo. Se nel passato le grandi idee nascevano da pensieri condivisi, influenze visive e uditive e collaborazioni tra menti, oggi questo è possibile attraverso nuovi mezzi che generano scambio e contenuti di ogni tipo, il cui prodotto è frutto di un’iperconnessione di contenuti. Oggi più che mai è facile trovarsi in questo “scenio”. Internet e i contenuti condivisi sui social network e blog, rappresentano un insieme di scenari interconnessi che tagliano ogni limite geografico per incontrarsi e parlare dei propri interessi. Proprio per questo, tutti, senza limiti di età e senza titoli specifici, possono offrire il loro contributo che, se da un lato rappresenta un bene per la divulgazione ad ampio raggio, dall’altro invece, il sentirsi liberi di poter dire tutto anche senza competenze specifiche, rischia di confondere il fruitore che seguirà la tendenza e farà fatica a distinguere il mediocre dalla qualità, ciò che è vero da ciò che è falso.

Io credo che date le infinite possibilità di reperire contenuti qua e là su siti, blog, apps e social è necessario fare, creare per amore, sperimentare le alternative per trovare il linguaggio a noi più adatto. Per fare questo è necessario essere curiosi e affamati del sapere per essere mentalmente attivi, ricercare, studiare per imparare continuamente, al fine di archiviare contenuti per trovare sempre la giusta ispirazione e permetterci di allenare anche il senso critico con cognizione di causa.

Questo credo valga per tutti perché c’è sempre un’arte in quello che facciamo e la condivisione ci permette di presentarla al mondo percependone anche i progressi.

Blockchain e DLT, differenze e parallelismi

Differenze tra Blockchain e distributed ledger technology, due tecnologie simili ma differenti

Nell’articolo “Blockchain, il registro distribuito in catene di blocchi” abbiamo già approfondito il tema della blockchain, ed anche con “Algoritmi di consenso” è stato approfondito il funzionamento alla base della sicurezza di un ecosistema di questo tipo.
Tuttavia spesso sia nei portali di news, nei forum o in generale in tanti altri articoli, si fa dei termini distributed ledger technology (DLT) e blockchain un uso tale da far pensare che siano l’uno sinonimo dell’altra, generando confusione. Seppure che le due tecnologie hanno scopi molto simili ed appartengano alla stessa famiglia, sono due prodotti differenti.

Cos’è la DLT?

Come accennato, la distributed ledger technology non fa uno specifico riferimento alla blockchain.
La blockchain è un tipo di registro distribuito, ma essendo un registro distribuito in una catena di blocchi fa parte della stessa famiglia, rimane comunque una tecnologia diversa.
Ciò che differisce le DLT dalla blockchain, è la struttura di ciò che viene scritto sul registro che poi viene distribuito.
I registri distribuiti non prevedono per forza l’utilizzo di una catena di blocchi, con la nascita della blockchain la prima grande differenza, più che la struttura dei database, è stata la

Le due strutture a confronto, da una parte la struttura di blocchi sequenziali incatenati della blockchain, dall’alatro la logica utilizzata dalle DLT, il grafico aciclico diretto (DAG).

decentralizzazione.
In effetti molte delle DLT nate successivamente all’esordio della blockchain, hanno adottato la caratteristica della decentralizzazione ma conservando una struttura di registrazione differente rispetto alla catena di blocchi.
La caratteristica comune tra le blockchain esistenti, come quella di Bitcoin, e altri ecosistemi DLT, come ad esempio Hedera o IOTA, è la presenza di più copie del registro in quanto distribuito tra i nodi validatori.
Il modello utilizzato da queste reti viene definito DAG (Grafico aciclico diretto) e sono dei complessi computazionali e matematici che permettono la creazione di sistemi distribuiti simili alla blockchain.

Le differenze sono quindi architetturali e queste variazioni definiscono una tecnologia piuttosto che un’altra.

Qual è la tecnologia migliore?

Si potrebbe pensare di fare un confronto tra le diverse tecnologie presenti, per fare un paragone e dare una valutazione ai progetti.
Non è tuttavia, da solo, il parametro corretto per dare una valutazione ad un progetto, una blockchain o una DLT, nel loro complesso hanno diverse caratteristiche da essere valutate.
Queste caratteristiche sono innanzitutto la sicurezza, è importante conoscere di quali vulnerabilità potrebbe soffrire un determinato ecosistema. Nessuno di noi vorrebbe depositare dati o valori di qualche tipo su un sistema che possa essere bucato come uno scolapasta, di sicuro uno dei pilastri della qualità dipende da questo fattore che non è strettamente legato all’architettura di un database quanto ad altri elementi come l’algoritmo di consenso o la decentralizzazione.
Alcuni dei progetti DLT più promettenti hanno una crescita più lenta proprio a causa di una scarsa decentralizzazione. Una maggiore centralizzazione può essere sinonimo di vulnerabilità, che può attirare quindi minori investimenti (a causa del timore che il proprio capitale vada perso) e quindi un minore sviluppo.

Anche lo sviluppo corretto delle DLT vede come fondamenta lo sviluppo delle tre caratteristiche del trilemma discusso per le blockchain.

Infine, la scalabilità della rete, ovvero la capacità di essere facilmente modificato ed adattato alle necessità, qualora ci fossero variazioni notevoli della mole di dati e traffico da trattare.
Quindi, esattamente come per le blockchain, la qualità di un progetto o di una tecnologia, sono rimandabili oltre che al trilemma appena citato, anche al valore aggiunto che può apportare a quanto già presente sul mercato, o anche al marketing del team.
Non c’è una caratteristica specifica che conferisca all’una o all’altra tecnologia il titolo di “tecnologia migliore”.
Se Bitcoin ha una capitalizzazione superiore rispetto a qualsiasi altra distributed ledger technology, è per una serie di caratteristiche come la decentralizzazione innata e naturale fin dagli albori e la diffusione della moneta partendo dal basso, piuttosto che l’architettura di un database, che può essere una caratteristica che conferisce vantaggi, ma che non è sicuramente il pilastro di un’adozione di massa.

Dove trovare le DLT

Citerò ed analizzerò brevemente alcune delle reti più considerevoli in fase di sviluppo e conosciute anche nel mondo delle criptovalute.
Per questioni di lunghezza faremo solo una breve descrizione degli ecosistemi degni di nota.

Hedera è la DLT più capitalizzata al momento. Hedera Hashgraph con la sua criptovaluta nativa HBAR ha come obiettivo principale quello di offrire servizi di livello aziendale che siano sicuri, veloci e scalabili, questo rende la sua criptovaluta solo un mezzo per rendere sicuro l’ecosistema. Hedera usa un particolare algoritmo di consenso proprietario che è appunto hashgraph. Sulla rete sono attivi gli smart contract ed è quindi possibile sviluppare ed eseguire delle applicazioni decentralizzate. Può vantare la presenza di aziende importantissime, come Google, LG, Boeing, Standard Bank, Ubisoft, IBM e molte altre, all’interno del suo consiglio governativo.

Il consiglio direttivo di Hedera Hashgraph è composto da alcune realtà aziendali tra le più grandi ed importanti al mondo.

Anche IOTA, capitalizzata attualmente circa la metà di quando non sia Hedera, è una DLT basata su Tangle.
Il Tangle è un tipo di grafico aciclico diretto, che rende quindi questa tecnologia diversa dalla blockchain. Il principale scopo di questo progetto è quello di gestire in modo più corretto l’evoluzione dell’Internet of Things. Lo sviluppo di questo progetto si basa sulla stima che in futuro esisteranno più di 50 miliardi di dispositivi connessi ad internet per fornire servizi inimmaginabili, che avranno la necessità di svolgere delle microtransazioni per rendere sicuri questi servizi. L’idea di IOTA è quello di rendere tutto questo più leggero ed agevole su una rete infinitamente scalabile evitando la centralizzazione causata dal raggruppamento dei miners, quindi della potenza computazionale e del diritto decisionale.

La stima dell’aumento smisurato dei dispositivi collegati alla rete e la necessità di avere una maggiore sicurezza è l’obiettivo principale di alcune blockchain o DLT come IOTA

Radix DLT è forse il meno noto tra questi registri distribuiti, anche perché in ordine cronologico è l’ultimo che ha visto la luce. Anche questa DLT ha un suo algoritmo di consenso proprietario chiamato Cerberus. Lo scopo del progetto è quello di rendere la finanza decentralizzata più sicura e veloce, oltre che più fruibile da tutti. Il progetto è estremamente innovativo ed è ancora in fase di sviluppo. La fase di sviluppo attuale “Alexandria” prevede la possibilità di sviluppare smart contract in Scrypto (il linguaggio proprietario utilizzato sulla piattaforma), i ambiente privato, ed è previsto il rilascio di “Babylon” per il secondo trimestre del 2023.

Questi ecosistemi sono tutti considerati dei layer 1, spiegai la differenza tra i vari livelli nell’articolo “Layer 0, layer 1 e layer 2. Quali le differenze?“, articolo in cui è possibile ascoltare anche un piccolo podcast sulla disambiguazione dei livelli funzionali e architetturali.

Conclusioni

Il mare magno dello sviluppo delle nuove tecnologie, che riguardi i registri distribuiti, l’informatica o qualsiasi altro campo ci dimostra sempre più che non esiste una tecnologia migliore di un’altra (anche se in alcuni casi ci sono delle piccole eccezioni che confermano la regola), ma più che altro che ogni tecnologia è maggiormente predisposta per un determinato utilizzo.

Tra questi tre progetti menzionati è difficile dire se ce ne sia uno migliore di un altro, ma ognuno di questi si pone come obiettivo quello di risolvere un problema diverso. In futuro, per non lasciare nulla al caso mi auguro di poter approfondire singolarmente ognuna di queste tecnologie in articoli dedicati.