La primavera è arrivata, con lei le grandi iniziative FAI che ci aprono alla scoperta di posti che hanno percorso periodi storici e segnato momenti a noi oggi del tutto sconosciuti che possiamo comprendere solo in parte.
Ci ho messo una settimana a metabolizzare la storia e i racconti che ci hanno accompagnato durante la visita all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG) di Reggio Emilia aperto eccezionalmente al pubblico per le giornate di primavera FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Dentro le mura della mente
L’ospedale è stato per decenni luogo inaccessibile, oggi il complesso rappresenta uno dei simboli più forti delle contraddizioni del rapporto tra giustizia e malattia mentale in Italia La visita all’ex Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia, non è stata una semplice passeggiata turistica, ma un’esperienza di memoria, comprensione, analisi e riflessione su quello che è stato e che non deve più ripetersi.

Ma prima di raccontare la nostra visita al sito FAI, è necessario però fare un cenno sulle origini e la chiusura di questi istituti che hanno rappresentato una delle pagine più complesse e paradossali della storia giuridica e sanitaria italiana.
Le Origini dei Manicomi Criminali – 1800
I manicomi criminali ebbero origine in Italia nel 1876, con la nascita della prima sezione per “maniaci pericolosi” presso la casa penale per invalidi di Aversa in Campania. Nacquero con l’affermarsi della scuola di antropologia criminale dell’antropologo e criminologo Cesare Lombroso, la cui teoria era che esistessero individui “folli e pericolosi” che non potevano stare né in un carcere comune, perché malati, né in un manicomio civile, perché criminali. Queste strutture psichiatriche vennero poi regolamentate nel 1904 e convertite nel 1930 in Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG).
Inizialmente l’obiettivo di queste strutture, era quello di difendere la società in quanto lo Stato doveva proteggersi da chi commetteva reati, ma non era imputabile perché incapace di intendere e di volere.
Quando durante il fascismo (1930) il Codice Penale istituzionalizzò il sistema, gli individui considerati socialmente pericolosi, venivano sottoposti a ristrette misure di sicurezza detentive, appunto negli Ospedali Psichiatrici.
La linea sottile
Da qui si apriva il “Binario Doppio” nonché l’aspetto più terribile di questo sistema, in quanto le misure di sicurezza trasformavano i “folli pericolosi” in “rei folli”, poiché la prigionia per i reati aveva sulla psiche un impatto devastante. La dimissione dei detenuti, dipendeva da quanto questi erano giudicati socialmente pericolosi e questo, costringeva molti internati a restare rinchiusi per decenni anche per lievi reati perché magari privi di rete sociale e famigliare che potesse accoglierli fuori dalla struttura.
Nel 1978, la legge Basaglia chiude i manicomi civili grazie ad una radicale svolta culturale e scientifica che riconobbe queste istituzioni non come luoghi di cura, ma come prigioni disumane che annullavano la dignità e i diritti dei pazienti.
Paradossalmente la chiusura dei manicomi lasciò intatti però gli OPG, mentre i cittadini comuni venivano curati sul territorio, chi commetteva un reato finiva in strutture che restavano a tutti gli effetti carceri psichiatriche gestite dal Ministero della Giustizia.
La chiusura ufficiale arrivò definitivamente tra il 2011 e il 2015 con l’inchiesta del Senatore Ignazio Marino, con la quale mostrò al mondo le condizioni degradanti e disumane di questo sistema fatto di letti di contenzione, sporcizia, abuso e totale abbandono del personale sanitario.
Perciò la Legge 81/2014 decretò la chiusura definitiva degli OPG in tutta Italia.
Oggi gli OPG sono stati sostituiti con le piccole residenze REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) la cui gestione è esclusivamente sanitaria, priva di controlli della polizia penitenziaria, il cui scopo è la riabilitazione e il reinserimento sociale.
Viaggio nella memoria – Riflessioni e storie di internati
Percorrere i lunghi corridoi bui e silenziosi dell’ospedale, entrare nelle stanze anguste dove soggiornavano i detenuti è stata più che una visita, una vera e propria esperienza che scava nella psiche e scuote le coscienze umane.
Il complesso, chiuso ormai dal 1991 dopo oltre un secolo di attività, racconta ancora oggi le vite sospese di chi vi fu internato, tra follia, dolore e tentativi di redenzione.
La visita, curata dagli studenti volontari del FAI, si è snodata attraverso reparti, cortili e celle, ancora segnati dal peso del tempo. Pareti scrostate, sbarre alle finestre e oggetti dimenticati restituiscono l’immagine di una quotidianità dura, sospesa tra cura e punizione dove i confini tra giustizia e malattia mentale diventano invisibili.
Camminando nei corridoi, percorrendo le scale per raggiungere i piani dell’ospedale, ancora segnati dal tempo e dalle voci trattenute quasi udibili, si percepisce un silenzio denso, inquieto e quasi fisico. Le celle, con i chiavistelli arrugginiti, gli arredi degradati e i segni sulle pareti, parlano di una quotidianità dura, oppressa e disumana.

Di forte impatto sono state le stanze rimaste chiuse, come la sala dedicata agli esami diagnostici o ai laboratori sperimentali dove avvenivano attività pensate per tenere impegnati i pazienti, osservare il loro comportamento quotidiano e, in alcuni casi, favorire un recupero minimo di autonomia e relazione con gli altri.
Un’esperienza di visita intensa e sconvolgente, soprattutto di fronte ai racconti di storie personali di chi vi trascorse anni di reclusione.
Reclusione, arte e sofferenza
Storie di sofferenza estrema e di urla di aiuto inascoltato. Come la storia di alcuni detenuti che cercavano di scappare dalle oppressioni lanciando bigliettini d’aiuto dalle finestre dell’istituto alla disperata ricerca di salvezza, o ancora, la storia dell’omicidio dello psichiatra Dott. Angelo Cavazzoni del 1928 colpito a morte da un paziente detenuto.
Racconti che testimoniano episodi drammatici, ma anche di gesti di solidarietà e piccoli atti di umanità tra pazienti e operatori. Alcune guide hanno raccontato, ad esempio, del laboratorio di pittura che negli anni ’50 e ’60 divenne per molti internati un rifugio espressivo inatteso.
Tra le figure legate alla storia dell’istituto troviamo anche Antonio Ligabue, il pittore noto per le sue visioni di animali selvaggi e di volti deformati dall’emozione. Internato più volte a Reggio Emilia tra gli anni ’20 e ’40, visse proprio in queste stanze parte della sua vita più tormentata. Qui iniziò a dipingere con maggiore intensità, trasformando l’isolamento e la sofferenza interiore in arte visionaria e lasciando un’impronta indelebile sulla cultura artistica del Novecento italiano.
Qui il percorso artistico testimonia come il confine tra follia e genio possa essere fragile e prezioso.
La visita ci ha permesso di comprendere il passato anche attraverso l’analisi dell’architettura del controllo che ospita l’ospedale, in cui lo spazio veniva usato con la logica dove tutto doveva essere visibile ai sorveglianti per gestire la follia.
Le mura che un tempo rappresentavano la chiusura e il controllo estremo, raccontano ora la possibilità del riscatto, invitando a riflettere su quanto sia fragile e prezioso il confine tra follia, creatività e libertà.
Conclusioni
Aprire oggi l’ex OPG al pubblico significa affrontare una memoria collettiva complessa, necessaria per le nuove generazioni, trasformando un luogo di sofferenza in un laboratorio di memoria storica, utile a non ripetere gli errori del passato nel trattamento della salute mentale.
Questa visita eccezionale al sito FAI, ci ha permesso di riavvicinarci a questo luogo con uno sguardo nuovo, non più quello della paura, ma della memoria e della comprensione, perché visitare l’OPG significa ricordare quanto la dignità umana deve essere protetta, anche nei luoghi dove per anni è stata negata.


