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L'”outrage porn” della famiglia nel bosco

Il caso della “famiglia nel bosco” è l’ultimo circo mediatico italiano che ci ricorda quanto siamo bravi a indignarci per uno spezzone di 30 secondi su TikTok, senza sapere nemmeno i nomi completi dei protagonisti.
Bambini tolti ai genitori che vivono in capanne autosufficienti, servizi sociali cattivi, sindaci eroi, tribunali oscuri, tutto perfettamente confezionato come un thriller Netflix low-budget. Ma proviamo a mettere momentaneamente in standby lo smartphone e a chiederci: perché questa storia ipnotizza la massa, e perché fingiamo di essere giudici supremi armati solo di faccine rosse colme di rabbia con le nuvolette di vapore?

Indignazione, titoli clickbait e palchi televisivi

Oh, i media! Quei nobili cavalieri della verità che trasformano una segnalazione anonima su tre bambini in un’epopea da prima serata.

I quattro cavalieri dell’apocalisse mediatica irrompono sul caso “famiglia nel bosco”: TgCom con la spada del clickbait, Sky con la bilancia dell’indignazione, i social con le trombe dell’outrage e L’Indipendente con il cavallo dell’opportunismo. Pronti a giudicare senza fascicolo, armati solo di emoji e bias emotivi – il vero circo è servito.

Immaginate questa scena: un genitore australiano con accento esotico che piange in studio, un’assistente sociale muta per vincolo di segreto e un conduttore che sgrana gli occhi come se stesse scoprendo l’acqua calda.
Il risultato?
Frame opposti ma ugualmente semplificati.
Da un lato la “famiglia libera e perseguitata dal sistema grande fratello”, dall’altro la “setta hippy che lascia i figli senza vaccini e scuole”.
E il pubblico? Beve tutto, perché è gratis e dura quanto una pausa caffè.
D’altronde siamo nell’era dell’instant gratification.

Ma il genio sta nel cogliere la palla al momento giusto, la storia è viva, in corso, con perizie psichiatriche a metà, ordinanze che volano e genitori che mandano lettere di reclamo sui giornali.
Mancano pezzi? Meglio! Così ogni giorno c’è un nuovo “colpo di scena”, tipo il papà che vuole i figli a casa ma stop ai presidi, la mamma che accetta “le regole” in un video YouTube lacrimoso.

Nel frattempo i talk show ringraziano. Produzione a costo zero, generazione automatica di litrate di bile social e audience incollate allo schermo.
Complimenti giornalisti, avete preso una vicenda familiare delicata e l’avete ridotta a un reality dove il like vale più di una perizia tecnica. E noi, pecore digitali, beliamo contenti nei commenti.

Il segreto che non è più segreto, tranne per noi

Qual è il capolavoro? Si pretende di giudicare una procedura minorile protetta dal segreto istruttorio, basandosi su articoli che citano “fonti vicine” e clip estrapolate. Non vediamo nessun fascicolo o relazioni complete sui bimbi (salute? Interazioni? Segnalazioni pregresse?), né le valutazioni dei servizi sociali. Si può vedere solo ciò che filtra, ovvero la versione edulcorata dei genitori, il comunicato stampa del sindaco, le frecciate tra avvocati.
E noi? Sentenza emessa in 280 caratteri: “Date i figli ai genitori!”, “Comunque la mamma non sta tutta apposto”.

Ironia della sorte, chi dovrebbe tacere (magistrati, assistenti) lo fa, mentre chi ha incentivi a drammatizzare (genitori, politici locali e non) parla a ruota libera.
Cosa ne viene fuori? Un quadro sbilanciato, dove la famiglia Trevallion diventa simbolo di “libertà vs burocrazia” o “genitorialità alternativa vs norme”.
Parliamoci chiaro, quei tre bambini non sono pedine ideologiche. Sono persone reali, e noi li usiamo come avatar per le nostre crociate da radical chic. Se foste voi i genitori, odiereste questo circo. Se foste i servizi sociali, vi sentireste linciati dai leoni da tastiera (Superchio, Daniele Contino, “Leoni da tastiera, anatomia di una deriva sociale“) che non distinguono una perizia tecnica di un perito nominato da un giudice da un reel Instagram.

Bias emotivi, algoritmi sadici e tifo da curva nord

Ora però passiamo al divertimento vero.

La sentenza è già nei commenti, giudici da tastiera, emoji inferocite e certezze granitiche su una storia che conoscono solo tramite un post. La famiglia è sullo sfondo, il nostro bisogno di indignarci in primo piano.

La scienza ci spiega perché ci caschiamo con tutte le scarpe.
Entra in scena il bias di conferma, quel trucco cerebrale per cui, indignati dopo il primo video lacrimoso, filtriamo solo le info che ci danno ragione. “Vedi? I servizi sono corrotti!” e ignoriamo la perizia che dice il contrario. Emozioni morali (rabbia, pietà, scandalo) attivano il cervello rettiliano. Una volta partito il fuoco, ogni dettaglio nuovo è benzina, non acqua.

E i social? Maestri di cerimonia come maiali nel fango sguazzano nell’outrage porn (termine non di mia invenzione), premiando i contenuti che ci fanno bollire, ovvero post ostili, commenti inferociti, condivisioni rabbiose.
Gli algoritmi leggono “litigio = engagement”, spingono sulla polarizzazione (famiglia santa vs mostri statali) e il contenuto esplode.
E quindi? Bravi, internauti, avete trasformato una storia seria in un ring di pugilato dove il pollice verso batte la complessità 10 a 1.

Da notizia a prodotto da scaffale

Gran finale, questa vicenda non è più giornalismo, è prodotto.
Media e piattaforme la mungono per audience, politici per like pre-elettorali, influencer per clip da monetizzare. Ogni “tutti contro tutti”, come nei recenti dossier tv, genera nuove ondate di indignazione, tenendo la storia in cima ai trend per settimane.

E la famiglia?
Legna da ardere per la caldaia della locomotiva.

Perché è sbagliato? Perché pressioni emotive su decisioni tecniche rischiano di deragliare processi seri e il risalto mediatico genera questo, pressioni emotive anche su chi ci lavora.
E tutto questo semplicemente perché giudichiamo senza strumenti, basandoci su trailer montati ad arte. In fondo, questa iper-esposizione non aiuta i bimbi, anzi, li espone a un “opinionismo” tossico che durerà anni.

Concludendo, mi permetto di dispensare un consiglio personale a tutti coloro che hanno avuto voglia di vestire i panni del giudice della domenica. La prossima volta che vi sale la bile per un caso mediatico, fatevi una domanda: sto ragionando o sto facendo il tifo? E spegnete il telefono.

Magari il mondo reale ha bisogno di meno eroi da bar e più pause riflessive.

La coda del diavolo

 

Il gigante euroasiatico che non doveva nascere

Daniele Contino Articolo Superchio Geopolitica Russia Europa Stati Uniti Gas Guerra Euroasiatico gigante copertina

Faccio una premessa. Non mi sono mai spinto così in là da scrivere su questo tipo di argomenti, che non sono il mio core. Tuttavia sono questioni che seguo con molto interesse, e come diceva il mitico Barnaba Cecchini alias Adriano Celentano: “Il ragionamento tante volte mi coinvolge anche in cose che non dovrei sapere, e così ragionando scopro che capisco meglio di quelli che ne sanno di più, che però in questo caso ne saprebbero meno, in quanto io ne so il doppio”.
Ora, a parte gli scherzi e le citazioni cinematografiche, magari non ne so assolutamente il doppio di quelli che ne sanno di più, ma mi limiterò ad esporre i fatti e i punti di vista che più mi hanno colpito in questi ultimi anni.
Esprimo quindi la mia opinione non in quanto esperto, ma in quanto osservatore, curioso e fruitore di carburanti aumentati del 40% in una settimana.

Dietrologia, incoerenza e caos deterministico, o piano ben architettato?

Ci sono eventi storici che, nel momento in cui accadono, sembrano il risultato di circostanze inevitabili, di scelte morali obbligate, di reazioni a minacce oggettive. Solo con il tempo, quando i documenti vengono declassificati, le dichiarazioni vengono ri-esaminate e i fatti vengono confrontati con gli interessi di chi li ha orchestrati, emerge una geometria diversa da quella vista in superficie.
Quella che segue è una personale analisi (da un punto di vista che reputo estremamente limitato), di come nel corso degli ultimi tre decenni, gli Stati Uniti abbiano sistematicamente lavorato per impedire la formazione di un asse economico e politico tra l’Europa e la Russia; un blocco che, per potenziale industriale, risorse naturali e posizione geografica, avrebbe potuto sfidare il primato americano sui piani economico, commerciale e geopolitico.
Non si tratta assolutamente di una teoria del complotto, ma di una lettura di fatti documentati, che dal mio punto di vista (ci tengo a ribadirlo) hanno importanza, fatti come dichiarazioni pubbliche e interessi strutturali che oggi, guardando indietro, mostrano una coerenza difficile da ignorare. Fatti che comunque, visti nel presente dell’epoca in cui sono avvenuti, non avevano il valore che possono avere invece maggiormente ad oggi.

The sleeping giant, il gigante euroasiatico

In passato sono stato un accanito investitore di criptovalute. Quando un progetto sembrava estremamente promettente ma valeva molto poco, veniva spesso indicato come “the sleeping giant”, il gigante dormiente. Ovvero qualcosa dal valore non riconosciuto, che se fosse stato invece sviluppato e valorizzato, avrebbe potuto arrivare ai livelli della top 10 del mercato.

Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento diversi studiosi e strateghi iniziarono a riflettere sul ruolo geopolitico dell’Eurasia. Con l’espansione delle ferrovie e il declino dell’assoluta superiorità navale, emerse l’idea che il controllo delle grandi masse continentali potesse diventare decisivo per l’equilibrio del potere globale. In questo contesto nacque la teoria dell’Heartland di Halford Mackinder, secondo cui chi domina il cuore dell’Eurasia può potenzialmente controllare l’“Isola-Mondo”. Più tardi Nicholas Spykman rielaborò questa visione con la teoria del Rimland, sostenendo che il vero equilibrio geopolitico dipenda invece dal controllo delle regioni costiere che circondano l’Heartland.

Non serve ricorrere a fonti anonime o a rivelazioni riservate per poter capire quali fossero le intenzioni  della strategia americana di lungo periodo verso l’Eurasia (che non esiste, ma talvolta si è usato questo termine a livello geografico per indicare un ammasso geografico intero non separato dal mare).
Esistono diversi “architetti” di questa teoria, che non è chiaramente una mia teoria, bensì un pensiero che già molti politologi, filosofi ed economisti hanno formulato. Io mi limito soltanto ad osservare, a mettere insieme ed a riferire, ciò che più persone, esperti di questo settore, ritengono che sia una teoria valida.
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter e uno degli strateghi più influenti del dopoguerra, scrisse nel 1997 ne “La Grande Scacchiera” che l’Eurasia era il “grande premio” geopolitico del pianeta, e che l’obiettivo centrale della politica estera americana doveva essere quello di impedire che un singolo attore (o una coalizione di attori), ne dominasse il territorio. Anni dopo, George Friedman, fondatore di Stratfor, una delle principali società private di analisi strategica, fu ancora più esplicito. In un discorso pubblico al Chicago Council on Global Affairs nel 2015, disse senza giri di parole che l’obiettivo primario degli Stati Uniti per un intero secolo, era stato impedire l’unione tra la potenza economica tedesca e le risorse russe, perché quella combinazione di tecnologia e capitali europei più materie prime e territori russi, avrebbe prodotto un’entità capace di rendere Washington strategicamente irrilevante. (Youtube, Chicago Council on Global Affairs Channel, “George Friedman, STRATFOR, The Chicago Council, 04.02.2015”)
Chiaramente, queste sono fonti e materiale che va ricercato, sono ben più giovane di questi avvenimenti storici, per cui in mezzo al mare magno di fatti storici, questi eventi e queste dichiarazioni sono spuntati alla mia attenzione in modo più evidente.
Il ragionamento è quindi di una semplicità brutale. L’Europa aveva tutto ciò che alla Russia mancava, ovvero mercati finanziari, manifattura avanzata, tecnologia, capitali e la Russia aveva tutto ciò che all’Europa scarseggiava, ovvero le materie prime come gas, petrolio, nichel, palladio, titanio, grano, fertilizzanti e una posizione geografica che collegava il continente all’Asia.
La saldatura tra queste due realtà, avrebbe creato un mercato interno di dimensioni intercontinentali, con catene di fornitura indipendenti dal sistema dollaro, potenzialmente in grado di sfidare la supremazia americana anche sul piano valutario. È probabilmente questa la prospettiva (non la minaccia militare russa) il vero spettro che ha messo in guardia la strategia estera di Washington.

Il lento avvelenamento del pozzo, dalla caduta del Muro all’Ucraina

Quando l’Unione Sovietica collassò, si aprì una finestra storica che in molti, in Europa, interpretarono come un’opportunità di riconciliazione continentale.
Mikhail Gorbaciov aveva negoziato la riunificazione tedesca con la comprensione — non formalizzata per iscritto, ma ripetuta a voce da molteplici leader occidentali, come documentato dallo storico americano Mary Elise Sarotte nei suoi archivi — che la NATO non si sarebbe espansa “nemmeno di un pollice” verso est. (National Security Archive – “NATO Expansion: What Gorbachev Heard”)
Quella promessa, nelle mani americane, si rivelò poi carta straccia. Tra il 1999 e il 2004, i Paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e numerosi altri ex satelliti sovietici, entrarono nell’Alleanza Atlantica, portando il perimetro militare americano direttamente ai confini della Russia.

L’Europa, nel frattempo, costruiva la propria prosperità anche grazie alle relazioni economiche con Mosca. La Germania, in modo particolare, aveva sviluppato un modello industriale che dipendeva strutturalmente dal gas russo a basso costo. Basti pensare che la BASF (il più grande gruppo chimico al mondo), il comparto manifatturiero e siderurgico, tutta la locomotiva economica tedesca poggiava su quella fonte energetica conveniente. L’Italia importava circa il 40% del suo gas dalla Russia. (EccoClimate, “Il panorama energetico italiano dopo l’invasione russa dell’Ucraina”) Francia, Austria e Ungheria avevano rapporti commerciali profondi con Mosca. Non vi era, in Europa occidentale, alcun contenzioso storico o territoriale con la Russia paragonabile a quello dei Paesi baltici o della Polonia. Anzi, proprio tutto il contrario, si era invece sviluppata una sorta di interdipendenza.

Finchè un bel giorno del 2008,  durante il vertice NATO di Bucarest avvenne qualcosa che creò un serio punto di frattura. L’amministrazione Bush spinse per includere Georgia e Ucraina nel percorso di adesione all’Alleanza. Francia e Germania si opposero con fermezza, i due Paesi con i maggiori interessi economici verso Mosca. Nonostante l’opposizione, passò comunque una formulazione ambigua. (The New York Times, Steven Erlanger and Steven Lee Myers,  “NATO Allies Oppose Bush on Georgia and Ukraine”). Pochi mesi dopo, scoppiò la guerra in Georgia.
Nel 2014, il cambio di regime a Kiev — documentato nei suoi retroscena dalla famosa telefonata intercettata della sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland, che distribuiva cariche di governo all’opposizione ucraina come se si trattasse di un puzzle di sua competenza — segnò l’inizio dell’avvitamento definitivo. (BBC – “Ukraine crisis: Transcript of leaked Nuland-Pyatt call”) L’Ucraina, paese di transito del gas russo verso l’Europa, venne collocata su una traiettoria di conflitto irrisolvibile con Mosca. Il cerchio sembrava quindi stringersi.

La promessa di Biden, il gasdotto sabotato e il prezzo dell’ambiguità

Il 7 febbraio 2022, diciassette giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il presidente Joe Biden tenne una conferenza stampa alla Casa Bianca insieme al nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz. Un giornalista chiese a Biden cosa sarebbe successo al gasdotto Nord Stream 2 — l’infrastruttura da miliardi di dollari che avrebbe dovuto trasportare gas russo direttamente in Germania — in caso di invasione. La risposta di Biden fu di una chiarezza disarmante: “Se la Russia invade – cioè se carri armati o truppe attraversano di nuovo il confine con l’Ucraina – allora non ci sarà più un Nord Stream 2. Ne porremo fine“. Un reporter insistette: come poteva promettere una cosa del genere, visto che il gasdotto era sotto controllo tedesco? “Ve lo prometto: saremo in grado di farlo“, rispose il presidente americano. Scholz, in piedi al suo fianco, restò in silenzio.

Perché un presidente americano ritenne opportuno dichiarare pubblicamente, davanti al cancelliere tedesco, che avrebbe distrutto un’infrastruttura energetica che non apparteneva agli USA? Quella franchezza era essa stessa un messaggio di potere.
Come ricorderete Joe Biden, l’anno successivo iniziò a dimostrare problemi di demenza senile, ma durante questa conferenza stampa era lucido, e leggeva da appunti scritti, quella dichiarazione era troppo esplicita per essere involontaria o erronea. Era un messaggio intenzionale alla Russia, e forse anche alla Germania stessa, che gli USA avevano sia la volontà che la capacità di agire sul Nord Stream.

Coincidenza volle che, il 26 settembre 2022, sette mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, esplosioni subacquee distrussero i gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 nel Mar Baltico. Le indagini ufficiali di Svezia e Danimarca parlarono di sabotaggio deliberato, senza però attribuire responsabilità. Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer, pubblicò nel febbraio 2023 un’inchiesta dettagliata in cui, citando una fonte con conoscenza diretta della pianificazione, attribuì l’operazione ai Navy SEALs americani con supporto norvegese, pianificata durante un’esercitazione NATO nell’estate del 2022. (Geopolitical Monitor, Rene Tebel, “Seymour Hersh’s Nord Stream Theory: Fact or Fiction?”) Washington non ha mai ammesso né smentito in modo credibile. Radek Sikorski, europarlamentare polacco e ex ministro degli Esteri, commentò le esplosioni su Twitter con un semplice “Thank you, USA”, accompagnato da una fotografia del gas che gorgogliava in superficie. Il post fu poi rimosso, ma era già diventato virale.

Il 27 settembre 2022, poche ore dopo le esplosioni che danneggiarono i gasdotti Nord Stream, il politico polacco Radosław Sikorski pubblicò su Twitter una foto del gas che gorgogliava nel Mar Baltico accompagnata dalla frase: “Thank you, USA”. Il tweet venne cancellato poco dopo, ma fece rapidamente il giro del mondo. Sikorski non è una figura marginale: ex ministro degli Esteri e della Difesa polacco, ha studiato a Oxford, ha lavorato a lungo nel mondo anglosassone come giornalista e analista, ed è sposato con la storica e giornalista americana Anne Applebaum, molto influente nel dibattito geopolitico occidentale. Proprio per questi legami è spesso considerato vicino agli ambienti politici e strategici transatlantici. Naturalmente questo episodio non dimostra nulla sul sabotaggio dei gasdotti, ma una frase del genere, pronunciata da una figura così inserita in quel contesto, ha inevitabilmente fatto molto rumore nel dibattito internazionale.

Ciò che è certo è l’effetto: la distruzione del Nord Stream ha reso strutturalmente impossibile qualsiasi riconciliazione energetica rapida tra Europa e Russia, anche in caso di pace. Non si trattava solo di danni fisici a un’infrastruttura. Era la chiusura definitiva di una porta. Chi ne beneficiò immediatamente fu il mercato americano del gas naturale liquefatto, quando le importazioni europee di LNG dagli USA erano pari a 21 miliardi di metri cubi nel 2021, ed erano già salite a 81 miliardi nel 2025, quasi quadruplicate in soli quattro anni, senza citare i possibili accordi fino al 2030. (Institute for Energy Economics and Financial Analysis, Ana Maria Jaller-Makarewicz, “EU risks new energy dependence as US could supply 80% of its LNG imports by 2030“)

“Filoputiniani”: modellare l’opinione pubblica e dei governi

Se deve essere messo in atto un piano politico, i tuoi avversari (o i tuoi alleati) devono essere dalla tua parte.
La violenza militare non è l’unico strumento del potere. La capacità di definire i termini del discorso pubblico, di stabilire cosa è accettabile dire e cosa non lo è, è forse più efficace e più duratura. In questo campo, la gestione americana del consenso europeo nel corso della crisi ucraina ha mostrato una sofisticazione notevole.

Nei mesi precedenti all’invasione del febbraio 2022, l’amministrazione Biden fece una scelta comunicativa insolita, ovvero, iniziò a declassificare e rendere pubbliche informazioni di intelligence sull’imminente attacco russo, date, movimenti di truppe, piani operativi. (New York Times, Juliam E. Barnes, “U.S. Exposes What It Says Is Russian Effort to Fabricate Pretext for Invasion“)
L’obiettivo dichiarato era il “pre-bunking“, ovvero smontare in anticipo la propaganda russa. L’effetto collaterale fu però quello di costruire in Europa un clima di certezza tale da rendere politicamente insostenibile qualsiasi tentativo di mediazione. Emmanuel Macron volò a Mosca nel febbraio 2022 per incontrare Putin, nel disperato tentativo di trovare un accordo diplomatico. I media anglosassoni (dal New York Times alla BBC, da CNN a Politico) lo coprirono quasi esclusivamente come una storia comica: il famoso tavolo lungo, il freddo protocollo, l’isolamento del presidente francese. Il contenuto dei colloqui fu quasi irrilevante. Quello che passò fu l’immagine di Macron come un ingenuo (CNN, Frida Ghitis, “On the “Putin Show’ there is trash talk, massive tables and very little progress”).

 

Proprio qualche sera fa ho visto un film su Dalton Trumbo, uno degli sceneggiatori più brillanti di Hollywood, che negli anni ’50 divenne uno dei principali bersagli del maccartismo, la stagione di persecuzione politica contro presunti simpatizzanti comunisti negli Stati Uniti. Nel 1947 fu convocato davanti alla Commissione per le attività anti-americane del Congresso: rifiutò di rispondere alle domande sulle sue idee politiche e per questo venne condannato al carcere e inserito nella blacklist di Hollywood, che gli impedì di lavorare ufficialmente per anni. Nonostante ciò continuò a scrivere sceneggiature sotto pseudonimo, vincendo persino due Oscar. Il film L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, con Bryan Cranston, racconta proprio questa lotta per la libertà artistica e contro la censura politica.

Da quel momento in poi, l’etichetta di “filoputiniano” divenne l’arma retorica più efficace del campo atlantista. Chiunque proponesse negoziati, pragmatismo energetico o una lettura più complessa della crisi veniva immediatamente associato a Putin, al Cremlino, ai suoi presunti “utili idioti” in Occidente. Silvio Berlusconi, che aveva costruito in decenni un rapporto personale con Putin come strumento di diplomazia informale, fu demolito mediaticamente anche per quella ragione (CNN, Valentina Di Donato, Antonia Mortensen, Sugam Pokharel and Sharon Braithwaite, “‘I sent him bottles of Lambrusco’: Italy’s Berlusconi boasts about friendship with Putin in leaked audio“). Viktor Orbán in Ungheria fu escluso progressivamente dai tavoli europei per le sue posizioni negoziali (EUNews, Francesco Bortoletto, “EU leaders confirm their commitment on Ukraine (again without Orbán)“). Scholz fu ridicolizzato per l’esitazione iniziale sulle armi all’Ucraina. Questa breve lista riguarda perlopiù politici e capi di stato, ma questa retorica fu utilizzata anche contro figure esterne che invitavano ad una riflessione più articolata.

In Italia Alessandro Orsini fu censurato da una rubrica su Il Sole 24 Ore e la cui presenza televisiva fu contestata da parlamentari e colleghi (La Voce di New York, “Prof. Orsini oscurato per un’analisi sulla guerra: in Italia si censura alla Putin?“), Donatella Di Cesare si descrisse vittima di un nuovo maccartismo dopo aver scritto che “Putin non è Hitler e il 2022 non è il 1938”, invitando a non sovrapporre categorie storiche diverse (Youtube, LA7, “Ucraina, la prof.ssa Di Cesare: “Dire che Putin è un pazzo, il male assoluto, è una semplificazione”“), Massimo Cacciari fu attaccato per aver semplicemente chiesto: “L’Europa cosa ha fatto negli ultimi 12 anni? Non poteva valutare con più realismo le posizioni russe?“. E ancora Roger Waters, John Mearsheimer, Jeffrey Sachs, etc…
La moralizzazione della geopolitica aveva reso il pragmatismo non solo politicamente rischioso, ma moralmente inaccettabile. E poiché quella moralizzazione era veicolata in gran parte attraverso media di lingua inglese con una portata globale incomparabile, il meccanismo funzionava anche senza che nessuno emanasse direttive esplicite.
Come detto da Donatella di Cesare, è un meccanismo che ha un nome preciso nella storia americana: maccartismo.
Allora si chiamavano “comunisti”, oggi si chiamano “filoputiniani”. La logica è identica.

Sanzioni europee e accordi americani con Mosca. Doppio gioco?

In mezzo a questa confusione politica ed economia internazionale, per i meno veloci a comprendere, come me, è difficile leggere l’intera vicenda come una semplice battaglia tra democrazie e autocrazie, e tutto è reso estremamente fumoso dal comportamento degli Stati Uniti a partire dal 2025.
L’Europa è andata giù pesante con le sanzioni alla Russia, pagandone anche il contraccolpo violento che ha causato deindustrializzazione parziale della Germania, crisi energetica, inflazione e perdita di competitività sistemica. A partire dal 2022 le vendite europee di energia russa erano crollate di oltre l’80%, sostituita da LNG americano a prezzi cinque volte superiori (German Council of Economic Experts, “Managing the energy crisis in solidarity, shaping the new reality“). Un accordo commerciale concluso tra UE e USA nel luglio 2025 impegnava l’Europa ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia americana entro il 2028. Energia che tradotto in linguaggio comprensibile a tutti sarebbe LNG, petrolio e nucleare, ponendo le basi per una dipendenza strutturale da Washington non diversa, nella forma, da quella che si era tanto combattuta verso Mosca.

L’amministrazione Trump a pochi mesi dalla sua ascesa, aveva mantenuto e per alcuni casi inasprite le sanzioni contro la Russia, ma nel frattempo avviava trattative separate con Mosca per un “reset commerciale”. Secondo il Wall Street Journal, i negoziati americani con la Russia nel novembre 2025 puntavano esplicitamente a riportare indietro l’economia russa “dal freddo”, consentendo alle imprese americane di beneficiare delle risorse energetiche e delle materie prime russe: gas artico, terre rare, petrolio (The Wall Street Journal, Joe Parkinson, Benoit Faucon and Drew Hinshaw, “U.S. Blueprint to Rewire Economies of Russia, Ukraine Sets Off Clash With Europe“). Il percorso logico era cristallino, gli USA avrebbero riaperto i rubinetti energetici russi per sé stessi, acquistando direttamente o rivendendo all’Europa attraverso intermediari americani, mentre le sanzioni europee verso Mosca rimanevano intatte, rendendo impossibile per le aziende del Vecchio Continente accedere agli stessi mercati.

Il colpo finale di teatro delle marionette è arrivato proprio ora, nel marzo 2026, quando a seguito della crisi con l’Iran e dell’impennata dei prezzi petroliferi, l’amministrazione Trump sospende per trenta giorni le sanzioni sul greggio russo destinato alle raffinerie indiane (Forbes, Siladitya Ray, “U.S. Grants India Waiver To Buy Russian Oil—As Iran War Drives Crude Prices Near $87“).
Scott Bessent, segretario al Tesoro, spiega che si tratta di consentire al petrolio di “continuare a fluire nei mercati globali”. Ma la lettura più ampia sembra abbastanza inequivocabile, gli stessi Stati Uniti che hanno guidato la crociata per le sanzioni stanno ora aprendo deroghe quando il prezzo del carburante americano alla pompa rischia di salire. Il principio che aveva guidato l’isolamento energetico europeo dalla Russia è valido SOLO fino a quando non interferisce con gli interessi americani?

La Strategia di Sicurezza Nazionale americana pubblicata nel dicembre 2025, ovvero il documento di dottrina che ogni amministrazione redige per definire le priorità geopolitiche, potrebbe offrire una lettura dell’Europa di rara franchezza. Il testo parla di un continente economicamente debole, culturalmente in perdita d’identità, dipendente e privo di autonomia strategica (White House, “National Security Strategy of the United States of America“). L’European Council on Foreign Relations, nel commentare il documento, è stato molto esplicito, le soluzioni proposte da Washington non puntavano a ristabilire il potere dell’Europa, ma a favorire gli interessi americani mentre il continente restava in posizione subalterna.
La diagnosi era corretta, ma la terapia era costruita per far pagare il prezzo della cura al paziente, e la classe politica Europea, è rimasta a guardare mentre veniva raggirata.

Conclusioni

Quel che oggi appare un disegno ben architettato e nitido era già visibile per chi voleva e/o poteva vedere. È anche probabile che questa non sia la realtà dei fatti e che si sia arrivati alla situazione attuale per una serie di cause ed effetti che non sono congruenti con quanto detto finora, ci sono certamente tanti altri elementi che magari, io non conosco o non sono in grado di analizzare.
Tutto questo, sembra avere l’aspetto di una convergenza di interessi strutturali commerciali, militari e valutari, unita alla capacità di definire la narrativa pubblica, di delegittimare chi dissente e di muoversi su una scacchiera che non è stata riconosciuta dalla gente comune, dall’opinione pubblica e nemmeno dai governi europei. Semmai questi ultimi avessero riconosciuto la strategia per ottenere questa convergenza di interessi, non hanno sicuramente agito in modo ponderato per difendere l’Europa e per impedire che tutto questo accadesse, rendendosi anche complici in alcuni casi.
L’Europa ha pagato e pagherà ancora per molto tempo il conto di una guerra che non cercava, con un’economia che ancora fatica a ritrovare la competitività perduta, comprando energia a prezzi moltiplicati da chi, nel frattempo, stava riaprendo le porte alla stessa Russia da cui l’aveva allontanata.

Chiamarla manipolazione sarebbe forse troppo, ma definirla alleanza, nella sua forma pura, paritaria e priva di secondi fini, sarebbe ancora più ridicolo.

Trumpy e Bibi

L’importanza di una missione personale di vita

Qualche giorno fa mi sono svegliato per andare in ufficio, come di consueto, e mi sono chiesto “ma chi me la fa fare?”. Quest’emozione imperante, seppure temporanea, di demotivazione totale mi ha fatto riflettere su quello che è l’avere una missione personale.
Non si tratta solo di una frase da poster motivazionale: è qualcosa che può cambiare il modo in cui ti svegli la mattina, come affronti i problemi e persino come reggi psicologicamente nei momenti peggiori. Quando manca questo, il rischio è quello di vivere senza marcia inserita, con una sensazione di vuoto di fondo che, alla lunga, ti logora. In questo articolo proverò a raccontare cosa può significare davvero avere uno scopo, cosa potrebbe succedere quando non c’è e come iniziare a costruirne uno in modo realistico.

Il senso di scopo o “purpose in life”, è un pilastro della psicologia positiva, introdotto da studiosi come Abraham Maslow e approfondito da Viktor Frankl nella sua logoterapia. Frankl. sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che la ricerca di significato è la principale motivazione umana, più forte persino dell’istinto di sopravvivenza. Senza uno scopo, l’individuo cade in uno stato di “esistenzial vacuum”, un vuoto che genera apatia e noia cronica.

Quando la vita va in folle

Ci sono momenti in cui ti alzi dal letto e ti chiedi: “Ok, ma per cosa sto facendo tutto questo?”. Il lavoro, le bollette, i piccoli impegni quotidiani, tutto scorre, ma non c’è una direzione chiara. Non è per forza depressione, è più una specie di nebbia esistenziale. Funzioni, ma non vivi davvero. Devi raggiungere l’obiettivo funzionale, magari ci riesci, ma manca qualcosa, ti sembra tutto non avere senso.

Se la missione non è la tua, ogni problema pesa di più. Un ostacolo sul lavoro non è solo un problema da risolvere, diventa la prova che “tanto non ha senso”. Una relazione che finisce non è solo dolore, è la conferma di un vuoto che sentivi già prima, il motivo per cui la verità che “non ne valga la pena di impegnarsi per qualcosa”, ti risulta riscontrabile nella realtà. È come guidare di notte senza fari, magari vai piano e non ti schianti subito, ma ogni curva è un rischio, e la stanchezza mentale si fa sentire ad ogni chilometro.

Chi una missione non ce l’ha, cerca di riempire quell’assenza con dei surrogati, il lavoro compulsivo, acquisti, distrazioni continue, social, progetti sempre iniziati e mai finiti. Per qualche ora funziona, poi torna quel silenzio di fondo. E più passa il tempo, più questo silenzio diventa pesante: influisce sull’umore, sull’autostima, sulla capacità di reggere la frustrazione.

Una missione ti tiene in piedi

Una missione non è per forza qualcosa di epico, tipo “salvare il mondo” o “rivoluzionare la tecnologia”. Può essere qualcosa di contenuto, ma molto concreto. Costruire qualcosa che resti, aiutare una certa categoria di persone, magari poche ma è l’idea della missione che conta; esplorare un campo fino in fondo, lasciare un certo tipo di impronta nel proprio ambiente. La sua forza non sta nella grandezza oggettiva, ma in quanto è vera per te.

Quando hai la tua missione, cambia il modo in cui interpreti quello che ti succede. I problemi diventano costi di percorso, non auto-giudizi sul tuo valore. Questo è forse uno degli aspetti più importanti. La fatica non è qualcosa di semplicemente indesiderato, fa parte dello scopo finale, ha un senso, gli errori diventano dati, il tempo non è solo qualcosa da riempire per farlo scorrere in uno stato di anestesia, ma una risorsa da utilizzare. Sia chiaro, questo non è qualcosa che ti protegge dal dolore, dalla stanchezza o dagli imprevisti, però ti dà un motivo per rialzarti.

Trovare il proprio “purpose in life” significa accettare anche il fatto di non fare centro troppo facilmente. Nel percorso verso una missione personale, gli errori non sono fallimenti ma informazioni: indicano direzioni, affinano la mira, costruiscono esperienza. Proprio come in un bersaglio pieno di frecce fuori centro, ogni tentativo rappresenta un passo nell’apprendimento.

In molti racconti di persone che hanno attraversato periodi durissimi come malattie, fallimenti, lutti, isolamenti estremi emerge sempre lo stesso filo: l’idea che “sto facendo questo per qualcosa o qualcuno”. Banalmente, anche solo pensare “devo farcela per poter raccontare questa storia ad altri”, può bastare per tenerti un minimo centrato quando tutto il resto cede. La missione non elimina la sofferenza, ma la organizza, le dà un contesto.

Missione e stabilità mentale

Chi non ha una missione tende a pagare un prezzo psicologico. Non è automatico che uno senza scopo “impazzisca”, ma è molto più esposto a certe dinamiche: senso di inutilità, cinismo, sensazione che “una cosa vale l’altra”, difficoltà a costruire relazioni profonde e progetti di lungo periodo. È come vivere perennemente in modalità provvisoria e senza rete.

Quando invece c’è una missione, anche futile, succedono alcune cose interessanti. Ti è sicuramente più facile dire di no a ciò che ti consuma e accettare invece ciò che ti arricchisce, perché hai un criterio di scelta; il tempo non è più solo “giorni che passano”, ma un orizzonte in cui inserire tappe del tuo cammino, prove, esperimenti; le cadute fanno male, come sempre, ma non definiscono di certo chi sei, ti danno un’idea di dove sei all’interno del tuo percorso, non sei “uno che sta fallendo”, sei uno che cerca di saltare uno scoglio per proseguire.

Per citare una canzone molto famosa della mia generazione “molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”, scopri improvvisamente quanto la missione influenzi la stabilità mentale proprio nei momenti di crisi. Finché tutto va più o meno bene, vivere senza una direzione chiara può sembrare accettabile, sacrificare l’obiettivo in nome del relax, della calma e della prevedibilità. Ma appena arrivano un licenziamento, una malattia, una rottura importante, la mancanza di un “perché” diventa immediatamente evidente, ci si chiede qual è la propria direzione. E il rischio è quello di crollare molto più in basso di quanto sarebbe successo se ci fosse stato un filo conduttore a reggere il colpo, se fosse rimasto comunque intatto qualcosa per cui continuare ad alzarsi al mattino.

Al contrario, chi ha una missione – anche molto personale, non necessariamente riconosciuta all’esterno – spesso regge meglio l’urto. Non perché soffra meno, ma perché percepisce ancora un motivo per continuare a investire energie, imparare, riprovare. A volte la missione stessa cambia, si trasforma dopo una crisi, ma il fatto di ragionare in termini di senso e direzione rende la mente più elastica e meno fragile.

Costruire la propria missione

Io mi chiedo spesso come si faccia a trovare la giusta missione, con le giuste caratteristiche, e ad avere la corretta impostazione mentale. In passato mi era più semplice trovare le mie missioni, quando si è più giovani si idealizza tutto più facilmente, si ha più tempo e più energie, quindi proviamo ad analizzare la questione, la domanda è: come si crea una missione? È assodato che non ti cada addosso, e non arriva solo perché ci pensi intensamente per una notte. È qualcosa che si scopre e si costruisce allo stesso tempo, con un mix di riflessione e pratica. Restare fermo ad aspettare “l’illuminazione giusta” spesso significa restare fermo e basta.

Nell’infanzia e nella prima giovinezza la mente tende a immaginare il futuro con più facilità e meno vincoli. Le missioni di vita nascono spesso proprio lì, in sogni semplici, idealizzati, ma pieni di energia. Con il tempo arrivano responsabilità, dubbi e realismo, ma quella spinta iniziale resta una riserva preziosa.

Potresti partire da alcuni punti molto semplici. In cosa dimostri di avere “flow” e di perderti per delle ore senza annoiarti? Quali sono i temi che ritornano sempre in maniera imperante nelle tue attività, anche quando provi a cambiare strada?
Prova a chiederti che tipo di traccia vorresti lasciare. Non puntare a lasciarla per il mondo intero, questo potrebbe darti l’impressione di essere un granello di sabbia in una spiaggia, punta al tuo angolo di paradiso, al tuo settore, alla tua fetta di torta. Può sembrare piccolo, ma deve essere concreto, se ci saranno i presupposti il resto verrà da sé.
Se neanche così riesci ad averne un’idea, prova ad osservare ciò che ti fa arrabbiare o che ti da fastidio, dietro la tua rabbia potrebbe esserci un valore calpestato e dietro quel valore potrebbe nascondersi la tua missione.

E poi c’è la parte operativa: iniziare in piccolo. Una missione non diventa reale perché la scrivi in una pagina, ma perché inizi ad agire in quella direzione, anche con micro-progetti. Un blog, un progetto open source, un servizio per un certo tipo di persone, un esperimento hardware, un percorso di divulgazione, qualsiasi cosa. All’inizio sembrano cose isolate, ma se le orienti sotto un filo comune, diventano i primi mattoncini di qualcosa che può diventare più grande. Gli edifici si iniziano a costruire dalle fondamenta, e ricorda, Roma non fu costruita in un giorno.

In pratica, è come passare da “faccio cose a caso in vari ambiti” a “sto cercando di costruire X, e queste sono le mie iterazioni”. Anche fallire, in questo contesto, pesa meno (pesa comunque, ma diversamente). Se un’idea non funziona, non significa che la tua missione sia sbagliata, solo che quella specifica forma non era quella giusta. La missione è il “perché”, i progetti sono i “come”.

Concludendo, in fondo, l’idea è questa, se non hai un motivo, finirai per vivere in funzione dei motivi degli altri, delle loro aspettative, dei loro bisogni, delle loro urgenze. Avere una missione non ti garantisce una vita facile, ma ti restituisce la sensazione di essere tu a tenere il volante. Non è escluso che pur tenendo il volante non si possa perdere il controllo, come non lo è nemmeno se è qualcun altro a tenerlo. Se fai il passeggero non sei esente da effetti collaterali.

Per la tua stabilità mentale, questo farà sicuramente una differenza enorme.

Cervelli digitali, il mistero del tempo che sfugge

Scrollando Instagram mi sono imbattuta in due articoli che hanno catturato la mia
attenzione. Il primo Neuroscientist reveals Gen Z first generation in history to be less
intelligent than their parents
— insomma, la prima generazione con QI più basso rispetto
ai propri genitori. Il secondo Schools are removing analogue clocks because teenagers
can no longer read them
— le scuole rimuovono gli orologi analogici perché i ragazzi non
sono più capaci di leggerli.

Orologi spariti e QI in calo: cosa sta succedendo alla Gen Z?

Allarmante, vero? E allora mi viene spontaneo riflettere da docente: insegno da dieci anni
nella scuola primaria, sia come insegnante di classe sia come docente di lingua inglese.
Sapete bene com’è organizzata la scuola italiana: ferrea, quasi impenetrabile, con materie
rigidamente separate tra loro, ma ai bambini viene continuamente richiesto di costruire
collegamenti.
Tutto normale, vero? E ci stupiamo se i bambini fanno fatica a farlo.
Prendiamo tre esempi: storia, geografia e scienze. Nelle prime due classi di scuola
primaria, la storia si concentra sul concetto di tempo, la geografia si concentra sul luogo e
sugli spazi, mentre le scienze evidenziano l’aspetto naturale dei primi due.
A mio avviso, se vogliamo davvero insegnare ai bambini a fare collegamenti tra le
discipline, sarebbe utile avere una materia che unisca spazio, tempo e natura. In questo
ambito rientrerebbero: stagioni, mesi, giorni della settimana, tempo meteorologico,
riferimenti spaziali e orientamento nello spazio fisico e sociale, i cicli vitali e gli ambienti di
vita degli animali, gli ecosistemi…
Ora, non sto scrivendo per criticare l’organizzazione scolastica italiana, ferma da decenni
ai programmi del dopoguerra; voglio solo spiegare velocemente come è strutturata per
arrivare con chiarezza allo step successivo.
All’interno di questo “spazio-tempo” si dedica anche attenzione alla lettura dell’orologio. Si
parte dall’evoluzione storica degli strumenti per misurare il tempo: l’orologio solare, le
clessidre — che i bambini amano costruire e sperimentare praticamente, attività che
unisce manualità, osservazione e creatività. Questo percorso graduale prepara i bambini
ad arrivare, all’inizio della classe terza, alla lettura dell’orologio analogico. Qui si
consolidano anche concetti matematici: quante ore in un giorno, quanti minuti in un’ora,
problemi su maggiore/minore, calcoli, problemi ecc. L’inglese invece arriva più avanti,
infatti, solo quando il concetto è consolidato in italiano si introduce The time, ovvero in
classe quarta.
Ogni anno, però, mi accorgo che insegnarlo diventa sempre più complesso. I bambini
fanno davvero fatica a leggere l’orologio analogico, indipendentemente dalla lingua.
Psicologicamente, questo può essere spiegato con il fatto che le funzioni esecutive sono
ancora in fase di sviluppo e richiedono esercizio pratico, manipolazione concreta e
interazione con l’ambiente. Di solito, faccio costruire un orologio di cartoncino, con le
lancette che i bambini possono muovere, e sul quale esercitarsi.
È anche vero che ormai vediamo solo orologi digitali, e quindi ci si può chiedere se ha
ancora senso insegnare a leggere le lancette. La mia risposta è assolutamente sì. Non
tanto per necessità pratica, quanto per sviluppare una forma mentis flessibile: leggere un
orologio analogico stimola ragionamento spaziale, sequenze logiche e memoria operativa
— un po’ come studiare latino o greco: lingue morte, ma esercizio per la mente.

Se una scuola smette di insegnare sistematicamente certe abilità “di base” (orologio analogico, calcolo a mente, scrittura a mano, ecc.), una parte del problema è nelle scelte educative: si dà per scontato che il digitale sostituisca tutto, e si allena di meno il ragionamento simbolico e spaziale collegato a questi strumenti

A questo punto collego l’argomento al primo articolo: la presunta regressione del QI nella
Gen Z. Gli articoli sottolineano come funzioni esecutive e flessibilità cognitiva stiano
regredendo, imputando la colpa alla tecnologia e agli schermi.

Ma avete mai visto un test del QI? Prendiamo ad esempio la Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC-V, 2014).

Questo test è composto da quattro sezioni:

  •  comprensione verbale: vocabolario, analogie, ragionamento linguistico;
  • ragionamento visuo-percettivo/spaziale: matrici, puzzle geometrici;
  • memoria di lavoro: manipolazione di informazioni a breve termine;
  • velocità di elaborazione: rapidità in compiti visivi semplici.

Ora provate a rispondere: un ragazzo passivo davanti a uno schermo sviluppa queste abilità? Direi proprio di no. E allora, da una parte, sostituiamo gli orologi analogici con quelli digitali per facilitarne la lettura, dall’altra manteniamo test standardizzati che
colpiscono proprio le aree più deboli. Discrepanza evidente. I test andrebbero aggiornati
periodicamente, per restare attuali, riflettere i cambiamenti demografici e correggere bias
culturali.

In conclusione, è giusto togliere gli orologi analogici dalle scuole? Io penso di, no.
Bisognerebbe continuare a insegnarli, sia a scuola sia in collaborazione con la famiglia.
La Gen Z sta davvero invertendo la Curva di Flynn? Sì, ma solo se misurata con strumenti
che non rispecchiano la sua realtà.
Pensiero personale: a questo punto se noi Millennial siamo davvero la generazione più
intelligente della storia… beh, allora siamo fritti.

Maranza Monelli

Leoni da tastiera, anatomia di una deriva sociale

Ricordo riproduzioni ironiche di influencer alle prime armi che esclamavano “HO IL MIO PRIMO HATER!” quando per la prima volta, qualcuno arrivava nei commenti a fare osservazioni poco gradite. I cosiddetti “leoni da tastiera” rappresentano una piaga moderna dei social media, individui che, nascosti dietro schermi e/o pseudonimi, riversano insulti gratuiti, minacce e offese personali, a volte anche auguri poco affettuosi, verso perfetti sconosciuti o figure pubbliche.

In Italia, questo comportamento dilaga liberamente su piattaforme come Facebook, Instagram e X, con picchi massimi in fatti portati agli onori della cronaca, con oltre 1 milione di giovani tra 15 e 19 anni vittime di cyberbullismo nel 2024, un dato in crescita costante (Consiglio Nazionale delle Ricerche – “Cyberbullismo tra i giovani: un fenomeno in crescita che colpisce oltre un milione di adolescenti italiani“).  Non si sta parlando di semplici o normali diverbi, è un fenomeno sociale che erode il dibattito civile, polarizza opinioni e genera stress psicologico.
Questo articolo prova ad esplorare le radici sociali e psicologiche, le soluzioni possibili, le norme legali vigenti, casi venuti alla ribalta e strategie difensive, per comprendere e contrastare questa deriva.

Il fenomeno come dinamica sociale

Il “leone da tastiera” è il prodotto di una società iperconnessa,
dove la parola è accessibile a tutti ma la responsabilità è diluita.
Protetto dallo schermo e dall’anonimato, il conflitto diventa spettacolo,
e l’aggressività un linguaggio socialmente tollerato.
Il “leone da tastiera” è il prodotto di una società iperconnessa, dove la parola è accessibile a tutti ma la responsabilità è diluita. Protetto dallo schermo e dall’anonimato, il conflitto diventa spettacolo, e l’aggressività un linguaggio socialmente tollerato.

Socialmente, i leoni da tastiera nascono da una società iperconnessa.
Prima dell’avvento dell’assoluta divulgazione nell’etere della parola di qualsiasi individuo, esattamente come oggi, era possibile esprimere la propria opinione, anche inopportuna se si avesse avuto il coraggio di esprimerla, magari al bar davanti ad una birra con gli amici, ma pronti a pagare le conseguenze per ogni parola o tono errato.
I social amplificano voci estreme grazie agli algoritmi, che premiano contenuti polarizzanti per massimizzare l’engagement.
In Italia, il fenomeno si lega soprattutto ad una polarizzazione politica estremamente accentuata, politici e influencer, o comunque personaggi di spicco, diventano bersagli facili, ma anche cittadini comuni subiscono “shitstorm” per opinioni banali o foto personali.
Statistiche CNR (dalla ricerca citata in precedenza) indicano che il 47% degli studenti ha subito cyberbullismo, con ragazzi ora più colpiti delle ragazze, e il 32% lo ha perpetrato, segnando un record negativo. Questo genera una sorta di cassa di risonanza, quindi gruppi omogenei rinforzano pregiudizi, trasformando frustrazioni offline (disoccupazione, isolamento) in aggressività online, dove l’anonimato garantisce impunità percepita.
Il risultato? Una “toxic web” che mina la coesione sociale, favorendo disinformazione e odio, specialmente verso donne e minoranze, con insulti e improperi diffusi di ogni tipo.
In fondo, i social hanno democratizzato la parola, ma senza filtri etici, diventando arene gladiatorie digitali, dove ognuno pensa di poter esprimere qualsiasi opinione, su qualsiasi pubblicazione altrui, in qualsiasi modo gli passi per la testa.

Radici psicologiche

Il leone da tastiera sfrutta la (o per meglio dire “è vittima di”) “deindividuazione”. Dietro un profilo fake, si perde il senso di responsabilità personale, permettendo di esprimere pulsioni represse come rabbia o invidia senza conseguenze immediate. A volte succede questo anche con profili social reali, perché essere dietro uno schermo fornisce quel senso di distanza, immaterialità e di non avere a che fare con una persona reale. Un po’ come il tonno in scatola, si fa fatica a ricordare che sia un pesce, piuttosto è considerato un cibo generico un po’ punk pronto all’utilizzo, un preparato di qualcosa, che non ha mai avuto la forma di un essere vivente.

Nell’esperimento carcerario di Stanford, individui comuni, inseriti in ruoli di potere o sottomissione, svilupparono rapidamente comportamenti abusivi e disumanizzanti.
Il contesto e il ruolo annullarono l’identità personale, favorendo una spirale di violenza normalizzata.
Allo stesso modo, la cassa di risonanza dei social amplifica e legittima comportamenti tossici,
trasformando persone ordinarie in agenti dell’“effetto Lucifero” digitale.
Nell’esperimento carcerario di Stanford, individui comuni, inseriti in ruoli di potere o sottomissione, svilupparono rapidamente comportamenti abusivi e disumanizzanti. Il contesto e il ruolo annullarono l’identità personale, favorendo una spirale di violenza normalizzata. Allo stesso modo, la cassa di risonanza dei social amplifica e legittima comportamenti tossici, trasformando persone ordinarie in agenti dell’“effetto Lucifero” digitale

Pareri esperti paragonano questi atteggiamenti a forme di “psicopatia online” (State of Mind – “Odio online: i predittori psicologici del comportamento degli haters“), haters e troll godono nel provocare dolore altrui per noia, superiorità illusoria o bisogno di attenzione, spesso canalizzando frustrazioni reali (lavoro precario, solitudine) da dover scaricare in qualche modo. L’effetto “online disinhibition” di John Suler spiega come la mancanza di riscontro non verbale (sguardo, tono) disibinisca comportamenti aggressivi. Ciò che nella vita reale sarebbe un pugno, online è un insulto. Inoltre, il rinforzo sociale gioca un ruolo, like e condivisioni su commenti odiosi creano dipendenza da approvazione, attivando il circuito della dopamina come un gioco (In passato ne ho già parlato in questo articolo: “Luoghi di aggregazione ed effetto Lucifero“).
Non tutti possono essere definiti patologici, molti sono “banalità del male digitale”, persone ordinarie che, spinte dalla cassa di risonanza di cui parlavamo prima, perdono empatia. Studi psicologici sottolineano che haters seriali mostrano tratti narcisistici o antisociali, ma il 90% agisce per sfogo momentaneo (Ipsico – “Haters e trolls: forme di psicopatia online. Cosa sono e come affrontarle?“.
In sintesi, lo schermo trasforma conigli in leoni, rivelando l’ombra junghiana repressa nella psiche collettiva.

Strategie per arginare il fenomeno

Mettere un freno a questo fenomeno richiede un approccio su più piani: individuale, platform e sistemico.
Individualmente, ignorare è la chiave. Non rispondere priva l’hater di carburante emotivo, riducendo la viralità.

L’educazione digitale può ricostruire ciò che la tecnologia ha accelerato senza guidare come l'empatia, responsabilità e pensiero critico.
Insegnare che dietro ogni schermo c’è una persona reale riduce la deindividuazione e riattiva il senso del limite.
Allenare al confronto, non allo scontro, spezza la cassa di risonanza dell’odio.
Un web più sano nasce prima nelle scuole, nelle famiglie e nella cultura, non negli algoritmi.
L’educazione digitale può ricostruire ciò che la tecnologia ha accelerato senza guidare come l’empatia, responsabilità e pensiero critico. Insegnare che dietro ogni schermo c’è una persona reale riduce la deindividuazione e riattiva il senso del limite. Allenare al confronto, non allo scontro, spezza la cassa di risonanza dell’odio. Un web più sano nasce prima nelle scuole, nelle famiglie e nella cultura, non negli algoritmi.

Le piattaforme devono rafforzare moderazione tramite l’intelligenza artificiale e il controllo umano delle segnalazioni degli utenti e dell’IA, con filtri proattivi contro “hate speech”, come viene già fatto da Meta con “Stop alle Offese”, servizio gratuito per denunce rapide. Su questo tipo di controlli ci sarebbe da aprire tutt’altro articolo, in quanto gli errori di valutazione sono all’ordine del minuto, bloccando gente innoqua per un semplice misunderstanding e lasciando invece libera di proliferare e offendere gente molesta.
A livello sistemico, educazione digitale nelle scuole (“Parole O_Stili“) e campagne nazionali contro il cyberbullismo, o come il progetto ACT di Amnesty, che promuovono empatia online. Qualsiasi cosa parte dall’educazione, che ha solo un difetto, ci mette un paio di generazioni ad entrare in circolo. Ma in questo caso si lavora per un futuro migliore.
La Legislazione UE (Digital Services Act) impone transparency algoritmica e rimozione rapida dei contenuti tossici, con multe miliardarie per inadempienze.
In Italia, sarebbe utile incentivare denunce facili via app dedicate e task force poliziesche, per ridurre l’impunità e la stessa sensazione di impunità prima citata.
Community positive, con regole chiare e moderatori attivi, scoraggiano gli abusi. Infine, ricerca psicologica per profilare haters e terapie online contro aggressività digitale.
Solo integrando tutte queste “best practices“, si potrebbe passare dalla normale reazione a una sana prevenzione.

Conseguenze legali attuali

Nel nostro paese, gli insulti online non sono impuniti come potrebbe sembrare.
La diffamazione (art. 595 c.p.) per forma semplice è un reato punibile a querela con reclusione da 6 mesi a 3 anni o multa fino a 1.032€; nella forma aggravata online (pubblica diffusione), sale a pene detentive e risarcimenti civili elevati per danno reputazionale. A “mezzo di pubblicità”, ovvero tramite la diffusione su piattaforme social presume un danno, con condanne facili se identificati via IP o dati Meta/Telegram.
Dal 2024, DSA UE rafforza gli obblighi per le piattaforme, mentre art. 186 c.p. prevede pubblicazione sentenza per riparazione. Alcuni casi finiti in tribunale si sono risolti in vedono multe da 516€ a 12.000€ e carcere sospeso; l’immunità parlamentare non copre insulti volgari, come chiarito su Renzi-Gasparri.
Le vittime possono ottenere risarcimenti da 5.000€ e oltre se provano danno morale e/o economico.
Nel 2026 si è potuto osservare un trend circa procedimenti più rapidi grazie a “Stop alle Offese”.

Casi emblematici recenti

Per prendere in esempio dei casi conreti, per chi non dovesse averne familiarità, riporto tre tra i casi più recenti portati maggiormente agli onori della cronaca.
Nel febbraio 2026, il deputato Luigi Marattin (Italia Viva) attacca un insegnante di Matera con deformità facciale, definendolo “molto brutto” in un post che ovviamente è poi diventato virale. Prontamente sono arrivate le scuse, ma questo episodio ha scatenato la polemica nazionale sull’odio verso la disabilità.
Nel novembre 2025, deputate FdI (Piccolotti, Montaruli, Siracusano, Baldino) leggono in radio insulti sessisti ricevuti (“cagna”, “tr**a d’Italia”), evidenziando una chiara misoginia politica, anche questo fatto ha spinto denunce collettive.
Terzo ed ultimo, Enzo Iacchetti che diffida Meta e querela i suoi haters per fango social (in quanto la moderazione è stata decisamente scarsa), vincendo la causa e ottenendo risarcimenti.
Questi esempi mostrano la complessa varietà delle dinamiche con cui accade questo fenomeno, ma soprattutto la facilità con cui avviene in varie situazioni verso diverse figure, dal cittadino comune al personaggio pubblico e viceversa, l’insufficienza della moderazione e la tendenza all’attacco verso minoranze o personaggi pubblici.

Consigli pratici per evitare di essere vittime

Concludiamo l’argomento con dei pratici consigli per evitare di cadere vittime dei leoni da tastiera.
Alcune impostazioni del proprio profilo possono variare da persona a persona, in base anche alla visibilità desiderata, ovviamente, maggiore sarà la visibilità e superiore sarà anche il pericolo di essere esposto all’attacco di haters.
Se non t’importa nulla della visibilità, imposta la privacy alta e rendi profili privati, disabilitando commenti anonimi.
Se ti dovessero aggiungere persone che non conosci, e dovessero iniziare a insultarti o a infastidirti in qualsiasi modo, blocca e segnala immediatamente, usando filtri automatici contro parole chiave offensive.
Non agire in modo emotivo e impulsivo, documenta sempre con screenshot per eventuali denunce che intendi inoltrare.
Non ti isolare, costruisci intorno a te una rete di supporto, condividi queste problematiche con amici e/o famiglia per una prospettiva più chiara su quale sia l’azione più corretta e opportuna da intraprendere per il tuo caso.
Usa servizi gratuiti che ti possono supportare, come “Stop alle Offese” o Carabinieri online per assistenza legale rapida.
Focalizzati su contenuti positivi, cercando di limitare invece contenuti che possono essere inappropriati.
Se qualcosa di questo tipo ti sta facendo soffrire, e ti sta causando uno stress cronico, consulta uno psicologo per “online disinhibition coping.
Prevenire è meglio, pubblica con empatia, evitando provocazioni.

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