Amazon, rappresentata da Tye Brady, Chief Technologist, durante il Web Summit 2025 a Barcellona, uno dei più importanti eventi tecnologici a livello mondiale, ha fatto dichiarazioni importanti riguardo l’integrazione sempre più spinta dell’intelligenza artificiale (AI) e della robotica nei suoi processi produttivi.
Brady ha sottolineato come l’azienda stia utilizzando oltre un milione di robot che lavorano insieme ai dipendenti umani, confermando che l’obiettivo è quello di migliorare la sicurezza, l’efficienza e la qualità del lavoro, specialmente nelle mansioni ripetitive e fisicamente faticose. L’AI e i robot, secondo Brady, non sono strumenti sperimentali, ma elementi centrali per rendere i posti di lavoro meno gravosi.
Inoltre, si prevede che questa tecnologia consentirà di eliminare molte mansioni monotone e ripetitive, sostituendole con attività più tecniche e specializzate come la manutenzione e la gestione della flotta robotica, aprendo nuove opportunità di lavoro qualificato per i dipendenti (Fonte: ilfattoquotidiano.it, “Amazon vuole sostituire 600mila lavoratori con robot” – 22 ottobre 2025).
Le conseguenze sul lavoro
Tuttavia, sul fronte occupazionale, la situazione appare più complessa.
Amazon ha annunciato piani per tagliare tra i 14.000 e i 30.000 posti di lavoro nel comparto corporate, in particolare nei livelli intermedi, come parte di una strategia di snellimento della struttura aziendale e di riallineamento dei costi.
Questo intervento è legato all’automazione di molte attività ripetitive tramite AI che riduce la necessità di personale in alcune funzioni, come risorse umane, servizi e AWS (Amazon Web Services).
Nonostante ciò, l’azienda afferma che la forza lavoro complessiva sarà mantenuta stabile, bilanciando i tagli con nuove assunzioni in altri settori.
Fonti giornalistiche riportano che entro il 2033 Amazon mira ad automatizzare il 75% delle proprie operazioni, evitando l’assunzione di circa 600.000 lavoratori umani, con un sostanziale ricorso a robot e AI (Fonte: key4biz.it, “Amazon taglierà 14 mila posti di lavoro in AWS a causa AI” – 5 novembre 2025).
Un presunto affaccio sul futuro
In futuro, quindi, mentre Amazon punta a una presenza massiccia di robot e software intelligenti nelle sue operazioni, ciò comporterà una trasformazione profonda del mondo del lavoro interno. Alcuni posti di lavoro umili o ripetitivi saranno sostituiti dall’automazione, ma l’azienda sottolinea che il personale già assunto non sarà semplicemente licenziato; piuttosto, sarà necessario un processo di riqualificazione per adattare i lavoratori alle nuove esigenze tecnologiche e a ruoli più specializzati.
L’azienda progetta quindi una convivenza tra uomini e macchine, dove i lavoratori saranno impegnati più nell’ambito della gestione e manutenzione tecnologica che nelle mansioni manuali tradizionali (Fonte: ilnordest.it, “In Amazon un milione di robot: «Così il lavoro è più sicuro»” – 23 ottobre 2025).
Microsoft ha annunciato che a partire da dicembre 2025 su Microsoft Teams sarà integrata una nuova funzione di localizzazione automatica della posizione dei dipendenti. La funzionalità, disponibile per le versioni desktop Windows e macOS, permetterà di rilevare automaticamente se un utente si trova fisicamente in ufficio o altrove, tramite il collegamento alla rete Wi-Fi aziendale.
Questa funzione aggiornerà lo stato di presenza in Teams, favorendo una migliore collaborazione soprattutto nel contesto del lavoro ibrido.
Come funziona la localizzazione su Teams?
La localizzazione si basa sulla rilevazione della rete Wi-Fi a cui è connesso il dispositivo dell’utente.
Il sistema non si limita al semplice nome della rete, ma utilizza diversi parametri per determinare con precisione la posizione, riducendo la possibilità di elusione attraverso modifiche manuali o cambi di nome della rete Wi-Fi.
Il rilevamento avverrà automaticamente solo se l’amministratore IT della organizzazione abiliterà la funzione e l’utente darà il proprio consenso esplicito alla condivisione della posizione.
Chi potrà vedere la posizione e da quando sarà disponibile?
La posizione rilevata sarà visibile ai colleghi all’interno dell’organizzazione per facilitare la comunicazione e il coordinamento sul luogo di lavoro.
Le informazioni sulla posizione appariranno in chat e nei profili degli utenti, evidenziando se una persona è “In ufficio” o sta lavorando da un’altra location. La funzione sarà attivabile solo dagli amministratori IT, non sarà attiva di default e sarà disponibile da dicembre 2025.
L’uso è limitato alle versioni desktop; non sarà disponibile nelle app mobili al momento del lancio.
Sarà davvero una funzione così invasiva? Ci saranno problemi di Privacy?
Per usare la localizzazione, gli utenti devono abilitare la condivisione della posizione sia nel sistema operativo dei loro dispositivi sia nell’app Teams.
Gli amministratori dovranno configurare gli edifici e le reti Wi-Fi aziendali nel sistema Microsoft Places per permettere il corretto rilevamento. Microsoft ha progettato il sistema in modo da richiedere il consenso esplicito, nel massimo rispetto della privacy dell’utente, e ogni organizzazione potrà decidere se e come attivare questa funzione.
Tuttavia, la novità ha sollevato alcune preoccupazioni sul possibile impatto sulla privacy dei lavoratori, tema che resta al centro del dibattito. (Punto Informatico – “Microsoft Teams ti localizzerà in ufficio: utile o troppo invadente?“)
Fonte ufficiale
Le indicazioni ufficiali sulla configurazione e il funzionamento di questa nuova funzione sono documentate nel sito di supporto Microsoft e nella guida tecnica Microsoft Learn dedicata alla gestione della posizione di lavoro in Teams, dove sono elencati i passaggi per l’attivazione da parte degli amministratori e i requisiti necessari.
In sintesi, da dicembre 2025 Teams integrerà un sistema potente di localizzazione automatica in ufficio basato sulla rete Wi-Fi, volto a migliorare il lavoro collaborativo ma soggetto a gestione attenta della privacy e al consenso degli utenti. (Support Microsoft.com – “Visualizzare il luogo di lavoro di altre persone”)
L’Allen Institute ha realizzato una delle scoperte più rivoluzionarie nel campo delle neuroscienze con la creazione del primo atlante dettagliato e dinamico dello sviluppo del cervello umano.
Questo lavoro, frutto di una collaborazione globale e dell’integrazione di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale, ha permesso di mappare in 3D la trasformazione delle cellule cerebrali dall’embrione all’adulto, analizzando centinaia di migliaia di cellule e identificandone oltre 5.000 tipi distinti.
L’atlante traccia l’attivazione genica e la maturazione cellulare, rivelando nuove tipologie di cellule specifiche del cervello umano e offrendo un confronto dettagliato con i cervelli di altre specie, evidenziando i meccanismi che rendono unica la nostra intelligenza e capacità cognitiva. Questa risorsa senza precedenti consente di osservare in modo preciso e rapido le strutture cerebrali fondamentali, come la neocorteccia e l’ipotalamo, e i processi molecolari che guidano il loro sviluppo, aprendo nuovi orizzonti per capire come il cervello si organizza e si adatta fin dalle prime fasi della vita.
Questa scoperta ha un impatto straordinario sulla comprensione dell’essere umano sotto molteplici aspetti.
Innanzitutto, getta luce sulla complessità e diversità delle cellule che compongono il cervello, spiegando come queste contribuiscano alla nostra capacità di apprendere, emozionarci e interagire con il mondo. In particolare, viene sottolineata la plasticità cerebrale, con alcune cellule che continuano a maturare dopo la nascita, suggerendo nuove finestre temporali per interventi terapeutici e riabilitativi.
Dal punto di vista medico, l’atlante diventa uno strumento fondamentale per diagnosticare tempestivamente e con maggiore precisione condizioni neurologiche e psichiatriche come l’autismo, la schizofrenia e l’ADHD, patologie che spesso hanno origine da alterazioni di questi processi cellulari. Le applicazioni future sono molteplici e includono lo sviluppo di terapie genetiche e cellulari mirate, la personalizzazione delle cure mediche, l’avanzamento nella ricerca sulle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson, oltre a fornire una base per l’innovazione tecnologica in neuroscienze computazionali e dispositivi di interfaccia cervello-macchina. Inoltre, questa mappatura dettagliata offrirà nuovi strumenti per ottimizzare l’apprendimento e la riabilitazione cognitiva, migliorando la qualità della vita delle persone.
In sintesi, il lavoro dell’Allen Institute rappresenta un passo epocale per la scienza, offrendo un atlante cerebrale che non solo amplia la nostra conoscenza biologica, ma che promette di trasformare il modo in cui studiamo, diagnostichiamo e trattiamo le condizioni neurologiche, aprendo la strada a una nuova era di interventi precisi e personalizzati per il cervello umano.
Dal 12 novembre 2025 cambierà radicalmente il modo in cui milioni di italiani potranno accedere ai siti per adulti.
Per entrare sulle piattaforme pornografiche più note, sarà obbligatoria la verifica della maggiore età tramite sistemi digitali sicuri. Questa misura, introdotta dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) con la delibera n. 96/25/CONS, si inserisce nel quadro di applicazione del Digital Services Act europeo e mira a proteggere i minori e tutelare la privacy degli utenti adulti.
La novità non riguarda solo i siti pornografici, ma coinvolge anche i portali di scommesse e giochi d’azzardo, estendendosi progressivamente a piattaforme di vendita di alcolici e sigarette.
Contrariamente alle voci circolate nelle scorse settimane, non sarà obbligatorio utilizzare esclusivamente lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) per l’accesso a questi siti. Agcom, infatti, consente ai gestori di scegliere tra diversi strumenti di verifica, come la Carta d’identità elettronica, l’IT Wallet o “applicazioni di identificazione” che generano un token anonimo per garantire accessi sicuri e rispettosi della privacy.
Il sistema, comunque, sarà gestito da provider terzi indipendenti e certificati, così da evitare che i portali per adulti gestiscano direttamente dati personali sensibili degli utenti. Questa soluzione risponde alle linee guida europee, che vietano metodi semplicistici come l’autocertificazione o rischiosi come l’invio di selfie per la stima dell’età.
La lista di siti soggetti alla nuova normativa conta già 48 portali, tra cui nomi noti come Pornhub, YouPorn, Xvideos e OnlyFans, cui verranno concessi sei mesi di tempo per adeguarsi alle nuove disposizioni.
Chi non rispetterà le regole, rischierà sanzioni pesanti e il blocco dell’accesso dal territorio italiano. L’obiettivo dichiarato è offrire “maggiori tutele ai minori” senza sorvegliare gli adulti. Tuttavia, non si escludono criticità che potrebbero emergere in fase di implementazione, soprattutto riguardo la trasparenza e la facilità d’uso dei nuovi strumenti di autenticazione.
L’intelligenza artificiale (IA) sta rapidamente trasformando l’economia e il mercato del lavoro in tutto il mondo, e l’Europa, insieme all’Italia, non fanno eccezione.
Pur partendo con un certo ritardo rispetto a colossi tecnologici come Stati Uniti e Cina, l’Unione Europea ha messo in campo un ambizioso piano di investimento da un miliardo di euro per accelerare l’adozione dell’IA nei settori produttivi e infrastrutturali chiave, mirando a rafforzare la sovranità economica e competitività tecnologica del continente.
L’adozione dell’IA nelle imprese europee è oggi ancora limitata (13,5% delle imprese europee, solo 8,2% in Italia, “ISTAT – Imprese e Ict – Anno 2024“), ma la crescita prevista è notevole. Questo cambiamento promette di rivoluzionare il modo di lavorare, automatizzando mansioni ripetitive e a basso valore aggiunto, ma solleva anche importanti questioni su impatti occupazionali, disuguaglianze e necessità di formazione e riqualificazione del capitale umano.
Il contesto europeo e Italiano sull’adozione dell’IA
L’Europa si trova nel mezzo di un’importante transizione digitale.
La Commissione Europea ha evidenziato la necessità di diminuire il divario tecnologico rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, promuovendo un “ecosistema sovrano” di IA che possa garantire innovazione sostenibile e indipendenza tecnologica.
Le principali sfide, riguardano soprattutto alcuni aspetti piuttosto critici relativi alla diffusione e alla corretta introduzione di questi nuovi mezzi tecnologici all’interno del territorio, delle istituzioni e delle aziende.
Dati estratti dal World Economic Forum – Future of Jobs Report 2025. Il grafico evidenzia i ruoli destinati al maggiore calo entro il 2030, sulla base delle stime di riduzione occupazionale fornite dai datori di lavoro globali.
Queste criticità riguardano problematiche come la frammentazione della digitalizzazione tra i paesi dell’Unione Europea e tra le regioni interne delle singole nazioni. Questo è solo il primo dei punti critici che è difficile affrontare e che conosciamo perfettamente anche in Italia, dove alcune aree territoriali sono estremamente mal fornite, anche in termini di infrastrutture (come le connessioni in fibra ottica FTTH). Oltre la carenza strutturale, molte aree manifestano anche una certa resistenza all’accettazione di queste nuove tecnologie rispetto ad altre più predisposte all’innovazione.
Un altro punto estremamente importante, riguarda la difficoltà che le piccole-medio imprese dovranno affrontare negl’investimenti per tenere il passo con lo sviluppo del metodo di produzione innovato e, per tenere il passo occorrerà formare il personale. L’accesso ai capitali non è di certo dei più semplici.
Ed ancora, i costi di formazione e di assunzione di personale qualificato a causa della certa carenza di competenze digitali e nello specifico riguardo l’intelligenza artificiale.
In Italia, la situazione è particolarmente critica, con un tasso di adozione IA tra i più bassi in Europa. Il tessuto produttivo è infatti dominato da micro, piccole e medie imprese meno propense all’innovazione radicale e l’infrastrutturazione digitale fa fatica a raggiungere il sud e territori meno sviluppati.
Il piano UE mira a investire oltre 1 miliardo di euro entro il 2027 per promuovere formazione, ricerca, sviluppo industriale e creazione di poli di innovazione digitali, con un’attenzione particolare al supporto delle PMI e delle startup.
Automazione dei lavori e impatto occupazionale
L’introduzione dell’IA porterà a una significativa automazione dei lavori meno specializzati e più ripetitivi, spostando la domanda verso profili professionali più qualificati o specificamente formati.
La tipologia di mansioni facilmente sostituibili comprendono i lavori di produzione manuale e assemblaggio industriale, ovvero l’operaio comune non specializzato, attività di logistica e magazzino come la movimentazione o la gestione scorte, oppure le attività amministrative semplici e ripetitive, come l’inserimento dati o gestione documentale.
Dati ricostruiti dal World Economic Forum – Future of Jobs Report 2025. Il grafico mostra le professioni con la maggiore crescita prevista entro il 2030, valutate secondo la variazione percentuale netta indicata dalle aziende intervistate.
Gli effetti previsti sono duplici. Questo porterebbe certamente ad una trasformazione dei posti di lavoro tradizionali, un significativo numero di posizioni a bassa qualifica sarà automatizzato o ridotto.
Dall’altra parte, se determinati ruoli lavorativi andranno ad estinguersi, ne verranno sicuramente creati di nuovi altamente specializzati. Aumenterà certamente la domanda di sviluppatori di IA, data scientist, esperti di cybersecurity e manager dell’innovazione.
In Italia, circa il 20% della forza lavoro è esposta ai cambiamenti tecnologici indotti dall’IA, con un impatto stimato positivo sul PIL che varia tra lo 0,9% e l’1,8% nei prossimi 10 anni, grazie anche all’aumento di produttività (ISTAT – “Imprese e ICT – Anno 2024″).
Conseguenze economiche e sociali
L’intelligenza artificiale produce un impatto complessivo molto rilevante sull’economia europea, traducendosi principalmente in un incremento significativo della produttività aziendale e in una riduzione dei costi operativi.
Le imprese possono così migliorare l’efficienza dei loro processi produttivi, diminuendo gli sprechi e ottimizzando l’impiego delle risorse, con un effetto positivo sui margini di profitto e sulla sostenibilità economica.
Questo significa che le aziende, anche quelle più piccole, dovranno impegnarsi ad allineare il loro metodo di produzione con quelle che sono le ultime tecnologie.
Parallelamente, l’innovazione portata dall’IA, permette di elevare la qualità dei prodotti e dei servizi offerti, sviluppando soluzioni più personalizzate e avanzate che accrescono il valore per i clienti.
Questo circolo virtuoso contribuisce anche a rafforzare la competitività internazionale delle imprese europee, che si trovano così in una posizione più solida nel contesto globale.
Quelle aziende che non dovessero stare al passo in questa trasformazione digitale, rimarranno indietro e verranno certamente surclassate dai concorrenti più rapidi ad innovarsi, a produrre di più e più velocemente a costi nettamente inferiori.
Soluzioni possibili
Per affrontare queste sfide e massimizzare le opportunità derivanti dall’adozione dell’intelligenza artificiale, è necessario mettere in campo un insieme coordinato di interventi. È indispensabile innanzitutto investire concretamente nella formazione continua con programmi mirati a fornire nuove competenze digitali e abilità di innovazione, così da preparare il capitale umano a inserirsi efficacemente in un mercato sempre più tecnologico.
Contestualmente, occorre garantire un sostegno finanziario specifico per le PMI, affinché dispongano delle risorse necessarie per adottare tecnologie IA senza subire perdite di competitività.
Un ruolo chiave è rivestito anche dalla creazione di ecosistemi di innovazione chemettano in rete università, centri di ricerca e imprese, favorendo l’interazione e la condivisione di conoscenze e risorse.
Le politiche pubbliche devono accompagnare il processo con regole equilibrate e inclusive, che stimolino la crescita tecnologica senza escludere nessuno.
Infine, la promozione di una cultura digitale diffusa, che spinga verso l’accettazione del cambiamento, è essenziale affinché la transizione verso un’economia basata sull’IA sia efficace e condivisa in tutti i settori produttivi e sociali.
Nel 2067 l’età pensionabile salirà ufficialmente a 70 anni. La notizia, confermata dal Ministero del Lavoro, all’indomani dell’aumento di 3 mesi prima di poter andare in pensione, segna un ulteriore passo nell’adeguamento automatico alle aspettative di vita, proiettando il sistema previdenziale italiano verso una soglia che solo pochi decenni fa sembrava inimmaginabile (Il Sole 24 Ore – Pensioni, riforma 2067: le nuove soglie in arrivo).
La decisione nasce dalla necessità di garantire la sostenibilità economica di un sistema sempre più pressato dall’invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Con meno lavoratori attivi e più pensionati, il bilancio dell’INPS rischiava di diventare insostenibile, spingendo il governo a un nuovo intervento.
L’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, gli economisti ne riconoscono la razionalità: vivere più a lungo significa lavorare di più. Dall’altro, sindacati e associazioni dei lavoratori denunciano l’iniquità della misura, che non tiene conto delle differenze tra lavori fisicamente usuranti e mansioni impiegatizie.
Si temono anche effetti sociali pesanti, come l’aumento della disoccupazione giovanile e la riduzione delle opportunità di ricambio generazionale.
Ma fino a che punto è giusto prolungare la vita lavorativa in nome della sostenibilità? Esistono alternative credibili, come una diversa distribuzione del reddito o un nuovo modello di welfare intergenerazionale? E soprattutto, il lavoro sarà ancora il centro dell’identità sociale tra quarant’anni?
In un sorprendente sviluppo tecnologico che sembra uscito da un romanzo di fantascienza, una startup cinese ha annunciato il progetto di un robot umanoide dotato di un utero artificiale capace di portare avanti una gravidanza completa fino al parto, con debutto previsto già per il 2026. Non si tratta di un’incubatrice in forma umanoide ma di un vero e proprio utero artificiale.Un’innovazione che potrebbe rivoluzionare non solo la medicina riproduttiva ma l’intera idea di maternità, ponendo al centro un robot anziché una donna.
Ma quanto c’è di vero in questo annuncio che sta facendo il giro del mondo?
Il progetto, guidato dalla Kaiwa Technology di Guangzhou, prevede un robot con un utero artificiale riempito di liquido amniotico sintetico e un sofisticato sistema di nutrienti e ossigeno che simula il cordone ombelicale umano. Il costo stimato del robot, circa 13.900 dollari (intorno ai 12.000 euro), lo rende un’opzione tecnologica potenzialmente accessibile per lungimiranti istituti di ricerca o cliniche. Ma siamo davvero pronti per un simile balzo?
Al di là dello stupore iniziale, molte domande rimangono aperte. Il robot è davvero in grado di portare a termine una gravidanza umana? Il cosiddetto “utero virtuale” è una tecnologia già testata e affidabile, o si tratta ancora di un prototipo a livello sperimentale? Inoltre, permangono dubbi sull’autenticità di alcune dichiarazioni legate al progetto, incluso l’effettivo coinvolgimento dello scienziato citato come ideatore.(Ratio Uris – Utero artificiale: criticità bioetiche e biogiuridiche)
E poi c’è la riflessione etica, cosa significa per la società poter “delegare” un’esperienza così profondamente umana come la maternità a una macchina? Quali saranno le implicazioni psicologiche, sociali e legali per i genitori e i bambini? In Cina, dove la fertilità sta calando e la politica demografica è in evoluzione, un’alternativa tecnologica come questa potrebbe rappresentare una possibile risposta, ma a che prezzo?
La scienza attuale ha raggiunto risultati significativi nel campo degli uteri artificiali, per esempio con tecnologie di incubazione per prematuri, ma un robot in grado di gestire una gravidanza completa resta ancora una frontiera pionieristica e controversa. Molti esperti rimangono scettici e sottolineano che le sfide biologiche, mediche e morali sono tutt’altro che risolte.
In conclusione, il robot-gestante cinese è sicuramente un’idea affascinante e potenzialmente rivoluzionaria, ma è anche un progetto in fase embrionale con numerosi interrogativi aperti propriamente da un dibattito scientifico e culturale ancora tutto da venire.
Resta da vedere se davvero entro il 2026 vedremo nascere il primo “bambino robotico” o se questa notizia finirà per rimanere uno dei tanti semi di fantascienza su cui riflettere con prudenza e curiosità.
Il disegno di legge “Concorrenza 2025” sta accendendo il dibattito pubblico per un emendamento che prevede l’adeguamento automatico delle tariffe telefoniche all’inflazione.
La proposta, promossa dalla maggioranza, permetterebbe agli operatori di telecomunicazioni di aumentare i prezzi in linea con l’indice ISTAT, applicando anche una “fee supplement” concordata contrattualmente. Un meccanismo che scatterebbe una volta l’anno e, aspetto controverso, non sarebbe più considerato “modifica delle condizioni contrattuali”, togliendo così al consumatore il diritto di recedere gratuitamente dal contratto in caso di aumenti, una tutela oggi invece garantita (Bollette telefoniche legate all’inflazione e meno paletti per il telemarketing: come può cambiare il decreto ConcorrenzaCorriere.it – ).
L’emendamento, se approvato, segnerebbe una vera svolta, per molti potrebbe diventare più difficile difendersi dagli effetti dell’inflazione sulle spese quotidiane e ci sarebbero meno strumenti per opporsi agli aumenti.
La programmazione e lo sviluppo softwarenon sono più territori esclusivi degli specialisti. Grazie all’intelligenza artificiale, alle piattaforme low-code e no-code, oggi chiunque può creare prodotti digitali, automatizzare processi e portare idee sul mercato con rapidità e precisione senza precedenti. Siamo testimoni di una rivoluzione che, pur presentando opportunità straordinarie, genera anche perplessità sulla tenuta delle professionalità tradizionali e sull’identità stessa dello sviluppatore.
Entusiasmo, l’era della creatività diffusa
La democratizzazione del coding ha aperto le porte a un’esplosione di creatività, innovazione e accesso. Oggi milioni di persone, prima escluse dal processo tecnologico, sono in grado di “prototipare”, costruire e mettere online soluzioni digitali in tempi record. Aziende, associazioni e persino singoli cittadini trasformano la propria conoscenza di settore in automazioni concrete, semplificando la vita personale e lavorativa.
Dunque l’intelligenza artificiale, in particolare, sta diventando un alleato naturale per sviluppatori, imprenditori e creativi, aumentando drasticamente la produttività e annullando numerosi ostacoli tecnici.
La formazione continua è la chiave per restare al passo con un mercato del lavoro in costante evoluzione, guidato dall’intelligenza artificiale e dalle nuove tecnologie. La vera sfida non è solo aggiornarsi, ma saper spostare le proprie competenze verso i nuovi orizzonti che il cambiamento apre.
Le piattaforme low-code/no-code permettono di creare flussi di lavoro, applicazioni e siti web anche senza saper programmare, gli assistenti AI suggeriscono, correggono e generano parti di codice su richiesta, accelerando lo sviluppo.
La collaborazione interdisciplinare è amplificata, non serve più “parlare il linguaggio degli sviluppatori”, sono le piattaforme che traducono esigenze in soluzioni.
Le perplessità: disoccupazione e de-specializzazione
Se l’entusiasmo è giustificato, le perplessità non mancano.
Mentre l’AI assume un ruolo sempre più centrale e la soglia tecnica si abbassa, emerge il rischio concreto di una “de-specializzazione” dell’essere umano.
Automazione spinta significa meno necessità di programmatori nel senso classico del termine, e quindi rischio di disoccupazione tecnologica per chi non evolve la propria competenza, quindi chi si affida troppo alle piattaforme rischia di perdere il controllo reale sul codice prodotto, con vulnerabilità nascoste e problemi di scalabilità. La competizione sul mercato si sposta dalle abilità tecniche alla capacità di comunicazione, marketing e “lettura” del bisogno. Chi non investe nel reinventarsi rischia di essere tagliato fuori.
Professioni un tempo molto richieste vedranno abbassarsi la barriera d’ingresso, riducendo la remunerazione media e il prestigio sociale. Il coding, insomma, potrebbe diventare alla stregua di una commodity.
Dove si sposteranno le competenze?
La storia della tecnologia insegna che non c’è mai stato vero crollo della specializzazione, spesso, le competenze si spostano, nascono nuovi ruoli e si affermano skills diverse. A livello macro, la democratizzazione del software porta a una ridefinizione del concetto di competenza, ovvero cresce il valore delle soft skills, della creatività, della capacità di orchestrare processi complessi e multidisciplinari, dove l’AI e gli automatismi sono strumenti e non sostituti. Il bisogno di pensiero critico resta centrale, l’AI può automatizzare, ma non può risolvere problemi davvero nuovi né garantire interpretazione etica delle soluzioni, l’integrazione tra chi “sa progettare sistemi” e chi “sa leggere il mercato” diventa il vero fattore vincente, non solo la padronanza del codice.
Chi saprà seguire questa evoluzione, spostando le proprie competenze verso strategia, supervisione, interfaccia tra uomo e macchina, sarà premiato. Gli altri rischiano di venire superati da processi automatizzati e da un mercato che richiede flessibilità estrema e formazione costante.
Disoccupazione tecnologica, promesse e nuove incertezze
Se da un lato la democratizzazione del coding promette inclusione e nuove opportunità, dall’altro i dati su America, Europa e mercati globali mostrano un quadro complesso e persino inquietante sotto il profilo della disoccupazione.
Negli Stati Uniti, ad esempio, si registra un rallentamento delle assunzioni hi-tech e un aumento del tasso di disoccupazione nel settore IT al 5,5% a metà 2025, con una crescita significativa dei neolaureati che faticano a trovare un primo impiego, soprattutto nel comparto tecnologico dove la spinta verso l’automazione e lo sviluppo AI ha modificato radicalmente le richieste del mercato del lavoro.
In Italia e in Europa, l’intelligenza artificiale non ha ancora causato una disoccupazione di massa tra gli informatici, ma sta ridisegnando il settore. Cresce la domanda di competenze avanzate in AI e automazione, mentre i ruoli tradizionali di sviluppo e manutenzione software rallentano.
A livello europeo la situazione appare meno critica nella media generale (il tasso di disoccupazione dell’Eurozona segna livelli storicamente bassi, attorno al 6,2-6,3%, fenomeno anche dovuto probabilmente alla lentezza dell’adozione delle nuove tecnologie), ma questo dato nasconde forti squilibri tra le regioni e un aumento marcato della disoccupazione giovanile e della cosiddetta “disoccupazione nascosta”, cioè di chi non cerca più attivamente impiego dopo ripetuti insuccessi.
Insomma su scala globale, gli studi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e del World Economic Forum stimano che, entro la fine del 2025, l’Intelligenza Artificiale possa aver sostituito fino a 85 milioni di posti di lavoro, soprattutto tra i colletti bianchi o tra i ruoli a bassa specializzazione o di natura meccanica e ripetitiva.
Questo effetto rischia di colpire soprattutto chi non riesce a riqualificarsi rapidamente per i nuovi bisogni del mercato digitale. In sintesi, la democratizzazione dello sviluppo crea nuove opportunità, ma genera anche un’accelerazione dei fenomeni di sostituzione lavorativa – ed esige strategie urgenti di formazione e adattamento su vasta scala.
Una bolla o una vera svolta?
La democratizzazione del coding porta con sé il rischio di saturazione e di prodotti “mediocri”, come avviene in ogni fioritura tecnologica.
I segnali di una rivoluzione permanente sono indubbiamente forti:, le barriere tecniche saranno sempre più basse, la competizione sarà sempre più sul “valore creato” e non sulla pura qualità tecnica, le vere specializzazioni saranno nel disegno di esperienze, nell’integrazione complessa, nella sicurezza e nell’etica digitale.
Esseri umani, AI e il futuro della professionalità
Grazie all’intelligenza artificiale, ai nuovi modelli di sviluppo e alla democratizzazione del coding, l’innovazione tecnologica sembra “finalmente” accessibile a tutti.
L’entusiasmo è giustificato, la creazione è più rapida, più inclusiva e più energetica che mai, ma questo futuro non è privo di incertezze. Chi non si adatta rischia l’esclusione, la de-specializzazione potrebbe diventare realtà per molti e la “cura” nelle competenze tradizionali sarà richiesta solo a chi saprà reinventarle.
La domanda finale resta aperta: questa nuova era porterà davvero a una perdita di specializzazione umana, o vedrà spostare le competenze verso regie sempre più sofisticate e trasversali? Solo il tempo potrà rispondere, ma la sfida è già oggi raccogliere l’opportunità, spostare le competenze e nel modo corretto e affrontare il rischio senza farsi travolgere in modo passivo.
Javier Milei ha ottenuto una vittoria significativa alle elezioni di metà mandato in Argentina, superando il 40% dei consensi a livello nazionale e consolidando la posizione del suo partito La Libertad Avanza come secondo gruppo parlamentare dopo aver battuto anche il peronismo nelle sue roccaforti storiche (Corriere, Open, RSI). Il successo incrina definitivamente decenni di dominio peronista, ma la crescita parlamentare non consente comunque a Milei la maggioranza assoluta, costringendolo a cercare alleanze per avanzare il suo programma ultra-liberista.
Sul fronte politico ed economico, la reazione dei mercati è stata positiva: la nuova forza del governo favorisce l’approvazione di riforme attente alla deregolamentazione, ai tagli al settore pubblico e alla riduzione dell’inflazione (Open). L’annuncio di ulteriori aiuti economici dagli Stati Uniti, confermato dalle congratulazioni ufficiali del presidente Trump, rafforza le prospettive di nuovi investimenti e sostegno finanziario internazionale (Corriere, RSI).
Non mancano però le perplessità: la bassa affluenza (67,85%) è sintomo di una società stanca e polarizzata, mentre le riforme drastiche rischiano di alimentare proteste sociali e di esasperare le difficoltà di ceto medio e famiglie in crisi. La svolta liberista può rappresentare una nuova fase di rilancio e di attrazione per capitali esteri, ma il percorso resta incerto e il consenso sociale fragile, imponendo attenzione su possibili tensioni e ostacoli interni nei prossimi anni (RSI, Open).
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