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03 – Lo sapevi che…

Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “03 – Lo sapevi che…”

Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “03 – Lo sapevi che…”

02 – Lo sapevi che…

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Vignetta settimanale di Lucio Ciro Martis per Superchio, “02 – Lo sapevi che…”

Lara Leru, animali come memoria ironica di vita

Lara Leru Ottaviani Sonia Tralli Superchio Il Fondo Firenze Aneddoti bestiali copertina

Nuovo giro nuova mostra al Fondo di Firenze, spazio nato come laboratorio sperimentale di stampa calcografica e incisione dove la mostra personale di Lara Leru, Aneddoti bestiali, trova una cornice ideale. Un luogo che custodisce il sapere lento della mano, della pressione sul metallo, sul legno o sul linoleum, dell’inchiostro che prende forma sulla carta. Il Fondo non è solo uno spazio espositivo, ma un ambiente di lavoro e di ricerca, dove la tradizione dell’incisione continua a vivere come pratica concreta, fisica e condivisa.

Nella vetrina del Fondo, una delle incisioni più emblematiche di Lara Leru introduce il visitatore all’universo di *Aneddoti bestiali*. Accanto alla stampa dedicata al celebre ghiro che ha dato origine al soprannome dell’artista, il libro raccoglie storie autobiografiche trasformate in ex voto contemporanei, dove ironia, memoria e mondo animale convivono in un immaginario incisivo e profondamente narrativo.

In questo contesto dall’atmosfera accogliente, le opere di Leru sembrano restituire alla stampa il suo carattere più antico: quello di un racconto inciso, stratificato, capace di trasformare l’esperienza personale e bizzarra in narrazione visiva.

La mostra nasce da un progetto autobiografico e insieme corale, in cui i ricordi dell’artista si intrecciano con storie raccolte tra amici e parenti. Ogni stampa illustrata è concepita come un piccolo ex voto laico, un frammento di vita trasfigurato in scena illustrata, dove gli animali diventano protagonisti assoluti di episodi paradossali, spesso irresistibilmente comici. Le frasi, asciutte e taglienti in lingua spagnola, restituiscono un ringraziamento sarcastico rivolto a chi, per caso o per colpa, ha incrociato la loro strada. Emerge un immaginario in cui la natura non è sfondo, ma forza narrativa nonché un mondo abitato da creature testarde, imprevedibili, profondamente umane nel loro modo di reagire agli eventi.

Aneddoti bestiali

Anche il soprannome dell’artista, “Leru“, nasce da uno di questi aneddoti illustrati. Nel 2001, racconta l’artista, fu morsa da un ghiro selvatico che emetteva versi a tratti quasi minacciosi, simili a un inconfondibile “Leruleruleru”. Da quell’episodio memorabile, prende forma un’identità artistica che fa dell’auto-narrazione un apparecchio poetico. Leru costruisce un universo in cui il vissuto si deforma, si traveste, si animalizza, fino a diventare un racconto collettivo.
L’idea del progetto prende corpo durante il suo soggiorno a Valencia, quando l’editore Vicente Ferrer, della casa editrice Media Vaca, le mostra gli ex voto messicani (oggetti votivi sacri e artigianali offerti per ringraziare la divinità o un santo per una grazia ricevuta) e la invita a sviluppare una sua opera personale. È da lì che, a partire dall’illustrazione calcografica più emblematica della sua raccolta EL Lirón rabioso, prende il via una serie di storie strampalate, nate da episodi raccolti nel tempo e trasformati in immagini emblematiche. Le opere esposte presso il Fondo a Firenze mostrano la solidità di un linguaggio capace di tenere insieme humour, memoria e osservazione del mondo animale, con un tratto netto che ricorda la forza narrativa della tradizione popolare, ma la reinventa in chiave contemporanea in continua evoluzione.

Tra le opere in mostra, gli animali appaiono come testimoni e, al tempo stesso, interpreti delle disavventure umane. Uccelli, rettili, piccoli mammiferi e figure ibride popolano scene dal tono surreale, in cui il ringraziamento si rovescia in beffa e l’aneddoto si fa racconto visivo. C’è sempre una distanza ironica tra ciò che viene detto e ciò che viene mostrato, ed è proprio in questo contrasto che il lavoro di Leru trova la sua forza. Le immagini, pur nella loro apparente immediatezza, contengono un mondo di relazioni, memorie e rimandi affettivi che si svelano lentamente, come accade nelle migliori incisioni.

Riflessioni

L’aspetto forse più affascinante del progetto è la sua capacità di tenere insieme leggerezza e precisione tecnica. La linoleografia, con i suoi tempi lunghi, il passaggio dalla matrice alla stampa, la cura del dettaglio e la fisicità del procedimento, non è solo un mezzo espressivo, ma parte integrante del contenuto. In un’epoca in cui la digitalizzazione accelera tutto e l’intelligenza artificiale produce immagini con rapidità crescente, lavori come quelli di Lara Leru e la sperimentazione artistica del Fondo, ricordano quanto sia prezioso il tempo dell’arte manuale.

Il piccolo volume Aneddoti bestiali accompagna la mostra come estensione naturale delle opere esposte. Tra linoleografie, testi autobiografici e racconti surreali, Lara Leru costruisce una raccolta di episodi realmente accaduti, trasformando animali, incidenti e ricordi familiari in narrazioni visive dal tono ironico e affettuoso. Un archivio poetico di memorie quotidiane, stampato e condiviso all’interno dello spazio laboratoriale del Fondo.

Difendere e divulgare tecniche antiche come la stampa calcografica e incisoria significa non solo preservare un patrimonio, ma anche rendere visibile un processo per comprendere come nasce un’immagine, riconoscerne l’unicità e sentire il peso del gesto umano dentro ogni segno. Forse proprio nella resistenza lenta e necessaria di un’arte che continua a raccontare il mondo senza smettere di interrogare il presente che risiede l’aspetto più attuale e profondo.

01 – Lo sapevi che….

Lucio Ciro Martis - Vignetta - Superchio - Mercato del lavoro in Italia - Copertina Sito

Navid Sajadi, la forza simbolica della materia

Navid Azimi Sajadi e la forza simbolica della materia Studio La Linea Verticale Sonia Tralli Articolo Arte Superchio Copertina

Tra le mostre e gli eventi di primavera in città, siamo approdati nella mostra “Mater ex Mater” di Navid Sajadi presso lo Spazio di Studio La Linea Verticale in cui l’arte prende forma in un dialogo continuo tra materia, memoria e trasformazione.
La linea come direzione e gesto che attraversa lo spazio e lo definisce nonché principio sottile ma potente su cui si fonda lo Spazio d’arte Verticale. Più che una semplice galleria, Studio La Linea Verticale si configura come un luogo di attraversamento, dove linguaggi differenti convivono e si stratificano, invitando lo spettatore a un’esperienza che è insieme visiva e concettuale.

Mater ex Mater

Accedendo alla mostra Mater ex Mater dell’artista iraniano Navid Azimi Sajadi, si entra in un universo in cui la materia non è mai soltanto forma, ma memoria viva, stratificazione e racconto. Lo spazio accoglie la ricerca dell’artista come un luogo di passaggio e di ascolto, capace di dare respiro a opere che nascono da una riflessione profonda sul tempo, sull’identità e sulla trasformazione. L’esposizione si presenta come un percorso sensibile, in cui la materia diventa linguaggio e memoria in cui ogni opera invita a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare.

Ascoltare le parole della curatrice Valentina Palmi e la testimonianza in prima persona dell’artista, ci ha permesso di leggere meglio la sua opera. Sajadi con la sua schiettezza e gentilezza, ci ha mostrato il suo vissuto ricco e attraversato da esperienze maturate in terre profondamente diverse tra loro. Questa pluralità si ritrova nelle sue opere, che sembrano custodire segni, simboli e materiali differenti, destinati a cambiare significato nello spazio espositivo e nello sguardo di chi li osserva. La sua è una ricerca poliedrica, che spazia nella molteplicità tecnica che va dalla pittura su ceramica alla tessitura di tappeti, muovendosi con naturalezza tra tecniche antiche e sensibilità contemporanea.

Le sue opere non si limitano a essere oggetti da osservare e contemplare, ma si configurano come contenitori di simboli. Ogni elemento, ogni segno, ogni materiale sembra attivarsi nello spazio espositivo, acquisendo significato non solo in sé, ma anche nella relazione con chi guarda. È proprio in questa dinamica che si nasconde la potenza espressiva del lavoro di Navid il cui linguaggio apre alla possibilità di generare interpretazioni molteplici, intime e personali.

L’incontro con l’artista ci ha permesso di comprendere il vissuto e la formazione variegata riflessa in una pratica artistica altrettanto stratificata, i cui i simboli delineano un contrasto di fondo tra generazione e costrizione. Ricorrenti sono serpi, scorpioni ma anche filo spinato, amuleti e iconografie bizantine che evocano forze primordiali e vaghe, che rimandano sia alla protezione che allo steso tempo al pericolo. Centrale e sempre identificabile nelle sue opere è la forma della vagina concepita come punto cardine della composizione e matrice cosmica universale. Forte è anche l’approccio duale dove ogni simbolo rivela il suo opposto in cui ciò che crea può rivelarsi una prigione.
Una visione le cui immagini nascono dalle parole:

“Quando immagino un termine, esso si configura nelle mente come un mix di oggetti che divengono simbolo, una nuova parola visiva che rende l’opera simile a una poesia scritta o a un geroglifico.”

Navid Azimi Sajadi

Il progetto presentato a Bologna, si presenta come Atto I nonché esposizione di salvataggio di alcune opere che l’artista è riuscito a portare via da Teheran prima del susseguirsi degli eventi geopolitici degli ultimi tempi che hanno provocato l’interruzione della produzione stessa dell’artista.
La selezione di opere in mostra, realizzate tra il 2020 e il 2025, comprende grandi tappeti concepiti come arazzi, ceramiche, interventi su carta e lavori che rimandano a un dialogo costante tra gesto manuale, tradizione e pensiero simbolico. A rendere ancora più intensa la lettura della mostra è la consapevolezza delle difficoltà che hanno impedito di presentare il progetto nella sua completezza originaria; condizione che aggiunge alla mostra una dimensione umana, oltre che artistica.


Riflessioni

In questo senso, Mater ex Mater non è solo una mostra, ma anche una testimonianza di una ricerca che resiste, di un linguaggio che attraversa confini e di un artista che continua a trasformare la memoria in forma, e la forma in possibilità di incontro.

“I mio intento è quello di essere artista contemporaneo con un’identità iraniana e universale. Mater ex Mater Act I non è solo una mostra: è un insieme di tracce, non solo materia, ma voce. Un corpo che parla, che contiene, che resiste; una madre-materia da cui, allo steso tempo, cerchiamo emancipazione.”

Navid Azimi Sajadi

In Mater ex Mater emerge con chiarezza la qualità più interessante del lavoro di Navid, ossia la capacità di tenere insieme esperienza vissuta, memoria culturale e ricerca formale senza mai ridurre l’una all’altra.
La mostra ritrae un artista che non si limita a citare tradizioni diverse, ma le attraversa, le vive e le rielabora con una sensibilità autentica, trasformando ogni opera in un luogo di sedimentazione e di passaggio.

La sua natura non risolta, aperta e in costante movimento, resta probabilmente la forza più convincente del suo progetto artistico.
Anche nella forma parziale in cui è stato possibile presentarlo, il lavoro di Navid appare coerente e necessario, perché parla di continuità interrotta, di radici culturali che resistono e di un linguaggio che trova nella materia la propria voce più diretta.
È una ricerca che affascina non solo per la raffinatezza tecnica, ma per la sua densità umana e simbolica.

Il diritto di fermarsi non è tempo sprecato

Festa dei lavoratori ripodare non è un crimine Superchio Daniele Contino riposo ferie vacanze

C’è una strana inquietudine che a volte mi accompagna quando mi fermo per un attimo. Sono esausto e non ne posso più, quindi depongo le armi e guardo nel vuoto. Dovrebbero essere dei momenti in cui finalmente potrei rilassarmi, ma può capitare di essere accompagnato da uno strano senso di disagio e, perché no, da un po’ di senso di colpa. Arriva nei giorni festivi, nei weekend, durante una pausa meritata o in quelle rare ore libere conquistate dopo settimane intense. È una voce sottile ma insistente.
C’è sempre qualcosa che manca, sistemare casa, rispondere a messaggi arretrati, portarmi avanti col lavoro, formarmi per qualcosa che avevo in mente di fare, essere produttivo, non sprecare tempo.

Così il riposo, il momento di relax in cui ci si disconnette da tutto, smette di essere riposo. Diventa attesa, nervosismo, senso di colpa, “pianificazione in remotissimo”. Anche mentre si è seduti di fronte ai propri amici o familiari, mentre si cena con il partner, mentre si passeggia fuori durante una bella giornata o si prova a dedicarsi a una passione, una parte della mente resta altrove, nell’ansia dell’elenco delle cose da fare.

Non so quanto sia diffuso oggi questo fenomeno. Ha a che fare con quella che alcuni definiscono cultura della produttività tossica, l’idea che il valore di una persona dipenda da quanto produce, quanto corre, quanto ottimizza ogni minuto. Ma una vita vissuta così rischia di diventare una corsa continua, dove anche la quiete viene percepita come una colpa.

Essere sempre stanchi non ti rende più produttivo, ti rende solo meno lucido. Quando la mente è affaticata, tutto richiede più tempo, più energia, più fatica. Si commettono più errori, si perde concentrazione e anche le cose semplici diventano pesanti. Riposarsi non è una perdita di tempo, è una condizione necessaria per lavorare meglio. Fermarsi ogni tanto non è debolezza, è intelligenza.
Essere sempre stanchi non ti rende più produttivo, ti rende solo meno lucido. Quando la mente è affaticata, tutto richiede più tempo, più energia, più fatica. Si commettono più errori, si perde concentrazione e anche le cose semplici diventano pesanti. Riposarsi non è una perdita di tempo, è una condizione necessaria per lavorare meglio. Fermarsi ogni tanto non è debolezza, è intelligenza.

La nemesi della produttività, il riposo!

Se non ti senti mai autorizzato a fermarti è spesso il segnale di un equilibrio spezzato. Il corpo si siede, ma la mente continua a correre. Si prova a guardare un film, ma ci si distrae pensando al lavoro, o a quel progetto che hai messo un attimo in freezer.
Non sei “in posizione”, ma dentro si avverti la tensione di “stare perdendo tempo”. Si va al mare, in montagna o semplicemente al parco a fare una passeggiata, ma invece di esserci davvero si resta mentalmente prigionieri di impegni e doveri.

Questo stato interiore può nascere da molti fattori. A volte viene dall’educazione ricevuta, dall’idea che chi riposa sia pigro, che il sacrificio costante sia una virtù assoluta, che fermarsi significhi valere meno. Altre volte nasce dal contesto sociale moderno, dove tutto sembra misurabile e monetizzabile, ore lavorate, risultati ottenuti, obiettivi raggiunti. Pura ostentazione dell’impegno.

Il problema è che la mente, se vive sempre in modalità prestazione, perde la capacità di riconoscere il riposo come un bisogno legittimo. Ogni pausa viene interpretata come un tradimento dei propri doveri. Ma nessun essere umano può vivere bene sotto tensione permanente.

Stanchezza ed inefficienza

Una delle convinzioni più dannose è pensare che il tempo abbia valore solo quando produce qualcosa di visibile. È una logica che impoverisce l’esistenza. Perché allora una chiacchierata sincera con un amico varrebbe meno di una riunione? Un pomeriggio passato a ridere con i figli sarebbe meno importante di una mail inviata? Una passeggiata senza meta sarebbe uno spreco solo perché non genera profitto?

La realtà è l’opposto. Il tempo libero spesso produce ciò che il lavoro da solo non può dare: equilibrio mentale, affetti solidi, creatività, lucidità, memoria emotiva. Produce salute.

Molte intuizioni arrivano proprio quando ci si allontana dal dovere. Molte energie si rigenerano nel silenzio, nella noia, nella leggerezza. Anche la produttività autentica nasce da lì, da una mente che ha respirato abbastanza.
Chi non si concede pause profonde finisce spesso per lavorare peggio. Diventa irritabile, meno concentrato, più stanco, meno presente. Paradossalmente, l’ossessione di essere sempre efficienti conduce all’inefficienza.

Fannulloni si nasce

Ci si potrebbe sentire dei “fannulloni” non appena si rallenta. È un giudizio severo, spesso ingiusto, perché nella maggior parte dei casi non si tratta di pigrizia, ma di esaurimento, bisogno di recupero o semplice desiderio umano di esistere senza.

C’è una differenza enorme tra evitare sistematicamente ogni responsabilità e avere bisogno di fermarsi e confondere le due cose, genera sofferenza.
Non esiste certamente il rischio di riposare troppo, semmai si corre proprio rischio opposto, che è quello di non riposare mai davvero. Dormire senza recuperare, stare fermi senza rilassarsi, essere liberi senza esserlo mai davvero e portarsi questa croce addosso tutto il tempo.

Hai bisogno di identificarti come individuo, come essere umano e non come funzionario di qualche tipo, più commetti questo errore e più la tua identità si impoverisce. Se valgo solo quando produco, cosa resta di me quando mi fermo? Restano moltissime cose, cose semplici e comuni come la sensibilità, la presenza, la curiosità, l’ironia, l’ascolto, l’immaginazione. Tutte qualità che certamente non si misurano con una tabella Excel, seppur dal valore più effimero ma esistenzialmente più importanti.

Stare fermi senza condanna

Liberarsi dal senso di colpa del non fare nulla richiede spesso un cambio di mentalità, o magari un ritorno ad una mentalità che abbiamo lasciato indietro alla nostra infanzia o adolescenza. Il riposo non è il premio finale dopo aver fatto tutto, è parte integrante della vita, come i fallimenti e le sconfitte. Ci si riposa e si riparte, e non è qualcosa che arriva solo quando ogni compito è concluso, perché i compiti non finiscono mai davvero.

Occorre reimparare piccoli gesti dimenticati, con una maggiore consapevolezza, senza scambiare perdite di tempo come riposo. Bere un caffè senza guardare il telefono, stare con qualcuno senza fretta, leggere per piacere, annoiarsi perfino, restare in silenzio senza dover riempire ogni spazio per forza. Sicuramente non sono di trend, ma queste cose, fanno bene, fanno parte della vita vera.

La sindrome dell’impostare è sempre dietro l’angolo, e quando si perde fiducia in se stessi perché magari si pensa che si stia battendo la fiacca, vale la pena chiedersi se quella voce ti aiuta o ti consuma.
Una persona riposata non è meno seria. È spesso più lucida, più paziente, più creativa, più disponibile verso gli altri. Fermarsi non significa arrendersi, significa manutenzione delle capacità personali.

E forse il primo passo è accettare una verità semplice, un minuto di pace non è qualcosa che va meritato.

Conclusione

La Festa dei Lavoratori ricorda il valore del lavoro, i diritti conquistati, la dignità dell’impegno quotidiano. Ma proprio per questo dovrebbe ricordare anche il valore del riposo. Perché il lavoro senza tregua diventa sfruttamento, anche quando siamo noi stessi a imporcelo.

Non fare nulla, ogni tanto, non è una colpa. È una necessità umana. È lo spazio in cui si ricuce la mente, si rinsaldano i legami, si torna presenti a se stessi.

In un tempo che ci vuole sempre attivi, scegliere di fermarsi può essere un atto rivoluzionario, e forse, anche il più sano.

Salone Internazionale del Libro 2026 a Torino

Il Salone Internazionale del Libro torna a Torino con la XXXVIII edizione, in programma dal 14 al 18 maggio 2026 negli spazi del Lingotto Fiere

Il Salone Internazionale del Libro torna a Torino con la XXXVIII edizione, in programma dal 14 al 18 maggio 2026 negli spazi del Lingotto Fiere, confermandosi come uno dei principali appuntamenti culturali italiani dedicati ai libri e all’editoria (Salone Internazionale del Libro di Torino, Home) (Turismo Torino, Salone Internazionale del Libro di Torino 2026). Il tema di quest’anno è “Il mondo salvato dai ragazzini”, ispirato all’opera di Elsa Morante e scelto come manifesto poetico e politico che mette al centro lo sguardo delle nuove generazioni (Salone Internazionale del Libro di Torino, La XXXVIII edizione del Salone del Libro).

Il tema, la direzione e gli ospiti

L’edizione 2026 è diretta per il terzo anno consecutivo da Annalena Benini, che guida un programma pensato per raccontare il presente attraverso la voce di scrittori, intellettuali, illustratori e protagonisti della cultura italiana e internazionale (Il Libraio, Salone del Libro di Torino 2026: il programma e tutte le novità). Il tema “Il mondo salvato dai ragazzini” richiama la creatività, il coraggio e la capacità di immaginare futuro delle nuove generazioni, e ispira tanto il manifesto illustrato da Gabriella Giandelli quanto le nove sezioni tematiche curate da scrittrici, scrittori e studiosi (Salone Internazionale del Libro di Torino, La XXXVIII edizione del Salone del Libro). In programma migliaia di incontri con autori, presentazioni, laboratori, dialoghi sull’editoria e sulla società, lungo cinque giornate di attività continua (Salone Internazionale del Libro di Torino, Il programma del Salone).

Sedi, orari e Salone Off

Il Salone si svolge come di consueto nei padiglioni di Lingotto Fiere (1, 2, 3, Oval e il padiglione 4 dedicato in particolare a formazione e sperimentazione), oltre al Centro Congressi e alla Pista 500, trasformata in spazio d’arte e incontri sul tetto dell’ex fabbrica (Il Libraio, Salone del Libro di Torino 2026: il programma e tutte le novità). Le date da segnare in agenda sono da giovedì 14 a lunedì 18 maggio 2026, con apertura al pubblico dalle 10 alle 20, e prolungamento serale fino alle 21 il venerdì e il sabato (Lingotto Fiere, Salone Internazionale del Libro di Torino). In parallelo torna il Salone Off, che dall’8 al 19 maggio porta autori e incontri anche nei quartieri torinesi e nei comuni dell’area metropolitana, coinvolgendo biblioteche, librerie, scuole e spazi culturali diffusi (Comune di Torino – Circoscrizione 4, Il Salone Internazionale del Libro di Torino si svolgerà dal 14 al 18 maggio 2026).

UE: batterie smartphone estraibili dal 2027

UE batterie smartphone estraibili dal 2027 Redazione news

Dal 18 febbraio 2027 l’Unione europea cambierà le regole sulle batterie di molti dispositivi elettronici, imponendo che siano più facilmente rimovibili e sostituibili dall’utente. La misura rientra nel nuovo quadro europeo sulle batterie e punta a rendere più semplice la riparazione, allungare la durata dei prodotti e ridurre i rifiuti elettronici (Gazzetta Ufficiale, DECRETO LEGISLATIVO 10 febbraio 2026, n. 29; Adnkronos, Batterie smartphone sostituibili: cosa cambia in Ue dal 2027).

Cosa prevede la norma

La novità principale riguarda l’obbligo, per diversi dispositivi portatili, di consentire la rimozione e sostituzione della batteria con strumenti comuni, senza passaggi troppo complessi o attrezzature speciali (Adnkronos, Batterie smartphone sostituibili: cosa cambia in Ue dal 2027). La regola si inserisce nel Regolamento (Ue) 2023/1542, che disciplina in modo più ampio il ciclo di vita delle batterie, dalla produzione allo smaltimento (Gazzetta Ufficiale, DECRETO LEGISLATIVO 10 febbraio 2026, n. 29).

Smartphone, tablet e altri dispositivi

Per smartphone e tablet esiste anche un altro livello di normativa europea, quello sull’Ecodesign, che già spinge verso dispositivi progettati in modo da non rendere la batteria praticamente irraggiungibile (Adnkronos, Batterie smartphone sostituibili: cosa cambia in Ue dal 2027). Le nuove regole riguarderanno anche altri prodotti come cuffie wireless, smartwatch e diversi apparecchi portatili, con l’obiettivo di ridurre l’obsolescenza e favorire la riparazione (DDay, Dal 2027 le batterie di molti prodotti in Europa dovranno essere sostituibili per legge, non solo gli smartphone).

Impatto su consumatori e aziende

Per i consumatori, il cambiamento potrebbe tradursi in telefoni e dispositivi più facili da riparare e con una vita utile più lunga, evitando la sostituzione completa del prodotto quando si esaurisce solo la batteria (DDay, Dal 2027 le batterie di molti prodotti in Europa dovranno essere sostituibili per legge, non solo gli smartphone). Per le aziende, invece, la sfida sarà ripensare il design di dispositivi sempre più sottili senza sacrificare la praticità di apertura e sostituzione (DDay, Dal 2027 le batterie di molti prodotti in Europa dovranno essere sostituibili per legge, non solo gli smartphone).

L’Europa sta quindi spingendo l’elettronica di consumo verso un modello più riparabile e meno usa-e-getta, con effetti concreti sia sul mercato sia sulle abitudini di acquisto dei cittadini (Gazzetta Ufficiale, DECRETO LEGISLATIVO 10 febbraio 2026, n. 29; Adnkronos, Batterie smartphone sostituibili: cosa cambia in Ue dal 2027).

Fotografia Europea 2026 dal 30-04 al 14-06

Un volto emerge dal buio, graffiato da una grana fitta che trasforma il grido in eco visiva: l’immagine scelta come copertina di Fotografia Europea 2026 traduce in forma intensa e vibrante i “Fantasmi del quotidiano”, evocando presenze interiori, tensioni e memorie che affiorano dalla notte dell’inconscio.

Fotografia Europea 2026 torna a Reggio Emilia con la XXI edizione, intitolata Fantasmi del quotidiano, in programma dal 30 aprile al 14 giugno 2026. Il festival, promosso da Fondazione Palazzo Magnani e Comune di Reggio Emilia, mette al centro il rapporto tra immagine, memoria e ciò che resta invisibile nella vita di tutti i giorni (Comune di Reggio Emilia, “Fotografia Europea 2026”) (Fotografia Europea, “FE2026 – open call”).

Il tema e i curatori

Il tema di quest’anno invita a leggere il quotidiano come un luogo attraversato da presenze, assenze e tracce che sopravvivono nel tempo. Il percorso curatoriale è affidato ad Arianna Catania, Tim Clark, Luce Lebart e Walter Guadagnini, che costruiscono un programma tra ricerca visiva e riflessione contemporanea (Palazzo Magnani, “Fotografia Europea 2026”). Tra gli autori coinvolti figurano, tra gli altri, Elena Bellantoni, Tania Franco Klein, Simona Ghizzoni, Mohamed Hassan, Marine Lanier, Federica Mambrini, Emilia Martin, Frédéric D. Oberland, Ola Rindal, Felipe Romero Beltrán, Giulia Vanelli e Salvatore Vitale (Palazzo Magnani, “Fotografia Europea 2026”). La mostra principale e le altre sezioni del festival saranno accompagnate da un calendario di incontri, letture portfolio, presentazioni di libri, workshop e talk (Palazzo Magnani, “Fotografia Europea 2026”).

Le sedi della manifestazione

Le esposizioni si snoderanno in diverse sedi storiche e culturali della città, tra cui Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Palazzo Scaruffi, Chiesa dei Santi Carlo e Agata, Palazzo dei Musei, Spazio Gerra e Collezione Maramotti (Palazzo Magnani, “Fotografia Europea 2026”). Le giornate inaugurali si terranno dal 30 aprile al 3 maggio, con apertura serale e orari estesi nei primi giorni del festival (Fotografia Europea, “SEDI e ORARI”). Dal 30 aprile al 14 giugno il programma continuerà ad animare la città con mostre e appuntamenti distribuiti nei principali spazi espositivi (Comune di Reggio Emilia, “Fotografia Europea 2026”).

Il Circuito OFF

Accanto al programma ufficiale torna anche il Circuito OFF, la sezione indipendente che apre il festival a fotografi, collettivi, scuole e spazi non convenzionali (Fotografia Europea, “Circuito OFF 2026”). Qui la fotografia entra in bar, negozi, studi, cortili e luoghi diffusi del centro e della provincia, ampliando il raggio della manifestazione e coinvolgendo un pubblico molto vario (Fotografia Europea, “Circuito OFF 2026”). Nel 2026 è prevista anche la tradizionale Notte OFF, con premi e riconoscimenti per i progetti più interessanti (Fotografia Europea, “Circuito OFF 2026”).

Se vuoi, posso trasformare questo testo in una vera notizia da giornale più scorrevole e meno schematica, mantenendo le fonti in coda alle frasi.

26 Aprile

Lucio Ciro Martis - Vignetta - Superchio - 26 Aprile - Copertina Sito