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08 – Lo sapevi che….

Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta - Superchio - 20 lo sapevi che
Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta - Superchio - 20 lo sapevi che

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Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “08 – Lo sapevi che…”

Educare all’autostima attraverso gli albi

Sonia Tralli Copertina Articolo educare attraverso gli albi illustrati infanzia pedagogia psicologia autostima disegno arte illustrazioni
Sonia Tralli Copertina Articolo educare attraverso gli albi illustrati infanzia pedagogia psicologia autostima disegno arte illustrazioni

Ci sono momenti, nella vita adulta, in cui mi ritrovo a fare i conti con un pensiero semplice e disarmante: e se qualcuno mi avesse insegnato prima la consapevolezza e a credere davvero in me stessa?
Non parlo di grandi discorsi motivazionali né come un concetto astratto, ma come una pratica quotidiana, fatta di parole, esempi e possibilità.

Le radici silenziose dell’insicurezza

 Da Il catalogo dei giorni, una pagina che trasforma il tempo in immagine e restituisce ai giorni il loro valore più intimo.
Da Il catalogo dei giorni, una pagina che trasforma il tempo in immagine e restituisce ai giorni il loro valore più intimo.

Le insicurezze che ci accompagnano da adulti, infatti, non nascono all’improvviso ma si costruiscono lentamente, spesso a partire da un’educazione che non ha dato spazio a questi due pilastri fondamentali per la crescita, fiducia e all’autostima. Una mancanza silenziosa, fatta di occasioni non colte, di incoraggiamenti mancati, di emozioni non riconosciute che condizionano il nostro essere per tutta la vita.

Di quelle volte in cui, da bambina, avrei avuto bisogno che qualcuno mi dicesse che stavo andando bene così, anche senza essere perfetta. Ricordo invece più spesso il dubbio, la paura di sbagliare, il timore di esprimermi, la sensazione di non essere mai abbastanza pronta. Crescendo, quelle sensazioni non sono scomparse ma hanno solo cambiato forma, diventando insicurezze più silenziose e consapevoli.

Autostima e fiducia, competenze da coltivare

Da questa riflessione personale nasce il desiderio di parlare di autostima e fiducia come competenze fondamentali, da coltivare fin dai primi anni di vita. Perché credere in sé stessi non significa sentirsi sempre all’altezza, ma imparare a riconoscere il proprio valore anche nell’errore, nella fragilità e nel fallimento.

L’autostima e la fiducia non sono qualità innate, sono apprendimenti che, come tali, hanno bisogno di essere coltivati, nominati e accompagnati.

Gli albi illustrati come spazio di scoperta e apprendimento

Nel tempo ho trovato negli albi illustrati uno strumento prezioso per fare proprio questo. Non solo per i bambini, ma anche per noi adulti, che spesso abbiamo bisogno di rileggere certe verità con occhi nuovi.

Nonostante la complessità del tema, le immagini e le parole negli albi, riescono ad accompagnarli in un processo di scoperta e valorizzazione interiore.

La mia riflessione sul tema dell’autostima nasce dall’analisi di albi in cui centrale è la fiducia, il cui sguardo mi hanno permesso di ritrovare la bambina che ero, riconoscendo le insicurezze ma accogliendo le consapevolezze acquisite dalla me adulta di oggi.
Puoi” (Emme Edizioni), ad esempio, è uno di quegli albi che mi ha fatto riflettere su quante possibilità non vediamo, semplicemente perché non siamo abituati a credere e a immaginarle. Sfogliandolo, ho pensato a tutte le volte in cui mi sono fermata prima ancora di provare.

Io e la mia scelta” (Lavieri) mi ha riportato invece un altro nodo importante che oggi cerco ancora di sradicare; la difficoltà di decidere e di fidarsi della propria voce. Quante volte scegliamo per paura o per aspettativa, invece che per convinzione e coerenza con ciò che sentiamo nel profondo?

La grande fabbrica delle parole” (Terre di Mezzo) è un albo che porto spesso con me, anche nel mio lavoro. Mi ricorda che le parole hanno un peso, ma anche il potere di costruire o limitare l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Poi ci sono albi più intimi, quasi silenziosi, come “L’anima smarritadi Joanna Concejo che trattano il rapporto con le emozioni più profonde e con il senso di identità.

Il mondo ti aspetta” (Terre di Mezzo) e “C’era una volta una bambina” li associo invece a una sensazione di possibilità. A quella spinta gentile che ti ricorda che puoi muoverti, cambiare, crescere. Anche quando non ti senti pronta.

 Io e gli altri di Amanda Cley (Autore), Cecilia Ferri (Illustratore) edito da KITEUn albo che parla di come costruiamo la nostra identità anche attraverso lo sguardo degli altri e la relazioni con essi. Con delicatezza, accompagna il bambino a scoprire sé stessi non è solo una questione interiore, ma un equilibrio tra sé e il mondo.
Io e gli altri di Amanda Cley (Autore), Cecilia Ferri (Illustratore) edito da KITE
Un albo che parla di come costruiamo la nostra identità anche attraverso lo sguardo degli altri e la relazioni con essi. Con delicatezza, accompagna il bambino a scoprire sé stessi non è solo una questione interiore, ma un equilibrio tra sé e il mondo.

Infine, albi come “Ci sono giorni” (Caissa Italia), “Il catalogo dei giorni” (Kite Edizioni) e “Io e gli altri” mi aiutano a tenere insieme tutto: il rapporto con me stessa e quello con il mondo. Perché la fiducia non è solo interna, ma si costruisce anche nell’attesa, nello scorrere lento dei giorni, nello scambio, nel confronto ma soprattutto nella relazione con gli altri.

Nella scelta di non omologarsi e nel coraggio di essere diversi anche quando il gruppo chiede conformità.

Riflessione – Il coraggio di diventare

Se oggi potessi tornare indietro e parlare alla bambina che ero, forse non le direi di essere più sicura o più forte. Le direi che può provarci. Che può sbagliare, che può dire di no quando non le va e che può non sapere.

Ed è proprio questo, credo, il punto da cui partire anche con i bambini di oggi: non insegnare loro a essere perfetti, ma a riconoscere il proprio valore mentre crescono, mentre tentano, mentre diventano.

Perché credere in sé stessi non significa non avere paura, ma scegliere, ogni volta, di non farsi fermare da quella paura.

Educare alla fiducia e all’autostima significa, in fondo, offrire ai bambini strumenti per leggere sé stessi e il mondo con più consapevolezza. Significa permettere loro di sbagliare senza paura, di provare senza sentirsi inadeguati, di immaginare senza limiti imposti.

Perché crescere con la possibilità di credere in sé stessi non elimina le difficoltà, ma cambia profondamente il modo in cui le si affronta. E forse è proprio questo il dono più grande che possiamo trasmettere: il coraggio di essere, di tentare, di diventare.

07 – Lo sapevi che…

Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta settimanale - Bigotto - Copertina
Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta settimanale - Bigotto - Copertina

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Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “07 – Lo sapevi che…”

La perdita e l’assenza spiegata ai bambini

Albi illustrati bambini perdita lutto mancanza Sonia Tralli Superchio educazione

Tempo fa, durante una passeggiata pomeridiana al parco, ho assistito ad una conversazione tra madre e figlia. Quest’ultima le parlava della difficoltà di non saper come affrontare il tema della perdita, con la sua bambina di cinque anni per aiutarla a comprendere la prematura perdita di un suo amichetto.

Alle perplessità della ragazza, la mamma di circa sessant’anni aveva subito fatto notare che non era poi così difficile parlare di argomenti così forti. A suo dire, bastava semplicemente parlare con sincerità senza giri di parole raccontando le cose per quelle che erano realmente.
Questo, secondo la signora, avrebbe contribuito a spiegare in maniera diretta il concetto di morte senza traumi aggiunti. 

Una doppia pagina di Io e il mio amico vuoto di Azam Mahdavi, illustrato da Maryam Tahmasebi (Emme Edizioni). Attraverso immagini essenziali e potenti, l'albo racconta il vuoto lasciato da una perdita, trasformandolo in una presenza da conoscere e accogliere.
Una doppia pagina di Io e il mio amico vuoto di Azam Mahdavi, illustrato da Maryam Tahmasebi (Emme Edizioni).
Attraverso immagini essenziali e potenti, l’albo racconta il vuoto lasciato da una perdita, trasformandolo in
una presenza da conoscere e accogliere.

Di ritorno a casa, ho pensato e ripensato a quanto le parole siano armi potenti che possono trasformare certe informazioni in proiettili distruttivi, soprattutto nella vita dei bambini. Concetti e risposte emotive che nell’infanzia molto spesso si sottovalutano e che, creano in loro turbamenti manifesti a lungo termine visibili in piccoli segnali spesso ignorati.

Ci sono temi che nell’infanzia, come spesso nell’età adulta risultano difficili da trattare ma soprattutto da elaborare perché la perdita come l’assenza o la paura, se non adeguatamente spiegate e poi processate, possono generare risposte comportamentali quali chiusura e ansia difficili da esternare.

Per questo credo che tematiche delicate per i bambini, così come per gli adulti, devono essere trattate in ogni modo parsimonioso affinché un lutto, una perdita o una mancanza di qualsiasi tipo, possano avere un peso diverso sui sentimenti e nella vita di tutti i giorni.

La perdita della rassicurazione, le immagini del vuoto

La perdita generalmente crea un vuoto che può attivare nella psiche umana una risposta complessa, fatta di sensazioni contrastanti come tristezza, shock, rabbia, senso di colpa, confusione, insonnia e bisogno di ritirarsi in uno spazio proprio fuori dal mondo esterno. Così il vuoto prende il sopravvento non solo nella mente ma anche nel corpo, nello stomaco, con un peso al petto come se qualcosa di essenziale ci fosse stato tolto e il quotidiano fosse sospeso. 

Ma in che modo possiamo parlare ai bambini di mancanze, perdita e di ciò che in loro è ancora astratto, silenzioso o difficile da nominare? In che modo possiamo raccontare la perdita di quel legame?

La verità è che ai bambini la perdita di una persona cara, di un animale a cui ci si era affezionati o di un oggetto perduto non va spiegata solo come un fatto, ma come una trasformazione del vivere quotidiano. La perdita segna una vera e propria rottura, e come tale, un cambiamento che scandisce il ritmo delle giornate, con cui vengono meno delle abitudini. Per questo parlare di assenza significa anche parlare di orientamento, di presenza che non c’è più e di quel senso di vuoto che può occupare pensieri e invadere il corpo e l’immaginazione.
Nel linguaggio infantile, il vuoto può diventare una pancia che fa male, una nuvola oscura, una presenza amica invisibile che segue ovunque, oppure un buco che non si riesce a colmare con nessun oggetto né distrazione.

Per questo l’albo illustrato è prezioso perché non si limita a spiegarlo a parole ma si impegna a mostrarlo. In questo modo il bambino può riconoscere fuori da sé qualcosa che sente dentro, senza esserne travolto.
L’assenza tradotta in immagine, diventa meno astratta e più condivisibile. 

Nei racconti illustrati, le metafore visive aiutano a dire che il dolore esiste, senza imporre un linguaggio adulto troppo diretto o traumatico.

L’assenza come esperienza negli albi illustrati

Tanti sono gli albi che parlano di assenza e di quel vuoto che ci pervade quando viene a mancare qualcuno o qualcosa a noi caro.

Un'illustrazione tratta da L'anima smarrita di Olga Tokarczuk, con le tavole illustrate di Joanna Concejo (Topipittori) Un'opera poetica e malinconica che invita a rallentare, ad ascoltare il silenzio e a ritrovare quella parte di sé che il dolore e la frenesia possono far smarrire.
Un’illustrazione tratta da L’anima smarrita di Olga Tokarczuk, con le tavole illustrate di Joanna Concejo (Topipittori)
Un’opera poetica e malinconica che invita a rallentare, ad ascoltare il silenzio e a ritrovare quella parte di
sé che il dolore e la frenesia possono far smarrire.

Tra i titoli che ho trovato efficaci nel trattare queste tematiche, c’è Il buco di Anna Llenas, dove la protagonista sente un vuoto nella pancia che prova a riempire in ogni modo, finché non impara ad attraversarlo e a riconoscerlo come parte della propria esperienza emotiva.
Io e il mio amico vuoto di Azam Mahdavi, dà invece un volto al vuoto lasciato dalla morte della madre con una presenza amica ma ingombrante che accompagna la bambina ovunque, ma che lentamente si trasforma in spazio che si riempie di ricordi e nuove relazioni da vivere.
Tra gli albi sulla mancanza mi ha colpito anche Nuvola di Alice Brière-Haquet e la poetica illustrata da Monica Barengo che racconta, con leggerezza, il peso della malinconia come una giornata storta, una nuvola interiore che passa, ma che intanto chiede di essere riconosciuta con pazienza e attenzione. 
Altro albo che tratta il tema ma soffermandosi sulla fatica emotiva è L’albero rosso di Shaun Tan. Incentrato sul senso di smarrimento avvertito dalla protagonista bambina che, spinta dallo sconforto e dalla solitudine, trasforma il disagio interiore in immagini potenti, ricordandoci che anche nel vuoto più profondo del difficile mondo interiore, può germogliare una piccola speranza.

Ma uno degli albi che più di tutti merita una menzione speciale per il suo modo limpido di raccontare la morte, ma senza semplificarla né renderla spaventosa, è L’anatra, la morte e il tulipano di Wolf Erlbruch.

Erlbruch riflette sull’esistenza. Racconta la morte con un tono pacato attraverso l’incontro tra l’anatra e la morte, offrendo al piccolo lettore, l’immagine della morte come parte della vita. Senza immagini traumatiche, ma con grande verità emotiva.

Qui con grande delicatezza l’autore non addolcisce il lutto, ma lo traduce in un linguaggio accessibile, fatto di immagini sobrie, dialoghi brevi e simboli che lasciano spazio al lettore. Tra tutti il tulipano, in particolare, diventa un segno poetico di bellezza fragile, contrappunto alla presenza della morte. Contrasto che aiuta a parlare di assenza, cambiamento e addio con misura e rispetto.

Questi albi ci mostrano come anche le domande esistenziali più impegnative, possano essere accolte con immagini semplici che non servono solo a spiegare ai bambini cosa succede, ma servono a dare forma a ciò che non si riesce a nominare direttamente. 

Paura e ansia nei piccoli

La perdita, talvolta nei piccoli, come nei grandi, può generare un turbinio di ansie e paure a causa della rottura del legame affettivo che li fa sentire al sicuro. Quando viene meno una figura o una routine importante, il bambino perde legami e teme che molte altre cose a lui care, possano sparire.

Una selezione di albi illustrati dedicati ai temi dell'assenza e della perdita: Due ali di Cristina Bellemo e Mariachiara Di Giorgio (Topipittori), L'albero rosso di Shaun Tan (Tunué), L'anima smarrita di Olga Tokarczuk e Joanna Concejo (Topipittori), Nuvola di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo (KITE), e Che difficile! di Raúl Nieto Guridi (KITE). Libri che, attraverso il linguaggio dell'illustrazione, offrono strumenti preziosi per dialogare con i bambini sulle emozioni più difficili.
Una selezione di albi illustrati dedicati ai temi dell’assenza e della perdita:
Due ali di Cristina Bellemo e Mariachiara Di Giorgio (Topipittori),
L’albero rosso di Shaun Tan (Tunué), L’anima smarrita di Olga Tokarczuk e Joanna Concejo (Topipittori),
Nuvola di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo (KITE), e Che difficile! di Raúl Nieto Guridi (KITE).
Libri che, attraverso il linguaggio dell’illustrazione, offrono strumenti preziosi per dialogare con i
bambini sulle emozioni più difficili.

Per questo, oggi, gli albi parlano di sentimenti che turbano anche i più piccoli, sentimenti che però non hanno ancora gli strumenti per descriverli. Perciò gli albi che parlano di paura e ansia sono utili anche quando non parlano direttamente di lutto o perdita. Questi albi aiutano a nominare il tremore, l’incertezza, la timidezza, il blocco, e la paura di non essere all’altezza.
In questa direzione si muove l’albo illustrato da Guridi Che difficile! edito da Kite Edizioni, che mette al centro la fatica di esprimersi e di farsi ascoltare, invitando a riconoscere la sensibilità altrui e rispettarla.

Albi illustrati, libri per ogni età 

Il potere degli albi illustrati sta nel loro modo di avvicinarsi ai temi forti senza cancellarli e senza renderli troppo brutali. Una buona storia illustrata non toglie il dolore, ma lo rende abitabile, consentendo al piccolo lettore di guardarlo e farne esperienza da fuori, per sentirsi meno solo e meno sbagliato.

Gli albi illustrati aiutano sia nei piccoli, che nei grandi, a veicolare argomenti difficili da spiegare a parole, perché grazie alle metafore ricorrenti, ci aiutano a vedere la perdita, la malinconia e la paura da un altro punto di vista, nominando l’indicibile con delicatezza. La metafora trasforma emozioni astratte troppo dolorose, in immagini che possono essere viste e condivise senza timore.

La grandezza dell’albo illustrato, risiede proprio nella sua natura di essere strumento conoscitivo ed educativo. Aiuta per mezzo di immagini a comprendere temi complessi come la perdita o il cambiamento, senza spiegazioni traumatiche. 

La metafora perciò rende l’esperienza visiva accessibile, traducendo il vuoto in un buco, la malinconia in una nuvola, la paura in un’ombra o in un mostro gentile. In questo modo il bambino può riconoscere le sue emozioni, ma a una distanza emotiva sufficiente per non esserne travolto.

L’immagine sposta leggermente il punto di vista e rende il dolore meno rigido, trasformando gli albi illustrati in vere e proprie mappe emotive fatte di percorsi visivi che non cancellano la fatica di vivere le emozioni. Aiutano a orientarsi dentro di esse facendo sentire che quelle emozioni possono essere nominate senza essere negate.
L’illustrazione va oltre la spiegazione scritta ed è proprio lì, nella semplicità dell’albo, che si apre spesso una possibilità di consolazione, comprensione e cura.

06 – Lo sapevi che

Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta - Superchio - 06 lo sapevi che
Lucio Ciro Martis - Superchio - Vignetta - Superchio - 06 lo sapevi che

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Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “06 – Lo sapevi che…”

Albi illustrati, leggere oltre le parole

Albi illustrati, leggere oltre le parole Sonia Tralli Superchio Arte Educazione e infanzia Copertina

Quando le immagini educano lo sguardo

Il mio rapporto con gli albi illustrati nasce quando li sfogliavo e li studiavo da studentessa, cercando di capire e interpretare il mondo prima ancora delle parole.
Poi, nel tempo, quello sguardo si è trasformato da sola lettrice a illustratrice, entrando dall’altra parte della pagina e scoprendo quanto ogni scelta visiva sia in realtà una forma di comunicazione. Oggi, da illustratrice e appassionata di questo mondo, li ammiro con una consapevolezza diversa in cui ogni immagine è una scelta, ogni segno una possibilità di comunicare.

Una pagina de Il colore delle emozioni di Anna Llenas, albo illustrato e pop-up che trasforma sentimenti complessi in immagini tattili e coinvolgenti. Attraverso sagome, colori e tridimensionalità, il libro invita i bambini a riconoscere, nominare e accogliere le proprie emozioni, rendendo la lettura un'esperienza sensoriale e partecipata
Una pagina de Il colore delle emozioni di Anna Llenas, albo illustrato e pop-up che trasforma sentimenti complessi in immagini tattili e coinvolgenti. Attraverso sagome, colori e tridimensionalità, il libro invita i bambini a riconoscere, nominare e accogliere le proprie emozioni, rendendo la lettura un’esperienza sensoriale e partecipata

Negli anni, studiando e poi lavorando per un breve periodo nell’ambito dell’editoria, ho visto questo linguaggio crescere e uscire dai confini dell’infanzia diventando uno strumento sempre più diffuso, capace di educare, includere e raccontare la complessità con sorprendente semplicità.
La cosa che mi incuriosisce è come negli anni l’approccio a questo linguaggio sia cambiato e ciò che era spesso considerato come oggetto “solo per bambini” si è trasformato in strumento trasversale, capace di attraversare ambiti educativi, sociali e progettuali sempre più ampi e disparati.
Oggi, l’albo illustrato è per me un territorio vivo, in continua evoluzione, dove l’espressione estetica e l’inclusione linguistica si intrecciano in modo sempre più consapevole.

Frequentando fiere, librerie e spazi dedicati all’editoria per l’infanzia, mi capita sempre più spesso di soffermarmi sugli albi illustrati non solo come oggetti graficamente belli, ma come strumenti divulgativi potenti in grado di veicolare messaggi difficilmente trascrivibili a parole. Per quanto si possa pensare il contrario, non sono semplici libri ma sono dispositivi narrativi complessi, in cui immagini, ritmo narrativo, colore e spazio costruiscono in sinergia un linguaggio che parla direttamente al bambino, prima e oltre la parola scritta.

La meraviglia della lettura che prende forma

Negli albi illustrati, il testo non è mai solo testo e l’immagine non è mai solo ornamento. È proprio nella loro relazione che si genera significato.
Se pensiamo all’apprendimento, un bambino impara a leggere il mondo molto prima di saper leggere le parole perché, se pur privo di esperienza, riconosce emozioni, anticipa azioni e interpreta dettagli attraverso la fantasia. In questo senso, l’albo illustrato educa alla lettura lenta in modo profondo, perché educa allo sguardo e all’attenzione delle piccole cose. Educare al guardare, diventa oggi azione significativa e consapevole in una società che corre veloce in cerca di like e gratificazione istantanea. 

Penso, ad esempio, agli albi pop-up, che trasformano la pagina in uno spazio tridimensionale dove la lettura diventa esperienza fisica e interattiva in cui il bambino, come l’adulto, apre, esplora e scopre l’universo in una dimensione immersiva condivisa. Il gesto stesso del leggere si carica di meraviglia e coinvolgimento, rendendo la narrazione qualcosa da abitare, non solo da seguire.

Raccontare con i simboli. I libri per tutti ad alta leggibilità

In Luna e la schiuma di nuvole, Serena Borsella racconta attraverso simboli CAA e immagini delicate il rito del bagnetto, trasformandolo in una piccola fiaba quotidiana. Un albo inclusivo che dimostra come il linguaggio visivo possa accogliere diversi modi di comunicare, leggere e abitare le emozioni.

Accanto a questi, sempre più rilevanti sono gli albi ad alta leggibilità, progettati per essere accessibili a tutti i bambini, inclusi quelli con difficoltà cognitive o disturbi dello spettro autistico. 

Ho scoperto per la prima volta questa tipologia di comunicazione illustrata durante gli anni di servizio presso la Libreria per l’infanzia Giannino Stoppani di Bologna i cui libri venivano spesso richiesti da maestre o mamme che avevano la particolare esigenza di rendere semplice un racconto o un contenuto divulgativo per i propri bambini con un linguaggio più accessibile e immediato rendendo così la lettura piacevole e coinvolgente anche in situazioni difficili. 

Sicuramente qualcuno si domanderà in cosa consiste questo linguaggio e in che modo questo linguaggio riesce ad essere accessibile a tutti. 

Alla base del racconto c’è sempre l’illustrazione che guida lo sguardo e la comprensione ma a livello grafico testuale ci sono scelte precise di impaginazione, carattere, spaziatura e simboli, i cosiddetti simboli CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). In molti casi gli albi usano il testo allineato a sinistra, parole non sillabate, interlinea ampia e carta poco riflettente per facilitare la comprensione e la continuità della lettura.

In questi libri ogni elemento è pensato e calibrato con precisione per rendere chiara e semplice la leggibilità. Font chiari, spaziature ampie, frasi brevi, uso calibrato del colore e, soprattutto, supporti simbolici che accompagnano e rinforzano il testo. Non si tratta di semplificare, ma di rendere il contenuto leggibile e fruibile.

In questo panorama si inserisce il lavoro di Serena Borsella, grafica e operatrice yoga che ho avuto modo di conoscere pria su Instagram e poi incontrare durante la Fiera del Libro di Torino, quest’anno fortemente incentrata sul tema dell’infanzia. Il suo albo, Luna e la schiuma di nuvole, nasce dalla quotidianità vissuta e dall’esigenza di supportare la comunicazione in qualità di madre di una bambina autistica raccontando il momento magico del bagnetto. Ed è proprio da questa esperienza che prende forma un libro interamente raccontato attraverso simboli CAA, pensato per offrire una narrazione accessibile e inclusiva.

Nel tratto delicato di Joanna Concejo, il volto diventa memoria, natura e presenza. In Tu es là, l’immagine non accompagna il testo, ma lo precede e lo amplia, suggerendo che alcuni sentimenti trovano espressione compiuta soltanto nel linguaggio silenzioso dell’illustrazione.
Nel tratto delicato di Joanna Concejo, il volto diventa memoria, natura e presenza. In Tu es là, l’immagine non accompagna il testo, ma lo precede e lo amplia, suggerendo che alcuni sentimenti trovano espressione compiuta soltanto nel linguaggio silenzioso dell’illustrazione.

Ciò che mi ha colpito è come l’idea semplice di un’azione quotidiana alla base di questo albo possa nella sua semplicità aiutare a gestire l’umore e il comportamento in un bambino con disturbi del neurosviluppo . La routine vissuta dalla piccola Luna nel suo bagno caldo, tra bolle scintillanti e la soffice schiuma trasforma un momento di stanchezza in una fiaba, in cui la fatica si dissolve e le nuvole di sapone conciliano il riposo e i sogni. Un’idea semplice che racchiude la routine di una bambina che riesce ad addomesticare le sue emozioni altalenanti immergendosi nell’acqua, circondata dall’amore e dalla fiducia del momento.

Sfogliando le pagine dell’albo, ho avuto la sensazione che il linguaggio visivo non fosse un supporto al testo, ma il testo stesso. Un racconto che non esclude, ma invita alla lettura supportandola e accogliendo diversi modi di leggere e comprendere.

Riflessioni Infanzia e futuro

Parlare di infanzia e discutere di tematiche ad essa connesse oggi, significa parlare del tipo di adulti che vogliamo formare domani. Per questo gli albi illustrati, con la loro capacità di unire estetica, empatia e accessibilità, sono uno degli strumenti più concreti che abbiamo per costruire un immaginario più aperto e più inclusivo.

Spesso si sottovaluta la forza dell’albo illustrato, come se fosse un oggetto delicato e poco maneggiabile, quasi secondario.
In realtà, è uno dei mezzi espressivi più potenti a nostra disposizione.
L’albo non si limita a raccontare, ma accompagna, stimola e aiuta a crescere in tutte le fasi della vita del bambino, ma anche dell’adulto più di quanto un gioca possa fare.

Attraverso il suo linguaggio visivo ed emotivo, l’albo dà forma a sentimenti, paure e desideri, dando risposte a domande che non sempre trovano parole immediate.
Ed è proprio nella capacità di dire l’indicibile che, per me, si manifesta la sua più forte carica espressiva.

05 – Lo sapevi che

Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “05 – Lo sapevi che…”

AI e mercato dell’intenzione, gratis davvero?

Daniele Contino Superchio Mercato intenzione AI Intelligenza artificiale IA Idea

L’AI è entrata nelle nostre vite con il fascino delle cose che sembrano gratuite, immediate e quasi magiche. In realtà, dietro l’apparente generosità degli strumenti digitali si muove un’economia molto meno romantica, uuella dell’infrastruttura, dei dati, dell’attenzione e, sempre più spesso, dell’intenzione.
Ecco perché parlare di AI oggi significa parlare non solo di innovazione, ma anche di potere, mercato e scelte d’uso.

Il mito del GRATIS

La parola “gratis” è una delle più seducenti del vocabolario contemporaneo. Quando un sistema di AI ci permette di scrivere, riassumere, tradurre o creare immagini senza costi immediati, è facile pensare di essere di fronte a una rivoluzione altruista, quasi filantropica.
Ma il gratuito, nel mondo digitale, raramente è davvero gratuito, spesso è solo il primo assaggio.

La tesi più semplice è questa, le grandi aziende investono miliardi nell’AI perché l’innovazione, da sola, non basta. Serve costruire piattaforme, trattenere utenti, definire standard e soprattutto governare i flussi di dati. In altre parole, l’AI non è solo un prodotto, si tratta di un ambiente. E chi controlla l’ambiente controlla anche il modo in cui gli altri si muovono dentro di esso.

L’utente, convinto di usare un assistente neutrale, spesso diventa parte del modello di business. Ogni domanda, ogni preferenza, ogni correzione è un frammento di comportamento utile a migliorare il sistema, a personalizzare il servizio e, in alcuni casi, a orientare scelte future.
Il paradosso è elegante, paghiamo in attenzione ciò che crediamo di ricevere gratis in intelligenza.

C’è poi una verità ancora più terra terra, sviluppare AI costa enormemente.
Servono chip, energia, data center, ricerca, talenti, sicurezza, manutenzione. La favola del servizio gratuito dura finché qualcuno accetta di finanziare il backstage e, come in molti spettacoli ben riusciti, il pubblico vede solo il palco.

La tesi del mercato dell’intenzione

Qui entra in scena l’idea più interessante e anche più inquieta, il cosiddetto mercato dell’intenzione. Se l’economia dell’attenzione ha monetizzato il tempo che passiamo a guardare, scorrere e cliccare, l’economia dell’intenzione prova a monetizzare ciò che stiamo per fare, prima ancora che lo facciamo davvero.

Questa è la vera frontiera. Non si tratta più soltanto di intercettare l’utente quando è distratto, ma di anticiparne il desiderio quando è ancora in formazione.
L’AI, grazie alla capacità di analizzare schemi, preferenze e segnali deboli, può prevedere una decisione con sorprendente precisione. Comprare, prenotare, cambiare idea, abbonarsi, votare, aderire. Tutto può diventare materia prima per un’industria che non aspetta il consenso, ma lo prefigura.

La tesi, dunque, è che le aziende non investano miliardi nell’AI solo per essere più efficienti. Investono per diventare più presenti nella vita cognitiva delle persone. Più l’assistente è utile, più diventa indispensabile, più è indispensabile, più raccoglie dati, più raccoglie dati, più diventa capace di prevedere. E più prevede, più si avvicina al momento in cui il desiderio umano viene intercettato prima ancora di essere formulato.

C’è una forma di ironia qui dentro, abbiamo costruito strumenti per risparmiare tempo, e ora il tempo risparmiato serve a farci consumare meglio. La tecnologia, che doveva semplificare, ha imparato a osservare con una precisione quasi imbarazzante il nostro modo di complicarci la vita.

L’antitesi necessaria

Ma sarebbe un errore trasformare tutto questo in un’apocalisse elegante. L’antitesi esiste, ed è importante. L’AI non è soltanto una macchina di estrazione economica; è anche uno strumento potentissimo per ampliare capacità umane, ridurre barriere, aumentare accessibilità e rendere più veloci processi che prima erano lenti o elitari.

Per uno studente, può significare comprendere meglio un testo difficile. Per un professionista, può voler dire automatizzare compiti ripetitivi e concentrare energia sul ragionamento. Per un medico, può aiutare nella lettura di dati complessi. Per una piccola impresa, può abbattere costi che un tempo erano proibitivi. Insomma, il problema non è lo strumento in sé, ma il modo in cui viene inserito nella vita quotidiana.

L’antitesi più seria alla narrazione del mercato dell’intenzione è che l’AI può anche essere usata come leva di emancipazione, non solo di cattura. Dipende da chi la governa, con quali regole, con quale trasparenza e con quale consapevolezza da parte degli utenti. Uno strumento non è buono o cattivo in assoluto; spesso è il contesto a decidere se sarà una stampella o una trappola.

Qui serve una virtù poco glamour ma indispensabile: la ponderazione.
Non tutto ciò che è veloce è utile, non tutto ciò che è personalizzato è vantaggioso, non tutto ciò che sembra intelligente è anche saggio. L’uso ponderato degli strumenti è la forma moderna del buon senso. E il buon senso, in un ecosistema che ci vuole reattivi, impulsivi e costantemente connessi, rischia di sembrare quasi un atto rivoluzionario.

Un uso più umano

La riflessione più utile non è chiedersi se l’AI sia buona o cattiva, ma se noi stiamo diventando utenti o semplici terminali. C’è una differenza notevole. L’utente sceglie, limita, confronta. Il terminale subisce, esegue, si lascia portare.
Nel mezzo sta la nostra responsabilità.

Usare l’AI in modo ponderato significa prima di tutto riconoscere che ogni strumento incorpora una logica. Alcuni accelerano la creatività, altri la standardizzano. Alcuni aiutano a pensare, altri pensano al posto nostro con una tale sicurezza da sembrare quasi convincente. È proprio qui che serve prudenza, non per paura del nuovo, ma per evitare che il nuovo ci addestri a desiderare troppo poco.

Un utilizzo maturo richiede tre domande semplici.
La prima, mi sta davvero aiutando o mi sta solo intrattenendo?
La seconda, sto delegando un compito o anche una parte del giudizio?
La terza, il vantaggio che ottengo oggi vale il prezzo che pagherò in dipendenza, dati o opacità domani?

C’è anche spazio per l’ironia, perché senza ironia il presente diventa insopportabilmente serio. Ci siamo fatti promettere assistenti sempre più intelligenti, e ora ci ritroviamo a dover essere noi gli adulti della stanza. L’AI può scrivere una mail, riassumere un documento, suggerire una strategia.

Ma non può sostituire quella forma di discernimento che ci impedisce di chiamare “innovazione” qualsiasi cosa abbia un’interfaccia gradevole.

Conclusione

L’AI non è gratis nel senso profondo del termine, e non lo è neppure per chi la usa senza riflettere. Dietro il suo fascino si muovono investimenti enormi, logiche industriali sofisticate e una crescente attenzione verso ciò che desideriamo, scegliamo e potremmo scegliere domani.

La vera sfida, però, non è respingere questi strumenti. È usarli con misura, intelligenza e qualche sano antidoto all’entusiasmo automatico.
Se l’AI sta imparando a leggere le nostre intenzioni, noi dovremmo almeno imparare a leggere le sue conseguenze.

E magari, ogni tanto, ricordarci che il pensiero umano non serve a farsi prevedere meglio, ma a scegliere meglio.

04 – Lo sapevi che…

Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “03 – Lo sapevi che…”

Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “04 – Lo sapevi che…”

La grazia del dubbio: quando la fotografia diventa gesto

La grazia del dubbio: quando la fotografia diventa gesto


Negli ultimi anni, complice anche il dibattito riacceso da alcune posizioni emerse alla Biennale, la performance è tornata al centro del dibattito artistico contemporaneo. Non più soltanto un linguaggio di rottura, gesto estremo o una pratica marginale, ma una forma espressiva sempre più scelta da artisti che sentono il bisogno di superare i limiti dell’opera tradizionale.

Il linguaggio della performance

La performance, per sua natura, è un atto vivo che non si limita a rappresentare qualcosa ma lo manifesta. Coinvolge il corpo, il tempo, lo spazio e spesso anche lo spettatore, che da osservatore diventa testimone diretto di un processo irripetibile. In un’epoca in cui le immagini sono consumate rapidamente e continuamente, la performance introduce una dimensione di lentezza, presenza e responsabilità.

Avvolta nel rosso intenso del mantello, Giovanna Zampagni abita il chiostro come uno spazio sospeso tra memoria e presenza. Il corpo raccolto accanto al pozzo trasforma il gesto performativo in un’immagine silenziosa e fragile, dove il tempo rallenta e il quotidiano lascia emergere i suoi fantasmi.
Avvolta nel rosso intenso del mantello, Giovanna Zampagni abita il chiostro come uno spazio sospeso tra memoria e presenza. Il corpo raccolto accanto al pozzo trasforma il gesto performativo in un’immagine silenziosa e fragile, dove il tempo rallenta e il quotidiano lascia emergere i suoi fantasmi.

Sempre più artisti scelgono questo linguaggio perché consente di restituire complessità all’esperienza visiva. Non si tratta solo di “vedere”, ma di partecipare, di rallentare e di restare attraversando un tempo condiviso. Anche io mi sono spesso posta interrogativi su questa forma d’arte e osservando gli artisti nell’atto performativo oggi torna chiaro come la performance (che non sempre comprendo) sia un modo per sottrarre l’arte alla velocità della fruizione digitale e riportarla a una dimensione incarnata, fragile e irripetibile.

È con questa consapevolezza che mi sono avvicinata all’opening della XXI edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dove per il circuito OFF la performance di Giovanna Zampagni si inserisce con forza e delicatezza nel tema di quest’anno “Fantasmi del quotidiano”.

Il chiostro e il tempo sospeso

Arrivando nel chiostro di via Roma, ho percepito immediatamente una sospensione. Non un silenzio assoluto, ma una qualità diversa del tempo, come se qualcosa stesse accadendo a una velocità altra, lenta.

Giovanna Zampagni era lì, seduta, avvolta in un mantello rosso intenso che catturava lo sguardo. Non c’era alcun gesto spettacolare eppure, tutto era carico di significato.

Davanti a lei, fotografie e tra le mani, ago e filo.

Per cinque ore al giorno Giovanna si è seduta nel chiostro dove ha cucito lentamente immagini selezionate insieme ai fotografi Daniele Di Biase e Luisa D’Aurizio. Un’azione semplice e ripetitiva che però si è trasformata in un rituale carico di tensione simbolica. Mi sono fermata a osservare mentre la lentezza del gesto costringeva anche me a rallentare e a restare.

Cucire immagini, dal visivo al tangibile

Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il passaggio dall’ immagine alla materia. La fotografia, per definizione, è una superficie: cattura un istante, lo fissa, lo rende visibile ma distante. Con il gesto del cucire, Zampagni compie un’operazione radicale. Rende l’immagine attraversabile, la trasforma in oggetto e in corpo.

Il filo diventa linea narrativa, ma anche ferita e sutura. Ogni punto è un atto di connessione, ma anche di trasformazione. Le fotografie non restano intatte ma vengono modificate, unite, talvolta quasi violate nella loro integrità originaria.

Ho avuto la sensazione che quel gesto lento fosse una forma di resistenza. Resistenza alla velocità con cui consumiamo immagini, ma anche alla loro apparente neutralità. Cucire significa intervenire, riparare, prendere posizione, accettare che ogni immagine possa essere riscritta.

In quel momento, la fotografia smette di essere “ciò che è stato” e diventa “ciò che può ancora essere”.

Dall’alto, il gesto del cucire appare ancora più intimo e rituale. Il mantello rosso si espande nello spazio come una presenza organica che avvolge corpo e immagini, mentre ago e filo trasformano la fotografia in materia viva, fragile e continuamente riscrivibile.
Dall’alto, il gesto del cucire appare ancora più intimo e rituale. Il mantello rosso si espande nello spazio come una presenza organica che avvolge corpo e immagini, mentre ago e filo trasformano la fotografia in materia viva, fragile e continuamente riscrivibile.

Il mantello rosso: corpo, comunità, identità

Al centro della performance, c’è il mantello rosso indossato dall’artista. Un elemento che non è semplice costume scenico, ma parte integrante dell’impinto performativo.

Sapere che è stato realizzato dagli studenti del Liceo Artistico di Avezzano, dove Giovanna insegna, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Non è un abito individuale, ma un’opera collettiva. Un oggetto che porta con sé relazioni, apprendimenti, trasmissioni.

Il rosso, così vivido, richiama molteplici significati: il corpo, il sangue, la passione, ma anche il pericolo e la trasformazione. Nel contesto della performance, mi è apparso come una soglia visiva, un segnale che invita ad avvicinarsi ma allo stesso tempo impone rispetto.

Il mantello diventa una sorta di spazio abitato. Non è solo indossato, ma vissuto. Protegge e espone, separa e connette. È una presenza che dialoga costantemente con le fotografie cucite, creando una continuità tra corpo e immagine.

Fantasmi del quotidiano. Ciò che resta e ciò che cambia

Trovo che il tema di questa edizione, “Fantasmi del quotidiano”, trova una traduzione molto efficace nella performance di Giovanna. I fantasmi, in questo caso, non sono presenze spettrali nel senso più tradizionale, ma tracce di ciò che rimane, ciò che ritorna, ciò che insiste nell’essere presente.

Le fotografie cucite sono, in fondo, frammenti di vita quotidiana, momenti già accaduti, fissati in un tempo passato. Momenti e frammenti che nell’atto della performance non restano immobili ma si trasformano, si contaminano, aprendosi a nuove possibilità.

Il filo di sutura diventa allora mezzo di connessione tra tempi diversi e forme diverse: tra passato e presente, tra immagine e corpo, tra memoria e azione.

In un contesto come Fotografia Europea ho percepito chiaramente come la performance mettesse in discussione l’idea stessa di documento fotografico. La fotografia perciò non è più prova di un evento, ma materia viva, disponibile al cambiamento. Se la fotografia rappresenta “ciò che è stato”, il corpo dell’artista incarna “ciò che può essere”. E il filo, che attraversa entrambe le dimensioni, rende possibile questo passaggio.

Restare, l’esperienza dello spettatore

Nel gesto paziente del cucire, Giovanna Zampagni trasforma la fotografia in un territorio attraversabile, dove memoria e presenza si intrecciano. Accanto al pozzo del chiostro, il corpo avvolto nel rosso diventa parte dell’opera, dando forma a una relazione fragile e viva tra immagine, tempo e trasformazione.
Nel gesto paziente del cucire, Giovanna Zampagni trasforma la fotografia in un territorio attraversabile, dove memoria e presenza si intrecciano. Accanto al pozzo del chiostro, il corpo avvolto nel rosso diventa parte dell’opera, dando forma a una relazione fragile e viva tra immagine, tempo e trasformazione.

Una delle cose più significative che ho vissuto durante l’opening è stata la trasformazione del mio ruolo di spettatrice. Non ero più semplicemente lì per “vedere” una performance, ma per abitarla nel tempo e nello spazio.

All’inizio ho cercato di cogliere un momento significativo, quasi come se stessi osservando una scena da fotografare mentalmente. Poi ho capito che il senso non stava nel singolo gesto, ma nella durata.

Restare è diventato parte dell’esperienza. Accettare la lentezza, lasciarsi attraversare dalla ripetizione, osservare minime variazioni. Interessanti anche le reazioni degli altri presenti. Alcuni passavano velocemente, forse spiazzati dall’evento, altri si fermavano, entravano in relazione con l’artista, con le immagini, con lo spazio.

In questo modo, la performance non era mai identica a sé stessa. Cambiava con il pubblico, con la luce e con il tempo.

Considerazioni finali

Quello che porto con me è la consapevolezza che anche un gesto minimo può avere una forte valenza politica e poetica riconoscendo che ogni immagine porta con sé una responsabilità.

Cucire fotografie, oggi, significa interrogare il modo in cui produciamo e consumiamo immagini. Significa rallentare, prendersi cura, accettare l’imperfezione senza dover necessariamente competere per la perfezione.

Uscendo dal chiostro, ho avuto la sensazione di aver attraversato qualcosa di intimo e collettivo allo stesso tempo. La performance “La grazia del dubbio” di Giovanna Zampagni non si impone ma appare prima di tutto come un invito a mettere in discussione ciò che vediamo, a non considerare le immagini come dati assoluti, a riconoscere il valore del tempo e del gesto.

In un contesto come Fotografia Europea, dove l’immagine è protagonista, questa performance apre uno spazio di riflessione necessario. Ci ricorda che ogni fotografia è solo un punto di partenza, e che il suo significato può essere continuamente rinegoziato.

Forse è proprio qui che risiede la “grazia del dubbio”, nella possibilità di non avere risposte definitive, ma di restare in uno stato di apertura, di ascolto, accoglienza e perché no trasformazione.