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The E Files

IA e ridefinizione delle professioni

Da quando l’IA è piombata sul mercato del lavoro come un fulmine a ciel sereno, ci si sente in una sorta di limbo e ci si chiede, quanti e quali lavori verranno sostituiti dall’automazione. Abbiamo già esplorato in articoli precedenti l’impatto economico e sociale dell’intelligenza artificiale (Superchio, Daniele Contino, “L’impatto economico dell’intelligenza artificiale“), che potrebbe automatizzare fino a 800 milioni di posti di lavoro globali entro il 2030 secondo il McKinsey Global Institute, creando però anche 130-230 milioni di nuove opportunità. Come già detto nell’analisi dell’articolo precedente, non si tratterebbe di un’apocalisse occupazionale, ma di una transizione (pur sempre apocalittica, ma di passaggio) dove alcune professioni “capitoleranno” per prime, mentre altre resisteranno grazie a caratteristiche uniche come l’empatia umana, la destrezza fisica in ambienti imprevedibili e il giudizio etico complesso.

Oggi più che mai, il vecchio “abbiamo sempre fatto così” è a rischio. L’evoluzione tecnologica accelera la produzione che genera maggiore competitività, non adattarsi al cambiamento e all’innovazione significa rimanere fuori dal mercato.
Questo articolo analizza le presunte prime vittime dell’IA e quelle che, invece, vedranno crescere la domanda di mercato.

Professioni a rischio, routine e automatizzazione

Sei un impiegato del catasto e ti senti al sicuro? Bene, da domani le cose potrebbero cambiare anche per te! Ovviamente si sdrammatizza, tuttavia le professioni più vulnerabili sono quelle basate su compiti ripetitivi a basso valore aggiunto, prevedibili insomma, ideali per l’automazione IA. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, circa 4,75 milioni di lavoratori italiani sono ad alto rischio, inclusi addetti data entry, cassieri, contabili junior, telemarketer e impiegati back-office, con un’esposizione maggiore nelle professioni a medio-alto reddito. Quindi, in poche parole, se la tua mansione lavorativa comprende lavori, sia fisici che impiegatizi, che prevedono una sorta di comprensione del metodo e ripetitività dell’operazione in definiti campi di applicazione, tra 5 anni potresti dover cambiare mansione.
L’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) Employment Outlook 2023 conferma che l’IA colpisce soprattutto ruoli con abilità cognitive standardizzabili, come verifiche documentali e gestione archivi, senza segni di rallentamento della domanda di lavoro finora, ma con potenziali sostituzioni accelerate.

Caratteristiche delle professioni resistenti

Le professioni che resisteranno nel medio termine condividono tratti “umani” difficili da replicare come intelligenza emotiva, interazione fisica imprevedibile, creatività aperta e responsabilità etica. L’OECD evidenzia che ruoli con social-emotional skills, come empatia e giudizio in tempo reale (come ad esempio infermieri che interpretano i bisogni dei pazienti), hanno bassi tassi di automazione, ritennuti quindi resistenti per una soglia indicativa del 85-95% resistenti. McKinsey sottolinea lavori fisici in contesti variabili, come manutenzione o artigianato, e quelli con accountability legale, dove l’IA incrementa sicuramente la produzione ma non sostituisce.

Problemi complessi da risolvere, che non prevedono l’utilizzo di un metodo standard, sono difficilmente sostituibili dall’Intelligenza Artificiale per come la conosciamo attuale o per come potrà essere sviluppata nel breve-medio periodo.
Per portare degli esempi concreti riguardo questo punto, l’IA potrebbe produrre molto più velocemente delle statuette di legno intagliato che non un artigiano che lo fa a mano, sempre se la statuetta è intesa come produzione in serie, ma allo stato attuale, avrebbe pochissime chances di sostituire un idraulico che ripara un tubo in una casa degli anni ’40, scenario in cui incognite e imprevedibilità dello scenario sono alte. Oltre i lavori che hanno a che fare con l’empatia e con l’imprevisibilità, ci sono poi altre conseguenze portate dall’innovazione dell’ìntelligenza artificiale che, oltre a rendere più efficaci alcuni lavori, crea domanda per la conseguenza di quell’innovazione. Il World Economic Forum Future of Jobs 2025 ha previsto una crescita circa le abilità complementari al potenziamento offerto dall’AI, come cybersecurity, in quanto con l’AI cresce il livello di sicurezza, ma cresce anche la qualità degli attacchi, e l’analisi dati, con 19 milioni di nuovi posti netti nel campo della tecnologia.

Implicazioni e strategie Future

Per il medio termine, il mercato premierà chi integra l’IA, imparare a sfruttarla senza diventarne dipendente in modo da poter sviluppare competenze ibride è cruciale, come previsto dal WEF con enfasi su IA literacy e cybersecurity. Istituzioni come OECD, raccomandano politiche di formazione del personale in azienda, dato che l’IA crea domanda di lavoro in sviluppo modelli e monitoraggio, in modo da bilanciare il cambiamento delle necessità evitando così che il personale non stia al passo col mercato, e oltre a non essere utile all’azienda, diventi non collocabile in futuro sul mercato del lavoro.
In conclusione, mentre le routine svaniscono, professioni umane evolveranno, richiedendo adattamento proattivo per cogliere opportunità in un’economia guidata dall’IA.
In questo momento specifico non si può assaporare questo cambiamento, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento immaturo, che nel futuro prossimo subirà sicuramente diversi sviluppi e cambiamenti. Certamente la stampa mainstream ne esagera le attuali applicazioni e qualità, ma di certo nei prossimi anni conquisterà terreno di applicazione e questi cambiamenti, seppur in modo graduale sia per effetto delle politiche sociali che per la necessità di tempo per lo sviluppo, arriveranno.

Spagna, si discute divieto dei Social ai minori

In Spagna il governo sta preparando una nuova legge che vieterà l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, obbligando le piattaforme a introdurre rigidi sistemi di verifica dell’età e rendendo i dirigenti responsabili dei contenuti illegali e d’odio pubblicati online. L’iniziativa nasce con l’obiettivo dichiarato di proteggere i più giovani da un ambiente percepito come “Far West digitale”, caratterizzato da pornografia, violenza, odio e algoritmi che amplificano contenuti dannosi. (Il Fatto Quotidiano – “Anche la Spagna vieterà l’accesso ai social media per gli under 16. L’annuncio di Sanchez che attacca Musk: “Ha creato disinformazione”“)

Cosa prevede la nuova norma in Spagna

Il premier Pedro Sánchez ha annunciato che verrà presentato un disegno di legge che inserirà il divieto per gli under 16 all’interno di un più ampio pacchetto di misure sulla protezione digitale dei minori. Le piattaforme come TikTok, Instagram, YouTube, X, Snapchat e altre dovranno implementare sistemi di verifica dell’età “non solo caselle da spuntare”, capaci di bloccare realmente l’accesso ai più giovani.

La norma punta anche a introdurre responsabilità personali per i vertici delle aziende social in caso di contenuti illegali o d’odio e a perseguire la manipolazione algoritmica che amplifica materiale illecito. La misura si inserisce in una più ampia linea europea che guarda a un innalzamento dell’età minima per i social a 16 anni, sostenuta da una risoluzione del Parlamento europeo che chiede una soglia comune e maggiori tutele contro pratiche digitali addictive.

Altri Paesi e obiettivi della legge

La Spagna segue l’esempio di Paesi come l’Australia, che a fine 2025 ha deciso di vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, e di Stati europei che hanno già alzato l’asticella delle tutele, come la Francia, dove è necessaria l’autorizzazione dei genitori per i minori di 15 anni. Anche Regno Unito e Danimarca stanno discutendo o hanno annunciato limiti severi. Londra valuta un divieto sotto i 16 anni con sistemi di verifica molto efficaci, mentre Copenaghen punta a una soglia nazionale di 15 anni per alcune piattaforme.

Questo tipo di leggi mira a tutelare la salute mentale e fisica dei ragazzi, riducendo l’esposizione a contenuti violenti o sessuali, al cyberbullismo, alla disinformazione e ai meccanismi di dipendenza progettati dagli algoritmi. Secondo il Parlamento europeo, un quarto dei minori mostra già un uso “problematico” dello smartphone, dato che alimenta la richiesta di regole più severe e di un’età digitale più alta.(Adnkronos – “Social vietati ai minori di 15 anni, dall’Australia al Regno Unito: cosa fanno gli altri Paesi“)

La posizione dell’Italia

In Italia, oggi i minori sotto i 14 anni possono aprire un account social solo con il consenso dei genitori, mentre dai 14 anni in su non è più necessario il permesso, in linea con il quadro europeo attuale. Roma non ha ancora avviato un percorso legislativo per vietare del tutto i social agli under 16, ma parte del dibattito pubblico e politico guarda con interesse a quanto sta accadendo in Francia e Spagna, e alle proposte del Parlamento europeo per fissare a 16 anni l’età minima di accesso. Il tema potrebbe quindi entrare nei prossimi mesi nell’agenda politica italiana, tra le richieste di maggiore protezione dei minori e i timori di limitazioni eccessive alla libertà di espressione online. (Senatora Ragazzi – “Disposizioni per l’accesso dei minori alle piattaforme social“)

Arte Fiera, dal 6 all’8 febbraio a Bologna

Arte Fiera 2026: la fiera

Arte Fiera torna a Bologna dal 6 all’8 febbraio 2026, con preview il 5 febbraio, confermandosi la fiera d’arte moderna e contemporanea più longeva d’Italia e un appuntamento centrale per il sistema dell’arte nazionale e internazionale. L’edizione 2026, intitolata “Cosa sarà”, inaugura il nuovo corso con la direzione artistica di Davide Ferri e la direzione operativa di Enea Righi, puntando su continuità e rinnovamento nella proposta espositiva. (ArteFiera.it – Cosa Sarà)

Nata negli anni Settanta come prima fiera d’arte contemporanea in Italia, Arte Fiera apre tradizionalmente il calendario delle fiere internazionali nella prima settimana di febbraio, ospitando gallerie, collezionisti, curatori e appassionati nei padiglioni di BolognaFiere. La manifestazione si svolge nei padiglioni 25 e 26, con un percorso che mette in dialogo il Novecento storico e le ricerche più attuali, offrendo una panoramica ampia sull’arte dal secolo scorso a oggi.

Sezioni e programma in fiera

Al centro resta la Main Section, articolata tra arte storicizzata e contemporanea, affiancata da cinque sezioni curate accessibili solo su invito: “Fotografia e dintorni” (a cura di Marta Papini), “Multipli” (Lorenzo Gigotti), “Pittura XXI” (Ilaria Gianni), “Prospettiva” (Michele D’Aurizio) e “Ventesimo+” (Alberto Salvadori), dedicate rispettivamente a fotografia, edizioni e multipli, pittura contemporanea, nuovi sguardi critici e riletture del Novecento. L’obiettivo è restituire la pluralità dei linguaggi contemporanei, combinando opere museali, proposte di galleria e nuove generazioni di artisti in un unico grande percorso espositivo.

Per consultare il programma dettagliato di Arte Fiera 2026, con orari, sezioni e gallerie, è possibile fare riferimento al sito ufficiale della fiera. (ArteFiera.it – “ARTE FIERA 49“)

ART CITY Bologna e appuntamenti in città

La fiera è accompagnata da un ricco programma cittadino grazie ad ART CITY Bologna, in programma dal 5 all’8 febbraio 2026, giunto alla sua quattordicesima edizione e promosso dal Comune di Bologna con il sostegno di BolognaFiere e la direzione artistica di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Mostre, installazioni, performance e aperture straordinarie coinvolgono musei, gallerie e spazi indipendenti, con ingressi gratuiti o agevolati per i possessori del biglietto Arte Fiera in sedi come MAMbo e Museo Morandi, oltre ai Main Projects diffusi in città. (Artribune – “Artefiera Bologna 2026“)

Il calendario completo di ART CITY Bologna, con focus sullo Special Program 2026 e sugli eventi diffusi, è disponibile sulle pagine dedicate di Bologna Welcome e del Comune di Bologna: (Bologna Welcome – “ART CITY Bologna 2026“) – (CulturaBologna – “Art City Bologna 2026“)

Biglietti e ticket online

Tutti i biglietti d’ingresso ad Arte Fiera 2026 sono stati digitalizzati, con la possibilità di acquistare ticket e abbonamenti direttamente online, mentre la biglietteria in fiera resta attiva per l’acquisto in loco e per le formule in convenzione. Il biglietto giornaliero intero costa 27 euro, con abbonamenti a 3 giorni (37 euro) e 2 giorni (33 euro), e ingresso gratuito per i bambini fino ai 10 anni, oltre a tariffe dedicate per gruppi organizzati e agevolazioni collegate a circuiti museali cittadini.

Per acquistare i biglietti online e consultare tutte le tipologie di ingresso, ed avere tutte le informazioni da fonte ufficiale, è disponibile la pagina ufficiale Ticket Online di Arte Fiera: ArteFiera.it – Ticket Online.

Tristissimo

Fuga dal lavoro tossico, una scelta o un rischio?

Di questi tempi, molti di hanno dovuto fare i conti con l’insoddisfazione causata dal nostro posto di lavoro, e a riflettere sulla possibilità di cambiare o di abbandonare, alle volte anche senza un piano B.
Questo accade per le più disparate motivazioni, che possono essere le più giuste e le più discutibili, ma in ogni caso la cosa migliore da fare è sempre riflettere sulla situazione personale e, se non siamo convinti di quello che stiamo facendo, cercare il confronto con qualcuno che possa darci un buon consiglio.
Dare le dimissioni senza aver trovato un altro impiego è una decisione complessa che può avere implicazioni profonde a livello personale, economico e sociale. Spesso nasce da situazioni di forte insoddisfazione lavorativa e stress, ma la validità di questa decisione dipende molto dal contesto e dalle risorse personali di chi la prende.

Quando può essere una buona idea

Può succedere che nel corso degli anni, si sia seguita una strada nella convinzione che fosse la propria, in un crescendo di esperienze e corsi di formazione tutto nella medesima direzione.
È possibile scoprire anni dopo che non ci si riconosce più nel ruolo, o che la realtà inseguita non rispecchia le aspettative.
Quando ci si trova in una condizione simile, lasciare il lavoro che non si riesce più a sostenere può essere una valida opzione, oltre che per soddisfazione personale, anche per ricollocazione e nuova formazione, per imboccare una nuova via più in linea con quello che siamo oggi.

Dare le dimissioni volontarie senza aver correttamente valutato la propria situazione come spese strutturali o impreviste, obblighi, tasse e tributi, senza stimare correttamente il periodo necessario in base alle proprie esperienze, alla propria posizione e alle proprie caratteristiche il tempo necessario per trovare una nuova posizione lavorative, può metterci in condizione di ansia e stress.

L’idea di lasciare un lavoro senza un’alternativa può diventare opportuna in presenza di condizioni lavorative particolarmente tossiche o insostenibili, come ambienti stressanti, mancanza di riconoscimento, carichi eccessivi o, come detto sopra, semplicemente un percorso professionale fuori strada rispetto alle proprie aspirazioni.
In questi casi l’abbandono può rappresentare una necessaria pausa per preservare la salute mentale e fisica, dandosi anche il tempo per riflettere e riorientarsi. Tuttavia, è fondamentale valutare le proprie risorse economiche e il supporto sociale per affrontare il periodo di disoccupazione che seguirà, altrimenti il rischio di ansia e insicurezza può aumentare, soprattutto qualora i tempi di attesa dovessero dilatarsi.

Quando non conviene

Nonostante negli ultimi anni l’opinione più comune sia sempre positiva quando si tratta di cambiamento, ci sono anche delle situazioni in cui cambiare può non essere una buona idea.
La frustrazione e la sensazione di non essere nel posto giusto, può derivare anche da questioni personali irrisolte, e si potrebbe pensare che si stia sprecando il proprio tempo perché i propri progetti erano diversi. Se i nostri progetti comunque non sposavano in maniera coerente la realtà che abbiamo conosciuto, questo senso di frustrazione potrebbe richiedere di raddrizzare il tiro.
Licenziarsi senza altra offerta non è quasi mai consigliabile se non si dispone di un solido piano finanziario o di prospettive concrete di ricollocamento rapido. La mancanza di introiti può aggravare la situazione, portando a difficoltà economiche e psicologiche.
Inoltre, per chi ha una storia professionale con poche esperienze o in settori poco dinamici, il periodo di ricerca di un nuovo lavoro può essere molto lungo e frustrante.
Il fenomeno della disoccupazione volontaria rischia così di trasformarsi in un circolo vizioso, dove l’emergere di difficoltà contribuisce ad alimentare ulteriore stress.

Burnout e decisione di licenziarsi

Spesso chi lascia il lavoro attribuisce al licenziamento volontario la responsabilità di un disagio che, in realtà, si è accumulato nel tempo.
Il burnout, uno stato di esaurimento mentale e fisico causato da pressioni lavorative croniche, è uno dei fattori principali che spinge a questa scelta. La decisione di dimettersi appare all’individuo come la causa del sollievo, ma è più corretto considerarla l’effetto di uno stress lavorativo protratto e irrisolto. Spesso questo processo è accompagnato da una percezione di mancanza di alternative e dalla sensazione di essere arrivati a un punto di rottura.
In ogni caso è necessario comprendere che il burnout, la sensazione di dare di stomaco all’idea di tornare sul posto di lavoro e la sensazione di non poter resistere, non è per forza un effetto del fatto che non ci troviamo bene, ma potrebbe essere addirittura una causa.
Come detto precedentemente, prima di prendere decisioni affrettate è necessario comprendere appieno la propria situazione.

Differenze generazionali e prospettive sociologiche

Il grafico evidenzia il picco 34-44 anni (~45% totale), con ~78-79% tra 29-44 anni. Trend stabile, lieve calo totale 2024 (-3,1%), ma fasce centrali costanti per struttura demografica (età primo figlio ~33 anni). (Fonte: INPS – Relazione annuale…)

Le motivazioni e le modalità con cui le diverse generazioni affrontano il licenziamento volontario sono variabili.
La Generazione Z e i Millennial mostrano maggiore propensione a lasciare il lavoro in cerca di un miglior equilibrio tra vita e benessere, rifiutando spesso contesti lavorativi percepiti come nocivi o privi di senso. Per loro la flessibilità e la ricerca di significato sono fondamentali, anche a costo di periodi di instabilità.
Le generazioni più mature invece tendono a essere più cauti, valutando con attenzione le implicazioni economiche e di carriera.
Sociologicamente, il fenomeno riflette cambiamenti culturali nel rapporto al lavoro, con una crescente attenzione alla qualità della vita e al rifiuto di ruoli percepiti come alienanti.
Licenziarsi senza alternativa è una scelta crescente che segnala crisi lavorative profonde.
Secondo l’Osservatorio INPS sul Precariato, nel primo trimestre 2025 le dimissioni volontarie dai contratti a tempo indeterminato sono calate del 7% rispetto al 2024, ma restano elevate rispetto al 2021 con un +57.000 unità complessive.
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro rileva che nel 2023-2024 le dimissioni volontarie rappresentano il 97,4-97,9% delle convalide totali, con 61.079 nel 2023 e 59.454 nel 2024, concentrate tra i 34-44 anni dove madri e padri dimettono maggiormente (INPS – “Relazione annuale sulla convalida delle dimissioni…“).

Dal punto di vista emotivo, la scelta di licenziarsi senza alternative è spesso accompagnata da sentimenti contrastanti, come la liberazione iniziale seguita da ansia e insicurezza.
È una decisione che va calibrata attentamente, tenendo conto delle proprie condizioni e prospettive realistiche, per evitare che l’atto liberatorio si trasformi in fonte di nuove difficoltà.

Il cervello attraversa cinque ere distinte

Secondo uno studio condotto dall’Università di Cambridge, il cervello umano attraversa cinque ere distinte durante la vita, con punti di svolta netti a 9, 32, 66 e 83 anni.
Queste fasi sono: infanzia (dalla nascita ai 9 anni), adolescenza (9-32 anni), età adulta (32-66 anni), prima anzianità (66-83 anni) e tarda anzianità (dagli 83 anni in poi) (MRC Cognition and Brain Sciences Unit, “Il cervello vive cinque età: la scoperta di Cambridge fa luce“).

Caratteristiche di ciascuna fase

Durante l’infanzia, il cervello cresce rapidamente in volume e complessità; la materia grigia e bianca si sviluppano molto fino ai 9 anni.
La lunga adolescenza, che dura fino ai 32 anni, è caratterizzata da un raffinamento delle connessioni neurali e da un picco nelle capacità cognitive che raggiunge il massimo intorno ai 30 anni. A 32 anni il cervello entra nella fase adulta in cui l’architettura cerebrale si stabilizza per circa trent’anni, segnando un plateau di intelligenza e personalità (Nature Communications, “Il cervello ha cinque età. Adolescenti fino a 32 anni poi“).

Cambiamenti nell’invecchiamento cerebrale

Dai 66 anni inizia la prima fase di invecchiamento cerebrale, con modifiche progressive nell’organizzazione delle reti neurali che si accentuano dopo gli 83 anni, nella tarda anzianità.
Questi cambiamenti possono aiutare a capire la fragilità cognitiva e il rischio di malattie neurodegenerative tipiche dell’età avanzata.
Lo studio evidenzia come queste soglie coincidano con passaggi cruciali della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia, fornendo nuove chiavi di lettura per la salute mentale e il declino cognitivo (Università di Cambridge, “Le cinque età dei punti di svolta del cervello umano“).

L’era dell’indifferenza, iperconnessi e disumani

Oggi, mentre scorrevo le notizie sui social mi sono imbattuta in un post che mi ha profondamente colpita. Una signora del mio paese raccontava di essere caduta per strada e, nella sua difficoltà a rialzarsi, nessuno si era fermato ad aiutarla.
Era rimasta sola, osservata da automobilisti indifferenti, come mummificati, che aspettavano semplicemente che riuscisse a rialzarsi senza offrirle soccorso.
Quell’episodio ha suscitato in lei una tristezza tale da farla rincasare con un senso di paura profonda, sfociato in un pianto di solitudine e fragilità.

Leggere questo post mi ha molto turbata, perché al posto della signora potevo esserci io o una persona a me cara.
Viviamo in un’epoca in cui l’indifferenza sembra dilagare in ogni ambiente. Sul lavoro, nelle piazze, nelle scuole e persino sui mezzi pubblici, come è accaduto alla modella Stephanie Amaral qualche giorno fa, aggredita senza alcun motivo su un treno regionale lombardo e messa in salvo grazie allo spray al peperoncino che aveva con sé e che le ha permesso di evitare il peggio. Violenza avvenuta davanti all’indifferenza totale di uomini e donne presenti sulla carrozza e completamente dissociati dall’accaduto perché probabilmente troppo impegnati o intenti a riprendere la scena o scrollare contenuti sui social. 

Il declino dell’empatia

Il dolore fisico per una caduta si somma alla ferita emotiva di sentirsi trasparenti e ignorati, vittima dell’indifferenza sociale che amplifica la solitudine e annulla la solidarietà collettiva, lasciando il bisogno umano di partecipazione e cura insoddisfatto

Leggendo e rileggendo fatti di cronaca simili, mi sono spesso immedesimata nelle vittime, provando un senso di profonda insicurezza e inquietudine.
Sebbene si possa sperare nel buon senso collettivo, la realtà è che in molte situazioni, si può contare solo sulle proprie forze, perché se non in rarissimi casi di altruismo e coraggio, nessuno sembra più disposto a intervenire per aiutare.

Ricordo che in passato, nello specifico negli anni 90’, gli episodi di indifferenza sociale si manifestavano meno frequentemente con la stessa intensità e diffusione di oggi, anche se l’indifferenza come problema esisteva storicamente con radici più profonde.
In quel periodo, erano ancora vive nelle coscienze collettive le esperienze delle lotte sociali, la partecipazione politica attiva e una maggiore sensibilità verso il concetto di comunità e solidarietà.
La società era meno frammentata e la rete digitale non aveva ancora preso il sopravvento sulla vita reale, creando così un maggiore senso di vicinanza e responsabilità reciproca.

Il fenomeno dell’anestesia emotiva

Oggi gli episodi di indifferenza sociale si sono moltiplicati in maniera esponenziale per vari fattori, la saturazione mediatica e l’eccesso di informazioni, spesso drammatiche, stanno anestetizzando l’emotività dove l’empatia viene meno per proteggersi dall’eccesso di dolore. L’individualismo e la precarietà del lavoro, insieme al degradarsi delle reti sociali, hanno generato una società più isolata e meno unita e cooperativa.
L’iperconnessione digitale ha paradossalmente ridefinito le relazioni umane in quanto siamo più connessi che mai, ma meno realmente presenti e coinvolti nel mondo reale e agli stimoli emotivi che solo la presenza fisica può offrire.

Se negli anni ’90 c’era una maggiore partecipazione sociale e pratica nella vita di tutti i giorni, oggi la rivoluzione digitale, l’avvento dell’AI, le trasformazioni socio-economiche contribuiscono all’aumento degli episodi di indifferenza, rendendo la società sempre più distaccata e apatica di fronte alle difficoltà altrui.

Più la comunicazione è immediata e globale, più la vicinanza umana sembra dissolversi ogni giorno di più. Le cronache quotidiane raccontano episodi di violenza, ingiustizie e persone in difficoltà ignorate per strada. Storie che ci scorrono davanti come brevi e fugaci notifiche che si confondono in un flusso infinito di notizie, ma raramente ci toccano davvero. 

Quando una persona cade, come quella signora sulle strisce pedonali o come la ragazza sul treno, ciò che accade intorno è il riflesso di una crisi profonda. Le macchine si fermano, ma nessuno scende. Gli sguardi si incrociano, ma restano immobili. È il sintomo di una società che ha perso il gesto semplice e immediato dell’aiuto, sostituito da uno schermo che filtra ogni esperienza e la trasforma in distanza.

Coltivare presenza per ridurre l’indifferenza sociale

Abitiamo bolle digitali in cui tutto è visibile, tutto è fruibile ma tutto è superficiale fatto spesso senza alcun coinvolgimento emotivo sincero. Ci affanniamo a creare post per attrarre followers, per ampliare la nostra rete di conoscenze, postiamo solidarietà, ma raramente la esercitiamo. Ci indigniamo nei commenti, ma restiamo fermi davanti al dolore reale.
Così prende forma la logica dell’iperconnessione, essere ovunque e in nessun luogo, sapere tutto e non vedere davvero niente.

L’indifferenza non nasce solo dalla freddezza, ma dall’essere saturi di contenuti. Siamo così bombardati da immagini, contenuti fugaci e drammi che la mente si difende smettendo di reagire. È un meccanismo psicologico di sopravvivenza che provoca però la perdita del senso di solidarietà ed empatia.

Eppure basta poco per tornare al senso comunitario per coltivare l’empatia. Fermarsi, guardare, scegliere di intervenire, riscoprire la valorizzazione comune che ci unisce, quella che ci ricorda che possiamo essere noi a cadere al posto della signora o della ragazza e chiedere aiuto.

La vera connessione non passa dai cavi ethernet o dal Wi-Fi, ma dagli occhi, dalle mani, dai gesti che ricuciono un tessuto sociale ormai deteriorato.

Dove siamo, dove stiamo andando

Forse la sfida più grande oggi non è essere connesso, ma tornare a essere presenti.
Riscoprire e consolidare la connessione umana autentica, coltivando relazioni reali, e un senso di comunità condivisa e solidale attraverso attività di partecipazione attiva comunitaria e sociale nella presenza consapevole. Favorire le connessioni con attività sociali o iniziative popolari, aiuta a creare legami e supporto reciproco, contrastando isolamento e apatia.

Basterebbe davvero poco per essere presenti se solo si esercitasse la consapevolezza nelle azioni e nelle relazioni.
L’ansia di rimanere esclusi dagli aggiornamenti in tempo reale del contesto social, ci ha fatto perdere la capacità di ascolto e attenzione prediligendo spesso il contatto telefonico indiretto e l’isolamento digitale. Per questo motivo, gesti semplici come mettere da parte le distrazioni digitali e quindi l’uso inconsapevole dei social, limitare quindi l’uso compulsivo dei dispositivi elettronici, scegliere incontri reali anziché spazi virtuali, guardare negli occhi l’interlocutore e dedicare tempo e interesse reale ad attività pratiche, possono ricreare connessioni profonde, migliorare l’ascolto e moltiplicare l’empatia.
Comportamenti che favorirebbero la crescita di ambienti sicuri ed accoglienti in cui ritrovare equilibrio e serenità.

Perciò, quanto siamo disposti a cambiare, rinunciando agli eccessi, ai comportamenti inconsapevoli per aprirci alla presenza, alla gentilezza, alla presenza nelle relazioni reali e al pieno sentire?

IBM lancia Nighthawk per il quantum advantage 2026

IBM sta preparando per il 2026 nuovi processori quantistici avanzati, come il modello Quantum Nighthawk, che punta a raggiungere il cosiddetto “quantum advantage” entro la fine dell’anno.
Questo processore disporrà di circa 120 qubit e sarà in grado di eseguire fino a 7.500 operazioni quantistiche (gate) entro la fine del 2026, con successive versioni previste per il 2027 e oltre che mirano a incrementare ulteriormente le capacità computazionali.
La tecnologia si basa su qubit superconduttori e una nuova architettura di chip che aumenta la connettività tra i qubit, permettendo circuiti più complessi e risultati con un’accuratezza migliorata del 25% rispetto alle versioni precedenti.​ (IBM Newsroom – “IBM Delivers New Quantum Processors, Software, and Algorithm Breakthroughs on Path to Advantage and Fault Tolerance“)

Destinazione d’uso e potenziali applicazioni

I processori quantistici IBM saranno utili in ambiti dove la computazione classica fatica o è impossibile da applicare efficacemente.
Tra gli usi principali ci sono la risoluzione di problemi di ottimizzazione complessi, l’accelerazione di algoritmi di machine learning e la simulazione di processi chimici e fisici a livello molecolare. Queste applicazioni aprono prospettive in settori come la diagnosi medica, la gestione efficiente dell’energia, la finanza e la ricerca scientifica avanzata, dove è fondamentale risolvere problemi estremamente difficili in tempi brevi.​

Utenti e accessibilità

I nuovi processori saranno accessibili tramite la piattaforma cloud IBM Quantum, rivolta a ricercatori, sviluppatori e imprese con esigenze di calcolo elevate. IBM sta estendendo gli strumenti software (come Qiskit) per facilitare l’integrazione del calcolo quantistico nei flussi di lavoro esistenti, soprattutto per chi opera in ambiti di High Performance Computing (HPC). L’obiettivo è quello di rendere il quantum computing uno strumento concreto per applicazioni di business e ricerca, non solo un laboratorio sperimentale.​ (Techwire ASIA – “IBM introduces new processor as it targets quantum advantage by 2026“)

Pericoli e sfide

Non mancano le preoccupazioni legate alla sicurezza informatica, poiché i computer quantistici potrebbero compromettere molte delle attuali forme di crittografia, rendendo vulnerabili dati sensibili e sistemi digitali fondamentali.
La capacità di un computer quantistico di eseguire combinazioni crittografiche a ritmo esponenziale può rendere obsoleti metodi di protezione digitale attuali, con gravi rischi per la privacy, la sicurezza nazionale e i servizi finanziari.
Per questo la comunità scientifica insiste sulla necessità di regolamentazioni e ricerche parallele per sviluppare crittografie quantistiche resistenti.​​

Curiosità tecnologiche

IBM sta anche lavorando su codici di correzione degli errori altamente efficienti (quantum LDPC codes) che riducono drasticamente il numero di qubit necessari per ottenere qubit logici affidabili, punto critico per la realizzazione pratica di computer quantistici su larga scala.
Il design modulare dei processori permetterà di collegare più moduli quantistici per aumentare capacità e scalabilità, un passo verso il grande obiettivo del “fault-tolerant quantum computing” previsto entro il 2029.
La nomenclatura dei chip IBM spesso si ispira a uccelli di preda, come Nighthawk, mantenendo un tema caratteristico nella progressione dei modelli.​(The Digital Speaker – “IBM Just Cracked Quantum Computing. Are You Ready?“)

In sintesi, i processori quantistici di IBM per il 2026 promettono di essere una svolta significativa nel campo del calcolo, con impatti potenziali vasti ma anche con sfide importanti da affrontare sul fronte della sicurezza e dell’affidabilità.​

Tassa sull’oro, la novità nella manovra 2026

La manovra finanziaria 2026 include una proposta di tassa sull’oro da investimento, una misura volta a introdurre un’aliquota agevolata del 12,5% sulle plusvalenze relative al possesso di oro fisico come lingotti, placchette e monete da investimento.
Questa tassa riguarda esclusivamente l’oro detenuto senza documentazione fiscale che ne attesti il valore di acquisto, offrendo ai detentori la possibilità di regolarizzare la propria posizione fiscale entro il 30 giugno 2026, pagando l’imposta entro il 30 settembre dello stesso anno.
La proposta nasce dall’esigenza del governo di reperire risorse aggiuntive, stimando un gettito tra 1,67 e 2,08 miliardi di euro.
La nuova aliquota del 12,5% rappresenta un incentivo fiscale rispetto all’ordinaria tassazione del 26%, con l’obiettivo di favorire l’emersione di patrimoni in oro poco o non dichiarati (TG24 SKY – “Manovra 2026, ipotesi tassa sull’oro: come funziona e chi dovrebbe pagarla“).

Lo stato dell’arte

Al momento, la tassa sull’oro non è ancora stata definitivamente approvata.
La misura è allo stato di proposta e viene discussa nel contesto della legge di bilancio 2026. I diversi passaggi parlamentari sono in corso e vi è un dibattito tra maggioranza e opposizione, con alcune perplessità riguardo agli effetti e alla giustizia fiscale della norma.
Il governo continua a sostenere l’importanza della tassa come strumento per incrementare le entrate senza gravare ulteriormente sulle imposte tradizionali.
L’approvazione potrebbe avvenire entro la fine del processo legislativo previsto nei prossimi mesi, ma restano ancora margini di possibile modifica o revisione della norma (TG LA7 – “Manovra 2025, il governo propone la tassa sull’oro al 12,5%: cosa significa e come funziona“).

Possibili risultati e conseguenze

Le conseguenze dell’introduzione di questa tassa saranno multiple.
Da un lato, lo Stato potrebbe ottenere un incremento significativo delle entrate fiscali derivanti dalla regolarizzazione di una parte dell’oro da investimento attualmente non dichiarato, stimato complessivamente in 133-166 miliardi di euro di valore sul territorio nazionale. Dall’altro lato, si tratta di un incentivo per i cittadini a dichiarare e normalizzare il possesso di oro fisico, beneficiando di una tassazione agevolata rispetto alla più alta aliquota ordinaria. Tuttavia, il successo della misura dipenderà dall’effettiva adesione al meccanismo di regolarizzazione, su cui permangono dubbi considerato il rischio che molti detentori preferiscano mantenere la posizione attuale. Inoltre, la tassa riguarda solo l’oro da investimento e non i gioielli o l’oro di uso comune in casa, limitandone così la portata (TGCOM24 – “Manovra, allo studio una tassa sull’oro: gettito oltre 2 miliardi, tgcom24.mediaset.it“).

Dubbi sull’efficacia e sulla correttezza

In conclusione, la tassa sull’oro nella manovra finanziaria 2026 rappresenta un tentativo del governo di trovare nuove fonti di entrate fiscali attraverso strumenti innovativi che favoriscono l’emersione e la regolarizzazione di patrimoni tradizionalmente difficili da tracciare. L’attenzione è posta sull’oro da investimento senza documentazione, con l’obiettivo di evitare aumenti generalizzati della pressione fiscale. La discussione parlamentare è ancora aperta, e la misura potrebbe subire modifiche prima dell’approvazione definitiva. Restano aperti anche i dubbi sull’efficacia e sulla giustizia di questa tassazione in termini di adesione dei contribuenti e impatto sociale (TG24 SKY – “Manovra 2026, ipotesi tassa sull’oro: come funziona e chi dovrebbe pagarla“).