Per secoli il Palombaro Lungo rimase nascosto sotto Piazza Vittorio Veneto, inglobato nella città moderna e dimenticato da molti abitanti. Solo nel 1991, durante alcuni lavori e studi di recupero urbano, venne riscoperto e riportato alla luce. Da quel momento iniziò un importante percorso di valorizzazione che oggi permette ai visitatori di entrare in uno dei luoghi più sorprendenti della Matera sotterranea.
Il mio viaggio di scoperta e documentazione prosegue tra i vicoli, le cavità e le cisterne di Matera, la città dei Sassi. Sono nata e cresciuta a Matera e, nonostante gli anni trascorsi lontano, mi ha sempre affascinato la sua dimensione storica secolare, in cui il tempo sembra essersi fermato nella pietra calcarea che custodisce memorie, gesti quotidiani e tracce di chi ha vissuto questi luoghi.
L’unicità storica, rurale e culturale di Matera venne riconosciuta nel 1993, quando i Sassi e il Parco delle Chiese Rupestri furono iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Un riconoscimento che rappresentò per la città un momento di rinascita e riscatto, restituendo prestigio internazionale a un paesaggio culturale straordinario, modellato dal rapporto continuo tra uomo e natura.
Matera viene oggi considerata uno dei più importanti esempi di continuità abitativa del Mediterraneo, con testimonianze che vanno dal Paleolitico fino ai giorni nostri. Qui il rapporto tra ambiente, tradizioni e ingegno umano è ancora chiaramente leggibile nella struttura urbana e nel territorio circostante.
Per secoli il Palombaro Lungo rimase nascosto sotto Piazza Vittorio Veneto, inglobato nella città moderna e dimenticato da molti abitanti. Solo nel 1991, durante alcuni lavori e studi di recupero urbano, venne riscoperto e riportato alla luce. Da quel momento iniziò un importante percorso di valorizzazione che oggi permette ai visitatori di entrare in uno dei luoghi più sorprendenti della Matera sotterranea.
Il frutto dell’ingegno umano nella civiltà contadina
Ma cosa rende Matera così unica?
Uno degli elementi più sorprendenti è il suo antico sistema di raccolta e gestione dell’acqua, sviluppato nei secoli in una terra dove questa risorsa era scarsa e preziosa. Tra tutte le opere idriche della città, il simbolo più affascinante è senza dubbio il Palombaro Lungo, la grande cisterna sotterranea situata sotto Piazza Vittorio Veneto.
Più che una semplice opera idraulica, il Palombaro Lungo racconta il rapporto millenario tra la città e l’acqua: una testimonianza concreta di resilienza, adattamento e intelligenza collettiva. In un territorio difficile, i materani seppero trasformare un limite naturale in una risorsa essenziale per la sopravvivenza della comunità.
Come nasce il Palombaro Lungo
Il Palombaro Lungo non fu costruito in un solo momento, ma nacque dall’unione e dall’ampliamento progressivo di cavità preesistenti, sviluppandosi in più fasi tra età moderna e Ottocento.
Si presenta come una grande cisterna ipogea scavata nel tufo, composta da ambienti comunicanti tra loro. Le pareti, dalle forme arrotondate, sono rivestite in cocciopesto, un antico intonaco impermeabile ottenuto da frammenti di terracotta e malta, utilizzato per impedire la dispersione dell’acqua nella roccia.
Grazie a questo sistema, l’acqua piovana veniva raccolta, conservata e mantenuta disponibile per l’uso quotidiano della popolazione.
Le dimensioni sorprendenti
Visitare il Palombaro Lungo significa trovarsi davanti a uno spazio davvero inatteso.
La cisterna misura circa 50 metri di lunghezza, raggiunge una profondità di oltre 15 metri, con alcuni punti ancora più profondi, e aveva una capacità complessiva di circa 5 milioni di litri d’acqua.
Numeri che ne fanno una delle più imponenti cisterne ipogee urbane d’Europa e uno degli esempi più straordinari del sistema idrico storico materano.
Le pareti del Palombaro Lungo sono rivestite in cocciopesto, un antico materiale impermeabile già usato dai Romani. Era composto da frammenti di terracotta macinata, calce e sabbia, mescolati fino a creare una superficie resistente all’umidità. Grazie a questo rivestimento l’acqua non veniva assorbita dalla roccia, permettendo alla cisterna di conservarla più a lungo in modo sicuro ed efficiente nei secoli.
Come funzionava l’approvvigionamento
L’acqua arrivava al Palombaro attraverso un articolato sistema di canalizzazioni, cisterne minori e percorsi di raccolta collegati alle aree circostanti della città.
Una volta accumulata nella grande riserva sotterranea, veniva prelevata dagli abitanti attraverso aperture presenti sulla piazza sovrastante. Da lì le famiglie calavano secchi e contenitori per rifornirsi di una risorsa indispensabile alla vita quotidiana.
Con l’arrivo dell’Acquedotto Pugliese, tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento, il Palombaro perse progressivamente la sua funzione originaria.
La riscoperta di un mondo nascosto
Per molti anni questo luogo rimase dimenticato sotto la città moderna, finché fu riscoperto e valorizzato.
Oggi il Palombaro Lungo è visitabile e rappresenta una delle esperienze più suggestive di Matera. Scendendo al suo interno si incontrano silenzio, pietra viva, riflessi d’acqua e spazi enormi che ricordano una vera cattedrale sotterranea.
Il simbolo della memoria materana
Il Palombaro Lungo è oggi uno dei simboli più significativi della città, perché unisce storia, identità e memoria collettiva.
La sua riscoperta ha riportato alla luce un mondo nascosto che per secoli ha garantito la sopravvivenza di un’intera comunità. Visitandolo si comprende come l’ingegno dei materani abbia trasformato una necessità pratica in un patrimonio culturale di valore inestimabile.
Per questo il Palombaro Lungo non è soltanto una cisterna: è il simbolo di una città che, da sempre, ha saputo trasformare la fragilità in bellezza e la difficoltà in straordinaria intelligenza.
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Scena che si ripete ogni giorno, in modo quasi identico, per milioni di persone.
La sveglia suona presto. Si parte con l’idea di fare di più, di stringere i denti, di guadagnare qualcosa in più, di stare un passo avanti. Poi la giornata prende velocità con lavoro, impegni, telefonate, scadenze. Si arriva a sera con la sensazione di aver dato tutto. Eppure qualcosa non torna. Perché, nonostante l’impegno, non si ha davvero l’impressione di stare meglio e si rimane con quel retrogusto amaro in bocca? Perché aumentando le ore, la fatica, la disponibilità, il risultato sembra sempre lo stesso, poco tempo, poco margine e poca libertà?
La risposta non è semplice, ma è sempre più chiara. Oggi lavorare di più, non basta e in certi casi, paradossalmente, può perfino essere controproducente.
La ruota del criceto
Noi figli della generazione di lavoratori per eccellenza (ovvero i nati intorno agli anni 50-60), siamo cresciuti con un principio educativo molto semplice e radicato. Più lavori, più ottieni. Era una regola quasi naturale, logica e intuitiva, difficile da mettere in discussione.
Oggi quel principio si è irrimediabilmente incrinato.
Non perché il lavoro abbia perso valore, ma perché il contesto attorno è totalmente cambiato. I salari, in molti casi, non crescono quanto il costo della vita. Le spese quotidiane richiedono attenzione costante. Non serve una crisi evidente, basta una somma di piccoli aumenti, distribuiti nel tempo, per cambiare la percezione del benessere.
Così succede qualcosa di strano.
Si lavora di più, si accettano ore extra, si resta disponibili più a lungo. Ma alla fine del mese, la differenza non è così evidente, ormai addirittura impercettibile. Altre volte viene assorbita da spese che prima non pesavano allo stesso modo.
La sabbia scorre silenziosa, granello dopo granello, ricordandoci che il tempo è l’unico bene che possediamo davvero. Non si accumula, non si recupera, non si ferma. Possiamo solo scegliere come viverlo, mentre lentamente si consuma tra le nostre mani, trasformando ogni istante in qualcosa di irripetibile.
Questo crea la sottile e persistente sensazione di correre senza mai avanzare davvero.
Non è una questione di numeri, ma di percezione della realtà. Il tempo investito non si traduce più, in modo diretto, in un miglioramento tangibile della vita. E quando questo legame si rompe, anche la motivazione cambia forma.
L’unica risorsa che diminuisce
C’è però un elemento che resta stabile e immutabile, il tempo.
Ogni ora dedicata al lavoro è un’ora sottratta a qualcos’altro. Questo è sempre stato vero, ma oggi ha un peso diverso. Perché il lavoro non occupa più solo uno spazio definito della giornata. Si estende, si dilata, si inserisce nei momenti vuoti, perché se lo permetti ti può raggiungere sempre e ovunque.
Si risponde a un messaggio mentre si cena.
Si controlla una mail nel fine settimana.
Si anticipa qualcosa per il giorno dopo.
Non sono grandi sacrifici presi singolarmente. Ma sommati nel tempo, cambiano la qualità delle giornate.
Il punto non è “vivere la vita” nel senso più superficiale del termine. Pensare di essere sempre in vacanza non è il nodo della questione, non si tratta assolutamente di evitare il lavoro o di cercare un equilibrio ideale irraggiungibile. L’impegno resta necessario. Costruire qualcosa richiede tempo, dedizione, fatica.
Ma proprio per questo, il tempo diventa una risorsa ancora più preziosa.
Perché non è recuperabile. Non si accumula. Non si può rimandare a un momento migliore.
Ogni ora spesa è definitiva.
E se quelle ore vengono utilizzate senza una direzione chiara, senza un ritorno reale, il costo non è solo economico. È esistenziale.
E in questo preciso momento storico, il tempo è ciò che non ci accorgiamo che ci viene sottratto continuamente quando perdiamo anche quella mezz’ora a scrollare il feed di qualche social che non ci sta dando nulla.
Il paradosso della fatica senza crescita
A questo punto emerge il vero paradosso.
Per chi si pone questo problema, provenendo da classi meno abbienti o comunque per migliorare il proprio status, inizia una corsa contro il tempo, fatica e condizioni.
Lavori di più non per crescere, ma per mantenere una posizione. Per non perdere terreno. Per restare in equilibrio.
È una fatica difensiva, non espansiva. Una fatica che comunque ti tiene fermo dove sei, ma è un’emorragia di tempo, energie e possibilità.
Si accettano incarichi, si aumenta la disponibilità, si riempiono le giornate. Ma tutto questo non porta necessariamente a un miglioramento della propria condizione. Anzi, a volte la blocca e la rende una prigione invalicabile.
Perché più si è impegnati, meno si ha tempo per migliorarsi.
Meno tempo per formarsi, per riflettere, per cambiare direzione.
Oggi la reperibilità non è più solo dichiarata: spesso è implicita. Con lo smartphone sempre in mano, il lavoro riesce a raggiungerti ovunque, in ogni momento della giornata. Una mail, una chiamata, un messaggio possono interrompere tutto. Se non sei tu a stabilire dei limiti chiari, il confine tra lavoro e vita si dissolve.
Così si entra in un circolo difficile da interrompere. Lavori di più, hai meno tempo, cresci di meno e resti fermo, e continui a lavorare al limite delle tue possibilità, ma immobile.
È un meccanismo silenzioso, che non si percepisce subito. Ma nel lungo periodo diventa evidente. Non è la quantità di lavoro a fare la differenza, ma la qualità e la direzione.
E quando queste mancano, l’impegno rischia di diventare una forma di consumo. Si consuma tempo, energia, attenzione, senza un reale avanzamento.
Impegno sì, ma con una direzione
A questo punto è facile cadere in un errore opposto, ovvero quello di pensare che lavorare meno sia la soluzione. Non lo è.
Anche a me è capitato spesso di pensare che a questo punto preferirei meno possibilità economiche ma più tempo. Ed ho notato che intorno a me tante persone hanno fatto lo stesso pensiero, il bar che elimina gli aperitivi, il fisioterapista che non fa i domiciliari, il dipendente che sceglie il part-time.
Il lavoro resta uno strumento fondamentale. Non solo per il reddito, ma per costruire qualcosa di concreto. Ridurre tutto a una contrapposizione tra lavoro e vita è una semplificazione che non regge.
Il punto non è lavorare meno, ma lavorare meglio, aumentare il valore aggiunto.
Significa iniziare a considerare il tempo come una risorsa da investire, non solo da spendere. Ogni ora dovrebbe avere un senso, una direzione, un ritorno, anche nel lungo periodo.
Questo implica delle scelte.
A volte significa dire no a qualcosa che porta un guadagno immediato ma nessuna crescita. Ha senso in alcuni frangenti accettare impegni che portano incasso immediato se si ha un’idea, ma nel lungo periodo è deleterio per convinzione ed energia che lasciano spazio a stanchezza e frustrazione.
Ha senso se significa accettare uno sforzo maggiore, ma orientato verso un obiettivo preciso.
Non esiste una formula universale. Ma esiste una domanda utile, quello che sto facendo oggi mi avvicina a qualcosa, oppure mi mantiene semplicemente dove sono? È una distinzione sottile, ma decisiva.
Perché il rischio più grande non è lavorare troppo, è lavorare eccessivamente senza spostarsi di mezzo centimetro.
Conclusione
L’idea che lavorare di più porti automaticamente a vivere meglio appartiene a un contesto che non esiste più nello stesso modo. Oggi il rapporto tra tempo, lavoro e benessere è più complesso, meno lineare.
A volte non rispettare quel principio potrebbe farti sentire in colpa, perché potresti subire delle pressioni sociali, da chi il mondo odierno non lo conosce nell’atto pratico.
Questo non significa che l’impegno abbia perso valore. Al contrario, è proprio perché il tempo è limitato che diventa necessario usarlo con maggiore attenzione.
Proprio perché il potere di acquisto di un’ora di lavoro si è drasticamente abbassato, un’ora di vita fatto per pensare, vivere, valutare e crescere ha un peso proporzionalmente opposto a quel potere d’acquisto.
Non tutto il lavoro pesa allo stesso modo. Non tutte le ore hanno lo stesso valore.
In un sistema in cui il rischio è quello di restare sempre in movimento senza avanzare, la vera differenza non la fa la quantità di sforzo, ma la direzione in cui viene investito.
Perché alla fine, ciò che non si può recuperare non sono i soldi guadagnati o persi.
È il tempo speso senza costruire nulla che resti.
Daniele Contino Malattie rare non diagnosticate limbo articolo DNA pazienti soli solitudine medici medicina ricerca
Questo articolo nasce da un’esperienza personale, protratta per più di 35 anni. Se non avessi vissuto sulla mia pelle certe situazioni, credo che mi sarebbe difficile credere che ci sono persone che vivono per anni con sintomi reali, spesso gravi o invalidanti, ma senza un nome per quello che hanno.
È uno dei paradossi più dolorosi della medicina moderna, dove ancor prima di pensare a curare, è necessario capire quali sono le fondamenta del problema.
Le malattie rare non diagnosticate rappresentano un limbo clinico e umano in cui il paziente resta sospeso tra visite, esami, ipotesi e rinvii, senza una diagnosi definitiva e spesso senza un percorso chiaro di presa in carico.
Questo fenomeno riguarda soprattutto condizioni genetiche rare, ma non esclusivamente. In molti casi la difficoltà nasce dal fatto che i sintomi sono sfumati, variabili, sovrapponibili ad altre patologie più comuni oppure emergono in modo progressivo.
Alla fine il tempo della diagnosi si allunga all’infinito, senza una meta reale, mentre per il paziente e la famiglia aumenta la sensazione di smarrimento, frustrazione e abbandono.
Malattie che sfuggono alla diagnosi
Il DNA, con la sua doppia elica, conserva l’informazione genetica, mentre l’RNA, a singolo filamento, ne permette l’espressione. Comprendere queste dinamiche è essenziale per interpretare molte malattie rare, soprattutto quando le alterazioni genetiche sono difficili da individuare o da interpretare nei percorsi diagnostici tradizionali.
Una malattia rara può essere difficile da riconoscere già dal primo contatto con il sistema sanitario, perché spesso non ha un quadro clinico immediatamente tipico. I sintomi possono cambiare nel tempo, essere multisistemici oppure presentarsi in modo diverso da una persona all’altra, anche all’interno della stessa famiglia. Questo rende complessa la lettura clinica, soprattutto quando il medico di base o il primo specialista incontrato, non ha esperienza diretta con patologie poco frequenti. Per riconoscere un quadro clinico specifico, occorre lo specialista specifico esperto in quella patologia o in quella tipologia di
patologie. Un altro ostacolo è la frammentazione del percorso diagnostico. Il paziente passa da un reparto all’altro, da una visita all’altra, da un’ipotesi all’altra, accumulando esami che spesso escludono qualcosa ma non spiegano davvero il quadro.
In molti casi non esiste un “punto di ingresso” unico verso un centro specializzato, e questo fa perdere tempo prezioso.
C’è poi un fattore tecnico, molte malattie rare sono causate da varianti genetiche ancora sconosciute o difficili (se non impossibili) da interpretare. Anche quando si eseguono i test più avanzati a disposizione, come i sequenziamenti genetici delle più recenti generazioni, non sempre il risultato porta subito a una risposta, o magari non ad una risposta chiara. A volte emerge una variante di significato incerto, altre volte il difetto non viene individuato perché la tecnologia disponibile non è ancora abbastanza raffinata o il problema riguarda aree del genoma poco esplorate.
Infine, c’è un limite culturale e organizzativo. La rarità della malattia rende meno probabile che il singolo medico la incontri spesso, e quindi la possibilità di riconoscerla rapidamente si riduce.
Sintetizzando, non si tratta solo di una difficoltà scientifica, ma anche di una difficoltà del sistema, che
non è preparato a cercare in questa direzione.
Cause più comuni e meno frequenti
La maggior parte delle malattie rare non diagnosticate ha una base genetica. Si parla di alterazioni del DNA che possono essere ereditate dai genitori o comparire per la prima volta nella persona affetta. Le forme più comuni includono mutazioni in un singolo gene, che possono alterare la produzione di una proteina o il funzionamento di una cellula. In questi casi il problema può riguardare un organo solo oppure più apparati insieme.
Il percorso diagnostico nelle malattie rare non sempre segue una linea chiara e coordinata. Il paziente si muove tra specialisti, strutture ed esami che spesso escludono ipotesi senza costruire una risposta definitiva. La mancanza di integrazione tra competenze, insieme alla complessità genetica di molte condizioni, rallenta l’identificazione del problema. In questo sistema frammentato, il tempo si allunga e il rischio è che la persona resti sospesa tra tentativi e incertezze.
Tra le cause genetiche più frequenti rientrano anche le mutazioni de novo, cioè quelle che si presentano per la prima volta nell’individuo e non sono presenti in modo evidente nei genitori. Questo complica ulteriormente la diagnosi, perché il sospetto familiare può mancare del tutto.
Esistono poi cause meno comuni, ma altrettanto importanti, che spesso sfuggono ai percorsi diagnostici standard. Alcune condizioni dipendono da alterazioni strutturali più complesse del materiale genetico, come microdelezioni, duplicazioni o riarrangiamenti cromosomici. Altre ancora sono legate a difetti nei meccanismi epigenetici, cioè ai sistemi che regolano l’espressione dei geni senza modificare direttamente la sequenza del DNA.
Ci sono anche malattie da mosaico genetico, in cui la mutazione è presente solo in una parte delle cellule e quindi può non emergere facilmente nei test tradizionali sul sangue. In altri casi il difetto riguarda regioni del genoma difficili da leggere con gli strumenti classici, come aree ripetitive o ancora poco mappate.
Non bisogna dimenticare che esistono poi quadri clinici complessi in cui il problema non è solo una singola mutazione, ma l’interazione di più fattori genetici e ambientali. Questo rende il confine tra “malattia rara”, “sindrome non definita” e “disturbo multifattoriale” particolarmente sottile.
Un mondo (sanitario) migliore
Se l’obiettivo è ridurre il tempo della diagnosi, la prima cosa che si dovrebbe fare, sarebbe investire in reti integrate tra ospedali, laboratori e centri di riferimento.
Il paziente non dovrebbe essere costretto a rimbalzare da una struttura, da un medico all’altro e da una città all’altra, senza una regia. Servono percorsi standardizzati, con criteri chiari per indirizzare rapidamente i casi sospetti verso team multidisciplinari. Probabilmente l’inghippo riguarda la formazione, che costerebbe troppo per affrontare un numero esiguo di casi.
Un altro punto fondamentale sarebbe l’uso sistematico della genomica avanzata. Il sequenziamento dell’esoma e, in alcuni casi, del genoma intero può aumentare le probabilità di trovare una risposta, soprattutto quando i sintomi sono complessi o non classificabili con i metodi tradizionali.
Ma la tecnologia da sola non basta, servono bioinformatici, genetisti clinici e piattaforme capaci di interpretare i dati in modo rapido e accurato.
Nel caso delle malattie rare, bisognerebbe rafforzare la condivisione internazionale dei dati per poter disporre di una quantità di dati accettabile per avere informazioni su un fenomeno difficilmente reperibile.
Le malattie rare, proprio perché tali, richiedono numeri ampi e collaborazione tra centri di diversi paesi.
Confrontare casi simili, banche dati fenotipiche e varianti genetiche già osservate può fare la differenza tra un “non sappiamo” e una diagnosi concreta, o quantomeno una direzione da seguire. Molto importante è anche la formazione continua dei medici di primo contatto. Riconoscere i segnali d’allarme, sapere quando inviare il paziente a un centro d’eccellenza e non sottovalutare sintomi atipici può abbreviare mesi o anni di attesa.
In questi casi, sarebbe anche utile semplificare l’accesso agli esami e ridurre la burocrazia, che non dovrebbe essere un grande dispendio di soldi, trattandosi sempre di casi molto rari.
Un sistema lento non è neutro, per chi vive con una malattia non diagnosticata, ogni mese in più può significare peggioramento clinico, nuove complicazioni e ulteriore sfiducia nel sistema.
Il malato immaginario
Non avere una diagnosi non significa solo convivere con dei sintomi che ti fanno pesare la quotidianità, significa vivere sospesi, in una terra di nessuno in cui le difficoltà sono tangibili e reali, ma invisibili agli altri. Chi affronta questa condizione può arrivare a sentirsi messo in discussione perfino nel proprio essere, che magari è condizionato quotidianamente dalla propria situazione, come se il fatto di non avere ancora un nome per la malattia rendesse tutto meno credibile, meno urgente, meno vero.
Nel tempo, l’assenza di una diagnosi non pesa solo sul corpo, ma anche sulla mente. La mancanza di risposte chiare può generare solitudine, smarrimento e una crescente sfiducia, sia verso il sistema sanitario che verso se stessi. Il paziente si ritrova a convivere con sintomi reali ma difficili da spiegare, spesso senza sentirsi compreso, come se il proprio dolore fosse invisibile o messo in dubbio.
È una ferita profonda, perché oltre al corpo viene toccata anche la fiducia in se stessi. Il non sapere per anni consuma lentamente la voglia di andare avanti e la fiducia nel futuro. Ogni viaggio per una visita inutile, ogni esame inconcludente, ogni risposta parziale aggiunge solo una nuova pietra ad un muro sempre troppo basso per costruire un grattacielo, stanchezza che non è solo fisica, ma mentale ed emotiva.
Ci si ritrova in una zona grigia fatta di attese, ipotesi, silenzi, senza una spiegazione che dia ordine al caos, senza una prognosi che permetta di immaginare il futuro, senza nemmeno la certezza di essere sul percorso giusto. Con il tempo, questa incertezza può trasformarsi in sfiducia, scoraggiamento, e a volte nella tentazione di smettere di cercare.
In questa solitudine, il rischio più grande è sentirsi alieni a qualsiasi ecosistema di supporto. Anche i contesti nati per aiutare individui nelle stesse condizioni possono sembrare lontani, quasi irraggiungibili, non ci si sente parte di nessun gruppo.
Il sistema sanitario dovrebbe intervenire non soltanto per inseguire la diagnosi, ma per non lasciare mai il
paziente senza un presidio umano.
Conclusioni
Le malattie rare non diagnosticate raccontano uno dei punti più fragili della medicina contemporanea.
Ridurre questo limbo richiede tecnologia, collaborazione, formazione e organizzazione, ma anche una scelta di fondo, ovvero considerare il paziente non come un caso irrisolto per cui cercare prestigio accademico, bensì come una persona che ha diritto a essere seguita mentre la ricerca cerca il nome della sua malattia.
Giornata FAI Fondo Ambiente Italiano Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario Reggio Emilia Superchio Sonia Tralli
La primavera è arrivata, con lei le grandi iniziative FAI che ci aprono alla scoperta di posti che hanno percorso periodi storici e segnato momenti a noi oggi del tutto sconosciuti che possiamo comprendere solo in parte. Ci ho messo una settimana a metabolizzare la storia e i racconti che ci hanno accompagnato durante la visita all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG) di Reggio Emilia aperto eccezionalmente al pubblico per le giornate di primavera FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Dentro le mura della mente
L’ospedale è stato per decenni luogo inaccessibile, oggi il complesso rappresenta uno dei simboli più forti delle contraddizioni del rapporto tra giustizia e malattia mentale in Italia La visita all’ex Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia, non è stata una semplice passeggiata turistica, ma un’esperienza di memoria, comprensione, analisi e riflessione su quello che è stato e che non deve più ripetersi.
Nel padiglione Lombroso dell’ex OPG di Reggio Emilia, i ricoverati lasciavano graffiti persino all’interno delle celle, a volte tracciati perfino con le suole delle scarpe. Alcuni sono stati conservati durante il restauro: segni silenziosi di isolamento, rabbia e tentativi disperati di lasciare una traccia di sé.
Ma prima di raccontare la nostra visita al sito FAI, è necessario però fare un cenno sulle origini e la chiusura di questi istituti che hanno rappresentato una delle pagine più complesse e paradossali della storia giuridica e sanitaria italiana.
Le Origini dei Manicomi Criminali – 1800
I manicomi criminali ebbero origine in Italia nel 1876, con la nascita della prima sezione per “maniaci pericolosi” presso la casa penale per invalidi di Aversa in Campania. Nacquero con l’affermarsi della scuola di antropologia criminale dell’antropologo e criminologo Cesare Lombroso, la cui teoria era che esistessero individui “folli e pericolosi” che non potevano stare né in un carcere comune, perché malati, né in un manicomio civile, perché criminali. Queste strutture psichiatriche vennero poi regolamentate nel 1904 e convertite nel 1930 in Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG). Inizialmente l’obiettivo di queste strutture, era quello di difendere la società in quanto lo Stato doveva proteggersi da chi commetteva reati, ma non era imputabile perché incapace di intendere e di volere.
Quando durante il fascismo (1930) il Codice Penale istituzionalizzò il sistema, gli individui considerati socialmente pericolosi, venivano sottoposti a ristrette misure di sicurezza detentive, appunto negli Ospedali Psichiatrici.
La linea sottile
Da qui si apriva il “Binario Doppio” nonché l’aspetto più terribile di questo sistema, in quanto le misure di sicurezza trasformavano i “folli pericolosi” in “rei folli”, poiché la prigionia per i reati aveva sulla psiche un impatto devastante. La dimissione dei detenuti, dipendeva da quanto questi erano giudicati socialmente pericolosi e questo, costringeva molti internati a restare rinchiusi per decenni anche per lievi reati perché magari privi di rete sociale e famigliare che potesse accoglierli fuori dalla struttura.
Nel 1978, la legge Basaglia chiude i manicomi civili grazie ad una radicale svolta culturale e scientifica che riconobbe queste istituzioni non come luoghi di cura, ma come prigioni disumane che annullavano la dignità e i diritti dei pazienti.
Paradossalmente la chiusura dei manicomi lasciò intatti però gli OPG, mentre i cittadini comuni venivano curati sul territorio, chi commetteva un reato finiva in strutture che restavano a tutti gli effetti carceri psichiatriche gestite dal Ministero della Giustizia.
La chiusura ufficiale arrivò definitivamente tra il 2011 e il 2015 con l’inchiesta del Senatore Ignazio Marino, con la quale mostrò al mondo le condizioni degradanti e disumane di questo sistema fatto di letti di contenzione, sporcizia, abuso e totale abbandono del personale sanitario.
Perciò la Legge 81/2014 decretò la chiusura definitiva degli OPG in tutta Italia.
Oggi gli OPG sono stati sostituiti con le piccole residenze REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) la cui gestione è esclusivamente sanitaria, priva di controlli della polizia penitenziaria, il cui scopo è la riabilitazione e il reinserimento sociale.
Viaggio nella memoria – Riflessioni e storie di internati
Percorrere i lunghi corridoi bui e silenziosi dell’ospedale, entrare nelle stanze anguste dove soggiornavano i detenuti è stata più che una visita, una vera e propria esperienza che scava nella psiche e scuote le coscienze umane. Il complesso, chiuso ormai dal 1991 dopo oltre un secolo di attività, racconta ancora oggi le vite sospese di chi vi fu internato, tra follia, dolore e tentativi di redenzione.
La visita, curata dagli studenti volontari del FAI, si è snodata attraverso reparti, cortili e celle, ancora segnati dal peso del tempo. Pareti scrostate, sbarre alle finestre e oggetti dimenticati restituiscono l’immagine di una quotidianità dura, sospesa tra cura e punizione dove i confini tra giustizia e malattia mentale diventano invisibili.
Camminando nei corridoi, percorrendo le scale per raggiungere i piani dell’ospedale, ancora segnati dal tempo e dalle voci trattenute quasi udibili, si percepisce un silenzio denso, inquieto e quasi fisico. Le celle, con i chiavistelli arrugginiti, gli arredi degradati e i segni sulle pareti, parlano di una quotidianità dura, oppressa e disumana.
Antonio Ligabue fu ricoverato più volte nel complesso psichiatrico di Reggio Emilia tra gli anni ’30 e ’40. Nel padiglione Lombroso, segnato da isolamento e sofferenza, trovò però anche uno spazio interiore da trasformare in pittura, dando forma a quell’immaginario inquieto e potentissimo che lo avrebbe reso unico.
Di forte impatto sono state le stanze rimaste chiuse, come la sala dedicata agli esami diagnostici o ai laboratori sperimentali dove avvenivano attività pensate per tenere impegnati i pazienti, osservare il loro comportamento quotidiano e, in alcuni casi, favorire un recupero minimo di autonomia e relazione con gli altri.
Un’esperienza di visita intensa e sconvolgente, soprattutto di fronte ai racconti di storie personali di chi vi trascorse anni di reclusione.
Reclusione, arte e sofferenza
Storie di sofferenza estrema e di urla di aiuto inascoltato. Come la storia di alcuni detenuti che cercavano di scappare dalle oppressioni lanciando bigliettini d’aiuto dalle finestre dell’istituto alla disperata ricerca di salvezza, o ancora, la storia dell’omicidio dello psichiatra Dott. Angelo Cavazzoni del 1928 colpito a morte da un paziente detenuto.
Racconti che testimoniano episodi drammatici, ma anche di gesti di solidarietà e piccoli atti di umanità tra pazienti e operatori. Alcune guide hanno raccontato, ad esempio, del laboratorio di pittura che negli anni ’50 e ’60 divenne per molti internati un rifugio espressivo inatteso.
Tra le figure legate alla storia dell’istituto troviamo anche Antonio Ligabue, il pittore noto per le sue visioni di animali selvaggi e di volti deformati dall’emozione. Internato più volte a Reggio Emilia tra gli anni ’20 e ’40, visse proprio in queste stanze parte della sua vita più tormentata. Qui iniziò a dipingere con maggiore intensità, trasformando l’isolamento e la sofferenza interiore in arte visionaria e lasciando un’impronta indelebile sulla cultura artistica del Novecento italiano.
Qui il percorso artistico testimonia come il confine tra follia e genio possa essere fragile e prezioso.
La visita ci ha permesso di comprendere il passato anche attraverso l’analisi dell’architettura del controllo che ospita l’ospedale, in cui lo spazio veniva usato con la logica dove tutto doveva essere visibile ai sorveglianti per gestire la follia.
Le mura che un tempo rappresentavano la chiusura e il controllo estremo, raccontano ora la possibilità del riscatto, invitando a riflettere su quanto sia fragile e prezioso il confine tra follia, creatività e libertà.
Conclusioni
Aprire oggi l’ex OPG al pubblico significa affrontare una memoria collettiva complessa, necessaria per le nuove generazioni, trasformando un luogo di sofferenza in un laboratorio di memoria storica, utile a non ripetere gli errori del passato nel trattamento della salute mentale. Questa visita eccezionale al sito FAI, ci ha permesso di riavvicinarci a questo luogo con uno sguardo nuovo, non più quello della paura, ma della memoria e della comprensione, perché visitare l’OPG significa ricordare quanto la dignità umana deve essere protetta, anche nei luoghi dove per anni è stata negata.
Superchio Daniele Contino Dipendente o Partita Iva Economia Lavoro Articolo
Aprire una partita IVA mentre si è già dipendenti è una scelta che viene spesso raccontata in modo troppo semplice, da una parte la libertà, dall’altra la sicurezza. In realtà, la questione è molto più scomoda e articolata. Non basta avere un’idea o un po’ di tempo libero, occorre una combinazione rara di energia, disciplina, competenze e tolleranza allo stress. Può essere una strada intelligente, ma solo per chi accetta di pagare delle conseguenze precise: più fatica, più responsabilità e meno margine di errore.
Il vantaggio economico
Mi sembra abbastanza banale dirlo ma, il primo ovvio motivo che spinge molte persone verso la partita IVA da dipendente è la necessità di guadagnare di più. Lo stipendio fisso, per quanto rassicurante, ha un limite evidente. Se cresce, lo fa lentamente, nella stragrande maggioranza dei casi secondo logiche che non dipendono dal merito o dall’iniziativa personale. Un’attività autonoma, invece, può aprire uno spazio economico aggiuntivo. Anche poche collaborazioni ben scelte possono portare entrate che, sommate allo stipendio, cambiano davvero il quadro generale.
Il burnout colpisce sia dipendenti che autonomi. Studi italiani recenti mostrano che il rischio di esaurimento è alto nei settori con forte pressione e scarsa autonomia, ma anche nelle attività in proprio, dove il peso di responsabilità e incertezza spesso prolunga ore di lavoro e tensione. Il problema non è essere dipendente o libero, quanto avere un lavoro che rispetti tempo, energie e confini personali.
Certo però, che questo secondo punto non è nemmeno scontato, in un’attività in proprio oltre ad essere bravi a realizzare un bene o un servizio, serve essere anche dei discreti commerciali. In effetti la parte più difficile non sarebbe quella relativa all’attuare l’attività in sé, quanto a creare una rete e a trovare dei clienti.
C’è poi un altro aspetto importante, in fase iniziale da qualche anno a questa parte si può scegliere il regime forfettario, che può risultare più leggero rispetto ad altre forme di tassazione. Questo rende più sopportabile l’avvio, soprattutto per chi non ha ancora volumi alti e vuole testare il mercato senza essere schiacciato da una struttura fiscale troppo pesante. Nei primi anni, se si rientra nei requisiti, l’imposizione può essere più favorevole e quindi lasciare un margine maggiore per reinvestire.
Questo non significa che, partendo da zero, in pochi mesi avrai certamente un volume accettabile. È comunque necessario partire con una somma da poter investire per coprire le spese accessorie e fiscali di base.
Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante. Avere una seconda entrata non significa soltanto “fare più soldi”, ma creare una base per costruire qualcosa di proprio. Se il denaro che entra dall’attività autonoma viene usato con criterio, può finanziare strumenti, sito, software, formazione, pubblicità, attrezzatura o piccoli investimenti iniziali. In questo senso, la partita IVA non è solo un secondo reddito, può diventare il motore con cui si prova a trasformare un’idea in un progetto reale.
Il costo del doppio lavoro
Il rovescio della medaglia è pesante, e spesso viene sottovalutato. Avere un lavoro dipendente e contemporaneamente una partita IVA, con un progetto in mente, significa vivere su due binari che chiedono entrambi attenzione. Non si tratta soltanto di “fare il doppio”, ma di reggere due sistemi con esigenze totalmente diverse in termini di orari, scadenze, energia mentale, relazioni professionali, gestione amministrativa.
Il problema più serio è l’affaticamento. La maggior parte delle persone immagina di poter lavorare alla sera, nel weekend, nei ritagli di tempo. Sulla carta sembra fattibile ma nella pratica, dopo settimane o mesi, il corpo e la mente presentano il conto. Il rischio non è solo la stanchezza fisica, ma il deterioramento della qualità di vita privata e professionale nella loro complessività. Si lavora peggio nel posto fisso, si lavora peggio nel progetto personale, e alla fine si vive in una specie di rincorsa continua, che rovina lo stato mentale anche nel tempo libero.
A questo si aggiunge il fatto che il lavoro autonomo non si limita a “fare il mestiere”. Bisogna anche, come detto prima, cercare clienti, rispondere a eventuali richieste di preventivi, gestire i pagamenti, seguire la burocrazia, sistemare i conti, fare marketing, tenere aggiornata la propria presenza online. In pratica, chi apre partita IVA non sta solo comprando “più libertà”, si sta caricando addosso una piccola impresa, anche quando il fatturato è ancora modesto. E questo cambia tutto.
Passare da dipendente a lavoratore autonomo non significa iniziare subito a lanciare banconote, ma compiere una scelta impegnativa, che richiede tempo, continuità e una buona dose di realismo. L’immagine gioca con l’idea dei guadagni extra, ma la verità è che un’attività in proprio si costruisce un pezzo alla volta. Clienti da trovare, competenze da affinare, errori da gestire e risultati che spesso arrivano dopo mesi, non dopo giorni.
Qui sta uno dei punti più delicati: non tutti sono adatti a reggere questa pressione. C’è chi ha buone competenze tecniche ma poca resistenza alla parte commerciale. Perché questo è uno dei grandi classici, se sei bravo a fare qualcosa te lo sarai sentito almeno una volta “che talento sprecato!”, “dovresti fare fortuna con quello che sai fare”. C’è chi ha idee e competenze molto valide ma non è in grado di promuoversi o non sopporta l’incertezza. La differenza tra chi ti permette di lavorare come dipendente e il tuo lavoro autonomo che parte da domani, è proprio il ciclo d’affari, magari hai il miglior prodotto o il miglior servizio del mondo, ma lo conosci tu e il tuo vicino di casa. C’è poi chi regge bene il lavoro autonomo solo per periodi brevi, ma non nel lungo periodo. La partita IVA da dipendente può funzionare, ma con un full time da dipendente, lo spazio che ti rimane in termini di tempo è davvero poco, sempre che tu non offra qualcosa dall’enorme valore aggiunto. Le due modalità in parallelo non andrebbero raccontate come un esperimento innocuo, bensì come una prova di resistenza.
Il tempo non basta mai
Uno degli errori più comuni è credere che basti “trovare un po’ di tempo”. In realtà il tempo non va solo trovato, va difeso, organizzato e spesso sottratto ad altro. E questo, nel medio periodo, diventa un problema serio. Perché il lavoro dipendente assorbe già gran parte delle energie migliori della giornata. L’attività autonoma, se vuole crescere davvero, ha bisogno proprio di quelle energie.
Qui emerge un conflitto molto concreto, forse il fulcro di tutta l’idea. Il progetto personale richiede lucidità, continuità e presenza mentale, ma queste qualità non sono infinite. Se arrivi stanco, la qualità del lavoro cala. Se rimandi, perdi opportunità. Se accetti troppo, ti sovraccarichi. Se accetti troppo poco, l’attività non decolla. È un equilibrio instabile, e mantenerlo richiede una disciplina che molte persone scoprono solo dopo aver cominciato.
C’è poi il tema del mercato. Come detto prima, avere una partita IVA non vuol dire che i clienti arrivino da soli. Bisogna costruire fiducia, reputazione, visibilità. Bisogna imparare a vendersi senza sembrare improvvisati, a proporsi senza essere aggressivi, a trovare una nicchia, a capire cosa si sta offrendo davvero. Questo è il passaggio che spesso separa chi “prova” da chi costruisce qualcosa di duraturo. E non è un passaggio banale.
Per questo il tempo non è solo una questione logistica. È una questione strategica. Se non c’è un minimo di spazio reale, l’attività autonoma resta una buona intenzione. Se invece lo spazio c’è, ma viene usato male, diventa una fonte di stress più che un’opportunità. E se il lavoro dipendente è già molto pesante, la partita IVA rischia di trasformarsi in un secondo lavoro che cannibalizza il primo.
Perché farlo davvero
Al netto dei vantaggi economici e delle difficoltà pratiche, la domanda vera è un’altra: perché una persona dovrebbe farlo? La risposta più seria non è “per arrotondare”, ma “per costruire un’alternativa”. Molti aprono una partita IVA perché non vogliono restare fermi dentro i limiti del lavoro dipendente, limiti economici, certo, ma anche limiti operativi, creativi e decisionali.
Gli stipendi che non crescono, nonostante il lavoro aumenti, raccontano una storia di aspettative bloccate e di mercato del lavoro sempre più stretto. Restare dipendenti diventa un equilibrio delicato tra sicurezza e stagnazione, dove la crescita reale spesso si gioca altrove: in competenze, progetti paralleli e, talvolta, in una nuova forma di autonomia.
Il lavoro subordinato offre stabilità, ma spesso impone ritmi, gerarchie, procedure e confini molto stretti. Si guadagna una serenità relativa, ma si perde parte del controllo sul proprio tempo e sul proprio sviluppo. Per chi ha ambizione, visione o semplicemente bisogno di più spazio, questo può diventare soffocante. La partita IVA, in questo senso, non è solo una scelta economica, è una scelta di postura mentale. Vuol dire accettare il rischio in cambio di una possibilità di crescita più ampia.
Ma anche qui serve onestà. Non tutti aprono partita IVA perché hanno un progetto forte. Alcuni lo fanno per insoddisfazione, per frustrazione, per desiderio di evasione dal posto fisso. Questo può essere un motore potente, ma anche pericoloso. Se la spinta nasce solo dalla delusione, il rischio è di idealizzare l’autonomia e sottovalutare le difficoltà. Il lavoro in proprio, infatti, non risolve automaticamente i problemi del lavoro dipendente, li sostituisce con altri, più duri e meno protetti.
Il punto, allora, non è scegliere tra libertà e sicurezza come se fossero due slogan opposti. Il punto è capire quale prezzo si è disposti a pagare, è una questione di attitudine, di plasticità. La partita IVA da dipendente ha senso quando esiste un progetto chiaro, un margine di tempo reale, una buona resistenza allo stress e la volontà di costruire qualcosa che non dipenda soltanto da un datore di lavoro. Senza questi elementi, diventa facilmente una zavorra. Con questi elementi, invece, può diventare il primo vero passo verso un’autonomia più solida.
Una scelta da pesare bene
La partita IVA mentre si è dipendenti non è né una scorciatoia né un capriccio. È una scelta seria, un test attitudinale personale, con vantaggi reali e costi altrettanto reali. Può aumentare il reddito, dare spazio a un progetto personale e offrire una via d’uscita dai limiti del lavoro tradizionale. Ma può anche consumare energie, complicare la vita e mettere a rischio l’equilibrio complessivo se affrontata con superficialità.
La vera domanda non è se sia “giusta” in assoluto. La vera domanda è se sia sostenibile per chi la vuole intraprendere. Perché nel momento in cui si decide di non restare soltanto dipendenti, si entra in un terreno più libero ma anche più duro, che non ti fa alcun tipo di sconto. E lì, più delle motivazioni, contano la tenuta, la lucidità e la capacità di resistere quando l’entusiasmo iniziale si scontra con la realtà.
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