Tra le mostre e gli eventi di primavera in città, siamo approdati nella mostra “Mater ex Mater” di Navid Sajadi presso lo Spazio di Studio La Linea Verticale in cui l’arte prende forma in un dialogo continuo tra materia, memoria e trasformazione.
La linea come direzione e gesto che attraversa lo spazio e lo definisce nonché principio sottile ma potente su cui si fonda lo Spazio d’arte Verticale. Più che una semplice galleria, Studio La Linea Verticale si configura come un luogo di attraversamento, dove linguaggi differenti convivono e si stratificano, invitando lo spettatore a un’esperienza che è insieme visiva e concettuale.
Mater ex Mater
Accedendo alla mostra Mater ex Mater dell’artista iraniano Navid Azimi Sajadi, si entra in un universo in cui la materia non è mai soltanto forma, ma memoria viva, stratificazione e racconto. Lo spazio accoglie la ricerca dell’artista come un luogo di passaggio e di ascolto, capace di dare respiro a opere che nascono da una riflessione profonda sul tempo, sull’identità e sulla trasformazione. L’esposizione si presenta come un percorso sensibile, in cui la materia diventa linguaggio e memoria in cui ogni opera invita a rallentare, osservare e lasciarsi attraversare.
Ascoltare le parole della curatrice Valentina Palmi e la testimonianza in prima persona dell’artista, ci ha permesso di leggere meglio la sua opera. Sajadi con la sua schiettezza e gentilezza, ci ha mostrato il suo vissuto ricco e attraversato da esperienze maturate in terre profondamente diverse tra loro. Questa pluralità si ritrova nelle sue opere, che sembrano custodire segni, simboli e materiali differenti, destinati a cambiare significato nello spazio espositivo e nello sguardo di chi li osserva. La sua è una ricerca poliedrica, che spazia nella molteplicità tecnica che va dalla pittura su ceramica alla tessitura di tappeti, muovendosi con naturalezza tra tecniche antiche e sensibilità contemporanea.
Le sue opere non si limitano a essere oggetti da osservare e contemplare, ma si configurano come contenitori di simboli. Ogni elemento, ogni segno, ogni materiale sembra attivarsi nello spazio espositivo, acquisendo significato non solo in sé, ma anche nella relazione con chi guarda. È proprio in questa dinamica che si nasconde la potenza espressiva del lavoro di Navid il cui linguaggio apre alla possibilità di generare interpretazioni molteplici, intime e personali.
L’incontro con l’artista ci ha permesso di comprendere il vissuto e la formazione variegata riflessa in una pratica artistica altrettanto stratificata, i cui i simboli delineano un contrasto di fondo tra generazione e costrizione. Ricorrenti sono serpi, scorpioni ma anche filo spinato, amuleti e iconografie bizantine che evocano forze primordiali e vaghe, che rimandano sia alla protezione che allo steso tempo al pericolo. Centrale e sempre identificabile nelle sue opere è la forma della vagina concepita come punto cardine della composizione e matrice cosmica universale. Forte è anche l’approccio duale dove ogni simbolo rivela il suo opposto in cui ciò che crea può rivelarsi una prigione.
Una visione le cui immagini nascono dalle parole:
“Quando immagino un termine, esso si configura nelle mente come un mix di oggetti che divengono simbolo, una nuova parola visiva che rende l’opera simile a una poesia scritta o a un geroglifico.”
Navid Azimi Sajadi
Il progetto presentato a Bologna, si presenta come Atto I nonché esposizione di salvataggio di alcune opere che l’artista è riuscito a portare via da Teheran prima del susseguirsi degli eventi geopolitici degli ultimi tempi che hanno provocato l’interruzione della produzione stessa dell’artista.
La selezione di opere in mostra, realizzate tra il 2020 e il 2025, comprende grandi tappeti concepiti come arazzi, ceramiche, interventi su carta e lavori che rimandano a un dialogo costante tra gesto manuale, tradizione e pensiero simbolico. A rendere ancora più intensa la lettura della mostra è la consapevolezza delle difficoltà che hanno impedito di presentare il progetto nella sua completezza originaria; condizione che aggiunge alla mostra una dimensione umana, oltre che artistica.

Riflessioni
In questo senso, Mater ex Mater non è solo una mostra, ma anche una testimonianza di una ricerca che resiste, di un linguaggio che attraversa confini e di un artista che continua a trasformare la memoria in forma, e la forma in possibilità di incontro.
“I mio intento è quello di essere artista contemporaneo con un’identità iraniana e universale. Mater ex Mater Act I non è solo una mostra: è un insieme di tracce, non solo materia, ma voce. Un corpo che parla, che contiene, che resiste; una madre-materia da cui, allo steso tempo, cerchiamo emancipazione.”
Navid Azimi Sajadi
In Mater ex Mater emerge con chiarezza la qualità più interessante del lavoro di Navid, ossia la capacità di tenere insieme esperienza vissuta, memoria culturale e ricerca formale senza mai ridurre l’una all’altra.
La mostra ritrae un artista che non si limita a citare tradizioni diverse, ma le attraversa, le vive e le rielabora con una sensibilità autentica, trasformando ogni opera in un luogo di sedimentazione e di passaggio.
La sua natura non risolta, aperta e in costante movimento, resta probabilmente la forza più convincente del suo progetto artistico.
Anche nella forma parziale in cui è stato possibile presentarlo, il lavoro di Navid appare coerente e necessario, perché parla di continuità interrotta, di radici culturali che resistono e di un linguaggio che trova nella materia la propria voce più diretta.
È una ricerca che affascina non solo per la raffinatezza tecnica, ma per la sua densità umana e simbolica.


