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Crema spalmabile alle nocciole

Crema spalmabile alle nocciole e cioccolata bianca per il ciclo ricette in stop motion di ipimaio

 

Tutti abbiamo passato un qualche periodo non precisato della nostra vita alla ricerca della spalmabile, come la Nutella, in versione “cioccolata bianca”, ma ahimè, purtroppo sul mercato esistono poche versioni di questa gustosissima alternativa, versioni che in molti casi lasciano estremamente a desiderare, l’unica soluzione è produrla a casa propria, con le proprie mani.
Per cui basta chiacchiere e vediamo nel dettaglio come farci venire un attacco di iperglicemia.

Ingredienti e procedimento

Questi ingredienti sono relativi ad una grande quantità, pari a quasi un litro e mezzo di crema.
Utilizzando delle proporzioni minori potrete anche farne una quantità minore.

  • 300 gr di nocciole sgusciate
  • 300 gr di cioccolato bianco
  • 300 gr di latte condensato
  • 280gr di zucchero a velo
  • 100 ml di latte
  • 35 gr di olio d’oliva

Questa è una ricetta molto semplice, trattandosi di una crema spalmabile le uniche raccomandazioni stanno sul metodo di scioglimento del cioccolato bianco da effettuarsi sempre con fonti di calore delicate, come la bollitura a bagno maria di una ciotola o un set per la fonduta, perché il cioccolato potrebbe bruciarsi se messo in una padella sulla fiamma viva.

Ma prima di mettere qualsiasi cosa sul fuoco è necessario assicurarsi di avere quanto di cui si ha bisogno per creare la mistura.
Tritare per bene le nocciole, talmente bene che dovranno tirare fuori l’olio e diventare liquide. Se questo non accade troppo facilmente, usiamo un po’ di olio d’oliva per aiutare il frullatore a rendere le nocciole praticamente poltiglia.
Una volta tritate, aggiungere tutto l’olio d’oliva e amalgamare.

Mettere lo zucchero a velo nel latte e assicurarsi che questo si sciolga tutto, al punto da farlo diventare una sorta di gelatina.

E ora si è pronti per accendere i fornelli.
Sciogliere il cioccolato e una volta che tutti i pezzi saranno liquidi, aggiungere il latte condensato e mischiare.
Unire piano piano tutti gli ingredienti preparati in precedenza, le nocciole con l’olio, il latte con lo zucchero e mescolare senza utilizzare fonti di calore estremamente calde.
Non è necessario portare a bollitura, è sufficiente scaldare e mischiare per fare in modo che tutti gli ingredienti si uniscano correttamente.

Appunti

Gli ingredienti sono a vostra scelta, è possibile fare delle personalizzazioni.
Le proporzioni sono pensate per garantire una buona cremosità e spalmabilità che è possibile modulare tenendo il prodotto dentro o fuori frigo.
È possibile diminuire la raffinatezza degli zuccheri utilizzati usando lo zucchero di canna a velo o usando un latte di soia. Esistono anche versioni vegan del latte condensato e del cioccolato bianco vegetale.
Le nocciole non sono tostate perché vengono tritate e utilizzate per l’olio che generano se scaldate con l’attrito della lama.
Il tempo di preparazione è circa di 30/45 minuti, ed è necessario solo un pentolino un fornello e un frullatore. Buon appetito!

Fruitleather, materiale da scarti della frutta

Quando abbiamo molta frutta in casa che potrebbe andare a male e non vogliamo rischiare di doverla gettare, cosa facciamo? Marmellata! E se ti dicessi che c’è un’altra tecnica culinaria per utilizzare la frutta, che però la trasformerà in scarpe e borse al posto della marmellata?

Si chiama Fruit Leather Rotterdam, il progetto è stato ideato nei Paesi Bassi, da due studenti della Willem de Kooning Academie, Koen Meerkerk e Hugo de Boon, che hanno creato un innovativo materiale di origine vegetale che si propone di risolvere un problema sociale molto diffuso: i rifiuti e gli sprechi alimentari. 
L’idea dei giovani designer, è stata quella di trasformare la frutta considerata invendibile (dopo ogni mercato a Rotterdam, circa 3500 kg di frutta non viene venduta a causa di difetti estetici) in un materiale simile alla pelle, del tutto naturale, resistente e malleabile con il quale si possono realizzare borse, scarpe e accessori. 

Quello che vogliamo raggiungere con questo progetto è creare consapevolezza riguardo al problema dei rifiuti alimentari e dimostrare che c’è una soluzione” affermano i due fondatori sul sito ufficiale.

Koen Meerkerk e Hugo de Boon, fondatori della Fruit Leather Rotterdam, un’impresa per la moda sostenibile che propone lo scopo di trarre un materiale simile alla pelle attraverso la lavorazione degli scarti di frutta e verdura, in particolare del mango.

Com’è possibile che, con un processo normalmente adoperato in cucina, partendo dalla frutta si possano ottenere borse?

Bhe, è possibile! La soluzione è venuta proprio studiando un manuale di gastronomia. Schiacciando e cucinando la frutta con la stessa tecnica che gli chef utilizzano per la preparazione di speciali “fogli” commestibili utilizzati per decorare i piatti, Koen e Hugo sono riusciti a sviluppare un composto flessibile che ricorda molto la pelle. 

L’idea non è del tutto nuova, di fatti avevamo già parlato nell’articolo “Orange Fiber, scarti di agrumi diventano tessuto” di un progetto simile realizzato in Italia, che si focalizza però sul riciclo di scarti della produzione agrumicola. 

Ma cerchiamo di capire meglio i dettagli del processo. La realizzazione del materiale a base di frutta si sviluppa in pochi passaggi: si tolgono i semi dai rifiuti alimentari, si taglia e si schiaccia la frutta, per poi bollirla in modo da renderla sterile.
Questo processo permette di eliminare i batteri che altrimenti provocherebbero la decomposizione del materiale.
L’impasto ottenuto viene mescolato con un legante e adagiato su appositi vassoi.
Infine si procede all’asciugatura su una superficie particolare. 
 

 La produzione di Fruitleather si può davvero considerare sostenibile? In che modo concretamente contribuisce a rendere l’economia circolare?

Ogni giorno a Rotterdam, città con il più grande porto d’Europa, vengono gettati chili e chili di frutta e verdura. Koen e Hugo recuperano questo cibo, altrimenti destinato allo scarto, dalle aziende di imballaggio che ricevono la frutta attraverso il porto di Rotterdam.
Durante il trasporto delle merci, circa il 10% della frutta che viene importata è destinata ad essere buttata a causa delle cattive condizioni di trasporto.
Questa
è per i due fondatori di Fruit Leather Rotterdam preziosa materia prima. 

All’inizio del progetto, per mesi, tutti i martedì e i sabati, i ragazzi del team sono andati nei mercati della città e hanno ritirato frutta e verdura marcia o ammaccata, raccogliendo più di 3500 kg di frutta già pronta per la discarica.
Ma il cibo non è spazzatura ed è un dovere della collettività cercare
soluzioni alternative affinché non venga sprecato! Il lavoro svolto da Koen e Hugo rappresenta un perfetto esempio di economia circolare, in quanto non si coltiva la materia prima appositamente per realizzare il tessuto, ma si recupera un materiale considerato di scarto per la filiera di provenienza che verrebbe quindi sprecato.

Il processo di riciclo da cui produrre il materiale è una filiera dello scarto. I prodotti non venduti vengono raccolti e classificati, successivamente vengono cucinati ed essiccati. Una volta ottenuta la materia prima, un tessuto simile alla pelle, vengono trasformati nei prodotti finali.
Ma quanta frutta e verdura vengono gettate ogni giorno? Non si sente mai parlare di questo problema…

Già, non se ne sente mai parlare ma esiste, e le cifre sono davvero spaventose 

Ma non fermiamoci solo a Rotterdam ed esaminiamo qualche numero considerando un range geograficamente più ampio per farci un’idea migliore del problema.
Tra le ricerche più recenti, ci viene in aiuto quella condotta dall’Università di Edimburgo nel 2018, che ha evidenziato il problema degli sprechi agro-alimentari causati dall’applicazione di 
“standard cosmetici” imposti dall’Unione Europea.
Lo studio scozzese pone l’attenzione su un aspetto importante, eppure poco noto: spesso 
il cibo viene scartato perché “brutto”.
I requisiti estetici comunitari impediscono a una quantità impensabile di prodotti ortofrutticoli di arrivare sui banchi dei supermercati; e molti dei prodotti scartati rimangono del tutto
inutilizzati, finendo così per essere gettati via al primo passaggio della catena produttivo-distributiva. La coltivazione di ortofrutta produce, inoltre, una considerevole quantità di gas serra.
Questo indipendentemente dal fatto che frutta e verdura vengano poi consumate o meno. In altre parole, quindi, al problema della quantità di cibo sprecato lungo la filiera agricola, si aggiunge anche un inutile contributo all’
inquinamento ambientale già estremamente preoccupante. 

I dati che emergono dalla ricerca sono piuttosto allarmanti. Ogni anno l’Europa getta via fino a 51,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura considerati “brutti”, di cui 4,5 milioni solo in Gran Bretagna. Il 17% di tutto il prodotto ortofrutticolo destinato al consumo umano, viene quindi sprecato direttamente nelle aziende agricole perché giudicato inadatto al consumo. Questa percentuale si alza vertiginosamente se si considera la frutta che viene gettata successivamente nei mercati o nei supermarket.  

Per combattere questo spreco alimentare e contemporaneamente mitigare l’impatto ambientale dell’industria tessile, i due fondatori di Fruit Leather Rotterdam, ci propongono un’alternativa interessante a questo problema di sprechi: trasformano la frutta invenduta in un materiale vegano utilizzabile nell’industria del fashion.
Fruitleather infatti, recupera la frutta (in particolare i manghi) che viene scartata quando ammaccata, rovinata o comunque non bella da vedere, e quindi non idonea alla vendita. 

Che genere di frutta e verdura vengono recuperati per la realizzazione di Fruitleather?
Materiale ottenuto dalla cottura degli scarti della filiera della frutta e della verdura.

Inizialmente, Fruitleather era composta da diversi tipi di frutta (da qui il nome dato al materiale), ma dopo alcuni test i due ideatori si resero conto che il mango era il frutto migliore per realizzare un prodotto di maggior qualità.
Per la produzione possono essere utilizzati diverse
varietà di mango e, a seconda della tipologia, cambierà il risultato in quanto quest’ultima determina la colorazione finale del materiale che può essere più o meno scuro o traslucido.

Fruitleather è ecologico o vengono impiegati prodotti chimici durante il processo di produzione? 

Fruitleather è composto al 100% da materiale organico, e durante la produzione non vengono aggiunti solventi tossici, ne altri materiali dannosi per l’uomo e l’ambiente. Infatti, a differenza di altre alternative alla pelle di origine animale, il supporto che regge la spalmatura di mango è in cotone biologico certificato GOTS e questo rende il materiale compostabile al 100% (ossia biodegradabile), allo stesso tempo rende Fruitleather una delle alternative alla pelle più sostenibili in commercio.
L’unico componente non organico è i
l rivestimento applicato al materiale, un PU a base d’acqua. 

 Questo nuovo materiale ha le stesse caratteristiche della pelle animale?

Attualmente i due materiali non sono simili al 100%, ma l’obiettivo dei due ideatori è quello di riuscire in tempi brevi ad ottenere un materiale che si avvicini molto per aspetto e caratteristiche alla pelle animale.
In particolare, ad oggi Fruitleather risulta ancora poco resistente rispetto alla pelle, ma Koen e Hugo continuano ad effettuare test e lavorazioni per migliorare questo aspetto,
creare una vasta gamma di prodotti e aumentare le capacità tecniche del materiale.
Un obiettivo importane è
anche quello di ampliare la materia di partenza a più tipi di frutta e verdura, per poter recuperare non solo manghi. 

 Dove è possibile acquistare accessori realizzati con Fruitleather?

Il primo oggetto prodotto con Fruitleather è stata una borsa, realizzata con quattordici manghi, nata con lo scopo di presentare le potenzialità di questo materiale.

 

Fruitleather è un materiale vegano adatto soprattutto per la produzione di borse, scarpe e accessori di moda, ma può essere utilizzato anche al di fuori del settore tessile per sostituire gran parte dei prodotti in vera pelle.
La poliedricità di Fruitleather sembra infatti attirare diverse imprese europee, tra cui i giganti del settore automobilistico BMW e Porsche, che vedrebbero nel nuovo materiale un’alternativa ai famosi interni in pelle.
Ad oggi, sono diverse le collaborazioni con aziende di accessori e scarpe che hanno utilizzato Fruitleather per la realizzazione dei loro prodotti, tutte consultabili sul sito ufficiale. 
Ad esempio, è possibile trovare portachiavi e portafogli, ideali per un regalo alternativo e originale, sul sito di Windmillkey o Allegorie Design.

Portachiavi Windmillkey realizzato interamente in materiale ottenuto dal riciclo del materiale di scarto della frutta con il metodo Fruitleather.

 

Per delle particolari borse realizzate con questo fantastico materiale consiglio di visitare la pagina di Vederwerk1 e Luxtra London.

Borsa commercializzata da Vederwerk1 in materiale realizzato da Fruitleather

 

Infine, se volessimo acquistare delle morbide e comode scarpe in mango potremmo valutare diversi modelli realizzati da Saye e da Claudio Pavone

Scarpe Saye realizzate con materiale Fruitleather.

 

Conclusioni 

Viviamo in un mondo in cui le risorse stanno diventando ogni giorno più scarse.
Ogni anno nel mondo si sprecano 
1,3 miliardi di tonnellate di cibo. Si tratta di circa un terzo di tutta la produzione alimentare.
A livello globale,
il 45% di tutta la frutta prodotta per il consumo viene buttata via; il 30% dei terreni agricoli della terra viene utilizzato per produrre cibo che alla fine verrà gettato; e fino al 40% dei raccolti rifiutati dai supermercati viene lasciato nei campi a marcire, perché non soddisfa gli standard cosmetici. Il 10% di tutti i gas serra emessi nei paesi sviluppati viene utilizzato per produrre cibo che non verrà mai consumato.  

Un contributo importante per affrontare queste problematiche nasce dalla Willem de Kooning Academy di Rotterdam con Fruitleather, un progetto di economia circolare ideato da Koen Meerkerk e Hugo de Boon, che mira a convertire i materiali di scarto in nuove materie prime, diffondendo anche la consapevolezza del problema dello spreco alimentare. 

I rifiuti agricoli industriali sono ora identificati come una risorsa locale importante per la popolazione, in quanto i sottoprodotti di scarto della frutta possono creare un secondo flusso di reddito per le comunità e le industrie agricole locali, risparmiando allo stesso tempo i rifiuti agricoli dall’incenerimento e tonnellate di CO2 dall’immissione nell’aria.  

Secondo gli ideatori di Fruit Leather Rotterdam, questo progetto consente anche di ridurre il fenomeno degli scarichi illegali: il normale smaltimento degli ortaggi non più utilizzabili, ha infatti un costo non indifferente per i contadini e i venditori dei mercati, ed è per questo che spesso si utilizzano vie alternative poco green. 

Sebbene sia ancora in fase di sviluppo, Fruit Leather Rotterdam evidenzia cambiamenti positivi nel settore della moda, poiché gli innovatori si impegnano nella produzione a rifiuti zero nell’economia circolare e nello sviluppo sostenibile dei materiali. 

Il fine ultimo di aziende come Fruit Leather Rotterdam è quello di dare valore a ciò che si pensa sia inutile, e quando questo scopo viene raggiunto rappresenta una grande vittoria per il pianeta in cui viviamo.
L’idea eco friendly di questi giovani olandesi certamente è da abbracciare e condividere, e ci fa sperare che l’idea che si possa finalmente ottenere un mondo senza sprechi non sia solo un’utopia.
 

 

Casualità e causalità, l’inganno del controllo

Passiamo la vita nel tentativo di controllare gli eventi, facciamo programmi, diamo motivazioni per quanto accaduto, eppure sembra la storia di chi la vive dal futuro. Causa effetto o caso? Un pensiero su quanto la realtà possa essere inaspettata e molto diversa da quanto ci aspettiamo.

La convinzione di poter scegliere liberamente fu trattata precedentemente nell’articolo “Priming ed effetto ancoraggio, l’illusione di poter scegliere”. Diversamente dall’influenzabilità della nostra percezione, più spesso di quanto non pensiamo siamo noi stessi a vivere secondo dogmi superficiali, pregiudizi e preconcetti o mancando di percezione.
Passiamo la vita a cercare di controllare gli eventi, a nuotare, a volte invano, tra mille difficoltà per raggiungere un obiettivo lontano avvolto nella nebbia fitta. Abbiamo già calcolato tutto e siamo convinti che prima o poi arriverà il nostro momento.
Nella convinzione di essere padroni del nostro progetto di vita, procediamo dritti come muli a testa bassa, aspettando la svolta, che prima o poi arriverà.
Nonostante la copertina della pallina nella roulette sia ad effetto, è un errore, in quanto il caso e la fallacia ludica, sono due cose estremamente differenti.

Tutto sotto controllo

Ciò che abbiamo progettato o ciò che ci aspettiamo dal nostro futuro deriva da ciò che abbiamo imparato dal passato. Tuttavia non ci sono prove a nostro favore che il nostro futuro sia realmente legato a ciò che abbiamo vissuto fino a questo momento.
Le cose potrebbero andare in modo totalmente inaspettato.
Una delle più grandi illusioni della vita di un individuo è la convinzione di poter controllare gli eventi, anche solo in parte.
Partiamo da uno dei pilastri della vita di chiunque, la salute.
Potresti pensare che fare una vita salutare quindi mangiare bene, fare tanta attività o cercare di non essere sempre stressato, possa garantirti un buono stato di salute, ma non è per forza così. Il tuo comportamento può influenzare una data situazione, ma nulla ti garantisce che osservando tutti i comportamenti corretti avrai una buona salute.
C’è chi dispone di un’ottima salute pur tenendo comportamenti estremamente negativi e c’è chi al contrario con tutta la buona volontà, non ottiene i risultati sperati.
Lo stesso vale per i nostri rapporti interpersonali, non si possono controllare le persone, sia direttamente che indirettamente.
Qualsiasi rapporto iniziamo che sia di conoscenza, d’amicizia, d’amore o di qualsiasi altro tipo, ha un’inizio ed una fine e non sempre per nostra volontà.
Molte persone credono che controllare il proprio partner sia un modo per evitare abbandoni e tradimenti, ma non esiste credenza più sbagliata, chiunque voglia abbandonarci o tradirci, lo farà in ogni caso e il tentativo di mettere sotto controllo la relazione non cambierà il risultato.
In qualsiasi momento chi ci sta intorno potrebbe iniziare a fare scelte contrarie ai nostri desideri, noi non possiamo sapere quando e se accadrà e non potremmo di certo obbligarle a non fare le loro scelte.

Il tacchino induttivista dopo una collezione di dati piuttosto lunga e la verifica delle informazioni collezionate, ottiene un risultato diverso da quanto si aspettasse. Notiamo l’espressione un po’ abbattuta.

Erroneamente pensiamo che se tutto andrà secondo quanto abbiamo pianificato, potremo essere felici, e cerchiamo quindi di incanalare gli eventi verso i nostri piani, non rendendoci conto che l’ansia e la paura vengono costruite di pari passo a ciò che stiamo creando.
Ciò che ci accade è spesso dettato dal caso, da diverse situazioni che si intrecciano e che determinano uno sviluppo, ma da osservatori posteriori a volte diamo una causa al caso, creando motivazioni che nella realtà della realizzazione del fatto, poco hanno a che vedere con ciò che è successo.
Ma al di là di salute e volontà di terzi, possiamo prevedere o intuire ciò che succederà?

Il tacchino induttivista

Uno dei fulcri del pensiero umano è l’induzione, ovvero la possibilità di comprendere l’universale dal particolare. Si tratta del concetto ritenuto opposto alla deduzione, che parte dalla comprensione dell’universale per comprendere il particolare.
Bertrand Russell, nel ‘900 ci racconta la storia dell’induzione.

In una fattoria viveva un tacchino il quale decise di formare la sua visione del mondo sulla base della scienza, dal suo punto vista gli eventi possono avere una ciclicità.
Il tacchino pensò quindi di sposare la tesi dell’induttivismo che ritiene che i dati scientifici siano delle generalizzazioni dei dati osservati in precedenza.
Convinto di questo, il tacchino, iniziò a collezionare dati e notò che ogni mattina il contadino portava il cibo per farlo mangiare.
La sua collezione di dati non previde immediatamente una conclusione, ma verificò che il cibo venisse portato tutti i giorni della settimana e con qualsiasi tempo atmosferico.
Dopo diversi mesi di raccolta dati, il tacchino finalmente pubblicò il suo studio con una conclusione logicamente dimostrata, ogni mattina alle 8, il suo padrone gli avrebbe portato da mangiare.
Alla vigilia della festa del ringraziamento il tacchino venne sgozzato.

L’induzione quindi non può dimostrare la validità di una teoria, può solo rafforzarne la validità, tuttavia un evento che si ripete nel tempo per un dato periodo, non assicura che ogni volta che finisce accadrà di nuovo.
Molti pensatori hanno approfondito l’argomento, ma soprattutto David Hume ha portato alla luce i più grandi limiti di questo modo di pensare. L’induzione è alla base della nostra comprensione del mondo, la nostra tendenza è quella di pensare al futuro sulla base delle nostre esperienze, cercando di prevedere cosa succederà.
Hume spiega che l’essere umano da per scontato che la natura sia uniforme e che si comporterà sempre nel medesimo modo, in realtà non c’è nulla che ci consente di sapere se ciò che abbiamo vissuto in precedenza può considerarsi ciclico.

Per chi è avvezzo alle previsioni, potrebbe pensare a questo concetto immaginando il lancio di una monetina. Se lanciassi una monetina 9 volte ed uscisse 9 volte testa, quante possibilità ci sarebbero che l’ultima sia croce?
Questo è un concetto diverso dall’induttivismo.

La fallacia ludica

La fallacia dello scommettitore è un errore logico che riguarda l’errata convinzione che eventi occorsi nel passato influiscano su eventi futuri nell’ambito di attività governate dal caso, quali ad esempio molti giochi d’azzardo.

La fallacia ludica è un concetto descritto da Nassim Nicholas Taleb per la prima volta nel suo libro del 2007 “Il Cigno Nero“.
Sostanzialmente è la convinzione che la casualità non strutturata trovata nella vita quotidiana, sia molto simile alla casualità strutturata trovata nei giochi.
Questo concetto esprime diverse convinzioni erronee sulla probabilità di ripetizione di un evento in base alla sua frequenza o al tempo trascorso dal suo compimento.

L’induttivismo è l’osservazione del particolare per spiegare l’universale, un concetto opposto alla deduzione. Questo concetto può essere utilizzato in ambito ludico nel tentativo di prevedere cosa accadrà attraverso lo studio delle probabilità utilizzando i dati ottenuti fino ad un dato momento. Tuttavia questa è la fallacia ludica, molto simile all’induttivismo, ma concettualmente diversa.

Riprendendo l’esempio fatto in precedenza, se lanciassi una monetina 10 volte e per 9 volte uscisse testa, quante probabilità ci sarebbero che l’ultimo lancio sia ancora una volta testa? La fallacia ludica prevede l’erronea convinzione che sia più probabile in quanto già successo 9 volte, o che sia meno probabile in quanto già accaduto 9 volte.
La realtà dei fatti è che ad ogni lancio, la probabilità che sia testa o croce è sempre del 50%. Se ci si aspetta che due lanci diano lo stesso risultato, toccherà dividere la probabilità del 50%, questo modello è molto simile all’induzione, che viene erroneamente percepito come induzione da un soggetto, ma è chiaramente una percezione errata.

Caso e passività

Mi è capitato tante volte di pensare a quello che sarebbe potuto essere piuttosto che a quello che è stato, variazioni plausibili di un passato o di un futuro che non esiste, che non viene considerato perché il modo comune di analizzare la vita è quello di cercare una causalità alla casualità, dare una motivazione plausibile all’avvenimento di un evento, le astrazioni sono immateriali ed è praticamente inutile oltre che difficile considerarle.
Nonostante a livello pratico sia inutile considerarle, la loro valutazione può essere un ottimo modo per rendersi conto di quanto il futuro sia in gran parte frutto del caso.

Gli eventi estremi appartengono a quel genere di situazioni imprevedibili che possono fare una differenza sostanziale cambiando totalmente le carte in tavola, sia che accadano sia che non accadano.
Questa valutazione dovrebbe servire soltanto a capire che cercare di raggiungere i proprio obiettivi è giusto, ma che è sempre importante ricordare che la nostra vita può essere stravolta in qualsiasi momento, che i nostri obiettivi possono cambiare totalmente a causa di un imprevisto.
Comprendere che siamo sempre vittima di situazioni inattese e del caso non significa vivere passivamente o aspettare il colpo di fortuna, cercare la propria strada e tentare di realizzare i propri desideri è come lasciare la porta aperta ad un risvolto positivo, è sempre bene ricordare che la fortuna aiuta gli audaci.

 

Visita al SI FEST 2022, Savignano sul Rubicone

Al SI FEST 2022, asinelli solitari, di Savignano sul Rubicone, espone Kanta Nomura, il reportage sul dormitorio per gli studenti Yoshida a Kyoto, un dormitorio abbandonato.

Come ogni anno, il mese di settembre si apre con la visita presso il festival di fotografia SiFest, organizzata dall’associazione Savignano Immagini in collaborazione con il Comune della stessa città.

Titolo di questa edizione del festival è Asinelli solitari, che quest’anno ha deciso di omaggiare Pier Paolo Pasolini a cento anni dalla sua nascita. Omaggio che racconta e rispecchia ad oggi il Sessantotto, un’epoca tribolante in cui Pasolini inaugurava la rubrica giornalistica “Il caos” raccontando contestazioni giovanili, trasformazioni culturali, conflitti tra nazioni e angoli di mondo refrattari al caos, punteggiati di “asinelli solitari” dalle “lunghe teste piene di quella loro saggezza ostica e poco effabile”. Allo stesso modo il SiFest cerca di restituire con le immagini una nuova epoca rivoluzionaria, la condizione sociale, politica e culturale del nostro tempo.

Novità dell’anno è la direzione artistica, quest’anno capitanata dal fotografo Alex Majoli, autore in piena attività a livello internazionale. 

Alex Majoli autore di prestigiosi progetti fotografici e creatore del Cesuralab, collettivo indipendente nel panorama della fotografia internazionale, sceglie come luoghi espositivi, le scuole primarie, nonché luoghi di formazione ed educazione per crescere e divulgare informazioni attraverso la fotografia. Anche quest’anno il ruolo centrale del festival è stato affidato ai concorsi che aprono alle nuove tendenze della fotografia, come il Premio Marco Pesaresi, dedicato al fotoreportage e il Premio Portfolio, la cui lettura dei progetti richiama in piazza un flusso notevole di fotografi da tutta Italia. 

Rispetto alle scorse edizioni, percorrendo le varie tappe del festival, è subito evidente il cambiamento espositivo e organizzativo del festival. Se negli scorsi anni le sale espositive sparse per la città non erano ben segnalate da totem dislocati lungo il percorso, quest’anno invece, le sale sono ben segnalate con indicazioni riguardanti direzione e luogo della manifestazione.

Altra differenza e nota negativa riscontrata rispetto alle scorse edizioni, è stato sicuramente lo scarseggiare del materiale esplicativo per i visitatori, utili per comprendere e interpretare i progetti esposti, la cui stampa fornita risultava poco leggibile, piena di errori e per certi versi incentrata più sulla vita dei fotografi che non sui progetti. Informazioni che a mio parere sono molto utili soprattutto se riportate prima dell’accesso alle mostre, perché se da un lato accolgono lo spettatore, dall’altro guidano il visitatore poco esperto nel viaggio fotografico che andrà poi a vivere in autonomia nelle sale del festival.

Presso la scuola primaria Dante Aligheri, lungo i corridoi del piano terra è riportato un bellissimo reportage dalla raccolta “Morire di classe” del 1969 di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin.

Iniziando il tour dal primo spazio espositivo diviso su due piani, accediamo alla Scuola primaria Dante Alighieri. Proprio per la scelta delle aule come spazi espositivi, quest’anno ogni mostra è associata a una materia di insegnamento. Un percorso in cui la matematica e la fisica sono reinterpretate attraverso le immagini in bianco e nero di due fotografi, l’inglese Stephen Gill e il newyorkese Stanley Greenberg, autore che domina tra le aule del SiFest con un reportage sui luoghi della ricerca scientifica con telescopi solari e spettrometri.
Per la biologia, la geografia e la religione il campo si estende al linguaggio video con i progetti di Michele Sibiloni, dell’olandese Erik Kessels e del duo brasiliano
Bárbara Wagner & Benjamin de Burca. Tra questi, la mia attenzione è ricaduta sul progetto di Sibiloni nella sezione biologia con il video intitolato “Nsenene”, in cui il fotografo documenta la suggestiva attività redditizia dell’Uganda in cui enormi sciami di cavallette, migrano riempiendo i cieli poco prima dell’alba e nell’occasione molti ugandesi restano svegli per catturarli.

Un video surreale e spiazzante in cui il movimento dello sciame diventa sempre più intenso e contrapposto al movimento lento delle figure che attendono pazienti la cattura.

Percorrendo i corridoi della scuola, ci immergiamo nella sezione scienza, in una delle esposizioni di grande impatto emotivo, in cui viene riportata l’attenzione alla lotta di Franco Basaglia. Un reportage sulla chiusura dei manicomi con le stampe fotografiche del libro “Morire di classe del 1969″ di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin. Un viaggio riflessivo e straziante nel vissuto dei malati psichiatrici dei manicomi degli anni 60.
Qui, impotenza e sconforto accompagnano la visione, il cui sguardo si perde tra queste pagine di storia realmente vissuta in cui l’umanità viene privata in ogni suo aspetto.

Immagini documentarie accompagnate da citazioni tratte da opere, leggi e bandi che negli anni hanno raccontato e studiato il fenomeno dei manicomi, della schizofrenia e della demolizione psico-fisica dell’essere umano.

 

Il perfetto ricoverato all’apice di questa desolante carriera la cui meta sembra, paradossalmente, la distruzione del malato, sarà quello che si presenta completamente ammansito, quello che si lascia pulire, imboccare che non ha più reazioni personali. Alla fine di questo processo di disumanizzazione, il paziente che era stato affidato all’istituto psichiatrico perché lo curasse, non esiste più: inglobato e incorporato nelle regole che lo determinano.
È un caso chiuso.
Etichettato in modo irreversibile, non potrà più cancellare il segno che lo ha definito come qualcosa al di là dell’umano, senza possibilità di appello.

Franco Basaglia, L’utopia della realtà

… E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: ”pazzo!” – Per esempio, che so? – “imbecille?” – Ma dite un po’, si può star quieti a pensare che c’è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi?. . . Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete cosa significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni!…

Luigi Pirandello, Enrico IV

La sezione storia presenta invece una collettiva che ripercorre gli avvenimenti degli ultimi vent’anni attraverso immagini di agenzie come Associated Press, Magnum Photos e Reuters

Espsosizione dell’artista Jim Goldberg col progetto Fingerprint, visitabile presso l’istituto comprensivo Giulio Cesare.

Fra i vari autori c’è anche spazio per la fotografia automatica nella sezione educazione fisica, allestita proprio nella palestra dell’istituto, con una selezione di fotofinish olimpici. La fotografia generata da dispositivi automatici fissi che ferma il movimento e lo scorrere del tempo, cimentandosi nella cattura dell’istante. 

La mostra presenta dodici istanti, nonché dodici arrivi, dai giochi olimpici di Mebourne del 56 a Sydney 2000, tratti dagli archivi del CIO e legati alla disciplina dell’atletica leggera, simbolo dei giochi.

Il fotofinish rivoluzionerà la fotografia, infatti sulla scia degli studi di alcuni artisti pionieri dell’Ottocento come Marey e Muybridge, che inventeranno apparecchiature per scomporre i movimenti in una serie di fotogrammi, allo stesso modo il fotofinish introdotto per la prima volta alle Olimpiadi del 1932, scompone il movimento in attimi che segneranno poi la storia dello sport. 

La nostra visita al Festival si sposta poi nella seconda tappa dell’esposizione presso l’Istituto comprensivo “Giulio Cesare”. Spazio che accoglie la sezione di educazione civica, letteratura, musica e religione con i progetti della più grande fotografa del Novecento Lee Miller, il viaggio nella scena rave musicale della giovane Chiara Fossati, la riflessione multiculturale di Marwan Bassiouni e il connubio tra fotografia e scrittura degli autori Duane Michals, Jim Goldberg, Lalla Essaydi e Kevin Clayborne.
Proprio questi ultimi hanno fatto da apri fila nella tappa all’Istituto comprensivo con reportage prevalentemente in bianco e nero e un dialogo intimo tra scrittura e fotografia. Particolare tra tutti, gli scatti di Jim Goldberg, autore più rappresentativo della fotografia contemporanea le cui foto, contraddistinte dalla presenza innovativa del testo, indagano sugli individui e sui miti della società marginale americana. Nel suo progetto Fingerprint presentato al SiFest, l’autore attraverso le sue Polaroid, racconta la storia di alcuni teenagers finiti a vivere per le strade della California.
I testi scritti a mano sulle stampe, ci immergono nel pieno del suo progetto rendendo tangibile il momento in cui i giovani scarabocchieranno le foto per dare voce alle loro sfide.

Non riesco a reprimere il desiderio, l’impulso, la volontà di credere in una società in cui le cose miglioreranno davvero. Se non altro, continuo a sperare che ancora oggi le mie fotografie e tutte le persone che ho incontrato parlino da sé.

Jim Goldberg, Artista e fotografo

Su questa scia troviamo anche Duane Michals, massimo esponente della fotografia artistica, che racconta i miti e le ossessioni umane con i suoi ritratti di strada. Nelle sue sequenze narrative e a tratti pittoriche, l’autore esplora l’emotività umana e il complesso mondo interiore. 

Un viaggio introspettivo che ci trasporta a prima vista, in una riflessione profonda sull’umanità e sulle relazioni socio-culturali in cui il pensiero scritto diventa indizio e chiave di interpretazione dell’immagine.

Sezione interessante è stata anche quella dedicata alla musica di Chiara Fossati, con il suo progetto Whatever, in cui documenta il mondo senza regole, gli ambienti della scena musicale tecno e la cultura rave. L’autrice racconta in prima persona la sua esperienza in questa realtà che l’ha vista protagonista durante la sua adolescenza, mostrando vite, persone e aspetti che più si nascondono dietro le facciate più comuni.

Chiara Fossati era un’adolescente in cerca di avventure ritrovatasi con una macchina fotografica al collo durante il momento più importante della scena rave in Italia, a cui si è susseguito il suo tramonto.
In quel periodo i membri del rave non erano visti positivamente dal pubblico comune, non interessato a capire cosa fosse questa sottocultura veramente. La fotografa di Chiara ricorda quei giorni.

 

Osservazione più lunga nella nostra visita, è stata dedicata alla sezione educazione civica con le immagini dell’autrice Lee Miller. Ci ritroviamo così immersi nella documentazione monocromatica degli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche nella sofferenza e nella distruzione dell’Est Europa del dopoguerra. Le fotografie in mostra sono prettamente ritratti di momenti che tracciano la fine del conflitto, come la Guardia SS morta suicida a Buchenwald nel 1945, o ancora i Prigionieri in divisa a righe appena liberati accanto ad un mucchio di ossa dei deportati bruciati nei forni crematori. 

Fotografie che in un’epoca di incertezze e di stravolgimenti storici in cui ci si è ritrovati ad assistere a scene brutali di uccisioni, fosse comuni ed emergenza globale, fanno riflettere su quelle che sono le azioni dell’uomo e sulle conseguenze possono poi riversarsi su intere generazioni.

Lasciata la suddivisione della mostra in materie, la nostra visita al festival prosegue negli spazi dell’ex Consorzio di Bonifica in cui spiccano tre autori i cui progetti pongono l’attenzione su dimensioni scolastiche opposte:  gli studenti guerrieri talebani dell’Afghanistan della collezione di Thomas Dworzak, l’ambiente universitario e la vita nello studentato più antico del Giappone di Kanta Nomura e la Lettonia post sovietica degli anni Novanta di Ivars Gravlejs

Accedendo al primo piano del Consorzio, arriviamo nella sala del progetto Early Works del fotografo lettone Ivras Gravelis, le cui foto sospese e adagiate sul pavimento, ingannano subito la nostra attenzione. La sensazione di spaesamento iniziale si trasforma poi in palese provocazione i cui scatti puntano a canzonare i canoni estetici del mondo adulto, documentando la vita scolastica nella Lettonia degli anni Novanta.
Percorrendo le sale successive, ci imbattiamo poi nel progetto The Yoshida Dormitory Student’s History del fotografo giapponese Kanta Nomura, uno dei progetti più travolgenti di tutta l’esposizione. Sia per merito del progetto, sia per il tipo di allestimento, il progetto a mio avviso è in grado di trasportare il visitatore nel vissuto della cultura universitaria giapponese. Il senso di piena immersione è restituito dalle stampe sulle pareti raffiguranti gli spazi interni dello studentato i cui graffiti ne esaltano il vissuto e la storicità del posto.

Foto di alcuni studenti che hanno risieduto al Yoshida dormitory students di Kyoto, il più vecchio dormitorio del Giappone.

Lo studentato ha più di cent’anni e conserva le tracce ei ricordi lasciati dai tantissimi studenti passati di lì. È stato a lungo in fermento, e ancora oggi emana un odore intenso, che non accenna a sparire.

Kanta Nomura, The Yoshida dormitory students

Pieno coinvolgimento al suo progetto fotografico è dato dalla sala in cui viene simulata la camera oscura scoperta nello studentato, dove l’autore ricomincerà a stampare durante il suo soggiorno. Luci rosse, tende e pellicole riportate su corde tese lungo la diagonale della sala, ci riportano nel vivo del processo fotografico, dandoci la sensazione di vivere l’esperienza dello sviluppo nella camera oscura in prima persona. 

Tra cumuli di spazzatura, ho trovato della carta fotografica di un tempo, polverosa e ammuffita. E se avessi stampato delle nuove foto dello Yoshida su quella vecchia carta che aveva assorbito tutto quel tempo?” Con questa idea in testa, ho rimesso in sesto la vecchia camera oscura a lungo dimenticata, per utilizzarla una volta ancora. In questa camera speciale, ho cominciato a stampare.

Kanta Nomura, The Yoshida dormitory students

Ritornando al pian terreno del Consorzio, percorriamo le sale che ospitano invece i progetti di fotografi vincitori di alcuni concorsi legati al SiFest come Luca Meola vincitore del premio Portfolio “Werther Colonna”, Andrea de Francisis Premio “Marco Pesaresi” Delhirium e Ilaria Sagaria Premio Portfolio Italia – Gran Premio Fujifilm “Piena di Grazia”.

Tra queste, l’esposizione che mi ha maggiormente colpito è quella di Luca Meola in cui l’autore racconta la storia del crack e di Cracolândia

All’Ex Consorzio di Bonifica è esposto il reportage Cracolândia di Luca Meola che porta alla luce il degrado e il vissuto del popolo al margine della società brasiliana attraverso i ritratti delle figure centrali della comunità dello spaccio, come prostitute, spacciatori, ambienti fatiscenti e le condizioni di estrema povertà.

, nonché il mercato dello spaccio di stupefacenti più grande al mondo nel cuore di San Paolo, in Brasile. Qui Meola porta alla luce il degrado e il vissuto del popolo al margine della società brasiliana attraverso i ritratti delle figure centrali della comunità dello spaccio, come prostitute, spacciatori, ambienti fatiscenti e le condizioni di estrema povertà.

Guardando i suoi scatti, ci si ritrova immersi nelle singole storie degli individui fotografati, dalle quali traspare non solo la condizione di degrado delle comunità delle favelas, ma soprattutto le dinamiche di una società senza controllo in cui nella maggior parte dei casi le persone finiscono in strada per diseguaglianza, disoccupazione e mancanza di politiche di sostegno dei più fragili che diventano poi vittime del consumo.

La comprensione e fruizione di questo progetto documentaristico è stato possibile grazie alla presenza dei QR Code posti sotto ai singoli scatti grazie ai quali una voce narrante, racconta la sua esperienza e l’incontro con le storie dei soggetti fotografati. La presentazione vocale di ogni opera ci ha permesso di cogliere ogni aspetto della sua narrazione, trasportandoci emotivamente in realtà a noi così distanti.

Insomma visitare il SiFest lascia sempre gli occhi e il cuore ricchi di emozionanti contenuti da raccontare, per ricordarci che solo guardando la realtà da altri punti di vista, possiamo realmente comprendere ciò che ci circonda, liberando il pensiero limitato dal pregiudizio e rendendo più forte la capacità analitica del pensiero. 

Rispondendo all’esigenza di trascrivere per immagini avvenimenti sempre attuali, la fotografia del SiFest, riesce a cogliere appieno la dimensione oggettiva delle cose senza filtri.

Accessibilità

L’ex consorzio di bonifica di Savignano sul rubicone è una delle sedi storiche del SI Fest, purtroppo si tratta di un vecchio edificio non dotato di sistemi di accessibilità per persone con limitazioni.

Come accade in ogni mostra o Festival d’arte e fotografia, l’accesso agli spazi risulta sempre la parte più critica e poco curata dell’evento a causa della scarsa attenzione che si pone nei confronti di quelli che possono essere disagi da parte del visitatore. Questo perché ad ogni luogo di esposizione, corrisponde una barriera che limita l’accesso ai visitatori più fragili contribuendo ad aumentare il già presente disagio fisico.

Nel caso del SiFest, trovo davvero assurdo che in una scuola, ospitante una collettiva fotografica, sia presente un ascensore per l’accesso ai piani superiori, ma spento e per di più con personale preposto, non preparato. Cosa più sconcertante è in tutto questo, l’indifferenza totale al problema da parte di organizzatori e istituzioni che non si preoccupano minimamente di disporre di mezzi per l’accesso ai piani o non limitano il disagio che una persona con difficoltà può riscontrare in ambienti non accessibili.
Rendere gli spazi accessibili, significa rendere gli eventi fruibili a tutti, indipendentemente dal tipo di problematiche.
L’esclusione alla partecipazione parte dal principio perché chi vive giornalmente un disagio non dovrebbe trovarsi difronte a condizioni che amplificano il disagio stesso, magari acquistando il biglietto, ignaro dell’impossibilità di raggiungere poi tutti gli spazi. 

Il problema può valere non solo per una persona con difficoltà fisiche evidenti, ma anche a donne in gravidanza o anziani che per diverse ragioni non possono salire le scale o hanno difficoltà nel farlo.

Penso che su questo fronte c’è ancora tanto da fare e da imparare. Si parla tanto di disabilità e di inclusione, ma è più facile a dirsi che a farsi perché quando poi ci troviamo davanti ai fatti, la realtà è ben diversa.
L’esclusione non viene solo da una mancanza strutturale, ma soprattutto da una mancanza di sensibilità legata alla scarsa predisposizione degli individui in generale di comprendere e approcciarsi a certe problematiche. 

Insomma l’intento non è fare necessariamente critica, ma in generale penso che dovremmo guardarci tutti un po’ nel profondo e imparare a metterci nei panni dell’altro per comprendere il come ci si sentirebbe se privati dell’autonomia necessaria per considerarsi davvero liberi di essere e di pensare.

Checklist di Atul Gawande

Recensione del libro di Atul Gawande, Checklist come fare andare meglio le cose

Ho iniziato a leggere questo libro convinto che avrei trovato profonde implicazioni psicologiche descritte intorno ad una non specificata capacità algoritmica umana, utilizzata per dare ordine a certe situazioni.
È pressapoco così, ma con molte implicazioni laterali aggiuntive, soprattutto di natura pratica che non psicologica. Sembrerebbe essere più un saggio sulla formazione personale, sul miglioramento di se stessi per rendere migliore la società, quindi un saggio istruttivo e sociologico, più che psicologico.
Ho trovato argomenti estremamente interessanti come la fallibilità umana, la mancanza di comunicazione nei gruppi di lavoro e l’eroismo.
Una lettura molto semplice e neanche troppo lunga, che consiglierei a tutti coloro volessero imparare a gestire meglio i propri impegni e fare meno errori banali, dettati spesso dai propri limiti e dalla distrazione.

L’autore

Atul Gawande è un medico, chirurgo e giornalista statunitense. Come si può intuire dal suo libro, è un esperto nella riduzione degli errori e del miglioramento dell’efficienza e della sicurezza all’interno delle sale operatorie.
Come lui stesso racconta nel suo saggio, nel 2006 viene convocato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in quanto, dai dati in loro possesso risultava che, le conseguenze derivanti dalle operazioni chirurgiche potessero essere un potenziale pericolo pubblico. Oggi Gawande è il direttore del dipartimento Global Patient Safety Challenge dell’OMS.
Oltre alle più di 200 pubblicazioni medico scientifiche in cui figura, Atul Gawande ha pubblicato anche altri tre saggi, dove viene affrontata sempre la necessità della perfettibilità dei metodi e la fallibilità dell’essere umano.

Il saggio

“Checklist: come fare andare meglio le cose”, è questo il titolo del saggio, eppure nonostante le checklist siano un argomento sempre presente, nel sottofondo dei vari aneddoti, in continuo risalto ci sono i limiti umani, sempre altrettanto principali, che ne fanno da ricco contorno.

Il libro tratta argomenti piuttosto “tecnici”, spiegati attraverso racconti, aneddoti di vita, ed esempi che Gawande, da ottimo analitico ed autocritico utilizza sapientemente per espletare il suo pensiero.
Nonostante rendere più sicura ed efficiente una sala operatoria possa sembrare un argomento difficile da comprendere, Atul ha la capacità di essere molto chiaro ed esplicativo.
Il suo stile è quello del racconto, degli esempi, in maniera molto metodica ma semplice. Dopo qualche pagina ho avuto qualche dubbio sulla mia scelta, ma il primo capitolo mi ha convinto che non me ne sarei pentito.
Il libro apre con uno scambio tra lo scrittore e un suo vecchio compagno di facoltà, da qui ci porta immediatamente in sala operatoria per raccontarci, in maniera leggera e veloce, cosa può significare trovarsi di fronte ad una situazione critica ed inaspettata, causata da una semplice mancanza di controlli o di un mancato passaggio di informazioni.
Queste strategie, per quanto banali possano sembrare, sono le checklist.
Le checklist, come documentato da questo saggio, hanno permesso di ridurre le morti per infezione nelle sale operatorie, o di dare vita a grattacieli stabili nell’edilizia e sicuri, o ancora un ammaraggio di emergenza nel fiume Hudson nel 2009.

Questo saggio può insegnare che potresti essere distratto o infrangerti contro i tuoi limiti, ma poche istruzioni e una strategia possono aiutarti a far andare tutto nel verso giusto.
Nei vari aneddoti, ciò che mi ha colpito molto ma che in parte mi aspettavo, è stato come per alcuni soggetti nella media, ma anche ben al di sopra della media, è sembrato banale e a tratti umiliante utilizzare una lista di controllo per svolgere meglio il proprio lavoro o i propri impegni quotidiani. Questo rifiuto e la sensazione di umiliazione da parte di molti esperti di fronte all’utilizzo delle checklist, ha a che fare con l’eroismo, la necessità di essere riconosciuti come eccellenze prima della qualità del lavoro.
Tuttavia accettare l’utilizzo di una strategia di questo tipo si basa su tre colonne portanti:
1. l’altruismo, in qualità di professionisti di qualsiasi tipo, significa mettere davanti alle proprie esigenze personali la responsabilità del nostro prossimo;
2. la bravura, ci impegneremo anche attraverso le strategie che ci sembrano meno congeniali, con umiltà, a raggiungere l’eccellenza;
3. l’affidabilità, la nostra condotta deve essere integerrima e la fiducia che ci viene accordata dovrebbe essere premiata.
Personalmente la lettura di questo saggio è stata una piacevole conferma, perché nel mio piccolo, ho sempre fatto uso di piccole checklist quando gli impegni da affrontare superano la mia capacità di ricordare o di organizzare.

Il “programma sottoposizioni” di O’Sullivan e l’ammaraggio di Chesley Burnett Sullenberger con la perfetta collaborazione di Jeff Skiles e del resto dell’equipaggio, sono aneddoti di eccezionale eloquenza che dimostrano quanto una perfetta collaborazione, una buona comunicazione e una checklist (e in qualche caso anche un pizzico di fortuna), possano far andare nel migliore dei modi anche situazioni disperate.

Conclusioni

Viviamo in una società che punta all’individualismo, dove ancora il mito dell’eroismo e la competizione sono a livelli altissimi, per questo motivo spesso si richiede più del possibile ad un singolo soggetto. Atul Gawande vuole dimostrarci che, migliorare se stessi è sempre una cosa giusta, ma bisogna accettare i nostri limiti come uomini, la nostra fallibilità.
La società attuale dispone di un’enorme mole di informazioni e i singoli che ne dispongono hanno potuto raggiungere successi incredibili. Tuttavia la strada per il successo è ricca di fallimenti ed incidenti, ma esistono strategie che possono arginare una gran parte dei nostri errori come esseri fallibili.

Per me, questo libro è un monito per qualcosa che tutti dovremmo sapere e riconoscere, per quanto ci valutiamo esperti o per quanto possiamo sentirci o essere speciali, dobbiamo imparare a riconoscere i nostri limiti, l’errore è sempre in agguato.
Utilizzare uno strumento umile quanto semplice come una checklist, è un modo intelligente e pratico di riconoscere che è possibile sbagliare e di non rassegnarsi a commettere quell’errore che vorremmo e potremmo evitare.

Ethereum merge, un nuovo inizio?

Cosa accadrà col merge? Il passaggio alla PoS (Proof of Stake) segnerà uno sviluppo o il declino del progetto? Ci saranno fork?

Uno degli eventi più importanti per il mondo delle criptovalute, sta avvenendo proprio in questi giorni con il merge di Ethereum. Dopo mesi di attesa e di continui rinvii sulle date di quando ciò sarebbe avvenuto, in data di ieri è stato predisposto l’aggiornamento Bellatrix, che include al suo interno il merge, previsto per metà settembre.
Per chi non conoscesse bene le caratteristiche della rete Ethereum, in cosa consiste e le sue peculiarità, consiglio di leggere l’articolo “Ethereum, un computer virtuale decentralizzato“, che vi potrà fornire tutti gli elementi per avere una considerazione di base della tecnologia in questione.

Cos’è il merge?

Attualmente la rete Ethereum è basata sulll’algoritmo di consenso Proof of Work, ovvero tutte le transazioni sono validate dai miners, che mettono a disposizione potenza computazionale per risolvere degli algoritmi matematici. Questo è il metodo utilizzato attualmente per rendere sicura la rete.
Il merge pone come obiettivo quello di passare dalla molto dispendiosa energeticamente Proof of Work, alla più green Proof of Stake, dove i validatori sono gli stakers che non sono costretti a consumare alcun tipo di corrente elettrica.
Per capire meglio le differenze tra i diversi algoritmi di consenso consiglio la lettura di “Algoritmi di consenso“, articolo in cui è stata affrontata la differenza tra gli algoritmi più utilizzati.
Il passaggio alla PoS è uno degli obiettivi che da sempre il progetto Ethereum si pone come obiettivo, in quanto offre la possibilità di una maggiore scalabilità. Il PoW è ritenuto un algoritmo più sicuro ma anche computazionalmente non scalabile quanto una rete con algoritmo PoS.
Una blockchain con Proof of Work subisce in modo naturale una maggiore decentralizzazione. Questo è dovuto al fatto che ogni nodo che verrà creato da parte dei miners per ottenere un maggiore profitto dalla validazione delle transazioni, mentre per una PoS, chi detiene una percentuale di tokens di una determinata chain mettendoli in stake per fungere da validatore non crea necessariamente un nodo che contribuisca alla decentralizzazione.
Ethereum può lavorare alla creazione di molti nodi in Proof of Stake, aumentando così la propria decentralizzazione e abilitandosi ad una scalabilità che purtroppo con il vecchio algoritmo non è possibile.
Una maggiore decentralizzazione va a braccetto con l’aumento della sicurezza, avvicinandosi così alla risoluzione del trilemma.

Il merge porterà Ethereum nella transizione da Proof of Work a Proof of Stake. Una volta eliminato il PoW i miners non avranno più motivo di esistere e saranno rimpiazzati dagli stakers, non sarà più necessaria potenza computazionale e consumo elettrico.

Questa transizione era prevista anche nella roadmap originale del progetto, tuttavia trattandosi di un’operazione estremamente complicata e delicata, che potrebbe arrecare danno alle migliaia di DApps ormai costruite su questo ecosistema, gli sviluppatori di Ethereum hanno suddiviso la trasformazione in due parti.
Nel dicembre del 2020 hanno lanciato la cosiddetta Beacon Chain, una blockchain che permette di eseguire parallelamente il Proof of Stake, per poter testare l’algoritmo in produzione senza un diretto impatto sull’originale blockchain in Proof of Work, che attualmente gestisce centinaia di miliardi dollari.
Un altro motivo per il lancio anticipato è l’accumulo necessario di ETH per la creazione di validatori, in modo da accumulare una quantità sufficiente di token in staking per rendere sicura la rete. Attualmente sono stati messi in staking più di 13 milioni di ETH, distribuiti da più di 400.000 validatori.

Il merge è il secondo step e consiste nel rendere effettiva questa beacon chain con PoS escludendo, dopo aver testato che tutto funzioni correttamente, il vecchio consensus layer con PoW, unendo il livello di esecuzione su cui sono eseguite le applicazioni al nuovo livello dell’algoritmo di consenso (con PoS), chiudendo definitivamente l’attività  dei miners.

Possibili conseguenze

Questo cambiamento radicale dell’ecosistema avrà certamente delle conseguenze.
Il merge è stato pensato in questi due passi specifici per separare il consensus layer, ovvero il livello dove viene eseguito l’algoritmo di consenso (PoW), e l’execution layer, lo strato su cui vengono eseguite le applicazioni.
Separando questi due livelli, gli sviluppatori hanno creato un secondo consensus layer, per permettere il test del nuovo algoritmo di consenso senza fermare i servizi in essere. Un’errata valutazione di questo processo potrebbe causare un disservizio a tutte le applicazioni decentralizzate presenti. Un simile disservizio si trasformerebbe sicuramente in un ingente danno economico.

Tuttavia ridurre il consumo energetico di più del 99% e rendere l’ecosistema scalabile ed utilizzabile da un numero maggiore di enti e individui, lo renderà appetibile anche ad enti istituzionali che non avrebbero più il problema della questione etica e dell’inquinamento. Questa sarebbe una conseguenza estremamente positiva che potrebbe attirare ulteriori investitori e utilizzatori che per questioni di sostenibilità o affidabilità non lo reputano appetibile.

La fine dell’attività dei miners diminuirebbe drasticamente anche l’emissione di nuovi ETH, annullando l’effetto inflattivo o scatenandone uno leggermente deflattivo. Questa dinamica potrebbe essere un’attrattiva per nuovi investitori che potrebbero fiutare un possibile aumento del prezzo del token. Il premio che viene quindi dato al validatore del blocco, viene abbassato drasticamente. Annualmente nella configurazione in Proof of Work vengono creati circa il 4,3% del totale annualmente, mentre in Proof of Stake verrà ridotta tra lo 0,3% e lo 0,4%. La comunità di Ethereum si riferisce a questo abbassamento come “triplo halving”, in quanto corrisponde alla diminuzione del compenso di 3 halving di Bitcoin.

Questo è solo un riferimento di paragone, ovviamente le due cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.

Conclusioni

Questo è un grande cambiamento, un momento storico nell’ambito delle criptovalute in quanto questa trasformazione di Ethereum potrebbe attirare nuovi investitori istituzionali che potrebbero dare una spinta alla crescita di questo mercato.
È difficile dire quali saranno le evoluzioni dopo che il merge sarà avvenuto, si ipotizza un aumento del prezzo per la ridotta inflazione ma anche un dump del fork, in ogni caso avendo caratteristiche completamente diverse dall’originale, è come non avere dati statistici su un nuovo asset finanziario. Il consiglio, nel caso in cui si intenda investire sul futuro di Ethereum, è quello di informarsi approfondendo le dinamiche pre e post merge, di modo di fare una corretta valutazione strettamente personale.

Questa evoluzione, è una chiave di volta che sicuramente porterà uno sviluppo ed un utilizzo maggiore delle blockchain, che nei prossimi anni potrebbero avere un ruolo fondamentale nella nostra quotidianità.

 

Universo 25, infausta profezia?

Superchio collasso della società universo 25

Un argomento che ci è stato richiesto da una nostra lettrice riguarda l’individualismo imperante dei nostri tempi, sempre più spesso affrontiamo argomenti come l’indifferenza sociale e la solitudine. Questo esperimento non racconta cosa accadrà realmente, ma è molto affine all’evoluzione dell’attuale società, sempre più individuale e numerosa.
Gli individui sono iperconnessi, in possesso di mille mezzi di comunicazione e dalle vecchie generazioni è percepita una sorta di benessere crescente, in realtà fittizio.
Di pari passo al benessere, negli ultimi 80 anni, l’intero pianeta ha vissuto anche un’esplosione demografica del genere umano. Proprio per mettere alla prova questi due fattori (il benessere e l’aumento demografico) in un organizzazione sociale di topi, un ricercatore, il dottor John Bumpass Calhoun etologo statunitense, ha creato Universo 25.

Le condizioni

Nel 1968, John B. Calhoun avvia il suo esperimento sul comportamento animale in contesti di sovrappopolazione per ottenere delle considerazioni circa l’aumento della popolazione umana.
L’ambiente pensato per le cavie aveva un’ampiezza di circa 2,7 metri quadrati ed un altezza di circa 1,5 metri a cielo scoperto per poter osservare la vita dei topi durante l’esperimento. Il primo metro di altezza era formato da grate, di modo da permettere ai topi di arrampicarsi, il resto faceva da barriera per impedirne la fuga. L’Universo 25 era attraversato da 4 corridoi in maglia di ferro e disponeva di 256 nicchie per permettere la formazione di tane, ogni nido avrebbe potuto ospitare 15 topi per una popolazione massima di 3800.
Un habitat pensato per fornire il massimo comfort, nessun tipo di predatore o pericolo esterno, temperature pilotate, cibo e acqua senza limiti, disponibilità di materiale illimitato per la creazione dei nidi. Insomma, una perfetta utopia per topi, che avrebbero soltanto dovuto riprodursi e proliferare.
Tutto veniva costantemente pulito ogni 4 settimane, e per ridurre anche la possibile presenza di malattie genetiche e selezionare i migliori esemplari, furono scelti dalle colonie del National Institute of Health.

Scelti gli esemplari, creato l’ambiente e predisposte le risorse, il 9 luglio 1968 ha inizio l’esperimento.

Le evoluzioni

Negli anni precedenti alla realizzazione dell’Universo 25, Calhoun si dedica allo studio del paradiso perfetto e delle condizioni ideali per la riproduzione dei topi. Come suggerisce il nome stesso, prima dell’Universo 25, ve ne furono altri più o meno importanti, che rendevano sempre più informazioni sulle situazioni ideali per favorire l’esplosione demografica.

Furono inizialmente introdotte 4 coppie di topi per un periodo di 104 giorni, un iniziale tempo di adattamento per creare familiarità con il luogo e le risorse.

Grafico della popolazione di topi nell’universo utopico chiuso.
La linea spezzata rappresenta una stima di numeri effettuata in circa 700 giorni dopo la colonizzazione sulla base della mortalità osservata. I punti osservati dopo il giorno 1000, sono leggermente inferiori al previsto a causa della rimozione di circa 150 topi per altri studi.
Un punto finale è stato aggiunto al grafico per il giorno 1471 quando la popolazione si era
ridotta a 100 esemplari. L’inesorabile calo portò la popolazione a 27 (23 femmine e
4 maschi, il più giovane dei quali ha superato i 987 giorni di età) al giorno 1588.

Successivamente a questo periodo, le coppie iniziarono a riprodursi in modo esponenziale, raddoppiando la popolazione ogni 55 giorni circa. Fu così che la riproduzione andò avanti fino al trecentoquindicesimo giorno, momento in cui la popolazione raggiunse i 600 esemplari. Da questo momento in poi, la crescita subì un rallentamento.

I nuovi nati venivano al mondo in un posto sempre più affollato, in cui i ruoli sociali da ricoprire erano sempre minori e più difficili da mantenere. Per i maschi alfa, diventò impossibile difendere il territorio e le proprie femmine dai sempre più numerosi contendenti, le posizioni più alte della gerarchia sociale erano quindi continuamente minacciate. Questo portò moltissimi maschi a smettere di ricoprire quel ruolo in quanto troppo costoso da proteggere in termini di energie e impegno.

Questo squilibrio sociale fece emergere una serie di comportamenti antisociali e distruttivi in tutta la colonia. La natalità iniziò a calare perché, i topi che reputavano troppo difficile detenere una posizione da maschio alfa, iniziarono a cambiare le loro priorità. Alcuni, battezzati “i belli” da John Calhoun , pensavano unicamente a dormire, mangiare e lisciarsi il pelo, non avevano alcun segno di lotta in quanto non pensavano più a riprodursi o a difendere il territorio.
Molti diventarono estremamente aggressivi, formandosi in gruppi che attaccavano anche le femmine ed i loro piccoli, mentre un’altra fazione presentava dei comportamenti pansessuali, cercando di accoppiarsi con qualsiasi topo, di qualsiasi sesso ed età.
Alcuni topi tra i più deboli e psicologicamente provati, si riunivano in gruppo al centro della colonia trascorrendo il tempo senza scopo se non intrattenendosi in qualche insensato atto di violenza all’interno del gruppo stesso.

Le femmine, non godendo più di alcuna protezione cercavano rifugio nelle tane più alte dell’habitat, tuttavia l’onere di difendere i piccoli e il territorio ricadeva sulle stesse che in molti casi, troppo stressate per il compito, sfogavano la loro frustrazione in atti di cannibalismo sulla prole, pur disponendo di cibo illimitato.

Dopo 560 giorni la natalità si fermò totalmente ai 2200 esemplari, nonostante l’Universo 25 fu concepito per ospitare un massimo di 3800 topi.

Gli esemplari presenti erano ancora in gran numero, ma il collasso della società causò un blocco della natalità e quindi l’inizio del declino demografico.
Dopo 5 anni, nel 1973, morì l’ultimo topo della colonia che si estinse totalmente. I topi avevano smesso di essere psicologicamente sociali, ed anche quando gran parte degli esemplari morì, quelli rimanenti non riuscirono più a ristabilire l’ordine e riprodursi; avevano perso la capacità di imbastire le relazioni sociali necessarie per il corteggiamento e l’accoppiamento.

Le conclusioni

Chiaramente, questi studi sono stati effettuati negli anni ’70, proprio dopo l’esplosione demografica del dopoguerra (tra il 1946 e il 1964). Questo destò non poche preoccupazioni, i ricercatori cercarono quindi dinamiche che potessero essere indice di cosa sarebbe potuto accadere con uno spropositato aumento della popolazione.
Furono anche riproposti esperimenti simili direttamente sugli esseri umani in aree densamente popolate. Esperimenti che però non rivelarono alcuno scenario utile. Un risultato di questo tipo, ottenuto su un modello animale diverso dall’uomo, non è per forza profetico su una specie complicata come l’essere umano, tuttavia molti dati non sono da sottovalutare.

Le analogie con l’attuale società sono tantissime, ma la razza umana per il momento gode di una varietà estrema di situazioni che la mette al riparo da situazioni simili.
Tuttavia è innegabile che vi sia sempre una minore capacità di socializzare ed empatizzare, soprattutto nelle nazioni in cui il benessere è maggiore.

Ciò che è venuto maggiormente a galla nell’Universo 25 è che, quando un sufficiente numero di generazioni ricopre tutti i ruoli sociali disponibili, i nuovi nati non hanno più la possibilità di rivestire un ruolo preciso. L’unico modo che hanno per avere un ruolo è usurpare gli adulti della specie. La lotta che ne scaturisce genera un’eccessiva violenza e l’annullamento delle istituzioni e disordine sociale sotto diversi aspetti.
I cuccioli nati da questa situazione sociale, venivano rifiutati dalla madre e dagli adulti del gruppo, crescendo incapaci di creare rapporti sociali. Inoltre l’alta densità ha aggravato attraverso l’errata quantità e qualità di contatti, la concezione sociale di questi esemplari che non hanno imparato le giuste azioni necessarie al proseguimento della specie.

L’inevitabile conseguenza è la distruzione dell’organizzazione sociale. Individui nati in queste circostanze sarebbero così distaccati dalla realtà da essere incapaci persino di alienarsi. I loro comportamenti più complessi diventerebbero frammentati.
L’acquisizione, la creazione e l’utilizzo di idee appropriate per il sostentamento della vita in una società post-industriale sarebbe impossibile.

John Bumpass Calhoun, Etologo e ricercatore

John Calhoun coniò alcuni termini piuttosto forti per la sua ricerca, come “fogna comportamentale“, per indicare il disordine sociale che si traduce in comportamenti socialmente dannosi che possono innescare la prima morte.
La prima morte è quella che precede quella fisica, si tratta del momento in cui una società perde la capacità di riprodursi e si avvia verso il declino demografico.

L’etologo morì il 7 settembre 1995, condusse diversi esperimenti sul comportamento animale in situazioni di alta densità demografica, ma Universo 25 fu l’esperimento che più fece, e fa ancora oggi, discutere la comunità scientifica.

Bibliografia

Calhoun JB. Death squared: the explosive growth and demise of a mouse population. Proc R Soc Med. 1973 Jan;66(1 Pt 2):80-8. PMID: 4734760; PMCID: PMC1644264.

 

 

 

 

Festival di Emergency a Reggio-Emilia, 3-4-5 settembre

Dopo il successo della prima edizione, dedicata alla Cura come diritto e valore fondamentale per ricostruire il senso del vivere comune, EMERGENCY torna a Reggio Emilia dal 2 al 4 settembre con il festival “La scelta”.

Milano, 30 giugno 2022 – Dopo il successo della prima edizione, dedicata alla Cura come diritto e valore fondamentale per ricostruire il senso del vivere comune, EMERGENCY torna a Reggio Emilia dal 2 al 4 settembre con il festival “La scelta”. Tre giorni di incontri e dibattiti in cui si alterneranno giornalisti, filosofi, scienziati, scrittori, rappresentanti di EMERGENCY e voci della contemporaneità per una riflessione collettiva sul grande quesito che attraversa in questo momento storico: perché scegliere ancora una volta la guerra?

La città si aprirà generosamente ad ospitare gli incontri del festival. Piazza Prampolini sarà il fulcro e il cuore dei dibattiti che in quella sede avranno due format diversi: i Dialoghi tra voci esperte sui grandi temi che si affronteranno e le EMERGENCY Stories che entreranno nel vivo dei progetti di EMERGENCY. Ma anche Piazza Casotti con le Domande per pensare, il cortile di Palazzo Ancini, la Biblioteca Panizzi con le attività per bambini, adolescenti e famiglie, realizzate dall’Ufficio Scuola di EMERGENCY, in collaborazione con Fondazione Reggio Children e il CSV. E ancora, il Teatro Valli e il Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, che ospiterà la mostra “No more war”, un progetto artistico del fotografo Giles Duley sul rapporto tra guerra e violazione dei diritti, contribuiranno a riempire la città di voci e storie su cui riflettere. Anche quest’anno, il percorso si snoderà attraverso tutto il centro della città.

EMERGENCY crede che la pace sia una scelta realmente perseguibile a partire dalla conoscenza e dalla pratica quotidiana dei diritti umani. Oggi, ancora più di ieri, è arrivato il momento di scegliere da che parte della storia stare: spendere in armamenti o in istruzione, lavoro, salute, ricerca e tutela ambientale; intraprendere la strada della guerra o della promozione della pace e della pratica dei diritti umani; continuare ad agire nell’indifferenza o salvare vite in mare. Il Festival di EMERGENCY, dal 2 al 4 settembre a Reggio Emilia, perciò, potrà essere un’occasione in cui parlare e confrontarsi su questi temi per ricordare che, in fondo, è sempre una questione di scelte.

Grazie a un protocollo d’intesa, la città di Reggio Emilia ospiterà il Festival di EMERGENCY anche per l’edizione 2023. Il calendario degli appuntamenti e la possibilità di prenotarli sarà disponibile da metà agosto all’indirizzo: www.emergency.it/festival

Ufficio stampa EMERGENCY
Sabina Galandrini – sabina.galandrini@emergency.it – +39 349 9733454
Claudia Agrestino – claudia.agrestino@emergency.it – +39 334 6186239

Ufficio stampa White Lady
Laura Calevo – laura@whiteladypr.it – +39 335 564 1177
Elena Santoro – elena.santoro@aquietplace.it – +39 335 7575951

Si Fest 2022 inaugura il 9 settembre 2022

Fotografia Si Fest 2022 Asinelli Solitari

Con il weekend inaugurale previsto dal 9 all’11 settembre, torna l’appuntamento con la 31esima edizione del SI FEST.
SI FEST 2022, è un festival di fotografia organizzato dall’associazione Savignano Immagini in collaborazione con il Comune di Savignano sul Rubicone, quest’anno sotto la direzione artistica di Alex Majoli, reporter ravennate noto e pluripremiato per i suoi reportage realizzati nelle aree di conflitto.
Questa edizione, dal titolo “Asinelli solitari” citazione da “Il caos” di Pierpaolo Pasolini, punta sull’educazione all’immagine delle nuove generazioni.

Le esposizioni

Il percorso espositivo è pensato, attraverso l’uso degli ambienti scolastici, per riportare gli stessi visitatori più vicini agli schemi mentali degli studenti. Gli spazi espositivi riportano lo spettatore tra i banchi di scuola, attraverso l’allestimento nelle scuole elementari e medie di Savignano sul Rubicone.
Ogni mostra è dedicata ad una materia.

La mostra di fisica sarà relativa al newyorkese Stanley Greenberg, con alcune delle sue foto prese da Time Machines e Telescopes, serie dedicate agli strumenti di osservazione del micro e del macro.
Scienze dedicata a Morire in classe, storico libro di Carta Certau e Gianni Berengo Gardin, un’opera in cui i due diedero slancio alla campagna di Franco Basaglia sulla chiusura dei manicomi.
Ma non finisce qui, le esposizioni continuano con matematica per Stephen Gill, biologia, geografia e religione con Michele Sibiloni, Erik Kessels e Bárbara Wagner & Benjamin de Burca, storia con una collettiva che ripercorre molti degli avvenimenti rilevanti degli ultimi vent’anni.

Inoltre vi saranno altre esposizioni internazionali al di fuori del contesto appena menzionato, sia presso l’Istituto comprensivo Giulio Cesare, che presso una della sedi storiche del SI FEST, l’ex consorzio di bonifica.

Saranno disponibili anche esposizioni per il premio Marco Pesaresi, legato al SIFEST 2021, con tre fotografi vincitori: Andrea de Franciscis, vincitore del premio Marco Pesaresi, Luca Meola, premio Portofilio “Werther Colonna” ed Ilaria Sagaria, premio Portfolio Italia – Gran Premio Fujifilm.
Distribuita tra la sala “Marco Pesaresi” della biblioteca comunale e le vie del centro storico, la città dei bambini a cura di Jessica Andreucci e Giuseppe Pazzaglia come mostra d’archivio.
Mario Beltrambini vicepresidente di Savignano Immagini, Marialuisa Cortesi e Susanna Venturi, con i risultati di SI FEST KIDS (laboratorio estivo in collaborazione con Alessandra Dragoni), presentano gli esiti dei progetti realizzati nel 2021/2022 nelle scuole di Savignano.

Inoltre, SI FEST OFF, una sezione indipendente dal festival ospitata a Palazzo don Baronio.

Informazioni organizzative

Il festival si terrà a Savignano sul Rubicone il 9-10-11 settembre, settimana inaugurale.
Le mostre saranno visitabili anche il 17-18 ed il 24-25 settembre.
SI FEST è un progetto di Savignano Immagini aps in collaborazione con il Comune di Savignano sul Rubicone.
Direzione artistica di Alex Majoli.

Orari

9 settembre, ore 18:00-24:00
10 settembre, ore 09:00-01:00
11 settembre, ore 09:00-21:00
17-18 settembre, 1-2 ottobre, ore 10:00-20:00

Nei giorni 17 settembre e 1 ottobre le mostre presso l’Istituto Comprensivo “Giulio Cesare” sono visitabili nell’orario dalle 15:00 alle 20:00

Bigliettera

9-10-11 settembre, piazza Borghesi
17-18 settembre, 1-2 ottobre, Scuola primaria “Dante Alighieri”

Contatti

Telefono: 324 5672299
email: info@savignanoimmagini.it
Sito ufficiale: www.sifest.it

 

 

 

 

Tiramisù, ricetta originale e genesi

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La rubrica Ipimaio Stop torna con una specialità veneta, per l’esattezza trevigiana, il tiramisù.
Il tiramisù è un dolce fresco, ottimo per l’estate e, dato che non richiede cottura o procedimenti particolarmente elaborate, è molto semplice e  veloce da preparare.
È un dolce veneto e si ritiene sia nato tra gli anni ’60 e i ’70 a Treviso, presso il ristorante “Alle Beccherie” purtroppo chiuso nel 2014. Si ritiene che il dolce sia nato ad opera del cuoco del ristorante, al secolo Loly Linguanotto, proveniente da alcune esperienze all’estero, per la precisione in Germania. Linguanotto creò quest’unione di ingredienti molto apprezzato che si diffuse non solo nella provincia trevigiana ma in tutto il Veneto e poi nel resto d’Italia e d’Europa.
La paternità di questo dolce è rivendicata da moltissimi.
Pare che sia l’evoluzione del cosiddetto sbatudin, un dolce povero, fatto di tuorli montati con lo zucchero, ritenuto estremamente nutriente. Lo sbatudin si è trasformato in diversi modi, unito con la panna, con biscotti secchi, con liquori.
Ad oggi possiamo comunque dire che questa ricetta ha avuto un enorme successo, e che si è diffusa in tutto il mondo con questo nome, tiramisù. Un’italianizzazione del suo nome originale, dal dialetto veneto, che voleva esaltare proprio il suo essere estremamente nutriente.

Ingredienti e procedimento

Queste quantità sono intese per una preparazione di circa 3 porzioni.
Per quanto ne possiamo sapere questa dovrebbe essere la ricetta originale, non ce ne vogliano i nostri lettori veneti se dovesse esserci qualche piccolo errore di fedeltà alla tradizione.
Raccomandiamo di tirare fuori dal frigo sia uova che mascarpone una mezz’oretta prima della preparazione:

  • 2 uova medie
  • 250 gr di mascarpone
  • 60 gr di zucchero
  • 150 gr di savoiardi
  • 50 gr di liquore a piacere (facoltativo)
  • circa 4/5 tazzine di caffè
  • cacao amaro setacciato per coprire la parte superiore

Per prima cosa aprire le uova e separare albumi e tuorli mettendoli in due ciotole differenti.
Versare lo zucchero nei tuorli e sbattere con una frusta manuale o elettrica fin quando il composto non sarà diventato chiaro e spumoso.
Dopo aver ottenuto lo zabaione, iniziare ad incorporare il mascarpone nello zabaione un po’ alla volta, cercando di mantenere la spumosità iniziale dei tuorli sbattuti con lo zucchero.

Passare quindi agli albumi e montare a neve di modo che siano spumosi. Una volta che gli albumi saranno montati, dovranno essere incorporati correttamente con il mascarpone ed i tuorli.
Il modo corretto di farlo è mischiando dall’alto verso il basso, per far entrare l’aria e sciogliere l’albume all’interno dello zabaione con mascarpone.

Finito l’incorporamento si avrà una crema chiara e spumosa che sarà utilizzata dopo come base e come copertura.

Preparare quindi il caffè da versare in una ciotola abbastanza estesa da poterci mettere dentro almeno un savoiardo per volta.
Formare una base di crema nella pirofila in cui si intende fare il tiramisù, ed iniziare a bagnare i savoiardi posizionandoli successivamente nella pirofila con la base di crema.

Una volta formato uno strato, coprire con la crema e rifare un secondo strato di savoiardi in base all’altezza della vostra pirofila, la nostra supporta solo due strati, se intendete fare strati in più sarà necessario aumentare la quantità di savoiardi da utilizzare.

Finiti gli strati che si intende sovrapporre, coprire tutto con la crema e spolverare con il cacao amaro.

Mettere in frigo e lasciar riposare per almeno un paio d’ore.