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Pita greca con gyros di pollo

Pita greca Gyros di pollo con tzatziki Rubrica Ipimaio Stop Superchio

A qualcuno piace tantissimo la cucina greca. Questo non è proprio il più tipico dei piatti, ma è qualcosa che in Italia conosciamo molto bene. A chi non è capitato di essere in giro e prendere una pita gyros di pollo o bifteki da un ristorante greco?
Proprio per la sua semplice reperibilità anche nelle città italiane, può succedere che venga voglia di qualcosa di simile ma non possiamo reperirla, quindi, vediamo come riprodurla.

Ingredienti

Le quantità di seguito sono quelle relative al video, quindi per due pite abbastanza piene. Potete ricavarne la quantità di cui avete bisogno facendo le giuste proporzioni.

Per la pita:

  • 200 gr di farina 00
  • 120 ml di acqua
  • 15 gr di olio extra vergine d’oliva
  • 7 gr di lievito di birra secco
  • sale q.b.

Per il pollo e le patate:

  • 300 gr di patate
  • 300 gr di pollo
  • sale
  • olio
  • timo
  • pepe

Per la salsa tzatziki:

  • 150 gr di yogurt greco
  • 75 gr di cetriolo
  • uno spicchio di aglio
  • succo di mezzo limone
  • menta
  • olio q.b.

Per la farcitura:

  • lattuga, rucola, valeriana o altro a preferenza
  • cipolla
  • pomodori

 

Procedimento

La pita

É bene partire con la pita di modo che si abbia il tempo di farla lievitare. Unire il sale alla farina e mischiare, poi aggiungere l’olio.
Sciogliere il lievito nell’acqua e versare il composto gradualmente nella farina impastando poco alla volta per far assorbire l’acqua. Per la pita si può usare qualsiasi tipo di farina, trattandosi di un tipo di pane piatto che verrà piegato una volta messa la farcitura, una farina un po’ più forte potrebbe essere più adatta.
Una volta ottenuto l’impasto, per ogni 100 grammi di farina si otterrà una pita di dimensioni modeste, se ne voleste una più grande potete considerarne una ogni 150 grammi.
Lasciare lievitare per circa un paio d’ore nel caso di utilizzo del lievito di birra secco come nel video, in caso di utilizzo di altri lieviti rispettare il tempo necessario a quello scelto, avendo cura di coprire l’impasto.

Condimento e tzatziki

Per il condimento si inizia col tagliare patate e pollo mettendoli in una teglia. Quando saranno pronti per essere infornati condire con olio, sale, pepe e origano e timo e cuocere in forno.
Nel frattempo preparare anche la salsa tzatziki mettendo in una ciotola i 150 grammi di yogurt greco, tagliare finemente il cetriolo, la menta e l’aglio, unire tutto allo yogurt e aggiungere un po’ d’olio. Spremere mezzo limone e amalgamare tutto. Lasciar riposare almeno una mezz’oretta.

Assemblamento

Prima di unire tutto cuocere la pita. La pita può essere cotta sia in forno a temperature alte per pochissimo tempo (circa 250 gradi per meno di 10 minuti), che in padella se non disponete di un forno. Da non cuocere troppo perché l’impasto si seccherebbe e diventerebbe troppo rigido e non potrebbe più essere piegato perché sarebbe troppo friabile.
Cotta la pita, mettere l’insalata, il pollo, le patate, la cipolla, i pomodori ed annacquare il tutto con dell’ottima salsa tzatziki.

 

 

Stablecoins, valute stabili su blockchain

Le stablecoins più capitalizzate del mercato sono USDT tether, Binance United States Dollar BUSD, Multiple Assett collateralized DAI, e Circle United States Dollar USDC

In principio abbiamo parlato della struttura di base della blockchain, un registro distribuito in catene di blocchi, per poi approfondire anche gli algoritmi di consenso. Successivamente con  “Ethereum, un computer virtuale decentralizzato” e “Bitcoin, cos’è e come funziona il re delle criptovalute” abbiamo trattato i progetti più importanti e strutturati del panorama delle criptovalute.  Affrontati questi argomenti, è doveroso parlare di stablecoins.

Cosa sono le Stablecoins?

Come dice la parola stessa si tratta di valute stabili, il cui valore non oscilla come abbiamo visto per le precedenti che abbiamo trattato. Sono delle rappresentazioni delle valute FIAT, come possono essere euro, dollaro e yuan, in formato Token su blockchain.
Sono spesso indicate come “FIAT pegged token“, ovvero Token con valore ancorato a valute FIAT. Questo particolare è ciò che distingue le stablecoins dalle altre criptovalute.
Questo concetto è però un argomento ostico in quanto anche la valute tradizionali, subiscono dei cambi di valore.
Per rendere più chiaro il concetto, parliamo del sistema aureo. In passato ogni singola moneta emessa, doveva essere coperta da una certa quantità d’oro per legittimare il suo valore, tuttavia dopo che il sistema monetario si è stabilizzato e la fiducia in esso è diventata intrinseca, questa copertura è andata via via sparendo.
La creazione di nuove valute stabili su blockchain è molto simile alla storia dell’evoluzione del denaro come lo conosciamo oggi. I progetti che creano queste valute, coprono il valore delle stablecoins che emettono, con delle garanzie che possono essere beni reali, azioni, oro, altre valute.
Per fare un esempio pratico di sistema monetario garantito 1:1, se dovessi creare un mio progetto con delle stablecoins e ad essere emesse fossero un milione di monete, dovrei garantire questo circolante con beni materiali, investimenti o altre valute. Uno dei problemi noti di questo sistema è che, se a garanzia si mettono dei beni dal valore variabile, sarà necessario coprire il valore mancante qualora la garanzia abbia un valore in ribasso.
Nei mercati delle criptovalute, le stablecoin, vengono usate per vendere o acquistare quelle che oscillano di valore. In questo modo ci si mette al riparo da un investimento in discesa, o si prendono i profitti da uno in salita.

Il gold standard, o sistema aureo, utilizzato fin dal 1800, prevedeva che a coprire il valore di ogni emissione di moneta, ci fosse l’oro a garanzia. L’ancoraggio delle stablecoin collateralizzate è ottenuto con questa logica ma con altri asset.

Alcuni governi hanno attenzionato questo genere di valute trattandosi di denaro con le stesse caratteristiche delle valute FIAT. Per le banche ed i governi, questi sistemi di pagamento che forniscono delle modalità di conversione della moneta contante diverse dai depositi bancari, potrebbero mettere a repentaglio la sovranità monetaria e la stabilità finanziaria.

Ancoraggio

Precedentemente abbiamo fatto l’esempio del gold standard (sistema aureo), per rendere l’idea di cosa fosse una stablecoin. Esistono attualmente tre metodi per creare l’ancoraggio. Analizzeremo i metodi comuni tra i progetti più accreditati. Probabilmente esisteranno anche vie sperimentali, magari su progetti molto piccoli che comunque non analizzeremo. Quelli d’interesse riguarderanno solo ecosistemi che hanno potuto testare la loro idea su volumi di un certo tipo, che danno conferma di resistenza ad un certo stress test.

Stablecoin collateralizzate da valute FIAT o altri asset. Come da esempio precedente, si tratta di creare una riserva di valore con titoli, valute o beni a basso rischio che copra l’equivalenza di ogni singolo Token che viene creato. Il collaterale deve essere l’equivalente della quantità circolante creata.
Qualora si creassero 100.000 Token dal valore di un euro, occorrerebbe creare una garanzia dal controvalore di 100.000 euro. Sarebbe anche necessario coprire la differenza nel caso di discesa di valore dei beni, valute o asset posti a garanzia.

Stablecoin collateralizzate da altre criptovalute. Alcuni progetti hanno creato delle monete non fluttuanti congelando dei crypto asset come controvalore. Solitamente il valore congelato è costituito da criptovalute convenzionali come Bitcoin o Ether. Tutto questo gestito da automatismi di bilanciamento automatico, data l’enorme volatilità anche dei crypto asset convenzionali, per evitare come spiegato nell’esempio precedente, sia il diminuire che l’aumentare della garanzia posta come collaterale.

Stablecoin algoritmiche non collateralizzate. Tra i nuovi progetti sperimentali, ci sono alcune monete che mantengono un determinato valore attraverso degli algoritmi. Creando una sorta di banca algoritmica, si definisce il valore della moneta amministrando la domanda e l’offerta con delle regole scritte all’interno di uno contratto intelligente. L’idea sarebbe quella di coniare più monete se il prezzo sale, mentre se il prezzo scende viene riacquistata e ritirata dal mercato una parte del circolante. L’algoritmo gestisce da se l’inflazione e la deflazione. Si tratta di un modello ancora in fase di sperimentazione che non ha ancora riscosso i risultati sperati.

Stablecoin più capitalizzate in uso

Sui mercati delle criptovalute è possibile utilizzare alcune stablecoin, che sono delle rappresentazioni in formato Token con ancoraggio perlopiù al dollaro. Facciamo un riepilogo e un breve

USDT è una stablecoin emessa dalla Tether Limited, che sostiene di avere una riserva di valore equivalente alla quantità del circolante di USDT. Se la compagnia dovesse davvero detenere tali risorse, potrebbe essere una delle 50 banche più grandi degli USA se non fosse una società offshore.

approfondimento delle più capitalizzate e conosciute.

USD Tether e similari

USDT è la prima stablecoin per capitalizzazioni e volumi, ed è la terza criptovaluta più capitalizzata in assoluto. Al momento della scrittura di questo articolo capitalizza ben più di 83 miliardi dollari. Questi due dati la rendono la stablecoin più utilizzata, oltre ad essere, fino ad ora, quella che ha dimostrato maggiormente di mantenere correttamente l’ancoraggio al dollaro
USDT era scambiabile già dal 2015 su rete Bitcoin e su Ethereum. Ad oggi è possibile utilizzare uno smart contract per portare USDT sulla gran parte delle blockchain esistenti.
Tether è un Token non nativo, quindi è possibile trasportarlo da una blockchain all’altra attraverso l’utilizzo di un bridge, che blocca il numero richiesto di Token nella blockchain di origine e gli emette in quella di destinazione (lo stesso meccanismo utilizzato per il WBTC).
Non esiste un numero massimo o minimo di Tether in circolazione, il presupposto è che, dietro la creazione di ogni singola moneta vi è un pagamento in dollari per l’emissione equivalente della stablecoin. Per ogni Tether che vuole essere venduto e trasformato in dollari, avviene la distruzione della stablecoin equivalente venduta per dollari.
La garanzia è quindi che per ogni dollaro Tether emesso, esista un dollaro reale, che viene pagato e congelato.
É possibile acquistare USDT su tutti gli exchange, le piattaforme dove è possibile scambiare criptovalute. Non sono gli exchange ad emettere nuovi Tether, ma è la Tether Limited, società che gestisce la criptovaluta. Richiedendo nuovi Tether direttamente alla società che la emette, verrà aumentato il circolante perché verranno create nuove monete, mentre gli exchange sono come venditori al dettaglio che vendono anche somme più irrisorie rispetto alla società.
Attualmente non esiste la certezza che questa azienda possa realmente coprire l’intera capitalizzazione dichiarata. Esiste davvero una riserva di valore per cambiare i Tether di tutti coloro che ne possiedono se domani volessero riportare i loro averi da USDT a dollari americani?
Al di là della tecnologia, ci sono state diverse polemiche riguardo Tether Holdings. Le polemiche riguardano l’enorme somma che questa società dovrebbe detenere come controvalore per la stablecoin emessa, ovvero più di 83 miliardi di dollari. Questo la renderebbe una delle 50 banche più grandi degli Stati Uniti, tuttavia non si tratta di una banca ma di una società offshore non regolamentata.
A luglio i funzionari del governo si sono riuniti per discutere della regolamentazione della compagnia che dovrebbe dimostrare di avere di avere in fondi a garanzia della stablecoin emessa1.

Stablecoin con garanzie in dollari analoghe a Tether sono BUSD di Binance, USDC di Circle lanciata da Coinbase, TrueUSD di TrustToken (una piattaforma che “tokenizza” asset reali), Pax Dollar USDP di Paxos, Gemini Dollar GUSD della Gemini Trust Company.

TerraUST e Dai

TerraUST e Dai appartengono al secondo tipo di criptovalute che abbiamo analizzato nel capitolo precedente. Il controvalore corrispondente all’emissione di nuova moneta è coperto da altri asset crypto convenzionali congelati.

DAI è la prima stablecoin ad essere concepita con una collateralizzazione in singoli e multipli crypto asset. Originariamente oltre alla multi-collateral DAI era stata creata anche la versione Single-Collateral SAI.

Proprio alla fine dello scorso mese, Do Kwon, co-fondatore e CEO di Terra blockchain, ha confermato l’acquisto dell’equivalente di più di un miliardo di dollari in bitcoin dalla fine di gennaio. Fondi che verranno utilizzati per garanzia dell’emissione della loro stablecoin TerraUST. L’idea di Do Kwon è quella di implementare il bitcoin standard,il parallelo del sistema aureo ma con bitcoin alla base piuttosto che l’oro2.
Mentre le transazioni di TerraUST vengono registrate ed eseguire sulla blockchain di Terra, Dai è una stablecoin ERC-20 su Ethereum. Anche Dai è collateralizzata da asset crypto che vengono congelati in uno smart contract. Non si tratta di un asset specifico ma sono diversi. Inizialmente fu lanciata anche una versione collateralizzata da un singolo asset crypto, ovvero SAI (Single-Collateral DAI).
Diversamente dalle precedenti, questa stablecoin non è gestita da un’azienda ma da MakerDAO, un’organizzazione autonoma decentralizzata. Il modello di gestione di una DAO prevede che i detentori dei token di governance (in questo caso Maker MKR), abbiano diritto di voto sui progetti correlati, più o meno in maniera similare ai detentori dei titoli azionari di una società tradizionale.
Attualmente Dai è al 19esimo posto per capitalizzazione, la seconda stablecoin in qualità di collateralizzata da crypto asset, preceduta da TerraUST.

Neutrino USD, Fei USD, FRAX, Ampleforth

In ultimo prendiamo alcuni esempi di stablecoin algoritmiche, che sono molto meno capitalizzate rispetto alle collateralizzate. Sono progetti che sperimentano un modo per avere un ancoraggio al dollaro attraverso calcoli matematici e bilanciamenti automatici ma non garantite.
Neutrino USD è la stablecoin algoritmica maggiormente capitalizzata, si piazza all’84esimo posto per marketcap con 940 milioni di dollari. É ancorata al dollaro USA e supportata, sfruttando il modello di staking dell’algoritmo di consenso sottostante del protocollo Waves.
Fei USD è un progetto fondato nel 2020, con un investimento iniziale di 19 milioni di dollari vanta nomi importanti tra i suoi investitori tra cui Framework Ventures, Coinbase Ventures, Andreessen Horowitz. Il progetto Fei mira alla creazione di una stablecoin totalmente decentralizzata, il protocollo è programmato per controllare i mercati secondari liquidi e ottenere dei guadagni per il rendimento del protocollo. L’idea è quella di creare un punto di incontro tra le stablecoin decentralizzate e estremamente collateralizzate e quelle di custodia centralizzate.
FRAX è il primo sistema algoritmico frazionario, in parole più semplici, parte della sua fornitura è supportata da garanzie e parte supportata dall’algoritmo di fornitura. Il rapporto tra le due parti dipende dal prezzo di mercato di FRAX che, essendo ancorato al dollaro,

Le DAO (Decentralized Autonomous Organization) sono delle organizzazione autonome decentralizzate. I detentori del token di governance hanno diritto di voto sulle decisioni dell’organizzazione come gli azionisti in un’azienda tradizionale.

quando il valore è superiore o inferiore a 1$, l’algoritmo riduce o aumenta il rapporto di garanzia. Si tratta di un token ERC-20 basato su Ethereum con possibili implementazioni corss-chain in futuro, totalmente permisionless. Trattandosi anche qui di un’organizzazione decentralizzata come Dai, esiste un Token di governance (FRAX shares FXS) per il diritto di voto. Il protocollo Frax nasce da un’idea dello sviluppatore di software americano Sam Kazemian che ha avuto la prima idea di una stablecoin algoritmica frazionaria nel 2019, il progetto vuole essere un metro per la fiducia del mercato nei confronti di un’ibrido algoritmico/collateralizzato.
Infine, parliamo di Ampleforth, che non è proprio una stablecoin. Si tratta di un Token con un meccanismo algoritmico pensato per creare un ancoraggio al dollaro attraverso la distruzione e la creazione di moneta dinamicamente in base al valore di mercato. Questo processo di riaggiustamento del circolante e noto come “rebase” . Anche AMPL è un Token ERC-20 basato su Ethereum.
Il fondatore della Ampleforth Foundation, la società di sviluppo dietro il protocollo di Ampleforth, è Evan Kuo, laureato in meccatronica, rovotica e ingegneria dell’automazione presso l’università di Berkeley.

Sicurezza e metodi di pagamento

Purtroppo è molto difficile parlare di sicurezza. La tecnologia su cui si basano queste tecnologie ne può offrire un buon grado, tuttavia è sempre chi gestisce questi progetti ad essere in discussione. Prendendo ad esempio il caso di Tether, nonostante sia un progetto estremamente quotato ed utilizzato, non si potrà mai avere la certezza che non sfugga il controllo della gestione delle garanzie, non tanto perché si tratti di una società offshore, quanto perché sono questioni che accadono anche nelle società garantite e statali. La sicurezza della gestione dei nostri fondi, pragmaticamente parlando è nelle nostre mani e se usiamo correttamente la blockchain, possiamo ridurre significativamente i rischi.
Sempre importantissimo diversificare e non detenere i nostri averi in un unico posto.
Per quanto l’uso delle stablecoin come metodi di pagamento, al momento non sono utilizzate in tal senso al di fuori dei mercati crypto, è più unico che raro poter pagare un caffè con Tether o con USDC. I governi stanno osservando queste tecnologie e le aziende che ci sono dietro, è difficile dire in che forma avverrà in futuro l’adozione, se avverrà e quanto tempo ci vorrà, possiamo solo fare delle congetture, informarci assiduamente e correttamente ed aspettare.

 

Articoli correlati – Note

  1. Anyone Seen Tether’s Billions? – Bloomberg, by Zeke Faux, Updated on
  2. Terra Adds $135 Million in Bitcoin Purchases to Back Stablecoin – Bloomberg, by Muyao Shen, 28 marzo 2022, 18:02 CEST

Fotografia Europea a Reggio Emilia, dal 29/04 al 12/06

la XVII Edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia si terrà dal 29 aprile al 12 di giugno

Torna Fotografia Europea dal 29 aprile al 12 giugno a Reggio Emilia.
Il festival nasce nel 2006 per volere dell’amministrazione comunale, oggi è uno degli appuntamenti più importanti del settore.
Il programma della XVII edizione prevede mostre, talk e spettacoli, attività per famiglie, letture portfolio ed altro. Gli artisti esposti saranno Mary Ellen Mark, Nicola Lo Calzo, Hoda Afshar, Carmen Winant, Seiichi Furuya, Ken Grant, Guanyu Xu, Chloè Jafè, Jonas Bendiksen, Alexis Cordesse, Jitka Anzlovà, Gloria Oyarzabal, Maxime Richè, Simona Ghizzoni, Arianna Arcara, Luigi Ghirri, Alessandra Calò, Maria Clara Macrì, Vasco Ascolini, Carlo Valsecchi. Alla sua IX edizione l’esposizione della Giovane Fotografia Italiana e il percorso di formazione Speciale Diciottoventicinque 2022.
Le sedi in cui si terrà il festival sono i Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Galleria Santa Maria, Sala verdi, Chiostri di San Domenico, Spazio Gerra, Palazzo dei Musei, Biblioteca Panizzi.
Inoltre Max Casacci, produttore e fondatore dei Subsonica,  curerà Fotofonia, la sezione musicale di Fotografia Europea.

La biglietteria si trova in via Chiostri di San Pietro, via Emilia San Pietro 44/c e chiude un’ora prima dell’orario di chiusura delle mostre.

Tutte le informazioni, calendario completo e acquisto completo è possibile trovarli sul sito dell’evento www.fotografiaeuropea.it

Biscotti rustici al pistacchio

Biscotti rustici pistacchio olio di semi di canapa e sciroppo d acero

Il secondo appuntamento con Ipimaio Stop torna con una ricetta dolce e unica nel suo genere. Unica perché è un marchio di fabbrica ipimaio.
I biscotti rustici hanno un sapore piuttosto prorompente, grezzo, ma allo stesso tempo dolce. I sapori predominanti sono il pistacchio, l’olio di semi di canapa e lo sciroppo d’acero. Lo sciroppo d’acero ha un sapore a tratti caramelloso, e l’olio di semi di canapa, sembra esaltare ed essere esaltato a sua volta dallo sciroppo d’acero.
A questi due sapori si accompagna perfettamente quello dei pistacchi, più delicato, ma che non si fa coprire.

Variazioni dalla ricetta originale e prodotti

Lo scopo originale della ricetta, che era leggermente diversa da questa, era quello di creare un biscotto che fosse totalmente vegano. Infatti, questa ricetta nasce totalmente priva di qualsiasi tipo di burro di provenienza animale, o di margarine che riteniamo, tranne che per alcuni remotissimi casi, prodotti comunque di una qualità nutrizionale inferiore.
Il problema della ricetta vegana era la mancanza di un legante, in questo caso l’uovo, che aiutasse l’impasto a rimanere compatto e a non essere estremamente friabile. La ricetta sarebbe fattibile anche con  altri leganti o emulsionanti come la lecitina di soia, è un esperimento che teniamo in conto di fare.

Per la realizzazione di questi biscotti è stata usata una farina W170, vale a dire una farina debole. Una farina debole contiene meno glutine, e meno adatta alle lievitazioni brevi ed è preferibile per dolci, panificati biscottati, ma va bene anche per pane o pizza, sempre se non abbiamo la pretesa di prodotti dall’aspetto estremamente lievitati.
Per quanto riguarda il burro, solo burro di cacao unito ad altri oli naturali. Il burro di cacao si ottiene da una mix di grassi provenienti dai semi della pianta del cacao. Il burro di cacao a temperatura ambiente si presenta generalmente allo stato solido e fonde circa ai 34 gradi. Ha un elevato contenuto di grassi saturi e non contiene colesterolo, è un potente antiossidante naturale grazie al suo elevato contenuto di tocoferolo (Vitamina E), contiene anche caffeina, polifenoli.
Rende il biscotto croccante e friabile, grazie alla sua consistenza dura e fragile allo stesso tempo, ma questa durezza rende anche necessaria la lavorazione dell’impasto di breve termine.
Insieme al burro di cacao, è stato utilizzato olio d’oliva e olio di semi di canapa, come emulsionanti, per dare morbidezza al biscotto oltre che croccantezza e friabilità.
Per abbassare l’indice glicemico e dare un aroma diverso che non quello del semplice zucchero, lo sciroppo d’acero e lo zucchero di canna grezzo donano quel tocco di “caramellosità” che si aggiunge a tutti gli altri sapori. Originariamente lo sciroppo d’acero era in quantità maggiore, ma non essendo compatto come lo zucchero, rendeva il biscotto troppo friabile.

Ingredienti e procedimento

Vediamo ora la ricetta completa, ricordando sempre che, una farina diversa potrebbe assorbire diversamente i liquidi. É sempre buona abitudine inserire gli ingredienti liquidi a dosi e regolarsi seduta stante sul grado di assorbimento.

  • 280 gr di farina 00
  • 250 gr di pistacchi con guscio o circa 110 gr sgusciati
  • 100 gr di burro di cacao
  • 20 gr di fecola di patate
  • 7 gr di lievito vanigliato
  • 2 uova medie
  • 75 gr di zucchero di canna grezzo
  • 50 gr di sciroppo d’acero di grado A
  • 20 gr di olio di semi di canapa
  • 15 gr di olio EVO

In una ciotola unire e mischiare, prima di tutto, gli ingredienti secchi quindi farina, pistacchi sgusciati e pestati, fecola di patate, lievito e zucchero di canna.
Quando sarà una mistura ben distribuita, iniziamo a sciogliere il burro di cacao.
Uniamo gli oli e lo sciroppo d’acero alla mistura e iniziamo a impastare, quando gli oli saranno ben amalgamati con la farina, aggiungiamo anche le uova.
Amalgamate le uova e gli oli aggiungiamo infine anche il burro di cacao, che non sia troppo caldo, ma giusto alla temperatura di fusione, circa 34 gradi, se è stato scaldato troppo aspettiamo che si raffreddi un minimo, un olio troppo caldo potrebbe danneggiare l’integrità della maglia glutinica.

Diamo all’impasto una forma allungata e mettiamolo in una pellicola. Lasciamolo riposare in frigo una mezz’oretta o al massimo un’ora.
Quando l’impasto si sarà indurito, tagliamo l’impasto allungato a fette e posizioniamo i biscotti sulla teglia. Attenzione a non metterli troppo vicini perché lievitando potrebbero rimanere attaccati.

La cottura è di circa 20-25 minuti a 180 gradi. Attenzione sempre all’esposizione diretta alla resistenza superiore, potrebbe essere necessario girarli dopo una quindicina di minuti di cottura.
Le caratteristiche di cottura possono variare in base al vostro forno.

 

 

 

Ethereum, un computer virtuale decentralizzato

Ethereum Blockchain
Ethereum è un computer virtuale decentralizzato che esegue degli smart contract. I contratti intelligenti permettono l'esecuzione di applicazioni decentralizzate su una blockchain

É la numero due delle criptovalute per capitalizzazione di mercato. Non mainstream come Bitcoin, tuttavia non è argomento meno interessante o meno ricco di contenuti. A differenza di Bitcoin, che è un registro distribuito organizzato in una catena di blocchi, Ethereum è questo ma anche molto di più. Ethereum, oltre ad essere una normale blockchain per lo scambio di valuta, è un computer decentralizzato che ha la possibilità di eseguire delle applicazioni tramite dei contratti intelligenti, questo lo rende versatile e disponibile a molti utilizzi.
Si tratta di una tecnologia complessa di cui è estremamente difficile illustrare a pieno tutte le particolarità, che tra l’altro, sono in continua evoluzione.

Dal 2013 ad oggi

A dare i natali ad Ethereum è Vitalik Buterin, allora studente universitario, grande appassionato della tecnologia Blockchain e di Bitcoin, che nel 2013 scrisse il whitepaper. Ethereum fu annunciata per la prima volta nel 2014 in occasione della North American Conference di Miami.
Vitalik Buterin, Gavin Wood, Charles Hoskinson e Anthony Di Iorio, affittano una casa sulla spiaggia e mettono le fondamenta per la creazione del “computer in the sky” descritto da Buterin.
Gavin Wood è un programmatore inglese, CTO di Ethereum per un periodo, oggi è CEO e creatore di Polkadot e Kusama. Charles Hoskinson è un informatico e imprenditore statunitense, attuale CEO di Cardano.
Il termine Ethereum, è stato scelto da Vitalik per la presenza della parola etere al suo interno. Voleva proprio che la piattaforma fosse intesa come una presenza distribuita, invisibile, su cui le applicazioni sono in esecuzione.
Lo sviluppo vero e proprio della piattaforma iniziò nel 2014 attraverso la creazione della società svizzera Ethereum Switzerland GmbH (EthSuisse).
L’allora Chief Technology Officier della società, Gavin Wood, si occupò di redigere il yellow paper di inserire l’idea dei contratti intelligenti che ovviamente doveva essere specificata prima dello sviluppo, ed è qui che si fanno i primi accenni sulla EVM (Ethereum Virtual Machine). Subito dopo avviene la creazione della Ethereum Foundation, un’associazione non a scopo di lucro.
Sempre nel 2014 è stata istituita una vendita pubblica del Token ETH per finanziare lo sviluppo del software.
La Ethereum Foundation ha sviluppato diversi prototipi nei successivi 18 mesi , l’ultima versione beta è stata “Olympic“. Nel luglio del 2015 si da finalmente vita al blocco di genesi con il lancio ufficiale di “Frontier“.
Dal lancio della piattaforma sono state fatte diverse proposte di miglioramento. Gli aggiornamenti (Ethereum Improvement Proposal), sono stati motivo di grandi cambiamenti riguardanti diverse caratteristiche, come le strutture di incentivi della piattaforma o le funzionalità.
Nel 2016 un’organizzazione decentralizzata conosciuta come The DAO, riguardante una serie di smart contracts creati sulla piattaforma, riesce a raccogliere 150 milioni di dollari una vendita collettiva per ottenere finanziamenti per il progetto. Tuttavia 50 milioni di quella somma vengono rubati tramite un attacco informatico sfruttando una vulnerabilità dell’organizzazione.
Questo evento accenderà un dibattito che porterà ad un Hard Fork della rete che si dividerà. Ethereum Classic è la catena originale.
Altri

La Enterprise Ethereum Alliance comprende tra i suoi membri più di 150 aziende tra cui colossi come Cisco, Mastercard, FedEx, Microsoft, JPMorgan Chase Bank…

fork si sono poi resi necessari sempre nel 2016 per far fronte ai continui attacchi informatici.
Nel 2017 nasce la Enterprise Ethereum Alliance (EEA), con 30 membri fondatori, in pochissimi mesi i membri diventano più di 100 con adesione da parte di grandi aziende dei pagamenti e dell’IT. Dal 2018, la criptovaluta ETH, diventa la seconda più capitalizzata del mercato, difendendo la posizione fino al momento della scrittura di questo articolo, attualmente risulta ancora la seconda per capitalizzazione.
Gli sviluppi della blockchain di Ethereum sono continui e non si sono mai fermati.
Nel 2021, Visa Inc. annuncia di regolare le transazioni in stablecoin utilizzando questa blockchain, a seguire anche JP Morgan Chase, Mastercard e UBS comunicano un ingente investimento di più di 65 milioni di dollari in ConsenSys, una società che si occupa dello sviluppo di infrastrutture su Ethereum.
Sempre nello stesso anno sono stati eseguiti due aggiornamenti dell’ambiente. In uno di questi aggiornamenti detto “Londra”, era inclusa la proposta di miglioramento numero 1559, un meccanismo per rendere inferiore la volatilità sui costi delle transazioni. Normalmente le commissioni venivano distribuite ai miners, con questo aggiornamento una parte di quella commissione viene invece distrutta, provocando di conseguenza dei periodi di deflazione.
Attualmente è in fase di sviluppo Ethereum 2.0, un fork per tentare di aumentare la velocità, la scalabilità e la sicurezza della rete.

 

Funzionamento, Smart contract, Ether e differenze con Bitcoin

Esattamente come per Bitcoin e come è viene spiegato nell’articolo Blockchain, il registro distribuito in catene di blocchi, Ethereum funziona su una sua blockchain, un registro pubblico organizzato a blocchi in cui vengono registrate tutte le operazioni. Gli utenti che partecipano alla validazione delle transazioni sono i miners.
L’algoritmo di consenso utilizzato per questa blockchain è il Proof of Work (PoW), attualmente è in fase di sviluppo la rete Ethereum 2.0 che prevede in futuro il passaggio al Proof of Stake (PoS). Se non conosci bene il significato di queste parole, l’argomento è già stato trattato nell’articolo Algoritmi di consenso, dove puoi trovare tutte le delucidazioni necessarie.

La rete Ethereum è caratterizzata dalla presenza dell’Ethereum Virtual Machine (EVM). Questo è un motore di calcolo, agisce come un

Solidity è un linguaggio di programmazione creato appositamente per il funzionamento e la creazione degli smart contract

computer decentralizzato con milioni di applicazioni eseguibili. Questa macchina virtuale è la base dell’intera struttura operativa e permette di eseguire programmi e contratti intelligenti.
La creazione e l’esecuzione di contratti intelligenti è molto semplice grazie anche a Solidity, un linguaggio di alto livello che è stato creato appositamente per questo scopo. Attraverso la compilazione delle istruzioni la EVM esegue le istruzioni contenute in essi.
Solidity è un linguaggio molto simile a C++ o JavaScript, con la differenza che è stato creato appositamente per la scrittura di contratti intelligenti. L’EVM usa gli OP_CODES (ovvero dei codici di operazione) per eseguire le attività specificate nello smart contract.
Faremo un esempio standard di quello che può essere uno smart contract senza andare troppo in profondità con argomenti tecnici.
Se la società dei trasporti ferroviari fosse collegata alla blockchain e voi potreste comprare il biglietto tramite un wallet ed uno smart contract, qualora la società dei trasporti registrasse un ritardo di quel treno, lo smart contract provvederebbe automaticamente al vostro rimborso, senza alcuna richiesta da parte vostra o della società dei trasporti.
Più semplicemente, se compraste un immobile inviando un pagamento tramite la blockchain, lo smart contract al verificarsi del pagamento vi fornirebbe l’atto di proprietà della casa che avete acquistato.
Gli smart contract offrono numerosi vantaggi rispetto ai contratti tradizionali, tuttavia esistono anche degli svantaggi. Nonostante si creino le condizioni per un maggiore rispetto delle condizioni di un contratto e si riduca la necessità di un intermediario, l’irrevocabilità, l’assenza di territorialità e l’utilizzo ancora non alla portata di tutti rappresentano i limiti della tecnologia.
Tutto questo viene registrato utilizzando la valuta nativa del sistema, ovvero Ether.

Bitcoin ed Ethereum spesso vengono comparati. Nonostante siano due blockchain con alla base lo stesso funzionamento hanno due scopi e caratteristiche molto differenti

Per pagare i miners che convalidano le transazioni, rendendo funzionale il passaggio di valuta ma anche l’utilizzo di applicazioni, si usa Ether.
É un po’ come se fosse il combustibile per utilizzare la rete, tant’è vero che i costi transazionali vengono definiti GAS FEE. Ether ha lo stesso ruolo che ha Bitcoin all’interno della sua blockchain.
Bitcoin ed Ethereum sono due sistemi similari, ma sono due blockchain con potenziali diversi e nascono per scopi distinti. Bitcoin è concepito come un registro distribuito che vuole essere un’alternativa di scambio alla valuta FIAT, attualmente considerato maggiormente una riserva di valore, ma anche questo argomento lo abbiamo affrontato nell’articolo Bitcoin, cos’è è come funziona il re delle criptovalute.
Ethereum ha come scopo quello di far funzionare gli smart Contract e la creazione di applicazioni decentralizzate (DApps), di conseguenza offrire una serie di servizi che nel tempo si stanno ampliando sempre più, dalla finanza decentralizzata (De-Fi) alla creazione di Token Non-Fungibili (NFT).

Ethereum 2.0

Ethereum 2.0 conosciuta come Serenity, è un importantissimo aggiornamento della rete. Questo miglioramento aiuterà ad aumentare la scalabilità, la sicurezza e la velocità della sua blockchain. Nel gennaio 2022 la Ethereum Foundation ha rilasciato un comunicato dove specificava che avrebbe smesso di riferirsi a Serenity come Ethereum 2.0, in quanto questo fa credere che ci sarà una nuova rete, quando in realtà si tratta di un aggiornamento, anche se particolarmente critico.
In soldoni questo aggiornamento porterà a suddividere ciò che oggi è un unico ambiente. La attuale mainnet ,quello che conosciamo ed utilizziamo, rimarrà come execution layer, dove vengono eseguite Dapps e smart contract e dove risiedono le regole del network, mentre verrà separato da tutto questo il consensus layer, che garantisce il rispetto in conformità con le sue regole da parte dei dispositivi che contribuiscono alla rete.
L’aggiornamento prevede diverse fasi, a dicembre del 2020 è entrata in funzione la prima fase chiamata beacon chain

L’aggiornamento di Ethereum è un modo per risolvere il famoso problema del trilemma di decentralizzazione, sicurezza e scalabilità.

Si partirà quindi con un parallelismo tra Proof of Stake e Proof of Work. Le funzioni della rete principale di Ethereum continueranno ad essere assicurate dal PoW, nel frattempo la beacon chain funzionerà in parallelo con il nuovo PoS. Lo staking nativo viene introdotto proprio con la beacon chain, particolare di fondamentale importanza nella transizione verso la Proof of Stake. Si tratta di una blockchain separata rispetto alla mainnet di Ethereum.
In questi mesi, vale a dire tra il Q1 e il Q2 è prevista la seconda fase dell’aggiornamento di fusione (The Merge) e come suggerisce il nome stesso, vede proprio la fusione tra la beacon chain e la mainnet.
La fase finale è l’attivazione dello sharding, che giocherà un ruolo chiave nel ridimensionamento della rete di Ethereum. Piuttosto che la regolazione di tutte le operazioni su un’unica rete, le catene di shard distribuiscono queste operazioni su 64 catene frammentate.
Questo dovrebbe rendere più semplice gestire un nuovo nodo sulla blockchain di Ethereum perchè ci sarebbe in quantità inferiore di dati da gestire localmente sulla macchina. La fondazione ha dichiarato che l’aggiornamento dovrebbe essere portato a termine entro il 2023.
I motivi che hanno portato a questo tipo di aggiornamento riguardano principalmente la scalabilità. Attualmente Ethereum può supportare circa 30 transazioni al secondo, uno standard molto basso rispetto alle nuove blockchain che tuttavia non dispongono dei volumi di marketing di Ethereum. Questo provoca spesso congestioni e ritardi.
Ethereum 2.0 promette fino a 100.000 TPS (Transazioni per secondo) sfruttando lo sharding.
Questo aggiornamento è stato concepito pensando anche alla sicurezza oltre che alla velocità. La maggior parte delle reti PoS ha un gruppo relativamente piccolo di validatori, questo rende le reti meno sicure e più centralizzate.
Ethereum 2.0 è molto più decentralizzato e sicuro dato che richiede un minimo di 16.384 validatori.

Grafico in versione logaritmica dei prezzi di Ethereum contro il Dollaro dal 2015 ad oggi. Grafico di Bitstamp

Prospettive per il futuro

Ethereum è un buon investimento? Il prezzo di Ether e la sua capitalizzazione di mercato sono crescenti dal momento del lancio. I primi 50 milioni di Ether furono venduti in prevendita per finanziare il progetto ad un prezzo di 0,31$ per Ether. Attualmente il prezzo di un singolo Ether è di 3098,00$.
La difficoltà che ha avuto fino ad oggi Ethereum deriva dalla quantità di applicazioni e smart contract costruite sulla sua rete, che è estremamente maggiore rispetto a tutti gli altri ecosistemi. Paradossalmente proprio una delle prime reti con uno dei maggiori colli di bottiglia e alti costi di transazione. Proprio per questo motivo c’è molto ottimismo intorno all’ultimo aggiornamento che spianerebbe la strada a tutti i problemi di mercato causati dai problemi tecnici in questione.
Più scalabilità porta più utilizzo, salvo imprevisti, significa più domanda. Almeno in teoria, dovrebbe spingere la domanda per l’utilizzo e quindi il prezzo di Ether a nuovi livelli.
Questi sono solo auspici, i presupposti sono ottimi, ma il futuro è difficile se non impossibile da prevedere. Di fuoriprogramma ce ne sono stati tanti durante lo sviluppo di Ethereum.
Il merge e lo sharding erano previsti da tempo, i lunghi periodi di analisi e sviluppo che costano queste soluzioni, hanno portato a soluzioni di livello 2 che non erano previste (vedi Polygon).
Il progetto è ampio, le credenziali sono ottime tanto che qualcuno parla di possibile “flippening” con Bitcoin, ovvero si ritiene che Ethereum sia in grado di superarlo in capitalizzazione di mercato.
La strada è lunga, ma chiunque voglia investire deve fare le proprie ricerche e le proprie valutazioni, ricordando sempre che non si tratta di investimenti a rischio zero.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Pizza bianca a impasto misto con semi

La pizza bianca con semi, con farina mischiate risulta più digeribile rispetto ad una pizza più carica di glutine. I semi sono fonte di fibre e vitamine

Oggi lanciamo la nuovissima rubrica “Ipimaio stop” con la ricetta di una pizza non classica. La pizza napoletana, quella classica con bordi giganti e impasto morbido per intenderci, fa impazzire tantissime persone che ne vanno alla ricerca disperata.
Per alcuni di noi, quelli che non hanno propriamente lo stomaco di ferro, a volte può risultare ardua da digerire.
Se anche tu sei tra gli eletti in questione, sei nel posto giusto. Cerchiamo di rendere l’impasto un po’ più rustico, meno carico di glutine, con qualche fibra in più ma cercando di farlo rimanere gustoso, morbido e croccante.

Prodotti particolari

Per questa ricetta abbiamo utilizzato del salame lucano pezzente. Questo salame è tipico della montagna materana, in Basilicata, a ridosso della provincia di Potenza. Il nome “pezzente” deriva dal fatto che viene prodotto con le parti meno nobili del maiale nero, quindi risulta più morbido e grasso.
Gli aromi con cui è fatta sono aglio fresco e paprika da peperoni cruschi di Senise. I peperoni cruschi sono una varietà di peperoni tipica Lucana, alcune eccezioni prevedono anche l’inserimento del finocchietto selvatico.

La farina ottenuta dalla molitura del grano senatore cappelli genera una quantità inferiore di glutine, rendendo l’impasto più leggero e digeribile.

Nella parte di semola di grano duro della ricetta, abbiamo utilizzato la farina ottenuta dalla molitura del grano Senatore Cappelli. Questa tipologia di grano, fa parte dei grani antichi, ed è tipicamente coltivata nel sud Italia.
Il grano Cappelli è stato importato in Italia dal Nord Africa nei primi del ‘900. Trattandosi di una pianta molto resistente non ha bisogno di particolari fertilizzanti o disinfestanti, per questo motivo è una pianta predisposta ad essere coltivata biologicamente. Ha ottimi valori nutrizionali, moltissimi micronutrienti come vitamine e sali minerali.
É comunque un tipo di farina che genera glutine, non adatto quindi ai celiaci, tuttavia la quantità che ne contiene è nettamente inferiore rispetto alla classica farina 00. Motivo per cui è molto più digeribile e consigliata in caso di sensibilità al glutine.

Ingredienti

  • 400 gr di patate
  • 200 ml di acqua
  • 30 gr di mix di semi (5 gr di semi di zucca, 5 gr di semi di sesamo, 5 gr di semi di chia, 5 gr di semi di canapa, 5 gr di semi di quinoa, 5 gr di semi di girasole)
  • 110 gr di farina 00
  • 110 gr di semola rimacinata di grano duro, Senatore Cappelli
  • 20-30 gr di noci
  • 250 gr di mozzarella
  • 20 gr di lievito madre essiccato (di solito il 10% del totale della farina), o usate il lievito che preferite
  • 12 gr di olio extra vergine di oliva
  • Salame Lucano pezzente q.b.

Le patate sono da condimento, per cui potete usare qualsiasi tipo di patate preferiate.
Le quantità di semi le ho modulate per evitare che un impasto troppo tempestato di semi, venisse troppo friabile e poco stendibile. La semola rimacinata di grano duro, genera già di suo una quantità di glutine decisamente più modesta che non la farina di grano tenero. Aumentare la presenza di semi con la semola di grano duro può rendere l’impasto difficile da essere steso più predisposto alla rottura.
Se piacciono le noci potete aumentare la quantità a piacere, con 30 grammi è già possibile coprire la superficie di una pizza da circa 30 centimetri di diametro.
La lievitazione è a vostra discrezione, io utilizzo il lievito madre essiccato perché è più comodo e non avevo pasta acida a disposizione. In futuro tratteremo anche il lievito madre fresco.

Procedimento

  1. Iniziamo mettendo le due farine nella stessa ciotola e mischiandole per distribuirle
  2. Aggiungere il lievito madre secco (o se preferite quello fresco), i semi e il sale e mischiare tutto
  3. Mettere olio e acqua nella farina e impastare fino ad ottenere un impasto sodo
  4. Coprire bene l’impasto e lasciarlo lievitare per il tempo necessario al lievito che avete scelto
  5. Nel frattempo in una teglia tagliamo le patate e condirle con olio, sale, pepe e spezie, nel caso del video abbiamo usato rosmarino ed erba cipollina
  6. Rompere le noci e tagliare la mozzarella e affettare il salame
  7. Quando l’impasto avrà finito di lievitare lo stendiamo nella teglia
  8. Distribuire olio e rosmarino sull’impasto steso e subito dopo mozzarella, patate, salame e noci
  9. Infornare

Cottura

La cottura può variare in base a diversi fattori. Lo spessore della teglia o il tipo di forno, che sia statico o ventilato, sono questioni fondamentali. Nel caso della nostra pizza, è stata cotta in forno statico a 250 gradi per 12 minuti. La migliore delle cotture è una cottura non a diretto contatto con le resistenze, in una camera più calda possibile che vada in caduta.
Questo permette di creare un interno soffice e un esterno croccante.

Cannabis, droga o medicina?

Le piante di canapa sono sempre al centro di un grande dibattito tra legalizzazione e demonizzazione. Ciò che ne deriva, la marijuana, è una droga o una potenziale medicina?

Sono tanti i termini e i concetti che si sentono quando si discute di questo argomento: canapa, marijuana, cannabis, olio di canapa, CBD, THC e chi più ne ha più ne metta. Molto spesso si confondono tanti concetti distinti che fanno parte dello stesso argomento ma che sono cose totalmente differenti.
Quando si parla di cannabis si fa riferimento alla pianta della canapa, a prescindere dalle sue caratteristiche, comprendendo ogni tipo di varietà.
La marijuana invece è una mistura di foglie, fiori e/o semi tritati che si ottiene dalla pianta di canapa ed ha un’aspetto di colore marrone-grigio-verde. L’aspetto varia in base al tipo di varietà e di quantità di foglie, semi o fiori che vengono impiegati nella mistura.

Spesso si usano termini come “cannabis”, “canapa” o “marijuana” in modo improprio. Facciamo chiarezza sulle differenze.

Nell’uso comune dei termini, spesso viene indicata la pianta come “pianta di marijuana”, ma si tratta di un errore.
Questa è solo una disambiguazione per introdurre un argomento più ampio, relativo alla cannabis ed ai suoi effetti ed utilizzi, negativi o positivi che siano.

Tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD)

Anche se la cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche e nello specifico un’alta quantità di cannabinoidi, i principi attivi maggiormente presenti sono il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Questi due hanno effetti molto diversi sul corpo umano, quasi totalmente opposti.
Il THC è il motivo principale per cui questa pianta è stata resa illegale in molti stati, trattandosi di una sostanza psicoattiva che agisce sul cervello, genera polemiche per le modalità d’uso in cui possa essere impiegata. Chimicamente colpisce i ricettori del sistema nervoso centrale e stimola la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore responsabile del circuito di ricompensa (viene chiamato così perché descrive il meccanismo di rinforzo di una determinata esperienza), rilasciata ogni qual volta che proviamo piacere, sia psicologico che fisico.
Sul tetraidrocannabinolo e sugli effetti della sua assunzione breve, media e lunga, sono stati pubblicati moltissimi studi. Questo cannabinoide ha dimostrato di avere dei potenti effetti analgesici, antinfiammatori, antiemetici e miorilassanti1. Tuttavia non è privo di effetti collaterali che vanno, parlando di conseguenze acute, dall’alterazione della memoria a breve termine, alla stanchezza, spossatezza, secchezza delle fauci e disturbi di coordinazione.
Il CBD è invece il componente principale che troviamo nelle varietà della cosiddetta cannabis light. La cannabis che viene commercializzata in Italia non contiene sostanze psicoattive, o ne contiene a percentuali irrisorie che non hanno alcun effetto. Il cannabidiolo non produce alcun effetto psicoattivo, per questo motivo è stato maggiormente studiato ed è disponibile una bibliografia più ampia in merito. Proprio per questo motivo, con il CBD sono state sviluppate anche delle terapie per malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson o il morbo di Alzheimer2.
Questo componente sembra modulare dei meccanismi del corpo già esistenti, ma che in alcuni casi potrebbero richiedere un maggior equilibrio. L’essere umano è dotato di un sistema endocannabinoide che, a causa di traumi o patologie, può perdere il suo equilibrio. L’assunzione di CBD può fungere da modulatore e ripristinare alterazioni sia fisiologiche che cognitive, come l’umore, la sensazione di dolore o l’appetito3.

Il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD) differiscono principalmente in base a come agiscono sul cervello. Il primo è un elemento psicoattivo al contrario del secondo.

Alcuni studi hanno però evidenziato la possibilità di neurotossicità da parte di queste sostanze4. Parlando di tossicità, è chiaro che gli effetti avversi possono fare una comparsa nel breve termine con problemi acuti, descritti poc’anzi, o nel lungo periodo attraverso l’interazione con la fisiologia del cervello, creando dei problemi cronici5. Questo avviene più probabilmente con abusi o lunghe esposizioni a quantità fuori da ogni criterio e soprattutto in caso di patologie preesistenti.

Gli studi citati sono un riferimento non univoco e potrebbero essere smentiti o confermati in futuro con trial clinici più specifici e approfonditi.

 

Varietà

Le varietà di cannabis sono tantissime. Vengono considerate un’unica grande famiglia a causa delle loro caratteristiche morfologiche spesso eterogenee, pur appartenendo a razze differenti. Nonostante l’aspetto, hanno delle caratteristiche genetiche distinte. Il loro fenotipo genetico è assai variabile, molto influenzato dall’ambiente, dalla temperatura, dalla composizione del terreno e/o dall’altitudine. Ciononostante è possibile classificarle in tre grandi macro-varietà, ovvero in cannabis ruderalis, indica e sativa.

La cannabis ruderalis è una tipologia di canapa a bassissimo contenuto di THC, mentre può avere sia bassi che alti livelli di CBD. Non viene per questo motivo impiegata per uso ricreativo. Proviene dalla Russia ed ha un aspetto ridotto con un fusto piuttosto robusto e senza ramificazioni laterali, spesso impiegata per l’ibridazione dei ceppi. Sativa e indica sono le due razze predominanti a livello di mercato, la ruderalis è considerata una pianta infestante perché adattandosi alle condizioni estreme dell’ambiente, si è evoluta come una pianta molto resistente a condizioni ostili. Il termine ruderalis significa “macerie”, per indicare appunto una pianta selvatica che cresce spontanea anche in condizioni sfavorevoli.

La cannabis è una pianta molto versatile, fornisce dei materiali che possono essere utilizzati in diversi settori come l’alimentare, medico, edile e tessile.

La cannabis sativa viene coltivata per la produzione di carta, per uso tessile ed edile e per uso medico e ludico. Le differenze tra sativa e indica sono visibili a colpo d’occhio. Le appartenenti alla prima sono solitamente più alte con un’altezza che può raggiungere i 5 metri con foglie più lunghe e sottili, al contrario le appartenenti alla seconda sono più robuste e compatte con foglie più larghe e corte. I fiori della sativa sono generalmente più grandi rispetto a quelli delle indica ed hanno una densità di resina superiore. Anche il profumo è molto diverso, le indica sprigionano un’aroma molto più forte.
I tempi di fioritura sono diversi e in condizioni analoghe, la cannabis sativa può impiegare dai 60 ai 90 giorni, le indica hanno tempi più stretti che vanno dai 45 ai 60 giorni.
Un’altra differenza importante è l’effetto psicoattivo che le due razze esercitano, le sativa creano un effetto più energizzante ed euforico e più celebrale, mentre le indica contribuiscono al rilassamento fisico, motivo per cui la varietà è utilizzata maggiormente come analgesico.

Un po’ di storia

La storia della canapa è qualcosa di eccezionalmente lungo e documentato con reperti e ritrovamenti. Ne citeremo alcuni tra i più importanti, dall’antichità fino ai giorni nostri per descrivere quanto la storia di questa pianta sia parallela a quella della civiltà umana.
A quanto pare, la cannabis, è una pianta che viene coltivata e utilizzata per gli scopi che abbiamo già menzionato fin dall’antichità. La storia descritta nei più minimi particolari è raccontata dal The History of Cannabis Museum a Washington6, negli Stati Uniti.

Si crede che la canapa sia stata la prima pianta da fibra in assoluto che sia mai stata coltivata. Le prime testimonianze archeologiche del suo utilizzo, sono risalenti a dodicimila anni fa in Cina. In un vecchio sito neolitico a Yuan-Shan, furono rinvenute delle ceramiche con segni di cordone di canapa insieme ad un battitore di pietra a forma di bacchetta, un antico pestello per schiacciare la canapa.
In questo periodo storico, veniva usata per produrre diverse cose tra cui carta, reti da pesca, vestiti e corde, mentre i semi venivano utilizzati sia come cibo che per la produzione di olio. Questi ritrovamenti così antichi fanno pensare che sia stata una delle prime colture umane mai conosciute.
Intorno al 2900 a.C. si hanno documenti del primo utilizzo della cannabis per le sue proprietà medicinali, più precisamente ad opera dell’imperatore Fu Hsi, al quale i cinesi attribuiscono il merito di aver portato la civiltà in Cina. Questo imperatore fece riferimento a “Ma“, il termine cinese per cannabis, documentando che questa pianta fosse una medicina molto popolare e che avesse sia yin che yang. La storia della Cina è ricca di riferimenti alla canapa come pianta dai poteri curativi.
Sempre in antichità, circa nel 2700 a.C., si ritiene che l’imperatore Chen Nung, autore del libro The Great Herbal alias Pen T’sao, abbia studiato e messo in pratica le qualità curative della canapa così come quelle di altre due piante fondamentali della medicina erboristica cinese, il ginseng e l’efedra.

Dalle analisi chimiche sui reperti delle pipe recuperate dal suo giardino, pare che Shakespeare prediligesse l’uso di cannabis rispetto alla nicotina e alla cocaina peruviana.

Si fa riferimento alla cannabis anche nei testi sacri indù compilati tra il 200 e il 1400 a.C.. Per questi testi la canapa è una fonte di felicità e di gioia, donata agli esseri umani per affrontare e dimenticare la paura. Bhang (foglie, semi e steli di cannabis essiccati) è menzionato nel testo sacro indù Atharvaveda (Scienza degli incantesimi) come “Erba Sacra”, una delle cinque piante sacre dell’India.
Anche in Africa, intorno al 2000 a.C., gli antichi egizi utilizzavano la canapa per trattare il glaucoma, l’infiammazione dell’utero e le emorroidi. I papiri Ebers sono una raccolta di rimedi naturali tra cui il sedano macinato nel latte vaccino, il mais triturato e la canapa pestata nel miele. Esistono poi altri papiri che sono testimonianze che vanno dal 1700 a.C. al 1200 a.C., periodo dopo il quale si è diffusa in tutta l’Africa dall’Etiopia al Mozambico.

La cannabis fa poi la sua comparsa nel nord Europa tra il 500 e il 300 a.C.. Lo storico Erodoto fu il primo a registrare le usanze rituali e ricreative della pianta da parte degli Sciti, un folto gruppo di nomadi eurasiatici. Queste testimonianze sono disponibili nel libro “Erodoto le storie”.
Facendo un salto spazio temporale, nel 70 d.C., il testo medico romano cita la cannabis. Il greco Pedanius Dioscorides, che era un medico dell’esercito romano, studiò diverse piante raccogliendo i suoi studi in un libro che intitolò De Materia Medica. Dioscorides affermò senza mezzi termini che la pianta utilizzata per la fabbricazione di corde, poteva produrre una resina che poteva essere utilizzata per la cura del mal d’orecchio o per reprimere il desiderio sessuale.

Nel 1533 il re Enrico VIII si trovò a dover soddisfare la domanda crescente di cime e tela per vele per la sua nuova marina, motivo per cui decretò che tutti i proprietari terrieri riservassero un quarto di acro per ogni sessanta acri di terra, per la coltivazione di lino o canapa al fine di poter fornire le fibre necessarie.
Parlando invece di uso ricreativo, il South African Journal of Science ha pubblicato dei risultati riguardanti delle analisi chimiche svolte su alcune pipe da tabacco risalenti al XVII secolo. Le ciotole e gli steli delle pipe sono state concesse dallo Shakespeare Birthplace Trust di Startford-upon-Avon. Queste pipe, rinvenute dagli scavi effettuati nel giardino di William Shakespeare, hanno indicato presenza di cannabis in otto campioni, nicotina in uno e cocaina peruviana in altri due.
Nel 1941 Henry Ford presentò il primo ed ultimo esemplare della Hemp Body Car, ovvero un’auto del tutto innovativa in quanto era stata applicata una carrozzeria composta da 14 pannelli di materiali plastici rinforzati con il 10% di fibre di cannabis.

Legalizzazione e proibizionismo

Nel 1937 negli Stati Uniti venne emanata dal presidente Franklin Delano Roosvelt, la Marihuana Tax Act, una legge che diede inizio al proibizionismo nei confronti dell’uso, coltivazione e commercio della pianta. Più che di un divieto vero e proprio, si trattava di una legge che metteva in atto un meccanismo che favoriva l’inutilizzo della pianta per questioni tributarie estremamente esose e per cavilli legali e burocratici che, se non rispettati, prevedevano pene pecuniarie e detentive asprissime. Questo divieto si estese poi in pochi anni a molti altri paesi nel mondo.
Dal 1996 in poi, in California si legalizzò la cannabis ad uso terapeutico dopo questo lungo periodo di proibizione.
Ad oggi il dibattito per la legalizzazione in moltissime nazioni è molto animato e controverso. Attualmente, moltissime delle nazioni in cui era vietata, hanno autorizzato l’uso per scopi medici. I criteri nei paesi in cui è stata legalizzata sono relativi a limiti di possesso in grammi, limiti di concentrazione di THC, o un numero massimo di piante per le coltivazioni personali. Alcuni tra i paesi che non hanno optato per la legalizzazione hanno depenalizzato le pene per il consumo o per il possesso.
Sono quadri normativi e liste di paesi che sono in continuo cambiamento e sarebbe inutile e molto lungo elencarle.

 

Bibliografia e fonti

  1. Elikkottil J, Gupta P, Gupta K. The analgesic potential of cannabinoids. J Opioid Manag. 2009 Nov-Dec;5(6):341-57. Erratum in: J Opioid Manag. 2010 Jan-Feb;6(1):14. Elikottil, Jaseena [corrected to Elikkottil, Jaseena]. PMID: 20073408; PMCID: PMC3728280.
  2. Watt G, Karl T. In vivo Evidence for Therapeutic Properties of Cannabidiol (CBD) for Alzheimer’s Disease. Front Pharmacol. 2017 Feb 3;8:20. doi: 10.3389/fphar.2017.00020. PMID: 28217094; PMCID: PMC5289988.
  3. Atalay S, Jarocka-Karpowicz I, Skrzydlewska E. Antioxidative and Anti-Inflammatory Properties of Cannabidiol. Antioxidants (Basel). 2019 Dec 25;9(1):21. doi: 10.3390/antiox9010021. PMID: 31881765; PMCID: PMC7023045.
  4. Huestis MA, Solimini R, Pichini S, Pacifici R, Carlier J, Busardò FP. Cannabidiol Adverse Effects and Toxicity. Curr Neuropharmacol. 2019;17(10):974-989. doi: 10.2174/1570159X17666190603171901. PMID: 31161980; PMCID: PMC7052834.
  5. Rocchetti, M., Crescini, A., Borgwardt, S., Caverzasi, E., Politi, P., Atakan, Z. and Fusar-Poli, P. (2013), Cannabis effects in non-psychotic users. Psychiatry Clin Neurosci, 67: 483-492.
  6. The History of Cannabis Museum

 

Dipendenza affettiva e paura dell’abbandono

Come si fa a capire se soffriamo di dipendenza affettiva? Che cos'è la paura dell'abbandono?

Ti sei mai chiesto se sei capace di vivere solo, lontano da tutti gli affetti? Avresti paura della solitudine? A volte si sottovaluta l’importanza della nostra struttura psicologica, il modo in cui si è cresciuti, le abitudini e le paure recondite.
Si continua nel tempo a dare poca importanza a quei nodi da sciogliere che non vengono a galla troppo facilmente. Sappiamo che esistono, li sentiamo, li percepiamo, ma sono silenti e profondi.
Magari le condizioni in cui viviamo ci fanno vivere meno intensamente quel problema silente. Finché manteniamo una determinata situazione, probabilmente anche non giusta, siamo liberi di non pensare a quel dito nella piaga.
Mettiamo la testa sotto la sabbia pur di non ammettere che, in circostanze diverse da quelle che scegliamo appositamente, non ce la faremmo di sicuro perché non ci sentiamo all’altezza e si preferisce addurre delle scuse e perpetuare l’errore. Forse sarebbe meglio definirla un’omissione con noi stessi.

I nostri meccanismi psicologici, le nostre esigenze, le mancanze, spesso sono riconducibili alla nostra infanzia e all’adolescenza.

I nostri meccanismi psicologici, si costruiscono col tempo durante la crescita, influenzati dagli ambienti in cui siamo e dai nostri affetti più importanti.

Di cosa si tratta?

La dipendenza affettiva, come dice la parola stessa, è un tipo di dipendenza che, potrebbe essere reputata molto simile alla dipendenza per le sostanze. Tuttavia nonostante il processo e le dinamiche siano molto simili, non c’è alcun abuso di sostanze come può accadere per la tossicodipendenza.
Come per tutte le dipendenze, si tratta del modo in cui un soggetto gestisce le fluttuazioni a cui ci sottopone la vita. Attraverso l’assuefazione, si finisce per cadere poi in una vera e propria trappola da cui è molto difficile uscire.
É comune arrivare a pensare che senza l’oggetto del nostro amore, non riusciremo più a sopravvivere in maniera accettabile, cadendo in uno stadio mentale estremamente persuasivo, in cui non si riesce a vedere uno stile di vita alternativo che sia percorribile.
É il vivere una relazione affettiva come esclusiva ed essenziale. Niente ha avuto senso nella vita di chi è affettivamente dipendente, se non sarà vissuto con chi si ama in maniera totalmente funzionale.

Cause e conseguenze

Per quanto, in superficie,  possa sembrare che questo avvenga sempre per il volere di chi imbastisce le modalità di un rapporto, le cause indiscusse provengono da fattori psicologici individuali. I soggetti che sviluppano dipendenze, sono solitamente predisposti a sviluppare atteggiamenti del pattern dei disturbi ossessivo-compulsivi. Risultano avere delle condizioni preesistenti, con quadri che presentano dalla depressione, all’ansia e/o bassi livelli di autostima.
Idealizzare qualcuno che funga da salvatore, attraverso fantasie romantiche o anche tramite futili motivi, secondo i quali l’oggetto dell’amore idealizzato, riesca a colmare tutte le proprie lacune, è un modo per mettere a tacere le proprie paure. Alla base di tutto questo c’è quasi sempre un problema di autostima.

La dopamina è un mediatore del piacere e della ricompensa.
Infatti, secondo attendibili studi, l’encefalo rilascerebbe dopamina in circostanze o attività gradite

Pare che, in alcuni casi, possano esistere anche delle cause fisiche. Attraverso il neuroimaging è stato analizzato il rilascio della dopamina, un neurotrasmettitore direttamente coinvolto nei meccanismi di dipendenza, che risulta compromesso in alcuni dei soggetti che dimostrano questo quadro clinico.
In un soggetto sano, il cervello è predisposto a produrre dopamina in situazioni ritenute piacevoli, come l’assunzione di sostanze, o azioni compulsive come la dipendenza da gioco, oppure con la vicinanza della persona che si ama.
Quali possono essere le conseguenze di una situazione di dipendenza affettiva? Questa circostanza di sottomissione può in primis generare ansia e paura dell’abbandono.
Dal momento che il compagno, o la compagna, viene idealizzato come indispensabile per vivere, può dare vita ad una gelosia paranoide e la necessità del controllo assoluto sul partner. Al contrario, potrebbe anche dare vita ad un comportamento totalmente opposto di sottomissione, arrivando anche a farsi manipolare con estrema facilità. In questo caso, si potrebbe arrivare anche a trascurare completamente i propri bisogni, nelle peggiori delle ipotesi, creando anche danni alle attività personali, al lavoro o alla propria famiglia.
Il dipendente affettivo pone al centro della propria esistenza la continuità di questa relazione, sacrificando sull’altare della deresponsabilizzazione personale, i contatti con amici e/o parenti e qualsiasi tipo di progetto di vita. Il prezzo da pagare immediatamente, nel caso della fine della relazione, è un incolmabile senso di vuoto.
Accettare la fine di un rapporto per questo tipo di persone, non è qualcosa di ammissibile. Che sia successo attraverso un tradimento o una decisione dalla parte opposta, non è improbabile il sorgere di comportamenti violenti e persecutori nei confronti dell’altra persona, o manifestare depressione maggiore.
Abbiamo preso in analisi una questione che non è assolutamente esclusiva delle relazioni amorose, ciononostante è plausibile che, lo stesso disegno può riproporsi anche in altri tipi di relazioni come l’amicizia.

I cosiddetti “casi umani”

Usando un appellativo di uso comune e senza voler insultare nessuno, quante volte abbiamo sentito nominare i “casi umani”? Magari da qualche nostro amico, che ha da poco chiuso una lunga storia con il proprio partner dopo mille spiacevoli peripezie. Oppure potrebbe essere capitato di sentire questa frase altre volte da chi sta invece frequentando persone nuove, per conoscere gente interessante, ma quando le cose non vanno bene è sempre colpa dei “casi umani”.
Questo appellativo può identificare centinaia di tipi di persone, o presunti tali, che per un motivo o per un altro creano dei problemi relazionali.
Dobbiamo assumere e ricordarci sempre che, esistono delle caratteristiche perversamente positive nelle persone che scegliamo, che servono a livellare le nostre lacune. É un comportamento più diffuso di quanto non si creda.
Si tratta di una selezione naturale per noi. Scegliamo il nostro benessere attraverso l’emotività, senza accorgerci che le impressioni si basano su ciò che ci fa stare bene. Avere un faccia a faccia con quelle che sono le proprie carenze personali è molto doloroso e impegnativo, per cui più spesso di quanto non si creda, il tentativo è quello di cercare una scorciatoia.

Prendere delle decisioni che possono essere dolorose e difficili, per se stessi e per il partner, possono rivelarsi un atto di maturità

Chi sceglie una persona dipendente affettivamente, nonostante sia tendenzialmente più autonomo e sicuro del suo compagno, lo fa perché sentirsi eletto salvatore di una persona che soffre, può essere molto lusinghiero per il proprio ego.
Dunque è molto semplice imbattersi nei cosiddetti “casi umani”, ma sono anche i nostri bisogni ad attirarli, abbiamo la possibilità di scegliere e se non scegliamo anche quando fa male, il “caso umano” potremmo essere noi.
Questo spunto è un invito a riflettere su se stessi, perché quando una relazione finisce o si complica, si tende sempre a puntare il dito. Per risolvere qualsiasi problema, è sempre necessario analizzare correttamente la situazione e ricordare che, una decisione difficile sicuramente non piacevole agli occhi di qualcuno, potrebbe essere d’aiuto nel lungo periodo ad entrambi.
Prendersi le proprie responsabilità e non essere complici è un atto di maturità.

Si può uscire da questa condizione? Cosa fare?

Difficilmente chi è all’interno di una relazione tossica, in balia della dipendenza affettiva, si rende conto del suo percorso personale.
Si comprende di aver bisogno di aiuto da parte di un professionista quando, a causa della fine della relazione di dipendenza, si manifestano stati di malumore nella persona dipendente.
Solitamente chi ne soffre ha pensieri ambigui riguardo al partner, in quanto potrebbe esprimere la necessità di riconquistarlo per risolvere la situazione di sofferenza, d’altra parte potrebbe manifestare rabbia, rappresentandolo come indegno e disprezzandolo.
Sarà quindi necessario intraprendere un percorso con un professionista, che possa permettere di analizzare le radici del problema
attraverso terapie cognitivo-comportamentali, in grado di aiutare a comprendere l’origine delle cause, approfondendo il percorso di crescita per carpire le motivazioni alla base di questa esigenza.

 

Bitcoin, cos’è e come funziona il re delle criptovalute

Da dove viene Bitcoin? Chi lo ha creato? e a cosa serve? Chi è Satoshi Nakamoto?

L’adozione di Bitcoin, anche in ambiti istituzionali, sembra procedere lenta ma inesorabile. Ma cos’è e come funziona esattamente Bitcoin?
In precedenza abbiamo parlato di registro distribuito e algoritmi di consenso, queste sono le strutture tecniche che sono alla base del funzionamento della blockchain. Ma a parte le spiegazioni tecniche, vogliamo discutere di qual è l’uso di questa tecnologia, le sue caratteristiche specifiche e chi ha dato origine a Bitcoin.
Se ne parla molto spesso in contesti speculativi, tuttavia il progetto nasce per scopi ben diversi, che non hanno a che vedere col trading, bensì con la democrazia e il controllo delle valute.

White paper e Satoshi Nakamoto

Il white paper è un documento informativo che generalmente viene pubblicato da un’organizzazione, un ente o un’azienda. Lo scopo del libro bianco, è illustrare e promuovere un prodotto o un servizio che, ha come fine quello di risolvere un problema noto. Questi documenti hanno un linguaggio piuttosto esplicativo, tale da persuadere chi legge, a conoscere questo nuovo prodotto, servizio o tecnologia che sia.
Il white paper di Bitcoin, oltre a dare le informazioni tecniche, cui abbiamo fatto riferimento con i link ai precedenti articoli, descrive chiaramente il motivo dell’invenzione di questa tecnologia, ovvero risolvere il problema del cosiddetto double-spending e della fiducia tra le parti nel commercio elettronico.

L’unico pagamento disponibile attraverso mezzi di comunicazione, è attraverso un’intermediario che faccia da garante, nel caso di dispute. Problema ampiamente descritto nel White Paper di Satoshi Nakamoto

Per Satoshi Nakamoto, l’autore di questo documento, la necessità di un ente, che svolge il ruolo di garante, rende le transazioni più soggette alla truffa e ne aumenta i costi.
La doppia spesa, riguarda il problema dell’uso di una moneta digitale che non preveda la presenza di un intermediario.
Immagina di avere una banconota e di poterla duplicare al fine di poterla spendere più volte, nel caso del contante si tratterebbe di falsificazione, ma nel caso della moneta digitale, il disguido della spesa multipla, potrebbe essere molto più semplice da verificarsi. Questa blockchain è stata la prima a risolvere questa complicanza. In che modo?
Mediante l’utilizzo di una rete punto-punto, modello in cui è possibile inviare pagamenti direttamente nel conto a cui vogliamo. La rete crea un marcatore temporale sulle transazioni e questo meccanismo formerà una registrazione che non può essere modificata, se non con il benestare del 51% dei nodi che scrivono il registro. La catena sarà quindi prova incontrovertibile di una determinata transazione.

I pagamenti elettronici per gli acquisti su internet sono eseguiti attraverso le istituzioni finanziarie, che fungono da garanti. Sulla falsariga del sistema attuale, si soffre di alcune pecche fisiologiche basate sulla fiducia. É impossibile per le istituzioni evitare le dispute, questo genera maggiori costi di gestione che ricadono sul costo delle transazioni, questo onere eccessivo rende impossibile la praticabilità di piccole transazioni, motivi per cui ancora oggi non è possibile o è molto difficile fare acquisti online per somme irrisorie, o pagare il caffè con il bancomat in molti bar. I pagamenti, con i sistemi attuali, non sono irreversibili, e laddove esista una reversibilità di un pagamento, occorre la garanzia di un ente.

Chi è Satoshi Nakamoto, l’inventore della criptovaluta progenitrice del mercato?

Pensandoci bene, l’unico contesto in cui non è necessaria questa intermediazione, è nello scambio della moneta fisica, ma attraverso i mezzi di comunicazione elettronici questo modello non è ancora possibile.
Il white paper, propone quindi di sostituire la fiducia dell’intermediario con la prova crittografica al fine di permettere una negoziazione diretta tra le parti, schierando la transazione irreversibile come baluardo di protezione nei confronti dei commercianti e i depositi di garanzia, attraverso meccanismi di prassi, a protezione degli acquirenti.
Questo è ciò che promuove Satoshi Nakamoto nel suo documento. Ma chi è Satoshi Nakamoto?
L’inventore di Bitcoin è noto con questo pseudonimo. Nel 2008, ha pubblicato il suo documento informativo riguardante il protocollo a cui stava lavorando su The Cryptography Mailing list, rilasciando poi l’anno successivo la prima versione del client. Ha poi continuato a lavorare in via anonima con altri sviluppatori che si sono uniti al progetto, dichiarando come ultima comunicazione nel 2011, di aver lasciato il progetto per dedicarsi ad altre idee.
Negli anni, sono state fatte diverse congetture sulla possibile identità di Satoshi Nakamoto, tuttavia, non si sono mai avute prove certe al riguardo. Tutti i personaggi che sono stati nel mirino di chi è andato alla ricerca di chi fosse questo anonimo sviluppatore, hanno sempre respinto e negato tali tesi, a partire da Michael Clear, passando per Jed McCaleb e Elon Musk, fino ad arrivare ad Adam Back.
L’unica persona che ha dichiarato di essere Satoshi Nakamoto è stato Craig Steven Wright.
Wright è un imprenditore e informatico australiano. Per dimostrare di essere effettivamente lui il creatore di Bitcoin, ha portato come prova la firma di un messaggio con la chiave crittografata privata associata alla prima transazione sulla blockchain di Bitcoin. Ma neanche questo elemento, che sembrava mettere un termine alla vicenda, è stata accettata dalla comunità. Molti esperti di crittografia non ritengono questa una prova schiacciante, questa chiave si riferisce al secondo blocco anziché al primo mai creato.
Attualmente è in corso una causa. Wright si è dovuto difendere dagli eredi di David Kleiman, un suo collaboratore e amico con cui avrebbe creato Bitcoin. I fatti sono ancora tutti da accertare.

Qual’è il ruolo di Bitcoin? Qualcuno lo definisce oro digitale, conferendogli un ruolo di conservazione del valore, ma è davvero così?

Valuta o riserva di valore?

“Bitcoin è un tour de force tecnologico” dice Bill Gates. Probabilmente nemmeno il suo creatore si aspettava una tale crescita e diffusione. É sicuramente molto presto per parlare di adozione, ma per quanto possa subire una battuta d’arresto temporanea, lo status quo rappresenta il ben oltre la più rosea aspettativa di quanto potesse immaginare il suo stesso creatore.
Ma prima di affermare l’indiscusso successo del progetto, è necessario domandarsi quale sia il ruolo di questa tecnologia oggi. Si tratta di una valuta sovranazionale? O di una riserva di valore come l’oro? Qualcuno pensa che sia solo un asset speculativo, ma esaminiamo più a fondo la questione.
Al momento della scrittura di questo articolo, Bitcoin è alla nona posizione come asset più capitalizzato al mondo. A causa del fatto che al momento venga considerato più come un’attività o una risorsa, oltre che ai costi attuali delle transazioni e l’attuale media adozione da parte degli istituzionali, lo rende poco pratico come valuta di scambio. In futuro la situazione potrebbe cambiare, qualora la tecnologia si riuscisse a scalare, aumentandone la velocità e riducendone i costi, potrebbe fungere da moneta, ma attualmente non è così.

Molti degli investitori più assennati, sostengono la tesi del Bitcoin come riserva di valore. Anche questa versione è da vedersi forse proiettata nel futuro. La realtà dei fatti è che dal giorno della sua nascita, non ha fatto che salire di valore, è normale pensare che, chiunque abbia investito prima di 2 anni fa, oggi trovi i suoi risparmi incrementati. Oltre ad aver investito, chi ha riposto i suoi soldi nel re delle criptovalute, ha difeso il proprio capitale dall’inflazione che ogni anno, colpisce sempre di più le valute FIAT. Una logica che nel lungo termine non fa una piega, ciò nonostante nel medio o breve termine, non è un efficace mezzo di protezione del valore quanto l’oro o altre commodities, in quanto il suo prezzo può oscillare anche di un 50% per periodi non definiti.
Il bene rifugio per eccellenza è l’oro, che attualmente capitalizza ben 14 volte rispetto a Bitcoin.
Trattandosi di una tecnologia in fase di crescita, non è detto che un giorno non raggiunga tale capitalizzazione o che magari non la superi. Da questo ne potrebbe derivare una stabilità maggiore del prezzo, tale da renderlo un bene rifugio degno di questo nome.
Oltre agli investitori, ci sono i traders e speculatori vari, che vedono un’occasione di guadagno sfruttando le oscillazioni di cui si parlava poc’anzi.

Solo il futuro ci potrà dire cosa diventerà. Attualmente le diverse visioni della situazione possono essere tutte vere o meno, ma il punto di vista delle varie correnti di pensiero non c’entra nulla con quello che era il vero obiettivo di Satoshi Nakamoto, descritto nel suo white paper.

Prezzo

Il prezzo, è spesso motivo di discussioni infinite tra i vari analisti che cercano di comprenderne l’andamento di mercato, sia per questioni speculative che per cercare di immaginare il futuro di questo mezzo.

Il prezzo di Bitcoin è volatile, l’eccessiva volatilità lo rende uno strumento speculativo, nonostante i forti fondamentali sia da valuta di scambio che da riserva di valore, è solo questione di tempo?

Chiaramente, come per ogni asset esistente, il prezzo di ogni singolo Bitcoin varia in base a domanda e offerta.
Bitcoin ha un’offerta monetaria limitata, seppure che il suo andamento non è deflattivo ma inflattivo, la quantità totale di monete che potranno mai esistere è già definita.
Per questo motivo il prezzo tende a salire nel tempo, a causa del cosiddetto principio di scarsità che genera un continuo “supply shock“. Non è una coincidenza che le impennate di prezzo avvengano più o meno ogni 4 anni, quando avviene il dimezzamento delle ricompense che vengono distribuite ai miners per la convalida delle transazioni.
Maggiore sarà l’adozione e superiore sarà la salita del prezzo, ogni ente, azienda e/o governo che deciderà di utilizzarlo, se ne dovrà accaparrare una quantità che ovviamente viene sottratta al mercato, mettendo in risalto quel principio di scarsità che abbiamo appena citato.

Riconoscimenti e adozione di massa

Uno dei campanelli di allarme che ci può indicare se una tecnologia viene riconosciuta dal mondo comune, è la considerazione da parte di quelli che possono essere considerati investitori istituzionali.
Purtroppo, agli albori dell’uso di questa tecnologia, a causa soprattutto di una cattiva informazione, si credeva che lo scambio di criptovalute fosse associato e quindi adatto alle attività illecite.
In effetti sarebbe proprio tutto l’opposto, visto e considerato che il registro distribuito è a disposizione di chiunque, seppur che la privacy venga sempre tutelata, è possibile risalire a tutti gli indirizzi che svolgono qualsiasi tipo di transazione.
Dopo quest’esordio un po’ tortuoso, sono in tanti che tra gli uomini più ricchi del pianeta o governi e amministrazioni pubbliche, hanno deciso o stanno decidendo sempre più numerosi di detenere Bitcoin.
Come non citare tra tutti Michael J. Saylor, CEO di Microstrategy e i suoi continui acquisti da milioni di dollari. La Microstrategy Incorporated è una compagnia americana  che fornisce business intelligence, software mobile e servizi basati su cloud.
Nel giugno del 2021, l’azienda possedeva 105.085 BTC.  Ad oggi ne possiede un quantitativo maggiore, in quanto nei mesi successivi furono effettuati altri acquisti.
Elon Musk, CEO di Tesla, ha cambiato 2 miliardi di dollari del capitale sociale della sua nota azienda in Bitcoin, che oggi risulta la seconda detentrice di valuta al mondo. Nel primo trimestre del 2021 ha reso la possibilità di acquistare le auto Tesla in Bitcoin, per poi fare marcia indietro per una questione mediatica legata al consumo e al presunto inquinamento causato dal proof-of-work della blockchain di BTC, tuttavia, ha successivamente annunciato che prima o poi sarà ripristinata questa possibilità.
Su altri fronti invece, sempre nella prima parte del 2021, Coinbase, uno dei più grandi e longevi exchange del mondo delle criptovalute viene quotata in borsa al Nasdaq.
E la lista è ancora lunga. Visitando il sito di Buy Bitcoin Worldwide si possono consultare, nella pagina delle tesorerie, i più grandi investitori al mondo.

El Salvador, il più piccolo stato dell’America centrale legifera per rendere Bitcoin moneta a corso legale. Questo precedente farà da spartiacque per altre nazioni?

Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha reso Bitcoin moneta a corso legale nel settembre del 2021, dando la possibilità alla popolazione di ottenere un wallet e della valuta da poter spendere. Questo ha creato un precedente istituzionale fuori da ogni schema. El Salvador, con una popolazione di 66.3 milioni di persone, è lo stato più piccolo e più densamente popolato dell’America centrale. La sua economia è principalmente agricola, basata soprattutto sulle piantagioni in gran parte latifondistiche di caffè, mais e canna da zucchero. Dopo questa scelta del governo, si progetta una mining farm sfruttando l’energia del vulcano presente sull’isola.
Creatosi questo precedente, molte altre nazioni, ministri, senatori e parlamentari propongono di regolamentare le criptovalute o nei casi più estremi, di rendere Bitcoin a corso legale.
Lo scorso settembre in Arizona, la senatrice Wendy Rogers, ha sottoposto una proposta di legge che prevedeva Bitcoin come moneta a corso legale.
All’inizio dell’anno, il vice-ministro delle Comunicazioni della Malesia, Datuk Zahidi Zainul Abidin, ha espresso la volontà di rendere a corso legale le criptovalute.
Più di recente, in Brasile, l’amministrazione di Rio de Jainero, renderà possibile il pagamento delle tasse sugli immobili in Bitcoin. Mentre in Svizzera a Lugano, verrà reso a corso legale accanto alla moneta virtuale creata per la città, per questo motivo, si è tenuto l’evento “Lugano’s Plan B”.
Le proposte che si sono susseguite in varie parti del mondo sono tantissime ed è difficile, se non impossibile poterle elencare e documentare tutte.

Tutti questi cenni di riconoscimento e adozione sono avvenuti negli ultimi 2-4 anni, c’è ancora tanta strada da fare prima di capire quale sarà il futuro di questa tecnologia e di come e se impatterà anche sulla nostra vita quotidiana.

 

 

 

 

Rio, tasse sugli immobili in Bitcoin

Il ministro delle finanze Brasiliano, apre al pagamento delle tasse in Bitcoin

Il Ministro delle Finanze brasiliano, ha annunciato che dal 2023, le tasse relative agli immobili della città potranno essere saldate in Bitcoin.
La tassa sugli immobili della città nota come IPTU (Imposto sobre a propriedade predial e territorial urbana), rientra nelle leggi a favore dell’uso delle criptovalute che, avranno effetto dall’anno prossimo.
Lo aveva annunciato anche il Chicão Bulhões, Segretario per lo Sviluppo Economico, Innovazione e Semplificazione, attraverso un tweet con cui aveva interagito anche Changpeng “CZ” Zhao, CEO di Binance, dichiarando che il noto exchange avrebbe creato una sede nella regione.

“Nove giorni fa, ho stretto un accordo con il sindaco Eduardo Paes. Rio De Janeiro accetterà criptovalute per i pagamenti delle tasse e Binance aprirà un ufficio a Rio. Ha fatto la sua parte, stiamo lavorando alla nostra.”

Oltre a questi servizi, il sindaco preannuncia che in futuro le criptovalute, potranno sicuramente essere estesi ad altri servizi.