Un nuovo viaggio culturale e riflessivo mi ha portata presso il GAM di Torino, all’interno della mostra fotografica Word Press Photo 2022. Esposizione delle suggestive fotografie premiate nel più importante riconoscimento di fotogiornalismo al mondo.
Un’esposizione in cui la fotografia con la sua autorevolezza, compie un’indagine sulla realtà e l’attualità dei nostri tempi sotto forma di documento storico che, ci permette di rivivere le storie a noi contemporanee nelle sue molteplici sfaccettature.
La fotografia documentaria coglie quindi con occhi attenti, gli istanti più significativi delle storie ritratte, offrendo a noi spettatori, spunti di profonda riflessione. Una riflessione che ci permette di connetterci alle realtà a noi sconosciute, dando un significato alla fotografia dal punto di vista della nostra esperienza per mezzo del nostro bagaglio culturale. Contemporaneità evidente nelle forti tematiche trattate, infatti se per l’edizione 2021 il tema dominate era la pandemia e l’impatto che il COVID-19 ha avuto sulla popolazione mondiale con storie di speranza, resilienza e cambiamento sociale, per l’edizione 2022 tra i temi trattati troviamo la crisi in Ucraina, la crisi climatica e le possibili soluzioni ai problemi ambientali, la lotta per i diritti fondamentali dell’uomo, le lotte globali come la tutela della cultura indigena e il diritto all’istruzione.
Tra questi scatti documentari, predominati e di grande impatto emotivo, sono le storie di coraggio di popoli che si battono nonostante le critiche condizioni sociali e umanitarie, per difendere i diritti e conquistare la libertà di pensiero.
Durante la visita al museo è stato interessante vedere come i fotografi, sia nei progetti a breve che a lungo termine, ponendosi in stretto contatto con le realtà ritratte (a volte per settimane, a volte per mesi), hanno documentato attraverso la loro sensibilità, vite, momenti e realtà spesso al limite delle possibilità. L’intento è quello di dar voce a situazioni e realtà, per indagare e diffondere contenuti generando consapevolezza sulle questioni globali. Una presa di coscienza che consente una comprensione dei fatti reali e autentici, connettendo tutte le storie con il resto del mondo rendendole poi fruibili e parte di un circuito globale unico e solidale.
Vincitori e progetti fotografici
Negli scorsi anni i premi principali assegnati dalla giuria fotografica erano due, quest’anno sono stati integrati altri due premi per un totale di quattro:
World Press Photo of the Year, per la migliore foto singola, vinto da Amber Bracken con la foto “Kamloops Residential School”; World Press Photo Story of the Year, per la migliore storia, vinto da Matthew Abbott con il lavoro “Saving Forests with Fire”; World Press Photo Long-Term Project Award, per il miglior progetto a lungo termine, vinto da Lalo de Almeida con ”Amazonian Dystopia”; World Press Photo Open Format Award, per il miglior progetto Open Format, vinto da Isadora Romero per “Blood is a Seed”.
I progetti fotografici presentati, nascono da relazioni di breve o di lungo termine tra fotoreporter, popoli e realtà documentate. Realtà non sempre facili e libertà di espressione non sempre scontata perché in gran parte dei casi, lo svolgimento del loro lavoro è compromesso da continue minacce, censure e restrizioni.
Tra la densa raccolta fotografica del World Press, i progetti che più hanno colpito emotivamente la mia attenzione, sono stati quelli a lungo termine. Progetti intensi e travolgenti in cui lo spettatore viene trascinato nel pieno delle situazioni fotografate, diventando quasi partecipe degli eventi documentati.
Foto di Vasilli Kissilov scattata da Guillaum Herbaut nel Donetsk. Vasilli era alla guida del suo trattore quando ha urtato una mina ed è rimasto coinvolto in un’esplosione. Ha riportato diverse ustioni e contusioni oltre ad aver perso due dita dei piedi e due delle mani.
Uno dei primi che mi ha colpito in quanto ritratto di una realtà che ci ha travolti nella cronaca attuale, in un flusso di riflessioni riguardanti la guerra in corso in Ucraina, è stato quello del francese Guillaum Herbaut”Crisi Ucraina”. Progetto realizzato tra il 2013 e il 2021, in cui il fotografo compie un’indagine sulle tensioni ucraine tra l’Est e l’Ovest nonché causa che ha portato al conflitto attuale.
Documentazione basata sulle tensioni inasprite nel 2014, quando i russi hanno occupato la Crimea e i separatisti del distretto orientale del Donetsk e Luhansk hanno istituito delle repubbliche popolari autoproclamate. Situazione prolungata fino all’aprile del 2021, quando la Russia ha radunato forze militari al confine con l’Ucraina. Vietando poi l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, la situazione precipita e il 21 febbraio del 2022 il presidente Putin riconosce formalmente l’indipendenza dei due paesi occupati Donetsk e Luhansk, ma tre giorni dopo, la Russia lancia l’invasione dell’Ucraina su grande scala.
Nell’immobilità dei suoi scatti tra manifestanti in protesta, operosità di donne che cuciono tenute mimetiche per i soldati ucraini, contadini colpiti da mine nei campi, si evince un’ostilità palpabile attraverso gli sguardi e il vissuto dei cittadini ritratti, in cui la distruzione diventa protagonista invadendo ogni aspetto della vita.
Altro progetto a lungo termine intenso è stato quello riguardante il Nord e Centro America del fotoreporter Louie Palu “Anno politico zero”. Racconta l’instabilità politica e sociale durante l’ultimo anno di presidenza di Donald Trump. Malcontenti creati tra i suoi sostenitori, sfociati poi nell’insurrezione che ha dato vita all’occupazione del Campidoglio di Washington DC. Attraverso le foto in bianco e nero, Palu, ritrae la tensione dei manifestanti mentre i rivoltosi fanno irruzione nell’edificio del Campidoglio per contestare la vittoria elettorale del presidente Joe Biden. Rigidità e instabilità celebrati mediante l’uso del bianco e nero, per esaltare quasi l’immobilità instabile di un governo in bilico.
Sulla scia della stessa tecnica, altro progetto coinvolgente e stato quello che pone uno sguardo profondo sull’America meridionale “Amazonian Dystopia” del fotogiornalista Lalo de Almeida, nonché premio per i progetti a lungo termine.
Con le sue toccanti fotografie in bianco e nero, Almeida racconta gli eventi che minacciano la foresta pluviale amazzonica, la devastazione, le conseguenze sull’intero ecosistema e sulle comunità autoctone tra deforestazione, sviluppo infrastrutturale, estrazione mineraria e politiche ambientali regressive del presidente brasiliano Bolsonaro.
Foto che ritraggono la speranza di donne e bambini inermi della comunità Pirahã in cerca di sostegno, cani affamati davanti ad un negozio di carni e situazioni che descrivono l’impatto dei
Foto del 21 settembre 2016. Donne e bambini della comunità Pirahã a Humaità nell’Amazzonia in Brasile, guardano passare gli autisti sull’autostrada nella speranza che qualcuno gli possa offrire snack e bibite.
cambiamenti climatici sulla società, ma soprattutto il degrado dell’ambiente e dello stile di vita.
Il bianco e nero trionfa tra gli scatti potenti del World Press. La tecnica monocromatica e la potenza espressiva, fanno delle fotografie documentarie vere e proprie opere d’arte, in cui lo studio della luce, della composizione e dei toni, si mescolano dandoci la possibilità di vedere come il mondo può tradursi in un’infinità di sfumature di grigio, luci e ombre. Proprio come diceva il grande Gianni Berengo Gardin a proposito delle sue fotografie scattate durante il suo tour tra le città italiane, il bianco e nero non distrae, ma è più efficace perché a differenza del colore, che tende a distogliere chi guarda una foto, si concentra più sul contenuto.
La tecnica monocromatica, elimina quindi, il dettaglio a colori e crea spazio nell’immaginazione dando senso e comunicatività all’immagine.
Il coinvolgimento della fotografia in bianco e nero in queste foto, risulta molto evocativo perché sottrae il dettaglio visivo esaltando l’atmosfera in cui i contrasti chiaroscurali attraggono lo sguardo che si immerge nello stato d’animo dei soggetti.
Restando sulla carica espressiva della tecnica, altro progetto travolgente a lungo termine è stato quello riguardante il Sud-Est Asiatico e l’Oceania, della fotografa indonesiana Abriansyah Liberto “Foschia”.
Scatti concepiti come campagna di sensibilizzazione, raccontano gli incendi boschivi che hanno colpito negli ultimi anni l’Indonesia ma in particolare la nube e gli effetti negativi che, la foschia creata dalle fiamme e le polveri sottili trasportate dal vento, possono avere sulla salute umana penetrando a fondo nei polmoni.
In questi scatti in bianco e nero si percepisce la sensibilità dell’autrice al tema e quindi la sofferenza di un popolo che a causa di una produzione sempre più massiccia, legata allo sfruttamento dei terreni da parte delle grosse compagnie per la produzione di olio di palma, vive i danni provocati dal comportamento scellerato dell’uomo. Il disboscamento come causa principale di diffusione di incendi e la siccità che espone maggiormente il terreno agli incendi.
Le foto presentano stralci di vita del popolo indonesiano, tra la disperazione di una donna che osserva la lastra dei polmoni malati di sua figlia, la fuga di massa e l’operosità degli addetti in azione per domare le fiamme.
Tanti sono gli autori che hanno documentato situazioni di pericolo e distruzione ambientale al fine di sensibilizzare le coscienze sul tema, proponendo allo stesso tempo soluzioni al problema, affiancando atteggiamenti legati alle tradizioni popolari a soluzioni contemporanee legate alle nuove tecnologie, al fine di prevenire gli incendi di ogni natura.
Altro esempio in questo ambito lo si nota nel reportage dell’australiano Matthew Abbott “Saving Forests with Fire“, vincitore del premio World Press Photo Story of the Year. Qui l’autore racconta l’antica pratica del cool burning adottata dai nativi australiani Nawarddeken, per produrre incendi controllati e bruciare strategicamente la terra. In questo modo le fiamme si spostano lente, bruciando il sottobosco, eliminando così l’accumulo di anidride carbonica combustibile che alimenta gli incendi e il riscaldamento globale.
È interessante vedere come un popolo diventa consapevole del proprio agire, facendo del fuoco un potente strumento che funge da guida come fonte luminosa per la caccia e l’approvvigionamento dei beni primari, oltre che mezzo per gestire e controllare in piena sicurezza la propria terra.
Tra un’osservazione e l’altra, un bellissimo reportage che merita una riflessione, è quello sull’Africa del fotografo nigeriano Sodiq Adelakun Adekola, il quale mette in luce un tema affrontato con proteste internazionali solo nel 2014, ma ad oggi poco dibattuto dai media. Tema riguardante il diritto allo studio e alla libertà di espressione, indagando sui rapimenti di studenti da parte di bande islamiche armate nelle scuole nigeriane. Sequestri di ragazzi e ragazze mirati a combattere il secolarismo occidentale, al fine di aggiudicarsi facili accessi con i riscatti ed inoltre negoziare la liberazione dei membri del terrorista nigeriano Boko Haram in carcere.
La collezione di Yael Martinez “Il fiore della montagna rossa di Guerrero”, esposta presso GAM di Torino. Il messico è il terzo produttore di oppio al mondo. Il guerrero è l’economia della droga che ha fatto si che oltre la metà dei nativi e delle famiglie agricole si convertisse alla coltivazione del papavero come mezzo di sostentamento.
Un reportage a colori dai forti contrasti ritrae ambienti in cui l’assenza fisica ed emotiva diventa presenza palpabile e filo conduttore della raccolta fotografica. Tra le classi ormai prive di studenti e la disperazione delle madri, il fotografo esalta il trauma e la paura profonda dei giovani e delle famiglie nei villaggi nigeriani.
Tra un progetto e l’altro, l’attenzione si sofferma sul formato aperto del Nord e Centro America del fotografo messicano Yael Martinez “Il fiore del tempo: la Montagna Rossa di Guerrero”. Indagine sull’economia della droga nonché su coltivazione, produzione, commercio e sull’influenza di quest’ultima nella struttura sociale delle comunità agricole native. Scatti insoliti perché caratterizzati da un’alterazione del supporto fisico, su cui il fotografo applica graffi e scorciature di colore rosso per rappresentare il trauma e il maltrattamento del fiore del papavero durante l’estrazione dell’oppio. L’uso contrapposto del colore, se da un lato rappresenta la violenza e il sangue del mercato del narcotraffico, dall’altro rappresenta la vita nonché mezzo di sostentamento e di rinascita per molte comunità.
Tra gli scatti che però mi hanno emozionato maggiormente, troviamo i singoli di Konstantinos Tsakalidis “Bloomberg News” e di Amber Bracken “Kamloops Residential School”, pubblicata per il New York Times e vincitrice del premio World Press Photo of the Year.
Nel primo caso il greco Tsakalidis si concentra su diverse sfaccettature del tema del riscaldamento globale, quindi sui cambiamenti climatici, la gestione degli incendi ma in particolare sugli incendi boschivi che hanno colpito il villaggio di Gouves nell’isola greca di Evia l’8 agosto del 2021. Tsakalidis coglie nel suo scatto la disperazione di una donna che abbandona la sua casa per sfuggire alle fiamme che nel frattempo avvolgono l’intera isola. Incendio che sarà poi domato in quasi due settimane e salverà dal rogo la sua abitazione. Il fotografo, coglie tutto il carico dell’angoscia e della disperazione del momento e l’incapacità di reagire.
Uno scatto che mi ha coinvolto emotivamente perché carico di pathos, in cui la disperazione della donna in primo piano e le linee prospettiche della strada che si apre nel centro dell’inquadratura, aprono lo sguardo sullo spettatore che prende parte all’incendio in uno stato di apprensione. Sguardo con cui ci si immedesima visivamente ed emotivamente.
Nel secondo caso, troviamo uno scatto realizzato nella scuola di Kamloops, in cui sono presenti abiti rossi appesi alle croci lungo una strada per commemorare i bambini morti nella scuola di Kamloops Indian Residential School, istituzione per integrazione dei piccoli indigeni. Celebrazione fotografica di un luogo in cui sono state scoperte circa 215 tombe. Immagine potente, in cui si percepisce un silenzio inquietante ma simbolico, dove prendere consapevolezza degli avvenimenti legati ad una storia vergognosa in cui 4.100 studenti sono morti mentre erano nelle scuole a causa di maltrattamenti, negligenze, malattie o incidenti.
È un tipo di immagine che si insinua nella tua memoria, ispira una sorta di reazione sensoriale. Potevo quasi sentire la quiete in questa fotografia, un momento tranquillo di resa dei conti globale per la storia della colonizzazione, non solo in Canada ma in tutto il mondo
Rena Effendi, Presidente della giuria globale
Ultimo lavoro oggetto del mio coinvolgimento emotivo è stata la Menzione d’Onore di Mary Gelman, legata al tema della disabilità e alla sindrome di Down. Una storia fotografica dolce, frutto di una stretta collaborazione tra l’autrice e la coppia di cinquantenni
Mary Glam ha ricevuto la menzione d’onore al Word Press Photo Exhibition 2022 esposta al GAM di Torino. La sua esposizione di alcuni scatti di momenti di vita quotidiana di Minya e Tatyana.
. Esalta la resilienza e l’audacia di due persone affette dalla sindrome di Down, ritratte con le mani in pasta durante un momento ricreativo.
Anche qui, si pone lo sguardo su una realtà a volte al margine della società e sull’importanza del come l’integrazione e la partecipazione attiva delle persone più deboli alle attività della vita quotidiana possano valorizzarne le capacità, resistendo e respingendo ogni forma di discriminazione.
Insomma è stata un’esperienza visiva dai contenuti forti, che mi ha permesso di apprendere situazioni socio culturali prima sconosciute e di riflettere sull’importanza del lavoro compiuto dai fotoreporter. Reporter che, anche in condizioni estreme, si adoperano per documentare e diffondere contenuti meno noti. Archivi fotografici che riescono a smuovere le coscienze, rendendoci responsabili ma anche vulnerabili davanti agli avvenimenti su cui dovremmo soffermarci a riflettere per essere più responsabili e agire coscientemente, nel rispetto degli altri e del pianeta che ci ospita.
Una lotta per rendere la comunicazione libera e accessibile a tutti per un mondo libero da abusi, soprusi e schiavitù.
Lo dobbiamo a coloro che stanno dando la vita lottando per i diritti fondamentali, i quali non solo sognano un mondo migliore, ma lottano instancabilmente per realizzarlo
Perchè intraprendiamo delle relazioni tossiche? Come riconoscerle e come uscirne? Torna l'argomento di psicologia con Superchio
Quando siamo in una relazione tossica, siamo gli ultimi a pensare o ad accorgerci che la nostra possa essere proprio una di queste.
È tutt’altro che facile riconoscere questo genere di relazioni quando la percezione emotiva è alterata, come quando si è coinvolti. È molto più semplice invece riconoscere quelle degli altri.
Ma perché è così difficile riconoscerle? Intraprendere una relazione tossica, è spesso un modo per appianare le nostre difficoltà. Mettersi in modo naturale in una situazione di comfort che ci permette di non confrontarci con un mondo che sarebbe diverso da quello che abbiamo idealizzato.
Se da un lato è giusto non vivere sempre le difficoltà di una condizione non congeniale alla nostra persona, dall’altra, essere inclini a non mutare mai la situazione e non affrontare mai qualcosa di diverso, ci impedisce di crescere.
Un particolare perversamente positivo
Quando siamo tristi e non siamo contenti della nostra vita, può capitare di pensare o dire che qualcosa di superiore sia contro di noi. Ti dici che le cose non vanno bene perché “sei sfortunato“, perché “capitano sempre tutte a te“. Nonostante tu creda di essere una persona che cerca di fare le cose per il verso giusto, ti imbatti in un disegno di eventi sfavorevoli, che a volte si ripete inesorabilmente.
Le relazioni tossiche non iniziano necessariamente con situazioni negative. Tutto può iniziare con grande entusiasmo e con la sensazione che l’altro colmi le nostre lacune.
Può sembrare banale quello che sto per dirti, ma nella maggior parte dei casi, quello che ci succede è ciò che attiriamo con il nostro comportamento e con la nostra predisposizione mentale.
Non si tratta di dare la colpa a qualcuno, ma di un dato di fatto.
Ti sei mai chiesto qual è quel particolare PERVERSAMENTEpositivo quando scegli il tuo partner o le persone a cui permetti di entrare più in profondità nella tua vita? Ci innamoriamo di chi ci fa sentire a nostro agio e rende meno evidenti quelli che sono i nostri punti deboli, dandoci la sensazione di completarci. Un partner irresponsabile ed egoista ma autodistruttivo potrebbe metterci estremamente a nostro agio, seppur infelici, qualora soffrissimo della sindrome della crocerossina. Vogliamo accudire qualcuno e guidarlo, non essere guidati.
Se non sei cosciente di essere vittima della sindrome della crocerossina, o anche ne fossi cosciente, dovresti avere una grande forza di volontà ed uno spiccato spirito autocritico per non scegliere un partner complementare a questa tua caratteristica.
Questo era solo un esempio per rendere chiaro come avviene l’errore, e l’eventuale reiterazione.
Per avere ciò che non hai mai avuto, dovresti fare o pensare in un modo che non hai mai adottato.
Caratteristiche e segnali
Le relazioni tossiche possono essere tali anche in amicizia, a livello professionale, o come di quelle di cui stavamo parlando, amorose. Si tratta di situazioni subdole perché all’apparenza può essere tutto liscio, non è necessario che ci siano profondi disaccordi, litigi e scontri, sono più degli stati mentali e relazionali, che avvelenano lentamente ma in modo inesorabile.
L’inizio della relazione non è caratterizzato da particolari estremamente negativi, ma generalmente è accompagnato da un grande entusiasmo. Tuttavia ad un certo punto le cose iniziano a precipitare, quando una delle parti inizia a creare disagio nella controparte più stabile e remissiva. Un amico potrebbe diventare da piacevole e comprensivo a invadente e soffocante, o un partner da geloso e affettuoso a freddo e distaccato.
È qui che iniziano le sabbie mobili di una relazione tossica, entra in gioco uno degli errori cognitivi più comuni e conosciuti, l’avversione alla perdita. Con avversione alla perdita, si intende la normale propensione di moltissimi individui ad avvertire molto più forte la perdita rispetto al guadagno. Questo ti spinge a restare nella tua comfort zone e a mantenere lo stato attuale, sotto la falsa illusione che senza l’altra persona la tua vita non abbia più alcun senso.
L’individuo al centro della nostra attenzione, diventa l’investimento principale di tutte le nostre risorse mentali. Rimuginare continuamente sulle sue possibili reazioni diventa l’impiego centrale della giornata, ci si sente sempre tesi e stanchi, nella costante preoccupazione di dover fare di più per migliorare la condizione dell’altro. Si perdono totalmente di vista le proprie esigenze.
È troppo difficile accettare che il tempo e gli sforzi condotti che hanno portato te e il tuo partner nelle condizioni attuali, siano stati tutto tempo sprecato. Questo mette in moto la cosiddetta fallacia dei costi sommersi, ovvero l’accettare condizioni che normalmente non si sarebbero mai accettate, per rimanere e tentare di recuperare una situazione che nella maggior parte delle situazioni non restituisce alcun risultato.
Una relazione tossica si basa sul conflitto, sulla competizione e sulla mancanza di gioco di squadra e di coesione.
Questo ha a che fare con l’effetto dotazione. Vi è mai capitato di spolverare tra vecchi oggetti inutili che non utilizzate più? In realtà non valgono molto per voi, sono vecchi, rovinati e spesso inutili, ma facciamo fatica a liberarcene perché sono di nostra proprietà e dovremmo separarcene, seppur che non utilizzandoli ne siamo già separati, ma idealmente è molto più difficile.
Non sto paragonando una persona ad un oggetto impolverato in qualche cassetto di qualche cantina umida e dimenticata da dio, è solo un esempio pratico di come funziona la nostra mente. Purtroppo alcune volte dovremmo prendere le distanze dalle persone che ci fanno soffrire perché, laddove non ci sia empatia, c’è solo egoismo distruttivo e l’unico modo per sopravvivere è pretendere il proprio spazio.
Come reagire?
Ciò che è necessario comprendere se ci si trova in quanto descritto, è che è evidente che le nostre necessità ci portano a creare tutto questo.
Averlo capito non è una soluzione, perché le nostre scelte derivano da una mancata consapevolezza e da una non accettazione di quella che è la realtà oggettiva rispetto a quella idealizzata. Riuscire quindi a rifiutare ciò che non è un bene per noi, rinunciando ad una convinzione o ad un preconcetto, è qualcosa che va affrontato in un percorso con un professionista, sempre che non si disponga di grande lucidità e di una enorme forza di volontà.
È necessario ridare importanza a tutte quelle attività a cui si ha rinunciato per andare incontro alle necessità di qualcun altro. Dare il giusto valore alla relazione e capire che non è necessario immolarsi sull’altare del sacrificio continuo per mantenere un rapporto intatto.
I rapporti possono funzionare senza la necessità del continuo tentativo di incontrare i bisogni altrui. Questo non significa fare ostracismo, ma che ci si possa sentire da entrambe le parti soddisfatti e sereni semplicemente tendendo la mano verso l’altro, nei limiti del rispetto delle esigenze della propria persona e della propria emotività.
Una relazione tossica può diventare sana, soltanto se entrambe le parti hanno la capacità e la forza di cambiare le proprie abitudini e il loro modo di vivere la quotidianità, diversamente la situazione può solo peggiorare.
A volte l’unica via sensata, laddove non ci sia riflessione, pazienza e collaborazione, è quella di prendere le dovute distanze dalle persone che creano un rapporto di subordinazione a discapito del nostro benessere.
Abbiamo affrontato in articoli precedenti il concetto di blockchain e di algoritmi di consenso. Conoscendo le basi trattate in questi articoli, parleremo ora del concetto di livelli relativamente alle reti blockchain.
Lo scopo non è quello di trattare la materia con concetti troppo tecnici, che risulterebbero poco chiari. Vogliamo rendere alla portata di tutti la possibilità di distinguere un progetto da un altro, una rete da un’altra o un’innovazione da un’altra.
Attualmente tra i progetti più conosciuti ed avviati esistono architetture descrivibili in tre tipi di livelli che vengono spesso indicati con il nome di layer 0, layer 1 e layer 2. Il concetto di blockchain è nato con Bitcoin, che è un layer 1.
Un livello 1 è ciò di cui non si può proprio fare a meno.
Lo sviluppo ha portato alla creazione degli altri due, al fine di migliorare il funzionamento del primo o ampliarne il velocità e l’interoperabilità.
Layer 0
Questo è il livello che sta alle fondamenta di qualsiasi network, è alla base della piramide. Da qui è possibile interfacciare la rete tradizionale con le blockchain, esegue i protocolli e fornisce un’architettura fondamentale per il trasferimento dei dati.
Per fare un esempio pratico possiamo citare la blockchain di Polkadot, che viene definita come un Layer 0. La catena principale supporta le altre chain, dette “parachain” , e funge da ponte di comunicazione tra diverse catene di livello 1.
Questa idea è considerata tra le più promettenti in quanto risolve il problema dell’interoperabilità tra le varie Chain. Condividere applicazioni e informazioni in modo sicuro tra due ecosistemi diversi, al momento è impossibile se non attraverso l’uso di bridge che non sono considerati un baluardo di sicurezza.
Attualmente l’architettura delle blockchain più diffuse ed utilizzate è formata generalmente dai livelli descritti nella piramide.
Altre blockchain che nascono come progetti analoghi sono Cosmos, Moonriver e Karura.
Layer 1
Il primo concetto di livello che è stato identificato su reti blockchain è proprio il livello 1. È quello che è stato sviluppato prima di tutti precedentemente al livello 2, concepito per aumentare le funzionalità e le capacità del livello 1. Per essere più specifici, la blockchain di Bitcoin è un layer 1.
Questo livello è in assoluto il più importante, è la comune catena pubblica e può funzionare indipendentemente senza gli altri livelli. Nonostante esistano diversi Layer 1, ogni ecosistema ha la sua struttura e i suoi meccanismi che possono differire anche in maniera piuttosto consistente.
Per fare un esempio pratico, Bitcoin è un registro distribuito con algoritmo di consenso Proof-of-Work, mentre Cardano ha un algoritmo di consenso Proof-Of-Stake. Si tratta in entrambi i casi di Layer 1, ecosistemi completi e indipendenti, ma con caratteristiche enormemente differenti. Questo tipo di differenza rende differenti il numero di nodi, il consumo elettrico, la scalabilità e una serie di fattori che andrebbero analizzati in modo approfondito a seconda del caso.
Per quanto riguarda lo sviluppo di applicazioni, questo avviene principalmente su Layer 1. Non tutti i Layer 1 però, rendono la possibilità di sviluppare degli smart contract. Bitcoin non prevede la possibilità di farlo, mentre la rete Ethereum fornisce la possibilità di sviluppare delle vere e proprie applicazioni decentralizzate già sul livello 1.
Ethereum ha costruito con successo un’enorme ecosistema con un certo numero di eccezionali applicazioni di livello superiore, come Uniswap che è essenzialmente uno scambio di token distribuito, oppure la piattaforma Opensea che è il più grande mercato NFTesistente. I token su Ethereum seguono lo standard ERC-20 e gli NFTseguono lo standard ERC-721 definito dall’ecosistema. Ethereum offre ovviamente strutture, protocolli e standard di base molto comuni, adattabili e ben riconosciuti. Tutto questo è su Layer 1.
Nonostante il potenziale sia eccezionale, questa non sembra essere la soluzione migliore per lo sviluppo di un ecosistema. Negli anni sono stati sviluppati i 3 livelli che aumentano velocità, scalabilità e sicurezza. I problemi più critici di Ethereum sono la bassa velocità e i costi, le gas feeeccessivamente elevate, il famoso trilemma di cui abbiamo già parlato in articoli precedenti.
Opensea, il più grande mercato NFT esistente attualmente funzionante sia su Layer 1 Ethereum che su Layer 2 Polygon
La nascita di diversi Layer 1 come Fantom, Avalanche, Cardano, Solana e molti altri, hanno chiaramente incoraggiato lo sviluppo di soluzioni migliori. Tuttavia il continuo nascere di nuovi ecosistemi paralleli sta creando uno spreco di risorse e delle falle di sicurezza non indifferenti. Il Layer 0 nasce per rimediare proprio a questo limite dei Layer 1 di poter scambiare informazioni cross-chain.
Layer 2
I layer 2 sono per il momento la parte più alta della piramide e sono costruiti sui Layer 1. Sono stati concepiti principalmente per risolvere il problema di scalabilità del primo livello, eseguendo tutte le operazioni fuori catena e riportando su Layer 1 solo il risultato, per una semplice registrazione ed elaborazione. Il peso del lavoro sul livello 1, in questo modo viene estremamente ridotto, aumentando la velocità di verifica delle transazioni e abbassando i costi.
Uno dei principali progetti nel panorama delle criptovalute è Matic network, rebrandizzata Polygon, che ha reso la possibilità di creare delle Side Chain su Ethereum. Essendo Ethereum in assoluto l’ecosistema più longevo e utilizzato le soluzioni sono sempre state maggiormente studiate per risolvere i problemi di questo progetto.
Per citarne alcuni, Arbitrum è un progetto molto rappresentativo per quanto riguarda Side Chain Roll Up oppure Immutable X, incentrato principalmente sul concetto di GameFi ed NFT.Optimistic Roll up e State channel sono quelli più comunemente usati nei progetti Layer 2, ma ce ne sono di diversi tipi. Lighting Network su Bitcoin può essere considerato un Layer 2.
La principale differenza a livello architetturale tra un Layer 1 e un Layer 2 riguarda i nodi. Eseguono determinati compiti fissi e distribuiti in una certa misura di modo che l’algoritmo di consenso funzioni. Tutto questo con una flessibilità maggiore rispetto ad un Layer 1.
Essenzialmente, le catene di livello 2 ereditano e si basano sulle catene di livello 1 per la parte di sicurezza della catena.
Conclusioni
I Layer 1 sono i primi ad essere stati concepiti, definiscono protocolli e standard e supportano le applicazioni decentralizzate. L’ecosistema in tutte le sue caratteristiche è definito proprio da questo livello, che è strutturato con un processo di verifica delle transazioni rigorosamente a carico dei nodi partecipanti.
Il Layer 0 è la base dell’architettura e funziona da supporto delle catene pubbliche, un perfetto snodo comunicativo tra diversi Layer 1.
Infine i Layer 2 sono costruite principalmente per aiutare il livello 1 a fini di scalabilità.
Probabilmente in futuro lo studio e lo sviluppo delle architetture e la domanda di servizi che muterà nel tempo, porterà a cambiare ulteriormente l’architettura delle blockchain come le conosciamo oggi. Una metamorfosi che hanno già conosciuto le architetture delle reti internet.
Cheesecake fredda con frutti di bosco Ipimaio stop
Quando il caldo inizia a farsi sentire, una cheesecake fredda come dessert è l’ideale.
È un dolce che viene apprezzato sia in Italia che all’estero, ne esistono una non ben precisata quantità di varianti.
Quella che vi mostreremo qui è fatta con farcitura ai frutti di bosco, ma c’è chi preferisce altro. I frutti di bosco sono stati scelti per un gusto estetico, è possibile farla con la farcitura superiore al cioccolato, fragole, nocciole, marmellata, insomma il limite è dettato solo dalla vostra fantasia.
Questa è la versione fredda, ma è possibile anche farla cotta. L’originale cheesecake newyorkese è cotta in forno e prevede l’uso di uova e crema di latte.
Se ti fosse più facile reperire un formaggio fresco che reputi più gustoso o più sano, è possibile sostituire il formaggio spalmabile.
Ingredienti e procedimento
In fondo all’articolo il video in stop motion, mostra il procedimento della ricetta. Il video è puramente indicativo da associare alle informazioni di questa ricetta.
La cheesecake è stata fatta in una teglia di 18 centimetri a cerniera, che rende più semplice spostarla in un secondo momento. Nel caso in cui ne venga scelta una di un diametro superiore andranno calcolate le giuste proporzioni.
150 gr di biscotti digestive
90 gr di burro, per i vegetariani può essere sostituito da burro di cacao o burro di soia
300 gr di formaggio spalmabile, nel video è stato utilizzato il Philadelphia
200 ml di panna fresca
50 gr di zucchero a velo
2 fogli di gel alimentare, colla di pesce, o qualsiasi altro addensante come la maizena
una bustina di vanillina o bacche di vaniglia
frutti di bosco q.b.
Prima di tutto tritare o schiacciare i biscotti fino a renderli uniformi, una volta ottenuta la polvere di biscotti, amalgamare tutto con il burro fuso. Creare la base all’interno della teglia con i biscotti uniti al burro fuso e mettere in frigo circa un’ora per farlo solidificare.
Intanto tenere da parte una minima parte della panna, intorno ai 40-50 ml, per renderla tiepida e scioglierci dentro successivamente l’addensante.
In una ciotola in cui è possibile mischiare bene con la frustra o con lo sbattitore, mettere insieme il formaggio, la panna e lo zucchero ed amalgamare fino ad ottenere un composto omogeneo.
Quando il composto sarà pronto, mettere a bagno un foglio di colla di pesce che in genere deve restare a bagno una decina di minuti e iniziare a scaldare la panna. Trascorsi i 10 minuti, sciogliere il foglio nella panna tiepida e unirlo al composto montato precedentemente.
Nel caso in cui hai deciso di utilizzare un altro addensante vegetale, limitati a scaldare la panna rimanente e scioglilo all’interno, per poi unire tutto al composto.
Quando avrai amalgamato l’addensante con formaggio, panna e zucchero, versa tutto sulla base fatta con i biscotti lasciata solidificare nel frigo. Una volta appiattito il formaggio rimetti tutto in frigo e lascia addensare per 4-5 ore.
Nel frattempo prepara la marmellata che farà da base ai frutti di bosco. Una piccola parte dei frutti verrà tritata a cui sarà aggiunto l’addensante (che sia colla di pesce o altro), oppure puoi farla stringere con lo zucchero come normale confettura.
Spalmare la confettura sulla base superiore della cheesecake e aggiungere il resto dei frutti di bosco.
Rimettere in frigo ed aspettare il tempo necessario che si raffreddi.
Pensieri Lenti e Veloci un libro di Daniel Kahneman Edito da Mondadori
Con un articolo su questo libro inauguriamo la categoria delle recensioni libri.
Ho deciso di leggere questo libro per approfondire alcuni aspetti dell’emotività. Meccanismi mentali e reazioni a cui non ho mai dato tanto peso, ma che da sempre avrei voluto comprendere meglio.
Tutti viviamo situazioni di tensione emotiva e abbiamo personalissimi modi di giudicare le nostre stesse reazioni e quelle degli altri.
Conoscere meglio il funzionamento della mente umana può essere molto utile, le nostre emozioni certe volte ci impediscono di ottenere dei risultati nelle attività che svolgiamo.
Ci serve il giusto stato mentale.
Se vi siete mai sentiti impotenti di fronte al vostro istinto, questo è il saggio giusto per voi.
L’autore
L’autore di questo fantastico libro non ha di certo bisogno della mia presentazione, ma voglio parlarne perché, per chi non lo conosce, vale la pena saperne di più. Kahneman è uno psicologo israeliano, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 2002 insieme a Vernon Lomax Smith, un economista statunitense. Cresciuto a Parigi, con l’occupazione tedesca della Francia nel 1940 vive l’esperienza dei bambini dell’olocausto, suo padre viene deportato in quanto ebreo, ma viene rilasciato dopo poche settimane.
Nel ’48 ritorna a vivere in Israele poco prima della creazione dello stato di Israele.
Parliamo di uno dei fondatori della finanza comportamentale, professore all’Università di Princeton.
Daniel Kahneman psicologo israeliano, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 2002. Professore all’università di Princeton. Uno dei fondatori della finanza comportamentale
Anche se non hai dimestichezza con la finanza, questo non ti pregiudica la comprensione degli argomenti affrontati da Daniel Kahneman. Anche dove si fa deliberatamente riferimento all’ambito economico, i temi vengono comunque ribaltati sulla vita quotidiana degli individui comuni e non solo di chi compie scelte finanziarie. In fin dei conti, chiunque abbia un lavoro e una casa, compie scelte finanziarie di qualche tipo.
Collaborò per diversi anni con Amos Tversky, anche lui psicologo israeliano e pioniere della psicologia cognitiva.
Il saggio
I principali argomenti trattati nel libro, derivano proprio dalle conferme, anni dopo, di molte ricerche che Kahneman svolse proprio insieme adAmos Tversky.
La scrittura è molto colloquiale e confidente, racconta oltre ai concetti e ai test sui campioni di soggetti, molti ricordi, aneddoti su accordi e disaccordi con altri ricercatori, sorprese e lampi di genio, come se fossi seduto al bar con un vecchio amico che discorre sui bei tempi andati.
Ci si affeziona alla personalità dell’autore.
Amos Tversky, suo collaboratore che non vide mai le conferme del mondo scientifico a molte delle teorie che stilarono insieme, venne a mancare nel 1996 a causa di un melanoma metastatico. Tversky, oltre ad essere un collaboratore era un grande amico di Daniel. Si può percepire tutta la sua malinconia nel non poter condividere le gioie dei riconoscimenti riguardo le loro ricerche.
I protagonisti del libro di Daniel Kahneman sono dapprima due personaggi fittizi, il veloce ed intuitivo “sistema 1” ed il lento, pigro e rigoroso “sistema 2”, successivamente due specie differenti, gli Umani che vivono sulla terra e gli Econ che vivono nel mondo della logica e della razionalità, per arrivare infine ai due sé, quello esperienziale che ci fa vivere il momento e quello mnemonico che segna i punti.
La prima parte del libro è molto semplice da capire, la disamina sui due sistemi è molto chiara e alla portata di tutti.
Dopo essermi fatto ingannare con un paio di illusioni visive, mi ha fatto capire immediatamente quanto sia pigro il mio “sistema 2” con il quesito della mazza e dalla palla, che insieme costano 1,10 dollari, ma la mazza costa esattamente un dollaro più della palla, quindi quanto costa la palla?
Beh, per me è stato chiaro fin dall’ultima lettera del quesito che la mazza costasse sicuramente più di un dollaro e la palla meno di 10 centesimi. Tuttavia il mio “sistema 1” mi ha subissato di suggerimenti immediati e sbagliati. Ad occhio sembra che i prezzi fossero rispettivamente 1 dollaro per la mazza e 10 centesimi per la palla, ma non è così.
La potenza di questo saggio è quello di introdurre quelli che sono i tuoi limiti come essere umano e dimostrarteli seduta stante.
La prima risata mi viene estorta dalla sostituzione dei quesiti. A volte quando un quesito ci sembra difficile lo sostituiamo con qualcosa di più semplice, l’ho visto fare mille volte ad altre persone e l’ho fatto altrettante mille volte anche io.
Si passa per associazioni, fluidità cognitiva, flow, priming, matching di intensità, euristiche e bias, tutto abbastanza intuibile, sempre con la sensazione di essere al banco del bar col caffè davanti.
Copertina originale di “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman
Storco il naso alla regressione verso la media, un po’ prima della metà del libro. Sono costretto a rileggere più volte, un concetto difficile da afferrare nell’immediato e a quanto dice l’autore, non sono il solo ad avere questo problema.
Se oggi sei il migliore perché la tua performance è strepitosa, la gente si congratulerà con te, ma domani, potresti fare una buona performance piuttosto che una eccezionale. Qualcuno potrebbe punirti per questo, magari tu stesso. Questo potrebbe far pensare che il meccanismo di ricompensa non funzioni, ma si tratta solo di un ritorno alla media.
Se oggi sei da dieci su dieci, con molta probabilità farai fatica ad esserlo anche domani e dopodomani, ma non è colpa tua. Tu ci avevi mai pensato?
Da qui la situazione inizia a diventare ardua. Fioccano temi come teoria del prospetto, agente razionale e opzioni di rischio. Concetti molto vicini alla finanza comportamentale, ma che possiamo apprezzare anche nella vita di tutti i giorni quando decidiamo cosa fare della nostra vita. Da qui in poi bisogna leggere con calma e con attenzione.
Uno degli ultimi argomenti trattati è qualcosa che mi ha profondamente portato a riflettere, sia per la concettualità che per il mio personale bagaglio di vita. I due sé, quello esperienziale e quello mnemonico e gli effetti di picco-fine. Ti è mai capitato di vivere delle esperienze soddisfacenti che sono finite molto malee nonostante tutto quello che ci fosse stato di positivo ti sembrasse, a posteriori, qualcosa di estremamente negativo successo nella tua vita? Kahneman ti spiega il perché e se volessi saperlo, dovresti leggere questo libro.
Conclusioni
Leggere racconti di vita quotidiana, esempi, svolgimento e risultati dei sondaggi effettuati negli anni, spesso mi ha suscitato un sorriso perché riuscendo a comprendere certe dinamiche già viste nella vita reale di ogni giorno ho pensato “ecco cosa significa“, quasi mi avessero rivelato una realtà parallela invisibile.
Altre volte invece arriva dal profondo, il sorriso che ti suscita è diverso, è un’incredibile uovo di colombo. Inizi a capire le ragioni di scelte sbagliate e comportamenti che reputeresti strani, sia che fossero tuoi o di chi ti sta intorno.
Questo non significa che la prossima volta non rifarai lo stesso errore, si tratta di un manuale di consapevolezza. Attuare quella consapevolezza non è conseguente ad una lettura, richiede impegno ed esercizio. Se leggessi il manuale di PAX, un armadio dell’IKEA, non saresti in grado di montarlo se non iniziassi a farlo con cacciavite alla mano. Ricordati che potresti mettere un’anta al contrario ma fa parte dell’esperienza, la prossima volta, se te ne comprerai un altro, ricorderai che quello non è il verso giusto.
Ma come dice lui stesso in questo libro, imparare a conoscere i limiti e le dinamiche mentali, rende migliori in primiscome osservatori, ma non altrettanto bravi con se stessi nella correzione di certi errori, certamente più allenati nel riconoscerli che è già un buon inizio.
Il ransomware è un tipo di virus programmato per criptare i tuoi dati e prenderli in ostaggio, la chiave cifrata in possesso dell'hacker è quasi impossibile da decifrare.
Oggi parleremo di una minaccia insidiosa e difficile da affrontare, il ransomware.
Vedremo cosa sono, come si presentano, come evitarli e come sia possibile rimediare all’essere entrati in contatto con uno di questi software.
Durante questi 15 anni di lavoro e consulenze informatiche, mi è capitato più di qualche volta di essere contattato da persone disperate per aver perso tutti i dati.
In altri casi la disperazione veniva dall’impossibilità d’uso del computer che risultava bloccato e quindi inutilizzabile, se non previo contatto di una non meglio specificata assistenza.
Agli albori del problema, non si sapeva benissimo dove sbattere la testa. Questi software non sono riconosciuti come veri e propri virus informatici dagli antivirus e dai software per la sicurezza, ma ad oggi ci sono molti più strumenti ed ampia bibliografia a disposizione.
Cos’è un Ransomware?
La parola ransom in inglese significa “riscatto“.
È un malware che prenderà in ostaggio il vostro computer o i vostri dati e vi chiederà un riscatto per riaverli indietro.
Una prima classificazione deriva proprio da questo particolare:
i blocker, che sono meno difficili da affrontare. Prendono il controllo del vostro PC, magari attraverso una schermata che vi suggerisce una telefonata ad un numero di assistenza tecnica. La schermata mostrerà un segnale d’allarme di infezione del sistema. Non chiamate, vi risponderà seriamente qualcuno che vi indurrà a concedere il controllo remoto della vostra postazione, da qui in poi le conseguenze sono imprevedibili;
i cryptor, che cifrano l’accesso ai vostri dati, che siano foto, audio, documenti, immagini e qualsiasi file multimediale. Dopo la cifratura viene creata una pagina con la richiesta di riscatto, che solitamente avviene in criptovalute, e con un conto alla rovescia. Quando il tempo sarà finito, anche pagando, l’attaccante non ci fornirà più la chiave di cifratura. Questo è un tipo di attacco più rognoso a cui è più difficile porre rimedio senza riportare danni.
Nel primo caso è probabile che l’attaccante, una volta contattato per la fantomatica assistenza (ho fatto consulenze in cui è successo davvero), vi induca a fornire il controllo remoto del computer per poter installare software che permettano di vedere in chiaro il vostro traffico o i vostri dati, o per poter aprire una backdoor (la cosiddetta porta sul retro), per poter esercitare un controllo di qualsiasi tipo su di voi.
Nel secondo caso il pagamento del riscatto viene richiesto in criptovalute per una questione di privacy.
Lockscreen di WannaCry, uno dei ransomware che dopo aver criptato i tuoi, fornisce un portafoglio Bitcoin su cui inviare il pagamento per ottenere la chiave per decriptare
Per un ente controllore, qualora ci siano denunce per truffe di portata elevata, è possibile approfondire e conoscere chi è il beneficiario dell’incasso di un portafoglio crypto.
Per le persone comuni il registro transazioni è consultabile, tuttavia non è possibile associare alcuna identità all’indirizzo di portafoglio a cui paghiamo.
Contagio e diffusione
Il contagio avviene sempre in maniera subdola e distratta. Solo in pochissimi ed estremi casi, viene applicato il software attraverso un sofisticato attacco da parte di un hacker.
Generalmente vengono suggeriti link con e-mail apparentemente provenienti da persone che conosciamo, da istituti di credito o da altri enti, sotto forma di fatture con allegati da aprire urgentemente, come messaggi sui vari instant messenger dove vengono sempre suggeriti collegamenti o allegati. Il software può anche essere somministrato attraverso risorse gratuite.
Una volta lanciato il ransomware inizia a criptare tutti i dati multimediali, nei casi più comuni tutti i tipi di immagini (JPG, JPEG, PNG, TIFF, BMP, etc…), tutti i documenti (PDF, DOC, DOCX, XLS, etc…), audio e video (MP3, Webm, AVI, MOV, MP4, etc..).
I file criptati non saranno più accessibili, al tentativo di visualizzarli si aprirà invece una pagina con il countdown di tempo entro il quale sarà necessario pagare il riscatto. La pagina riporterà anche l’indirizzo di portafoglio al quale andrà inviato il pagamento.
Questo è il contagio, avviene per mano dell’utente ignaro e ce ne rendiamo conto solo quando è troppo tardi.
La diffusione invece avviene sia attraverso tutti i supporti collegati alla nostra postazione, quindi auguriamoci che il nostro hard disk esterno non sia collegato proprio al momento dell’avvio inconsapevole.
Questo vale anche per i dischi di rete, qualora siate in azienda o abbiate supporti come hard disk di rete o spazi online collegati localmente, tutto verrà criptato.
Ma la diffusione non finisce qui.
Il malware POTREBBE impadronirsi anche della vostra lista indirizzi e-mail, delle vostre password memorizzate nei browsers. Questo servirà per una più ampia diffusione anche all’esterno delle periferiche, contattando per vostro conto i contatti trovati in rubrica attraverso l’invio di collegamenti o files tramite e-mail o messaggi.
È possibile rimediare?
Si, ma anche no. La questione è piuttosto complicata perché il recupero dipende da tanti fattori.
Potrebbe venire immediatamente l’idea di pagare semplicemente il riscatto. Tuttavia nulla ci assicura che dall’altra parte ci forniranno la chiave di cifratura, in molti casi questo non accade affatto ed il pagamento su blockchain è irreversibile, quindi una volta inviato il corrispettivo per avere la chiave di cifratura, non avremo modo di far valere le nostre ragioni, perdendo anche i soldi oltre che i dati.
La scelta migliore è sempre rivolgersi ad esperti del settore.
Per procedere ad una decriptazione, che purtroppo in una gran parte dei casi non avviene con successo, è necessario conoscere da quale ransomwaresiamo stati colpiti.
Ogni ransomware ha il suo modo di criptare i files e quindi ogni tipo di cifratura richiede uno specifico modo di essere decriptata, capire da quale siamo stati colpiti non è semplicissimo.
Questo tipo di software è in circolazione già dagli anni ’90, tuttavia ha preso il volo solo nell’ultimo decennio grazie a maggiori comunicazioni, scambi e materiale multimediale.
Facciamo una breve lista dei più conosciuti:
uno dei più anziani e famosi e sicuramente il cryptolocker, dal lontano 2013 ha infettato più di 500.000 macchine;
Teslascrypt, un ransomware che colpiva principalmente file relativi ai videogiochi, è stato aggiornato diverse volte;
WannaCry e NotPetya, questi due utilizzano il metodo di diffusione chiamato EternalBlue, un exploit sviluppato dalla NSA;
SamSam diffuso dal 2015 ed utilizzato principalmente organizzazioni sanitarie;
Locky e la sua variante Osiris, noti nel 2016, diffusi attraverso campagne di phising;
Cerber si diffuse sfruttando una vulnerabilità Microsoft nel 2016;
Leatherlocker, appartiene alla categoria dei blocker. Scoperto nel 2017 in due applicazioni Android;
Wysiwye scansiona indirizzi IP pubblici per cercare server RDP in ascolto e tentando l’accesso prova diffondersi attraverso il controllo remoto;
BadRabbit molto diffuso nel 2017 solo nell’Europa dell’est ed in Asia;
direttamente da “Death Note“, il ransomwareRyuk conosciuto dal 2018, viene utilizzato insieme ad altri software come Trickbot per colpire organizzazioni particolarmente vulnerabili o azienda sanitarie;
Maze più che un singolo ransomware, è un gruppo di malware di questa categoria;
RobinHood come i precenti WannaCry e NotPetya, si diffonde tramite EternalBlue, nel 2019;
GrandCrab uno dei ransomware più redditizi di sempre. Il software è stato venduto a dei pirati informatici dai suoi sviluppatori, rivendicando più di 2 miliardi di dollari pagati come riscatti fino a luglio del 2019;
Sadinokibi, colpisce sistemi Windows criptando tutti i file. Parente stretto di GrandCrab;
scoperto nel gennaio del 2020, Thanos è il primo ad usare la tecnica del RIPlace che può rendere inutili molte protezioni anti-ransomware.
In realtà questa è solo una parte della lista, potremmo continuare a lungo.
Esistono ransomware per ogni sistema, che sia per postazioni fisse o mobile, che siano Linux, sistemi Apple, Windows, Android o altro.
Insomma non esiste un confine per questo tipo di attacco.
Per tentare quindi di recuperare i file è necessario sapere con cosa abbiamo a che fare nello specifico, serve per cui il tool per identificare la minaccia e il tool per tentare di decriptare quella specifica cifratura. Riuscire a decifrare la chiave e recuperare i files non è detto che vi restituisca il materiale, a causa del fatto che sia la cifratura che la decifratura effettuano una scrittura dello stesso file che può risultare corrotto al momento dell’utilizzo, pur non essendo più criptato.
Il ransomware può essere evitato con una serie di comportamenti corretti, atti ad attenuare il rischio di cadere nella trappola o do subire danni nel caso succeda.
Per rapidità si possono usare strumenti come ShadowFolder che ti permetterebbero di vedere versioni precedenti dei files salvati dal sistema, ammesso che il sistema abbia creato questi files nascosti.
Prevenire è sempre meglio che curare
Come recitava un famoso spot degli anni ’90, prevenire è meglio che curare.
Il primo rimedio in assoluto contro il ransomware è l’educazione e lo studio. Dobbiamo essere pronti a riconoscere le minacce anche quando sono travestite.
L’attacco di un hacker è molto raramente penetrante e aggressivo, ma più comunemente la falla sta in quello che facciamo noi, nel tranello che ci porta a fare il passo falso e ad aprire quel link, quella fattura o quella foto che non ci sembra malevola.
Molto spesso questo genere di trappole non sono riconosciute come pericoli anche dagli antivirus, pertanto quando siamo noi stessi a scegliere cosa deve essere avviato sui nostri dispositivi non c’è antivirus che tenga.
A livello pratico, se i nostri dati sono importanti e magari hanno un valore ben superiore a quello di 500-1500 € del riscatto che solitamente viene richiesto, è buona norma creare dei salvataggi offline del nostro materiale.
Una buona idea è senza dubbio quella di utilizzare unhard disk esterno, magari in doppia copia o piattaforme cloud che possano effettuare la “versionatura” dei files, in modo da poter ripristinare ad un salvataggio precedente.
Per “versionatura” si intende appunto il salvataggio precedente. Il metodo in assoluto più efficace contro questo genere di minaccia per via del fatto che, il ransomware cripta i nostri files, il cloud andrebbe poi a sincronizzare le nostre cartelle sovrascrivendo quelli precedenti, portando i files criptati sul cloud.
Il versioning dei files, ci consente di tornare un passo indietro prima della sovrascrittura.
Semmai ti imbattessi in un ransomware,non andare nel panico e non correre a pagare il riscatto.
È sempre bene valutare a quanto ammonta il danno per la perdita dei dati e ricordare che le forze che spendiamo per il riscatto, non per forza ci restituiranno i nostri files, potremmo sfruttarli per farci aiutare da un esperto senza alimentare le attività illecite di questi criminali.
Uomo indeciso in un labirinto di decisioni lavori incertezza dubbio
Nell’ottobre di quest’anno compirò 37 anni. Insieme ai miei 37 anni sarà anche il sedicesimo anniversario da quando, dopo una serie di timidi tentativi di studio e lavoro, trovai il mio primo impiego come sistemista. I primi anni della mia carriera lavorativa erano caratterizzati da un’incredibile voglia di fare nuove esperienze, scoprire nuovi ambienti, conoscere nuove persone e imparare nuove cose, indiscriminatamente.
Il fine, se decontestualizzato, è sicuramente tra i più giusti e nobili. La nostra vita dovrebbe essere sempre costellata di curiosità di ogni tipo, dal punto di vista sociale, dal punto di vista pratico e cinestesico e da quello cerebrale.
Tutto questo parte e si sviluppa con le migliori intenzioni e con grande entusiasmo.
É necessario però spendere la propria curiosità e la propria energia con parsimonia, perché il mondo lavorativo non è pronto a
I preconcetti possono essere delle vere e proprie prigioni. L’idealizzazione di come dovrebbe essere la propria vita, può portare molto lontani dalla realtà.
gratificarci, ogni sforzo è un prezzo da pagare da quel capitale umano che ci portiamo dietro e di cui abbiamo bisogno per crescere.
Archetipi ingombranti
Qualche volta, alzandomi dal letto la mattina per andare in ufficio, mi sono chiesto per quale motivo dovrei andare dove sto andando. Quando iniziano queste sensazioni senti un peso, un po’ ti vergogni e ti giudichi lagnoso e ingrato verso la vita, ti stai lamentando, quando sai bene che qualcun altro farebbe di tutto per avere un posto come il tuo, ma questo è benaltrismo. Se tu non fossi dove sei ci sarebbe qualcun altro, non stai togliendo niente a nessuno. Non bisogna mettersi in competizione con altre persone che, hanno fatto un percorso diverso dal nostro, magari partite anche da un punto diverso. Chiedersi il perché di quello che facciamo ogni giorno è sacrosanto, il nostro dovere non è quello di raggiungere la posizione di qualcun altro, ma migliorare la nostra. Una gara con noi stessi.
Come siamo arrivati a questo? Siamo partiti dal parlare di entusiasmo, voglia di imparare e fare carriera per finire a questo. Colpa degli archetipi, dei preconcetti.
Inizialmente pensavo di essere un caso isolato, poi ho iniziato a sentirmi parte di una categoria di fannulloni, demotivati e mediocri che non sono all’altezza della situazione e pretendono di essere pagati per fare presenza. Guardandomi intorno ho appreso che il morbo è diffuso, ma ha diverse varianti (chiamiamole così per rimanere attuali).
Le varianti sono dettate principalmente dall’idealizzazione della vetta. Molti di noi, parlo dei nati dalla fine degli anni settanta all’inizio del novanta, hanno studiato o lavorato con la convinzione che il tempo e l’impegno avrebbero restituito risultati certi, come per i nostri genitori. Quasi fosse una cosa dovuta.
La sindrome dell’impostore, viene descritta per la prima volta nel 1970 come un’esperienza personale interna del non essere meritevole del successo personale
Scoprire che non è per forza così, è piuttosto disagiante e doloroso, ma più di tutto difficile da accettare. Spesso non ci si rende conto che ci si sta torturando per questo motivo e si continua incessantemente in una sindrome dell’impostore subdola e perseverante, cadendo in auto-trappole mentali personali che non si è nemmeno disposti ad ammettere perché, quando qualcuno apre il vaso di pandora, è come una coltellata nello stomaco.
Diamo molta più importanza al giudizio della soddisfazione generale della vita, piuttosto che al piacere dell’esperienza personale viva. Non è sicuramente la scelta migliore strutturare le proprie esperienze sull’idea di sentirci soddisfatti della nostra vita, se qualcuno ce lo dovesse chiedere.
Sarebbe molto più equilibrato stabilire un compromesso e lavorare sulla soddisfazione generale della propria vita, beneficiando anche dell’esperienza a momenti alterni.
Le varianti
Ovviamente quando lo chiamo morbo, si scherza. Se ti piace ascoltare le persone, capire meglio come gli altri vivano i tuoi stessi problemi, questo può offrirti un’interpretazione diversa della realtà. Non perché si debba adottare il punto di vista di qualcun altro, ma ci si sente comunque diversi quando si capisce che non si è difettosi, o che magari lo si è più del dovuto. Questo influenza le nostre emozioni, che ci offrono la possibilità di valutare diversamente una determinata situazione.
La frustrazione e la noia sono brutte bestie, le reazioni, consce o inconsce che siano sono le più disparate. Uno degli errori più comuni è identificare la propria realizzazione personale con la realizzazione professionale. Avete mai provato a chiedervi “chi sono io?“, potrebbe venire naturale rispondere un fotografo, un avvocato, un dottore, un artista, insomma, identificarvi con la vostra figura professionale. Vi svelo un segreto, non siete il vostro lavoro e potete comunque farlo bene e con passione anche senza per forza identificarvici.
Passione alta, esperienza a livelli massimi, ma tanta frustrazione che rende la valutazione della qualità della vita in generale meno alta.
Ad altri non importa niente del ruolo svolto, l’importante è portare a casa la “pagnotta”. Per questi il benessere esperito è molto basso, ma la qualità della vita percepita può essere nella media. L’annullamento dell’esperienza è però un motivo di grande frustrazione.
Facciamo un esempio pratico. Ti stai per sposare e sei molto felice, la tua attenzione si focalizza su questo grande cambiamento, l’esperienza ti rende felice.
Ad un certo punto quando l’esperienza diventa routine, entra a far parte della qualità generale della vita, annullandosi totalmente. Subentrano la frustrazione e la noia, si potrebbero commettere errori facendo delle scelte per ricercare l’esperienza perduta e rovinare il benessere generale della vita. Non si tratta di qualcosa di inevitabile, sono scelte sia consce che inconsce, occorre riflettere impegnandosi a cogliere maggiori sfaccettature.
Per non farsi troppo del male, altri soggetti assumono un atteggiamento apatico, sono distaccati ed eseguono il lavoro per pura inerzia.
Una vita che non preveda una considerazione dell’esperienza o del benessere generale della vita, ha conseguenze sulle nostre emozioni.
Un comportamento automatico per livellare esperienza e qualità della vita, a livelli medio-bassi chiaramente.
Le casistiche sono illimitate, magari diverse nei dettagli ma uguali nel disegno. C’è chi si ammala di ansia, depressione, diventa vittima di se stesso in balia di vizi e dipendenze. Dobbiamo difendere il nostro benessere, seppure che tante volte è necessario scendere a compromessi difficili da accettare, magari per il vile denaro che ci permette di avere un’indipendenza economica. Bisognerebbe dunque cercare di assumere una visione esterna e reinventarsi per migliorare il proprio status.
Il vaso di Pandora e l’allineamento
Una cecità temporanea potrebbe guarire a fronte dell’apertura del vaso. Pandora deteneva tutti i mali del mondo compressi nel vaso, come le aveva affidato Zeus, ed in fondo c’era la speranza.
La speranza di poter cambiare qualcosa può derivare proprio dal raschiare un po’ il fondo.
Questo non deve spaventarci, deve spronarci ad approfondire quei lati della nostra persona che non conosciamo bene e che abbiamo sempre trascurato.
La vita è fatta di fasi, di periodi. Nonostante ci abbiano insegnato qualcosa di diverso, bisogna sempre comprendere che le condizioni possono cambiare, sia per nostra volontà che contro la nostra volontà.
Cerchiamo di imbrigliare il nostro futuro con grosse catene decisionali, ma il caso è molto più importante di quanto non crediamo di esserlo noi stessi.
Se non siamo accompagnati dalla fortuna, tutto il nostro impegno può essere vanificato.
Questo tentativo di pilotare il nostro futuro viene da un mancato allineamento con la realtà della nostra idea di futuro.
Se siamo a conoscenza che il lavoro, la relazione o il modo di vivere che desideriamo sia qualcosa che non può essere realizzato nella realtà, o che solo pochi soggetti riescono a raggiungere, dovremmo esaminare meglio la questione e accettarla.
Accettarela propria condizione, ovvero la possibilità che potremmo non raggiungere mai la situazione che consideriamo ideale, genera sicuramente meno conflitto interiore e frustrazione.
Se volessi diventare cancelliere tedesco senza avere la cittadinanza tedesca e senza vivere in Germania, questa situazione ti metterà davanti alla condizione di capire che ci vorrà molto tempo e molto impegno per raggiungere il tuo obiettivo.
Ma che c’è anche un’alta probabilità di non riuscirci mai.
Godere del viaggio (in senso reale e metaforico), apprezzare l’esperienza significa alimentare il benessere esperito. Questa entrerà a far parte della soddisfazione generale della vita.
Questo è un esempio estremo, per rendere evidente il problema, ma è quello che succede spesso oggi a tanti individui che aspirano ad attività poco richieste dal mercato, poco retribuite o magari in zone lontane dal mercato florido.
Da questo esempio non sono escluse le relazioni, o le condizioni fisiche. Accettare la propria condizione significa non idealizzare il proprio obiettivo.
Allinearsi alla realtà e non soffrire per un obiettivo che idealizzato sembra raggiungibile, ma che nella realtà dei fatti è statisticamente poco probabile.
Questo non è un invito ad arrendersi, sia chiaro, ma ad essere coscienti che un obiettivo può anche non essere raggiunto e che magari, potremmo fare altro in altre direzioni che possono renderci ugualmente, o perché no, più soddisfatti.
L’equilibrio tra il momento e il costruire è tutto.
Cambiare punto di vista e, come accennato in precedenza, godersi l’esperienza di ciò che facciamo per raggiungere il nostro obiettivo e
non cercare solo a tutti i costi di arrivare alla fine del percorso per migliorare la nostra soddisfazione generale della vita.
Godete del viaggio e non dell’attesa dell’arrivo.
La Crypto Coinference 2022 si è tenuta a Bologna, presso Fico Eataly. La terza edizione dell'evento su i sistemi di pagamento su blockchain e le innovazioni della decentralizzazione
Si è tenuta presso Fico Eataly a Bologna, la terza edizione della Crypto Coinference 2022, assente dal 2019, finalmente di nuovo in presenza.
Sono passati due anni prima di riuscire a replicare l’evento che, a causa della pandemia, ha subito nel 2020 un’interruzione e una digital edition nel 2021. Per non perdere questo evento irripetibile abbiamo partecipato anche noi alla conferenza, l’evoluzione che si porta dietro questa tecnologia è di interesse generale.
Inaugurazione del primo giorno della Crypto Coinference 2022, sul palco Barbara Carfagna, Federico Lagni e Francesco Redaelli
Entusiasmo e novità
L’evento ha avuto luogo il 5 e il 6 di maggio, ed è stato organizzato da Federico Lagni, CEO di Enerev e Presidente di Tesla Club Italy e Francesco Redaelli, CEO di Horizone Group e cofondatore di Moneywide. Ha ospitato più di un migliaio di partecipanti tra retail e aziende.
Barbara Carfagna, giornalista e conduttrice RAI, insieme ad Eleonora Rocca cofondatrice direttrice di WomenX Impact, moderatrici dell’evento rispettivamente sul main stage e il second stage.
I relatori sono stati accolti in due sale differenti, motivo per cui ci è stato difficile poter seguire tutti gli speech. Un piccolo prezzo da pagare a causa della presenza di tanti relatori da dover compattare in soli due giorni.
Ciò che ha rappresentato una novità assoluta in questo evento è stata la possibilità per investitori privati, curiosi, addetti ai lavori e aziende fornitrici di servizi, di incontrarsi e poter discutere.
La prima giornata è stata pregna di informazioni ed entusiasmo. É stato il primo evento in Italia con una così elevata affluenza al punto da arrivare ad oltre un migliaio di presenze. Per molti è stato incredibile dare un volto organizzativo a quegli enti che, fino ad ora erano stati poco più che apps, siti web, come exchange, blockchain explorer e tante altre. Per tanti altri partecipanti, l’entusiasmo è derivato anche solo semplicemente dal potersi confrontare con altre persone che potessero capire di cosa stessero parlando.
Relatori e temi
Dopo l’inaugurazione in plenaria, ovvero le due sale riunite in una singola più grande, parte la conferenza con il primo intervento tenuto dal fondatore e direttore finanziario di The Rock Trading, main sponsor dell’evento, Andrea Medri. L’intervento inizia con un po’ di ilarità, Medri apre l’intervento con un video del festeggiamento del decimo anniversario dell”azienda. Un tram preso in affitto e addobbato ad arte, “fatto passare sotto le sedi delle principali banche della città“. Ovviamente si scherza.
Si scherza perché tra i relatori, ospiti anche provenienti dal mondo delle banche. Silvia Attanasio, responsabile innovazione in ABI, Demetrio Migliorati direttore dell’innovazione presso Mediolanum, Marco Coda specialista investimenti in digital assets e criptovalute per Banca Sella e Nicolas Bertrand consulente Euronext Lse. Ci tengono a spiegare che le banche non sono avverse al mondo delle criptovalute.
Si parla di CBDC (Central Bank Digital Currency) e di quanto questi progetti bancari non vadano in competizione con le criptovalute esistenti.
I temi da affrontare sono moltissimi, i più importanti la regolamentazione, l’evoluzione dei metodi di pagamento, essere in regola con il fisco (problematica molto sentita), metodi di investimento, la storia ed anche la filosofia.
Parlando di regolamentazione, spicca l’intervento di Davide Zanichelli, deputato M5S e membro della commissione finanze che informa della creazione di un gruppo parlamentare denominato “valute virtuali e blockchain“, della presenza di due DDL attualmente in valutazione presso la Camera ed il Senato. Presente sul palco anche Elena Botto, gruppo misto, anche lei fautrice di un’iniziativa con il DDL 2572. Questo disegno di legge prevede delle più chiare disposizioni fiscali in materia di valute virtuali e disciplina degli obblighi antiriciclaggio, complementare alle iniziative di Davide Zanichelli. Insieme a loro sul Palco anche Federica Rocco, CEO di
Sul palco da sinistra verso destra, Barbara Carfagna moderatrice dell’evento, Demetrio Migliorati, direttore dell’innovazione presso Mediolanum, Silvia Attanasio, direttore dell’innovazione presso ABI, Marco Coda, specialista investimenti crypto e digital assets presso Banca Sella, Nicolas Bertrand consulente Euronext Lse
Cryptovalues, un consorzio che proprio dialogando con le Istituzioni vuole favorire la regolamentazione di questo nuovo settore, partendo dai piccoli investitori privati.
Dibattito acceso e osservazioni sui differenti modi di regolamentare dei vari paesi in Europa e nel mondo. Di spicco la lentezza Europea rispetto ai competitors internazionali. Paura diffusa è una regolamentazione “selvaggia” del settore, che possa inibire la crescita di questi nuovi servizi, o la “bancarizzazione” delle criptovalute.
I fondamenti su cui si basano i progetti blockchain sono strettamente legati a decentralizzazione e privacy, una filosofia che entra in contrasto con l’intento classico del regolamentatore, che porta di sicuro ad una minore decentralizzazione.
Intanto da parte dell’Unione Europea arriva il MiCA, ovvero Markets in Crypto-Assets, un primo tentativo di controllo dei mercati delle criptovalute.
L’evoluzione dei metodi di pagamento viene portata sul palco da Sanja Kon, CEO di Utrust, che illustra le possibili innovazioni dei metodi di pagamento che potrebbero essere portate nella loro appwallet, da poco assorbito da Elrond. Nel secondo giorno dell’evento, lo stesso argomento in uno spazio dedicato anche a Giuseppe Atorino, con i casi d’uso per rendere possibili i pagamenti in Bitcoin tramite software Open Source secondo la visione originale di Satoshi Nakamoto.
A dirci qualcosa in più proprio di Satoshi Nakamoto invece, la figura che ha dato il via all’evoluzione di questa tecnologia, ci ha pensato Gian Luca Comandini, imprenditore, divulgatore e professore universitario. Nel periodo del lockdown si dedica ad una ricerca approfondita sulle congetture riguardanti l’identità del noto Satoshi Nakamoto. Gian Luca racconterà in maniera molto più approfondita quello che ha scoperto sul padre di questa tecnologia nel suo prossimo libro.
Sanja Kon, CEO di UTrust in main stage alla Crypto Coinference 2022
Gianluca Massini ha invece spiegato come mettersi al riparo dal fisco, dell’importanza dell’essere in grado di ricostruire la cronologia delle transazioni delle proprie criptovalute, la non meno importante differenza tra imposizione e dichiarazione e i dubbi sulla compilazione dei quadri RW ed RT. Vincenzo Pone e Paolo Luigi Burlone, portano casi concreti di cashout e problemi col fisco relativamente agli investimenti in criptovalute, cercando di dare lumi sugli errori più comuni e su quanto ci sia di più chiaro attualmente nelle normative.
Presenti anche molti creatori di contenuti, soprattutto lato gestione dell’investimento, come Mauro Caimi di Tradingon.it, che porta il suo crypto trading day nel second stage, dove illustra una strategia per contenere le perdite, il Crypto Spread Trading, ovvero la possibilità di acquistare due asset decorrelati in long ed in short per poter essere uno il rimedio alla perdita dell’altro. Luca Boiardi di The Cryptogateway, riempie la sua sala oltremisura per parlare di asset allocation.
Conclusioni
Purtroppo non abbiamo potuto coprire tutti i relatori per questioni di lunghezza e di impossibilità ad essere presenti in entrambe le sale. Molti interventi che non abbiamo approfondito non sono stati meno importanti o meno degni di nota, ci sarebbe ancora tanto da dire e da approfondire in merito.
L’evento ha riscosso molto successo, ed è il primo nel suo genere in Italia. Il giorno dopo la fine dell’evento sono già stati venduti più di 50 ticket in prevendita per la prossima data del 2023, biglietti che sono andati immediatamente sold out.
Ancora non si conosce la location certa, gli organizzatori stanno raccogliendo dei feedback per decidere quale potrebbe essere la città più adatta. Da quanto detto dagli organizzatori, pare ci sia la volontà di dividere l’evento in 2 o 3 date differenti durante l’anno.
Avendo partecipato personalmente alla conferenza, reputo che a parte qualche piccolo disguido organizzativo relativo alle pause caffè, fosse tutto perfetto ed unico nel panorama nazionale. L’unico particolare che mi ha lasciato un po’ scontento è stata la divisione in due sale.
É capitato in più di un caso di far coincidere più interventi interessanti e non poterli seguire entrambi. Ho dovuto cambiare sala a metà intervento più di una volta nel tentativo di poter seguire le parti salienti. Capisco tuttavia l’esigenza degli organizzatori di concentrare più relatori all’interno di due giornate, magari nelle prossime edizioni ci sarà più tempo per poter ascoltare tutti.
Per quanto riguarda gli argomenti trattati, è innegabile che ci sia da parte delle Istituzioni, per intenderci Governi e banche, un progressivo interesse per questa nuova industria. Solo il tempo potrà dirci come verrà regolamentata e integrata.
Sarebbe da stolti non ammettere che è in corso un cambiamento storico molto importante.
É difficile far comprendere alla stragrande maggioranza delle persone poco interessate al tema di cosa si stia discutendo e quanto tutto questo potrà impattare in futuro sulla vita quotidiana di tutti.
La Torre della sede di Milano della Fondazione Prada. L’edificio, alto 60 metri, è realizzato in cemento bianco strutturale a vista. Ciascuno dei nove piani della Torre offre una percezione inedita degli ambienti interni
Dopo il periodo di distanziamento sociale e divieti, siamo finalmente riusciti a prenotare i biglietti per visitare la collezione d’arte della Fondazione Prada di Milano. La sede di Milano vanta uno spazio espositivo di 19.000 mq interamente dedicato al dialogo tra l’arte e la cultura contemporanea.
Un complesso strutturale diretto dall’architetto Rem Koolhaas che decide di trasformare un’ex distilleria dei primi anni del Novecento unendo edifici preesistenti e nuovi, denominati “Podium”, “Cinema” e “Torre”. La nuova sede è contraddistinta dalla “Haunted House”, un edificio che irrompe nel mezzo del complesso sviluppandosi su 4 piani, rivestito in lamina d’oro 24 carati che accoglie la collezione permanente dell’arte della Fondazione.
La nostra visita alla Fondazione parte dal Podium, zona centrale dell’edificio, con la mostra Delivering Useless Bodies? del duo artistico Elmgreen & Dragset.
Esposizione che si estende su quattro spazi e il cortile della galleria. Concepita come un’indagine sulla condizione odierna del corpo nell’era post-industriale in cui la presenza fisica umana sembra perdere la sua centralità divenendo talvolta superflua. Cambiamento che influisce su ogni aspetto della vita, dalle relazioni interpersonali, alla salute, alle condizioni e relazioni negli ambienti di lavoro e al modo in cui conserviamo ricordi e informazioni.
A sinistra: This is How We Play Together, 2021, Bronzo, smalto, Courtesy degli artisti e Perrotin / Christen Sveaas Art Collection A destra: Filippo Albacini, Achille morente, 1854, Marmo, Accademia Nazionale di San Luca, Roma
La mostra “Corpi Inutili?” esplora con una tecnica iperrealista e di forte impatto emotivo, l’adattamento fisico umano a un mondo sempre più basato su immagini bidimensionali.
Al centro del loro lavoro performativo è presente infatti la percezione del corpo che esplora l’intimità e l’identità nella vita più in generale e le relazioni sociali più nel particolare. Emgreen & Dragset mettono in scena con sapiente maestria nell’uso dei materiali scultorei, un “io” fisico che non è più protagonista fondamentale della nostra esistenza, ma un ostacolo dell’esistenza stessa.
Attraverso un parallelismo visivo tra sculture marmoree dell’Ottocento e del Novecento, mettono in evidenza il ruolo del corpo fisico in due epoche differenti.
Mentre il corpodel XIX secolo era concepito come produttore di beni quotidiani, il corpo del XX secolo diventa prodotto di consumo i cui dati raccolti sono poi venduti dalle Big Tech.
La loro indagine si focalizza proprio sul come l’acquisizione dei dati dei singoli individui da parte delle più grosse piattaforme tecnologiche mondiali, si stia espandendo e sul come il controllo della tecnologia sulla mente umana stia invadendo ogni aspetto della nostra vita.
Entrando nel pieno dell’esposizione immersiva, restiamo colpiti dalla contrapposizione tra classico e contemporaneo che caratterizza l’allestimento del Podium. La solennità delle gesta delle sculture classiche e neoclassiche come l’Achille morente dello scultore Filippo Albacini del 1854 (Accademia Nazionale di San Luca, Roma), si contrappongono sculture storiche e contemporanee.
Un contrasto che mette in luce somiglianze e differenze nella tecnica esecutiva del corpo umano attraverso l’arte scultorea degli artisti appartenenti a secoli differenti.
Garden of Eden, 2022, MDF, alluminio, stoffa, monitor, tastiere, mouse, sedie da ufficio Courtesy degli artisti, secondo piano del Podium
Il duo artistico in questo modo, crea un dialogo estetico e introspettivo tra antico e contemporaneo, in cui il passato ritorna come momento presente e ricorrente nella vita.
Percorrendo lo spazio arriviamo nel secondo piano del Podium. Qui diventa un grande ufficio abbandonato, area che esalta il cambiamento del ruolo del corpo nel contesto sociale e lavorativo. Un’installazione composta da postazioni d’ufficio, rese infinite dalla riflessione negli specchi circostanti che richiamano strutture geometriche tipiche della scultura minimalista, evocando talvolta alcuni film distopici come Playtime (1967) di Jacques Tati e Brazil (1985) di Terry Gilliam.
Attraversando le aree espositive esterne della Fondazione, osserviamo vere e proprie situazioni che destano in noi straniamento perché composte di oggetti comuni che vengono decontestualizzati, con lo scopo di creare esitazione nello spettatore.
Opere che confondono l’osservazione perché oggetti che a prima vista potrebbero sembrare familiari, rivelano poi qualcos’altro.
Una borsa frigo da picnìc collocata a ridosso della sala Cinema, segnali stradali che si riflettono nell’architettura, diventandone parte senza alcuna funzione, panchine sulla differenza di genere e una postazione bancomat collocata all’esterno della sala Nord. Situazioni stranianti in cui come affermato dagli artisti, inducono l’osservatore a pensare “chi è passato di qua?”, dando così spazio alla libertà di pensiero in cui ognuno può interpretare l’opera e creare il proprio significato.
Untitled, 2011, Acciaio, legno, figura maschile di silicone, stoffa, Courtesy degli artisti e Perrotin, padiglione Nord
Foto dall’esterno
Seguendo il percorso espositivo dal Podium alla galleria Nord, giungiamo in un padiglione domestico futurista che ha come protagonista il “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana del 1963.
Un luogo freddo, dall’aspetto inquietante, che esplora le relazioni umane con gli spazi abitativi dominati da una tecnologia sempre più rigida e invasiva.
Anche qui esploriamo uno spazio straniante e irreale in cui l’immobilità della parete in acciaio e del cadavere in silicone nella cella frigorifera, si contrappone all’unica presenza mobile del cane robot.
Arriviamo nella Cisterna in cui Elmgreen & Dragset analizzano le stereotipie e gli ideali fisici esplorando l’industria del benessere e del tempo libero.
Un settore dalle grandi dimensioni che diventa spogliatoio, palestra ma anche piscina dismessa, in cui il ruolo della tecnologia diventa predominante sull’esistenza. Il corpo sospeso nello spazio centrale What’s Left? rappresenta l’incertezza e quindi il desiderio di ricerca del ruolo del corpo nel mondo, come attore o come strumento nel cambiamento sociale.
Concluso il percorso espositivo di Elmgreen & Dragset, ci dirigiamo verso la Torre della Fondazione i cui 6 piani espositivi, ospitano il progetto ATLAS che riunisce installazioni, dipinti e opere scultoree. Un confronto contrastante tra gli artisti più noti del panorama internazionale delle avanguardie del Novecento, come Carla Accardi, Jeff Koons, Walter De Maria, Pino Pascali, Goshka Macuga e Damien Hirst. Concepita come una mappatura delle idee visionarie degli artisti che dal 1960 al 2015 hanno contribuito allo sviluppo delle
“Tulips” (1995-2004) di Jeff Koons, è un bouquet di grandi fiori colorati in acciaio inossidabile, parte della serie Celebration, iniziata nel 1994
attività artistiche della Fondazione.
Qui infatti si può ammirare l’opera Tulips di Jeff Khoons, le geometrie plastiche di Carla Accardi, le opere di arte povera di Pino Pascali o ancora le opere concettuali e provocatorie dell’artista britannico Damien Hirst.
L’ottavo piano della torre ci ha trattenuto incuriositi e affascinati dalle installazioni di Damien Hirst che, a partire dall’opera “Il cimitero delle mosche” inizialmente letta come tela dipinta, una volta accostati al quadro, abbiamo poi scoperto un vero e proprio cimitero di mosche impresse nella tavola tramite l’uso di una resina.
Opere impressionanti che respingono lo spettatore perché accostatosi all’opera, deve fare i conti con l’orrore e l’ammasso di mosche cadaveri incollate al supporto.
Nelle installazioni dislocate lungo la sala, Hirst attraverso la decomposizione esplora il tentativo che le persone fanno per isolare l’orrore ed eliminarlo, inscenando lo spettacolo della vita. La distruzione e la morte mettono lo spettatore davanti ad una realtà in cui oltre alla vita esiste la morte e non si può far finta che esista solo la vita. Insomma una bella mostra che apre alla riflessione sull’esistenza e sull’accettazione della morte.
Altra area espositiva e persuasiva, è quella che accoglie l’opera contemporanea di Carsten Holler, Synchro System. Opera che apre a diverse possibilità di percepire l’esistenza, indagando sui meccanismi sensoriali e percettivi degli spazi creando stimoli e strumenti
Il progetto Synchro System (2000), ideato da Höller per gli spazi della Fondazione Prada, consiste nella realizzazione di un “villaggio di possibilità” costituito da stimoli psicofisici e da strumenti interattivi.
interattivi per il fruitore. Si tratta in realtà di un’installazione composta da un breve percorso labirintico sensoriale che il fruitore deve percorrere in totale assenza di luce. Il percorso termina in una stanza luminosa in cui la realtà viene ribaltata provocando disorientamento ed effetto allucinatorio, dato dalla presenza di funghi giganteschi ribaltati a testa in giù. La cosa sorprendente è stato vedere come l’intento dell’artista abbia pienamente funzionato sul mio stato psichico. Iniziando il percorso, sin da subito, ha creato in me un forte senso di spaesamento con conseguente sensazione di agitazione. Mi ha quindi costretta ad abbandonare l’installazione. Ultima tappa della nostra visita è stata l’esposizione dell’artista Thomas Demand nel piano interrato del cinema. Opera dal titolo “Grotto”, Progetto Grottesco, che riproduce attraverso circa 30 tonnellate di cartone grigio, l’ambiente grottesco con le sue cavità, le stalattiti e le stalagmiti di una cartolina dell’isola di Maiorca. L’artista espone tutto il processo di documentazione della grotta come libri, guide, cartoline e pubblicazioni per mostrare tutto il processo che l’ha portato poi alla realizzazione della fotografia.
La particolarità dell’opera dell’artista, è data dall’uso di una nuova tecnologia virtuale che gli permette di tagliare i vari strati di cartone attraverso un modello 3D. Un metodo che gli permette di simulare le stratificazioni della natura contrapponendo l’ispirazione alla realtà al surrealismo stesso dell’opera.
Nel 2006 Thomas Demand per realizzare l’opera fotografica Grotto, ha ricostruito a partire da una cartolina una grotta dell’isola di Maiorca.
Insomma una gita fuori porta degna di nota. Un viaggio culturale che ci ha permesso di osservare come l’arte risponde, attraverso i più disparati linguaggi espressivi, ai mutamenti sociali e culturali di un’epoca in cui la figura umana perde il suo ruolo centrale e come la tecnologia stia influenzando il pensiero e la vita di tutti.
Fruibilità degli spazi
Conclusasi la nostra visita nell’interrato del cinema, la restante area da visitare, era la permanente nella “Haunted House”, che però non siamo riusciti a vedere a causa problemi di organizzazione. Arrivati alle 15 del pomeriggio, l’addetta all’ingresso della permanente, ci chiede il ticket con la fascia oraria d’accesso. Purtroppo non avevamo una risposta, all’ingresso nessuno ci aveva informati del fatto che era necessario prendere il biglietto per un orario ben preciso per l’accesso alla permanente. Per visitare la mostra dovevamo quindi aspettare le 18:30, cioè ben tre ore e mezzo dalla nostra richiesta, tempo impensabile per chi come noi scopre alla fine del tour la necessità della prenotazione. Insomma gestione degli orari e tempi di accesso alle mostre discutibili.
Oltre questo, abbiamo dovuto ancora una volta fare i conti con gli ostacoli che una persona con delle difficoltà deve affrontare ogni qualvolta si accede a molti spazi espositivi.
Sì, perché anche se presenti gli ascensori, agibili solo su richiesta per l’accesso ai piani alti o agli interrati, ci si ritrova a dover chiedere al personale la possibilità di usare il mezzo. Situazioni che ampliano il disagio delle difficoltà, in cui una minoranza viene esclusa a priori, pagando la colpa di appartenere a una categoria più fragile, fatta di pochi numeri. Accesso ai mezzi elevatori che diventa ulteriormente impegnativo quando si è anche costretti ad aspettare in quanto la richiesta viene gestita come “eventuale”.
A tal proposito, a partire dalle istituzioni a finire alle amministrazioni, passando per gli addetti al controllo e alla gestione degli eventi culturali in generale, credo che avremmo bisogno di rieducarci alla diversità e all’empatia. La disabilità può manifestarsi in varie forme per cui ci si deve sentire liberi di poter accedere a qualsiasi mezzo di mobilità, senza la necessità di chiedere l’utilizzo di ascensori o pedane che nella gran parte dei casi, sono nascosti e inaccessibili anche agli stessi responsabili.
In questo modo si alimentano gli ostacoli e le restrizioni fisiche e mentali che una persona con delle problematiche deve affrontare già nella vita di tutti i giorni. La rieducazione deve partire dal comprendere che la diversità non porta necessariamente i segni che etichettano ed escludono talvolta quella categoria. Si parla molto di eventi per tutti e inclusione sociale, ma poi quando ci si confronta con la realtà, i pochi sono destinati all’esclusione, perché una richiesta apparentemente non motivata fa stupore in molti addetti nei musei che scrutano insistentemente increduli.
Insomma ad oggi il diverso dalla massa deve continuare a fare i conti con situazioni discriminanti e quindi anche costretto a spiegare i motivi per giustificarne le necessità.
2016, Osaka.
Jun (Photograph with acrylic and ink) Chloè Jafè Donne della Yakuza Giappone
Dal 29 aprile fino al 12 giugno di quest’anno, a Reggio Emilia, è possibile visitare la XVII edizione del festival di Fotografia Europea. Questo evento, voluto dall’Amministrazione Comunale di Reggio Emilia e dalla Fondazione Palazzo Magnani, è diventato a livello internazionale uno degli appuntamenti più importanti del settore.
Il titolo di quest’anno è “Un’invincibile estate“, da una celebre frase di Albert Camus.
É stato scelto questo titolo per mettere in risalto la voglia di ritornare ad una vita normale dopo gli avvenimenti recenti che hanno caratterizzato un’esistenza difficile fatta di privazioni e limitazioni.
La direzione del festival composta da Tim Clark e Walter Guadagnini, ha selezionato gli artisti esposti proprio in virtù di questo tema.
Mappa con le sedi delle esposizioni della XVII edizione di Fotografia Europea 2022
Gli artisti, sia nazionali che internazionali, appartengono a diverse sfaccettature sorprendenti, in grado di colpire occhio e sensibilità sotto diversi punti di vista.
Mappa ed esposizioni
Le mostre sono distribuite all’interno della città in 9 edifici differenti. Alcune sono accessibili senza biglietto, per altre è necessario esporre il ticket acquistato.
Chiostri di San Pietro
Come ogni anno, le principali strutture ad accogliere il maggior numero di mostre sono le sale dei Chiostri di San Pietro, dove è possibile visitare ben 10 esposizioni.
Al primo piano è possibile visitare le mostre Binidittu di Nicola Lo Calzo, Hoda Afshar con Speak The Wind, Carmen Winant e le diapositive su Fire On World, Seiichi Furuya con la mostraFirst trip to Bologna 1978 /Last trip to Venice 1985, Ken Grant con Benny Profane, Guanyu Xu con le fotografie di Temporarily CensoredHome, Chloé Jafé con I give you my life,Jonas Bendiksen con la sua esperienza fotogiornalistica The Book of Veles, per finire con il francese Alexis Cordesse con Talashi. Nelle sale affrescate del piano terra è esposta la mostra storica di Mary Ellen Mark, The Lives of Women.
Presso il Palazzo da Mostro avrebbe dovuto essere esposto il fotografo Alexander Gronsky, in una mostra collettiva annullata a causa dello stop delle collaborazioni russe. Gronsky ha fatto avere una foto scattata dopo il suo arresto per l’opposizione al governo russo
Palazzo da Mosto
A Palazzo da Mosto, in via Mari numero 7, è disponibile l’esposizione di Jitka Hanzlová dopo 17 anni di assenza da Fotografia Europea. Avrebbe dovuto essere allestita anche la mostra collettiva Sentieri nel Ghiaccio, una collaborazione istituzionale con il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo. A causa dell’invasione russa in Ucraina le istituzioni italiane hanno sospeso le collaborazioni con quelle russe, annullando di conseguenza la mostra curata dal responsabile del dipartimento di arte contemporanea, Dimitri Ozerkov. L’esposizione prevedeva la presenza di opere di artisti di nazionalità diverse, tra cui i russi Alexander Gronsky, Olya Ivanova, Dimitry Sirotkin e i fratelli Henkin. Oltre a questi artisti di origine russa avrebbero contributo anche il tedesco Anselm Kiefer, la belga Anais Chabeur e lo statunitense John Pepper.
Viene esposta solo una foto fatta pervenire da Alexander Gronsky come testimonianza della sua opposizione al Governo Russo per l’invasione dell’Ucraina. La foto è stata scattata in un blindato della polizia, dopo l’arresto del fotografo.
Galleria Santa Maria
In pieno centro storico sono esposte le mostre Isola di Simona Ghizzoni, la spagnola Gloria Oyarzabal con Usus Fructus Abusus, e il parigino Maxime Riché con Paradise. Qui è necessario mostrare il ticket.
Sala Verdi, Teatro Ariosto
Si accede anche qui solo con biglietto. Non è esposta una galleria fotografica, ma un’opera di narrazione di suoni e immagini che è proiettata in una sala al chiuso. Le proiezioni sono realizzate da Arianna Arcara, con un nuovo progetto dal titolo La Visita / Triptych.
Palazzo dei Musei
Al Palazzo dei Musei, dove in altri momenti, con maggior tempo, si possono visitare gli stupendi Musei Civici di Reggio Emilia, dopo trent’anni dalla scomparsa di Luigi Ghirri, è ospitata la mostra In scala diversa. Luigi Ghirri, Italia in miniatura e nuove prospettive. Una mostra curata da Ilaria Campioli, Joan Fontcuberta e Matteo Guidi. Fuori dal Palazzo, in Via Secchi, da non trascurare anche la mostra Herbarium di Alessandra Calò.
Chiostri di San Domenico, tappa 06 delle sedi sulla mappa di Fotografia Europea XVII
Chiostri di San Domenico
In questo ambiente si tiene la nona edizione di Giovane fotografia Italiana, un progetto del Comune di Reggio Emilia.
I giovani esposti in questa sezione dell’evento sono tutti talenti sotto i 35 anni, la mostra s’intitola Possibile ed è curata da Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Gli artisti sono Giulia Parlato, Riccardo Svelto, Chiara Ernandes, Claudia Fuggetti, Giulia Vanelli Marcello Coslovi, Caterina Morigi. Ingresso libero.
Spazio Gerra
Lo Spazio Marco Gerra si trova in Piazza XXV Aprile, 2. Questo spazio è dedicato a In Her Room diMaria Clara Macrì. L’ingresso è libero.
Biblioteca Panizzi
Alla Biblioteca Panizzi, altro spazio in cui è l’ingresso è libero si trova Vasco Ascolini: un’autobiografia per immagini.
Collezione Maramotti
Il punto numero 09 nella mappa, un po’ più in fuori rispetto al centro della città, è la Collezione Maramotti.
Ospita la mostra sul fotografo Carlo Valsecchi con 44 fotografie di grande formato che costituiscono Bellum.
Il nostro tour
Purtroppo non siamo riusciti a vedere tutte le esposizioni, un po’ per il ritardo che abbiamo avuto in strada, un po’ per lo spazio che c’è da percorrere e un po’ perché è mia abitudine completare la lettura di ogni descrizione o aspettare che si esaurisca la coda per poter leggere tutto. Per cui anticipo che alcune esposizioni non verranno descritte in maniera approfondita.
La nostra visita è iniziata dal punto 05, ovvero Palazzo dei Musei.
In scala diversa. Luigi Ghirri, Italia in miniatura e nuove prospettive. Una delle esposizioni che più ha colpito la mia attenzione. La sezione fotografia del Palazzo dei Musei di Reggio Emilia ha deciso di ricordare Luigi Ghirri a trent’anni dalla sua morte, con un’esposizione di tutti gli scatti effettuati dal fotografo nel parco tematico Italia in Miniatura.
Viene approfondita la genesi del parco, che fu per Ghirri, una sorta di luogo della prova del nove per poter verificare a livello teorico le tematiche su cui era concentrato. Visitò diverse volte l’Italia in Miniatura. Il suo interesse ricadeva spesso sull’elemento naturale, villaggi alpini, cascate, montagne che per lui rappresentavano una sfida all’autenticità.
Camminando riconosciamo gli stili, evochiamo i viaggi compiuti realmente, riandiamo al reale e al suo doppio e non viceversa
Luigi Ghirri, fotografo
Riproduzione del Colosseo esposta all’Italia in Miniatura
In quegli anni Ghirri è al lavoro per approfondire le variazioni di scala e le riduzioni. Il parco gli offre l’occasione di trattare al meglio l’argomento. Il suo obiettivo è quello di replicare l’esperienza reale e verificare lo scarto tra la replica e la realtà.
Nella mostra è esposto anche il materiale per la realizzazione delle miniature di Ivo Rambaldi, fondatore del parco. L’archivio di quest’ultimo rende più evidente ciò su cui lavorava Ghirri.
Il processo di miniaturizzazione di Rambaldi è complementare al lavoro di Ghirri. Questa fantastica mostra è il punto d’incontro tra i due.
Ho letto con piacere è facilità tutte le descrizioni. Più che una mostra sui lavori di Ghirri sembra un’allegoria di parallelismi tra le realizzazioni di Ivo Rambaldi e Luigi Ghirri che nonostante lavorassero a qualcosa di molto simile e vissero li stessi luoghi, negli stessi periodi, probabilmente non si incontrarono mai.
L’Italia in Miniatura nasce nel 1970 dopo che Ivo Rambaldi visita Swissiminiatur, un piccolo parco tematico che rappresenta i monumenti più importanti della Svizzera in miniatura.
Nonostante Ivo avesse solo la quinta elementare, era un uomo che amava viaggiare e leggere. Questa sua fame di conoscenza lo portò a documentarsi sul recupero e la produzione del materiale e dei metodi per la realizzazione delle miniature.
Dagli anni ’60 Ivo Rambaldi effettua diversi viaggi lungo la penisola, percorrendo più di 30.000 km per raccogliere il materiale necessario per la creazione delle miniature. In quegli anni era molto difficile reperire delle immagini di un monumento o di un edificio per osservarne i particolari, era quindi necessario recarsi in loco. Nei suoi viaggi per il recupero del materiale è sempre accompagnato da un geometra, le misurazioni avvengono con un metro o quando non è sufficiente con conteggio di passi o paragone fotografico alla figura umana. Nessun dettaglio veniva trascurato e venivano riprodotte anche crepe e segni del tempo. L’archivio di Rambaldi è composto da circa 6500 foto che hanno l’aspetto di istantanee scattate senza troppi fondamentali fotografici ma con grande inventiva al fine della riproduzione.
Progetti di Ivo Rambaldi sulla realizzazione del Colosseo in miniatura
Dopo due anni di lavoro e 400 milioni di lire di investimento iniziale, il parco viene aperto con 50 miniature, ma appare ancora piuttosto spoglio, senza i mari e senza un filo d’erba. Nel mese di agosto si registrano 50.000 presenze, grazie anche ad un settimanale piuttosto noto ai tempi, Epoca. Il parco esploderà solo dopo il 1978 quando Raffaella Carrà sceglierà il posto come location per il suo video Tanti auguri. Successivamente a questo evento molti personaggi famosi visitarono il parco, Lorella Cuccarini ne inaugurò la monorotaia nel 1987. Ivo Rambaldi muore nel 1993 lasciando in gestione il parco ai figli. Luigi Ghirri e Ivo Rambaldi condussero nello stesso periodo e negli stessi luoghi, ricerche molto simili. Ghirri lavora al suo primo libro Kodachrome, un libro in cui sottopone la funzione delle immagini nella valutazione degli argomenti di finzione e realtà. Ghirri ha un approccio più concettuale, mette in discussione il rapporto con la realtà, Rambaldi è più pratico, più materiale, la fotografia che tra i due è un punto di incontro, per lui è solo un mezzo. Luigi Ghirri è un investigatore della linea sottile tra la concretezza e l’artefatto, sostiene che il visitatore del parco che passeggia tra le miniature vive come uno “straniamento totale” e con alcuni dei suoi scatti ci dimostra quanto sia difficile distinguere il vero dal falso.
É proprio in questo spazio di totale finzione che forse si cela il vero
Luigi Ghirri, fotografo
Oltre ai temi portati da Ghirri sulla realtà e la finzione, vengono trattati anche altri temi inerenti rispettivamente ai dettagli che compongono l’Italia in Miniatura. A portare uno sguardo sulla paleontologia peninsulare ci pensa Ginevra Scipioni che porta l’attenzione sulle false rocce situate in alcuni punti del parco, per camuffare l’illuminazione delle miniature.
Paleontologia peninsulare è proprio un testo enciclopedico di analisi di questi sedimenti. Un elemento per riportare l’attenzione su quello scambio equivalente che avviene tra ciò che è natura e ciò che è cultura, quindi artefatto.
Quando si pensa alle miniature non si può dimenticare la presenza delle figure umane miniaturizzate. Queste provengono da un progetto di Mattia Gabellini, YouMini, che consisteva nel realizzare una scansione 3D dei visitatori per realizzarne una miniatura in resina.
Queste miniature una volta realizzate venivano prodotte in doppia copia, una veniva posizionata nel parco e l’altra veniva mandata al visitatore.
Sempre per rimanere in tema rispetto a ciò che Ghirri voleva portare come argomento di riflessione, Filippo Marani porta Macchie di provenienza, un progetto fotografico basato sulle figure geometriche incastonate nel cemento e nella pietra. Sorvolando il parco con un drone e fotografando gli edifici miniaturizzati dall’alto, offre un confronto con quelle che sono le immagini fornite da Google Maps per creare un paragone di toni ed effetti.
Usciamo quindi dal Palazzo dei Musei e ci dirigiamo in una via adiacente, via Secchi, dove indicato nella mappa sempre come tappa numero 05 visitiamo l’Herbarium.
Esposizione di Alessandra Calò con Herbarium, nella via adiacente al Palazzo dei Musei, Via Secchi.
Herbarium di Alessandra Calò è una mostra piuttosto contenuta ma da non sottovalutare. Entriamo in un grande portone che da sull’interno dei palazzi storici dove c’è l’installazione DOMUS~motus, un esagono realizzato in materiale di riciclo, pali di legno e rete metallica oltre che cortecce, ortensie, radici e miscanthus gracillimus (delle erbe perenni).
Un locale con la porta aperta da all’interno di Herbarium. Le foto di Alessandra sono caratterizzate da 3 strati ben distinguibili. In fondo il tipo di pianta realizzato in callitipia, una sorta di tecnica di stampa fotografica storica, usata come negativo e piazzata davanti all’illuminazione. Il secondo strato composto dalle mani in stampa fotografica, realizzate su vetro sintetico e il terzo strato dove è presente la scritta in calligrafia. Abbiamo potuto ascoltare la stessa Alessandra spiegare che le note manoscritte provengono dall’erbario di Antonio Cremona Casoli, un ragazzo che affascinato dalla collezione settecentesca del naturalista Filippo Re, realizzò questo erbario.
Un’esposizione che ricorda i valori officinali anche di piante che normalmente potremmo giudicare erbacce, che nonostante vengano considerate da estirpare, sarebbe il caso di documentarsi e conoscerne gli usi e i principi attivi.
Un lavoro di concetto, qualcosa che riporta in primo piano l’abilità della persona con pratiche primordiali della fotografia, piuttosto rudimentale, ma che restituisce il valore della realizzazione più composita e manuale. Herbarium è la terza tappa di “Incontri! Arte e persone”, l’iniziativa di Reggio Emilia Città senza Barriere dedicata all’incontro tra fragilità e creatività. L’artista Alessandra Calò in collaborazione con Valentina Bertolini, Paolo Borghi, Valentina De Luca, Cinzia Immovilli, Flavia Vezzani e Caterina Perezzani, ed affiancati dallo staff dei Musei Civici e dal progetto STRADE, il nuovo ambito socio-occupazionale a favore delle persone adulte con disabilità.
La collezione Isola di Simona Ghizzoni è esposta presso la Galleria Santa Maria
Di ritorno verso il centro decidiamo di fermarci alla tappa numero 03, Galleria Santa Maria. In questa sede mi hanno colpito particolarmente Isola di Simona Ghizzoni e Paradise di Maxime Riché.
Isola di Simona Ghizzoni. Ci sono alcune rappresentazioni di Simona Ghizzoni che mi hanno ricordato delle nature morte. Le luci sono particolari, in alcuni momenti ho avuto l’impressione di guardare dei dipinti ad olio.
Il progetto di Simona è un racconto relativo a ciò che molti di noi hanno vissuto nel 2020. Il cambiamento improvviso a causa della pandemia.
L’autrice vive un cambiamento radicale perché si trasferisce con la sua famiglia (che è la sua isola) da Roma ad una piccola località dell’Appennino nella vecchia casa dei nonni materni.
I suoi lavori sono legati a vissuti personali, quel reale che esprime attraverso la fotografia. É un’attivista per i diritti delle donne, i suoi progetti sono spesso legati a questioni sociali relativi alla figura della donna e ai suoi diritti o all’autoritratto.
Anche il progetto Isola è la necessità di trasformare in immagini ciò che è stato vissuto. Il vissuto in questo contesto è strettamente legato al rapporto con la natura, alle origini contadine, come si può evincere dalla casa sull’appennino nella piccola località, e con la famiglia in divenire, il figlio, presente in alcuni scatti sia di persona che relativamente agli oggetti di alcune foto.
Una forma fotografica estremamente autobiografica ma non egocentrica, un racconto che attraversa il passato in maniera più velata e il presente in modo più importante.
La vita in montagna non fu facile in quei primi mesi, aggrappati come naufraghi all’isola della nostra famiglia
Simona Ghizzoni, fotografa e attivista
Ci spostiamo quindi nella sala accanto per osservare gli scatti di Maxime Riché, che già da lontano avevo notato per i colori forti e innaturali.
Questi scatti sono impressionanti. I colori scelti sono esattamente l’esacerbazione di quanto è accaduto. Nel 2018, l’8 novembre per la precisione, un enorme incendio conosciuto come
Paradise di Maxime Riché esposto presso la Galleria Santa Maria nel cuore del centro storico di Reggio Emilia
Comp Fire devastò in poche ore la città di Paradise in California uccidendo 89 persone e distruggendo 18.800 edifici. Gli abitanti vennero ridotti in condizioni di precarietà.
É un progetto che vuole mettere in evidenza la nostra vulnerabilità come esseri umani. Riguarda anche noi da molto vicino considerando i frequenti incendi che lambiscono il sud Italia durante i periodi estivi. Esattamente come il sud Italia, Paradise viene continuamente colpita da incendi durante l’anno.
Un vero e proprio documentario. Maxime è tornato a visitare Paradise nel 2020 e nel 2021 per documentare anche il rapporto della popolazione con il territorio. Approfondire come vive tutto questo chi ha deciso di rimanere per cercare di curare un territorio che è stato colpito nel profondo.
Quegli abitanti che innamorati della propria terra non hanno intenzione di allontanarsi seppur che il loro paradiso è diventato un luogo inospitale.
I colori vivi esaltano il giallo, il rosso e il nero, ottenuti da una pellicola a infrarossi che il fotografo ha deciso di utilizzare per dare agli scatti l’emotività delle conversazioni intrattenute con gli abitanti del luogo, per imprimere nelle immagini la fiamma che è impressa anche nei ricordi di chi ha dovuto affrontare Comp Fire.
Queste immagini vogliono raccontare inoltre la dualità della condizione umana. La responsabilità di questi disastri è sempre per la maggiore dell’uomo.Tuttavia dall’altra parte c’è anche il racconto di resilienza da parte di chi decide di non fuggire e di affrontare l’accaduto cercando di ricostruire.
A questo punto lasciamo la Galleria Santa Maria per dirigerci al cuore pulsante della mostra, i Chiostri di San Pietro, tappa 01.
Uno scatto della collezione Binidittu di Nicola Lo Calzo esposto ai Chiostri di San Pietro
Mostriamo il biglietto e saliamo al primo piano. Ci imbattiamo immediatamente in Binidittu di Nicola Lo Calzo. Nicola Lo Calzo è un artista, docente e ricercatore all’École National d’Art de Paris-Cergy. La sua fotografia è documentaria, atta ad interrogare la memoria e a custodire la storia. É stato esposto in diversi musei tra cui il Centro Italiano per la Fotografia CAMERA, il Macaal a Marrakech o l’Afriques Capitales a Parigi.
Il progetto di Nicola vuole raccontare la storia dell’eredità di San Bendetto il Moro, relazionando l’identità culturale contemporanea con la storia del colonialismo. San Bendetto nacque da schiavi subsahariani nei dintorni di Messina agli inizi del ‘500, poi vissuto in Sicilia come frate francescano fino alla sua morte nel 1589. San Benedetto, detto Binidittu, è un simbolo di emancipazione e liberazione conosciuto a livello mondiale, ritenuto tale dai discendenti africani.
Cham è il titolo della ricerca di lungo periodo effettuato da Nicola Lo Calzo alla ricerca dell’eredità del disperso popolo africano e della resistenza alla schiavitù. L’artista ha reso disponibile anche un’installazione video, The Open Boot, un’opera costruita durante questa ricerca sulle immagini in movimento.
Il titolo di quest’opera si rifà allo scrittore Édoaurd Glissant, facendo riferimento all’allegoria della “barca aperta”.
La “barca aperta” come riassunto dell’esperienza di schiavitù e come rinascita a seguito delle liberazione.
The Open Boot è stata realizzata in collaborazione con il regista francese Hugo Rousselin.
Superiamo l’esposizione di Lo Calzo e ci imbattiamo in questa grande foto di Hoda Afshar, che fa partire la collezione Speak The Wind. Con queste immagini, Hoda, fotografa Iraniana, vuole raccontare una cultura locale piuttosto unica presente in Iran, per la precisione sulle isole dello stretto di Hormuz. In questi luoghi si crede che alcuni venti possano essere dannosi, che “esistano”, che possano possedere un individuo inducendo anche problemi di salute fisica e mentale.
Si pensa che i sacerdoti di questo culto che hanno ereditato la possibilità di comunicare con queste forze soprannaturali, attraverso dei riti composti di musica, gesti e incenso possano liberare gli individui posseduti e malati.
Non si hanno fonti certe ma si presume che questi culti siano approdati in Iran dall’Africa sudorientale a causa della loro documentata presenza in Etiopia. Gli scatti raccontano la storia di questi miti e delle credenze relative a questi venti, un modo di immaginare in maniera visibile ciò che visibile non è.
Speak The Wind di Hoda Afshar ai Chiostri di San Pietro per Footgrafia Europea 2022
In un corridoio piuttosto lungo dei Chiostri di San Pietro, in una stanza buia al di là di una tenda ci sono 4 proiettori per diapositive che continuamente vengono proiettate sul muro, per ore e ore. L’idea è di Carmen Winant con Fire On The World, che non ha scattato alcuna di queste immagini. Carmen ha comprato, trovato e/o restaurato queste immagini, le immagini non si sviluppano con un arco narrativo specifico.
Prese nel loro complesso le diapositive richiamano sempre scene di disordini sociali e protesta, come le proteste per il diritto all’aborto o le rivolte di Watts.
La speranza è quella di un nuovo inizio, per creare tempi migliori e come dice il titolo stesso, l’unico modo per ricominciare è dare tutto alle fiamme.
Usciti dalla buia stanza delle diapositive di Carmen Winant, all’inizio del corridoio successivo è esposto il Giapponese Seiichi Furuya con First trip to Bologna 1978, Last Trip to Venice 1985. Una delle esposizioni più particolari, più trasmissive anche se in un contesto molto angosciante. Seiichi mette insieme le foto fatte a sua moglie Christine negli ultimi due viaggi fatti insieme. Christine si suicida nel 1985 a causa di problemi di depressione e instabilità mentale. La sua esposizione è ancora una volta un tentativo di scorgere quegli indizi che avrebbero potuto raccontargli in precedenza un fine tanto orribile.
Anche qui viene evidenziata la dualità della felicità dei momenti passati insieme, con la crudeltà e la tristezza di quella che a volte può essere la vita.
Esposizione di Benny Profane realizzata da Ken Grant presso i Chiostri di San Pietro
É il momento di parlare di Benny Profane di Ken Grant. Benny Profane è un richiamo al romanzo V. di Thomas Pynchon. Un racconto in cui attraverso uno stratagemma, quello della ricerca di V., i due protagonisti si alternano in situazioni episodiche, in alcune l’ex marinaio Benny Profane, nell’altro Herbert Stencil, alla fine della narrazione vengono integrati in un quadro complessivo.
In questo racconto Benny Profane è un personaggio svogliato, volubile, che cambia continuamente lavoro e donne. Congedato dalla marina Benny lavora come operaio per le strade, su e giù per la east coast. Insomma un personaggio che vive in un limbo. Grant vuole richiamare proprio questo limbo, questo essere indefiniti e precari, per intenderci è il riferimento a cui vuole aggrapparsi nel
Esposizione di Benny Profane realizzata da Ken Grant presso i Chiostri di San Pietro
raccontare con le immagini questi posti e i suoi protagonisti. Le persone che imprime sulla pellicola sono le classi operaie inglesi.
Il luogo del racconto è un distretto portuale di Liverpool dove lavorò da giovane come operaio, un luogo a cui è molto legato.
Adiacente al fiume Mersey, nell’entroterra, in particolare nella vasta distesa paludosa del Bidston Moss.
Nel periodo compreso tra il 1989 e il 1997 l’artista diventa un tutt’uno con queste classi operaie, composte da persone in cerca di sopravvivenza e stabilità, in un periodo storico che non ha nulla di stabile.
Il racconto attraverso le immagini è il resoconto di un’area di Liverpool e di coloro che l’hanno modellata durante i suoi ultimi anni di attività.
Dal 1997 l’area di smaltimento rifiuti di Bidston Moss fu cessata e il sito è diventato una riserva naturale.
Facciamo un salto avanti e portiamoci allo spazio dedicato a Chloé Jafè che partecipa con il suo progetto I give you my life, quest’anno un suo scatto diventa anche copertina dell’evento Fotografia Europea XVII.
Chloé nel 2013 si tasferisce a Tokyo con il desiderio di conoscere donne appartenenti alla Yakuza. La Yakuza è la mafia giapponese, una delle più famose e leggendarie al mondo, è molto difficile se non praticamente impossibile riuscire a entrarci in contatto e addirittura riuscirvi a penetrare all’interno. Chloé Jafè nasce a Lione nel 1984, proprio essendo culturalmente così lontana, trascorre un anno a perfezionare il suo giapponese e a fare suoi quei valori culturali necessari per poter fronteggiare quel mondo.
In questo periodo di tempo lavora in un bar e scandagliando tra la clientela e i quartieri a luci rosse, riesce con un incontro fortunato ad avere un’opportunità per raggiungere il suo scopo.
Riesce quindi ad avvicinarsi a questi intangibili clan attraverso l’introduzione da parte di un boss, riuscendo così a partecipare alle loro riunioni e ai loro rituali.
Chloé Jafè, I Give You My Life, Fotografia Europea XVII 2022, esposti presso i Chiostri di San Pietro
Chloé riesce ad arrivare anche alle loro mogli, figlie e amanti, le donne della Yakuza.
Sono queste le donne che, nascoste nel segreto, all’ombra dei boss della mafia, dedicano a loro l’intera vita.
Sulla loro pelle è tatuata questa totale dedizione ai loro uomini, qualcosa che le esclude totalmente dalla società. La fotografa si trasferisce in Giappone per creare una trilogia su questo argomento, questa è la prima parte.
Nella parte finale dei Chiostri di San Pietro è esposta la mostra storica.
Mary Ellen Mark con The Lives of Women. Come suggerisce il titolo stesso del progetto, Mary Ellen Mark, dalla sua Laurea in fotogiornalismo con Master presso la Annenberg School for Communication, si dedica all’esplorazione della realtà delle persone, spesso in condizioni di vita difficili. Realizza delle composizioni grafiche eccezionali, estremamente vivide e pregne di emotività. La maggior parte dei suoi soggetti sono donne.
Mary Ellen Mark è avanti sui tempi, è molto attenta e minuziosa nel raccontare i diritti mancati e i pregiudizi sulle donne del suo tempo. Racconta con dovizia di particolari le vite dei soggetti che immortala, con cui entra in confidenza e ne narra i vissuti e le sue impressioni personali.
La mostra curata da Anne Morin, ci racconta la vita di queste donne.
Darà uno spazio solo ad alcune delle storie raccontate da Mary Ellen, uno stralcio di quelle che hanno catturato maggiormente il mio interesse. Purtroppo le foto degli scatti non sono di qualità ottimale a causa delle luci e dei riflessi presenti nella stanza.
Amanda ed Amy, North Carolina, 1990 – Fotografia Europea XVII – Mary Ellen Mark, The Lives of Women
La prima tra le tante foto che mi ha colpito è stata quella di Amanda ad Amy, girato l’angolo tra una sala e l’altra mi è saltata immediatamente all’occhio questa figura che mi sembrava tanto essere una bambina, in una piscina gonfiabile, con la sigaretta in mano.
Questa è Amanda di 9 anni e sua cugina Amy, seduta, di 8 anni.
Nel 1990 Mary Ellen Mark viene mandata in North Carolina da Peter Hows per la rivista Life per fotografare una scuola speciale frequentata da bambini con problemipsico-sociali.
La scuola accoglieva circa una ventina di bambini, tutti nella stessa classe e i loro problemi potevano variare da piccole instabilità del comportamento a gravi schizofrenie.
Mery Ellen trova immediatamente molto interessante questa bambina, Amanda, con cui stringe amicizia. Nella sua descrizione la definisce molto intelligente e molto cattiva, ovviamente dalla foto possiamo intuire a cosa si riferisse.
Un giorno decide di seguirla nel tragitto da scuola fino a casa, prendendo lo scuolabus. Una volta scese alla fermata vicino casa di Amanda, la bambina si precipita correndo in una vicina zona boschiva.
La fotografa dopo averla rincorsa per tutto il tragitto la ritrova seduta su una vecchia sedia imbottita, in mezzo al bosco, con una sigaretta.
Amanda aveva il pieno controllo di sua madre, usava il suo trucco e il suo smalto e le dava continuamente ordini, fumava apertamente davanti a sua madre.
In occasione di una visita della cugina Amy di 8 anni, le due bambine giocarono normalmente tutto il giorno, ma ogni 45 minuti, Amanda si prendeva la sua pausa sigaretta e sua madre non poteva dire nulla.
Poco prima di partire Mary Ellen andò a salutarla, la trovò in giardino in questa piscina gonfiabile per bambini insieme alla cugina. Amanda si stava prendendo la sua solita pausa sigaretta.
Sempre per conto di Peter Hows della rivista Life, nel 1987 fu incaricata di fotografare una famiglia di senza tetto.
Famiglia Damm, Los Angeles, California 1987 – Fotografia Europea XVII – Mary Ellen Mark, The Lives of Women
Anne Fadiman, sua amica e scrittrice, andò in California per trovare una famiglia in condizioni di difficoltà che permettesse il pieno accesso per realizzare un servizio.
Si rese disponibile la famiglia Damm, che viveva al rifugio Valley a Los Angeles, diedero la loro completa disponibilità e il completo accesso. Mary Ellen arrivò a Los Angeles e la stessa notte si recò al rifugio dove alloggiava la famiglia Damm. Erano le 4 del mattino e dormivano tutti profondamente. Inizia così il suo reportage fotografico.
Lo stesso giorno la famiglia Damm fu cacciata dal rifugio e furono costretti a tornare a vivere in macchina. I successivi 10 giorni li trascorse seguendo la famiglia ovunque andasse.
I due coniugi Linda e Dean permisero di fotografare ogni momento della loro vita, anche quelli più tristi.
Jesse e Crissy sono i figli di Linda avuti da una precedente relazione e i disagi della vita di strada, oltre che per il comportamento molesto di Dean nei loro confronti, erano visibili sui due bambini.
L’ultimo giorno di permanenza chiede alla famiglia di fermare la macchina vicino ad un binario. Quando Crissy mise la sua mano spontaneamente sul viso di Jesse, la fotografa capì che quello era il momento. Tra le tante foto che riuscì a scattare questa è l’unica che poteva essere un ritratto perfetto.
Ma la storia della famiglia Damm non finisce qui. Nel 1994 Mary Ellen ritorna dalla famiglia per conto di David Friend ancora una volta per il giornale Life.
Al suo ritorno le condizioni di vita della famiglia erano perfino peggiorate rispetto al precedente reportage del 1987.
Dean e Crissy, Los Angeles, California 1994 – Fotografia Europea XVII – Mary Ellen Mark, The Lives of Women
Linda e Dean avevano avuto altri due figli, Ashley di 6 anni e Summer di 4 anni. La fotografa notò immediatamente quanto Dean fosse migliore con i suoi figli piuttosto che con quelli di Linda.
Aveva sempre avuto un comportamento orribile con Crissy e Jesse, urlava costantemente e a Jesse un giorno aveva rasato totalmente i capelli contro la sua volontà. La famiglia in quel periodo occupava un ranch abbandonato, fatiscente e deserto a circa tre ore di macchina da Los Angeles. Dean e Linda erano completamente persi nella loro tossicodipendenza da anfetamina e altre droghe e i bambini non erano mai andati a scuola.
Si respirava un’atmosfera di caos e distruzione. Non avevano ne elettricità ne acqua corrente e la casa era sporca e in stato di abbandono, oltre questo la coppia aveva adottato una ventina di cani.
Mery Ellen soggiornò in un motel in fondo alla strada rispetto al ranch occupato dalla coppia. Tutte le mattine molto presto si presentava a casa di Dean e Linda.
Proprio una di queste mattine in cui arrivò mentre tutti dormivano rimase scioccata alla scena che le si presentò davanti e che le fece capire molte cose.
L’espressione sulla faccia di Crissy diceva tutto, non sapendo cosa fare scattò questa fotografia e in seguito chiese a Crissy se Dean stesse abusando di lei sessualmente. Crissy negò fermamente.
Alcuni mesi dopo Crissy ammise che Dean abusava di lei sessualmente, Linda prese i bambini e lo lasciò. A Dean non importava niente, quando seppe che la fotografia fu pubblicata, l’unica questione che sollevò fu relativa al fatto che nell’inquadratura erano visibili la sua pipa e l’attrezzatura per la marijuana.
Ho letto con piacere anche il reportage su Ward 81, un reparto di massima sicurezza per donne, il primo approfondimento fotografico di Mary Ellen Mark sull’Oregon State Mental Ospital.
In questo reparto le donne erano ricoverate in quanto rappresentavano un pericolo per se stesse e per gli altri, purtroppo per questioni di lunghezza non approfondirò il tema.
Gli approfondimenti trattati dalla fotografa statunitense, se vi piace il genere, sono da non perdere e da conoscere meglio.
Infine abbiamo visitato la sede della nona edizione di Fotografia Giovane, Possibile, i Chiostri di San Domenico.
Nella prima sala troviamo i lavori di Claudia Fuggetti, HOT ZONE.
Claudia Fuggetti con Hot Zone – IX edizione di Fotografia Giovane, Possibile, Fotografia Europea XVII 2022
Claudia Fuggetti è una fotografa pugliese, nata a Taranto nel 1993. Dopo la laurea in Beni Culturali frequenta il master in Photography and Visual Design presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Successivamente si specializza con lode in Didattica Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Brera. I suoi lavori sono esposti in Italia e all’estero.
La sua collezione ci parla di una scoperta recente: la parte del cervello in cui vengono generati i sogni.
Questa zona si trova nella parte superiore alla nuca e prende il nome di “Hot Zone“.
Una documentazione visiva del sogno lucido, un modo di servirsi della fotografia come mezzo per porre lo spettatore in uno stato onirico, tra finzione e realtà. Il lavoro deriva dall’insonnia sofferta dall’artista nel 2019, in ansia per tematiche come l’ambiente e il futuro del pianeta.
Il progetto nasce da una sua visione fusa tra i sogni e la realtà quotidiana, come fosse una differente dimensione spazio-temporale.
Guardando le foto si evince l’alterazione dei colori naturali, colori che non rispecchiano il canone comune, uno specchio sulla sua insonnia da ansia.
Nella sala successiva troviamo Still Birth di Chiara Ernandes. Attraverso le immagini l’artista vuole raccontare una vita che inizia dalla morte.
Chiara nasce morta l’8 agosto del 1989, viene immediatamente intubata e rianimata con massaggio cardiaco, ma il suo corpo cianotico e ipotonico dice altro. La sua esistenza inizia dalla morte. I medici impiegano cinque minuti per rianimarla.
Il progetto è autobiografico, introspettivo, per cercare di scavare maggiormente all’interno di questo evento della propria vita che per la fotografa romana assume un’importanza di rilievo.
Nella sinossi racconta come sia stato un motivo per giustificare le proprie stranezze, i propri limiti e come abbia esasperato le sue diversità. Ma ad un certo punto della sua esistenza ha sentito la necessità di guardarsi dentro, scavare più a fondo e cercare di capire, in quegli istanti in bilico tra la vita e la morte, cosa abbia vissuto.
Chiara Ernandes è una fotografa romana, dopo il Liceo Classico frequenta la Scuola Romana di Fotografia. Si specializza e lavora come fotografa di scena per importanti teatri romani, interessandosi al teatro contemporaneo performativo.
Claudia Fuggetti , vincitrice del premio Luigi Ghirri con Diachronicles – IX edizione di Fotografia Giovane, Possibile, Fotografia Europea XVII 2022
Nella stessa sala, frontalmente, è disponibile l’esposizione di Giulia Parlato intitolata Diachronicles.Giulia Parlato è la vincitrice del premio Luigi Ghirri. Premio a cui hanno partecipato i giovani fotografi esposti ai Chiostri di San Domenico. Giulia Parlato è un artista che vive tra Londra e Palermo, è nata nel 1993.
Laureata in fotografia al London College of Communication e al Royal College Arts, il suo è un metodo di analisi dell’uso storico delle immagini e dei video, soprattutto in ambiti forensi e scientifici, come prova di ciò che è stato.
L’esposizione di Giulia ha molto a che fare con realtà e finzione. Diachronicles è un contenitore storico immaginario, una raccolta di prove archeologiche fittizie mascherate da autentiche.
É il suo modo di attenersi al reale che si cela all’interno della finzione, in maniera estremamente analoga a quella raccontata da Ghirri nelle sue prospettive.
Qui le prospettive non sono tutto ma l’artista vuole far riflettere sulla natura incerta di ciò che è stato, e sulla semplicità con cui l’interpretazione errata dei ritrovamenti possa modellare la storiografia.
Giulia mette insieme fotografia ed archeologia per obiettivare l’importanza narrativa storica dei musei.
Sempre nella stessa sala, troviamo l’esposizione di Caterina Morigi, Sea Bones. Caterina Morigi propone un lavoro diverso dal solito. Ha studiato allo IUAV di Venezia e all’Università di Paris-Saint Denis.
Si concentra principalmente sulle declinazioni della materia, portando l’attenzione su aspetti che si celano all’interno della materia stessa, qualcosa non a disposizione dell’occhio generalmente.
Approfondisce l’effetto del tempo su queste forme fornite dalla materia. Nel caso specifico di questa esposizione si tratta di esseri marini, legandosi allo studio dell’utilizzo di ossi di seppia, conchiglie e aculei di ricci di mare per la creazione di protesi atte a ricostruire parti di ossa umane mancanti.
Il progetto vuole portare alla luce le compatibilità e le differenze tra uomo e natura che, nonostante così apparentemente differenti, sono compatibili nella materia.
La sua sinossi prende in esempio le ossa umane che, sono composte da fosfato di calcio mentre il marmo e le conchiglie da carbonato di calcio, qualcosa di molto simile e mutabile. Ci ricorda che i primi organismi vissuti sulla terra erano a base dello stesso materiale, un’idea ed un lavoro profondamente scientifici, un elemento per ricordare che anche l’uomo è parte della natura di questo mondo.
Le immagini sono ottenute con il microscopio e sono intercambiabili tra loro sfruttando un supporto trasparente rivelano la compatibilità sopracitata attraverso la vista, dando l’impressione di una moltitudine di figure differenti.
Il progetto è realizzato in collaborazione con Gabriella Graziani dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e il professor Enrico Sassoni dell’Università degli Studi di Bologna.
Riccardo Svelto con La Cattedrale – IX edizione di Fotografia Giovane, Possibile, Fotografia Europea XVII 2022
Infine, nell’ultima sala troviamo le esposizioni di Riccardo Svelto con La cattedrale e Giulia Vanelli The ugly duckling.
Riccardo Svelto nato nel 1989 a Bagno a Ripoli è laureato alla triennale in fotografia alla Libera Accademia di belle Arti di Firenze dove ora svolge l’attività di docente del corso “Sviluppare un progetto fotografico”.
La sua esposizione ai Chiostri di San Domenico riguarda il rapporto tra vista e immagini. L’artista nel 2020 ritrova le angiografie di suo nonno risalenti al 1999 che certificano la perdita della vista all’occhio destro causata da una trombosi.
La perdita della vista da un’occhio crea per forza tanti piccoli problemi e difficoltà che portano sicuramente ad importanti della vita del nonno. Questo ha scosso in maniera consistente Riccardo, portandolo a riflettere sul legame tra i ricordi e la vista delle immagini, senso che spesso e volentieri diamo per scontato.
L’artista riflette sul fatto che i ricordi ci appaiono come istantanee impresse nella memoria che solo il tempo può cancellare. La vista non è solo la mera funzione dell’occhio nel farci vedere cosa ci circonda, ma è anche lo sguardo della nostra mente attraverso i nostri occhi.
Le immagini ci raccontano la sua paura di perdere la vista, i quadri su sfondo nero ci propongono delle figure ombrate e irriconoscibili o immagini in primo piano di figure sfocate. Il concetto è permeante e l’ombra della cecità ha un’impatto forte sullo spettatore. Rende perfettamente l’idea.
The ugly dickling di Giulia Vanelli invece è un progetto che mette su immagine la cosiddetta fallacia dei costi sommersi.
In psicologia la fallacia dei costi sommersi è quando si è in una zona di comfort e si continua incessantemente e perpetrare la stessa attività. Seppur che l’attività che svolgiamo non risulti più proficua continuiamo a investire risorse e tempo perché magari non siamo avvezzi al cambiamento. A volte si sa che siamo ostili ai cambiamenti semplicemente per abitudine.
I cambiamenti generano paura e si scivola in un circolo vizioso che intacca la propria autostima.
La mancanza di autostima è un problema comune nel tempo in cui viviamo. Il lavoro di Giulia si concentra sul percorso di accettazione personale che deriva da questo. La linea sottile che c’è tra la sindrome dell’impostore e le responsabilità della società nei nostri confronti.
Giulia Vanelli è una fotografa lucchese nata in Toscana nel 1996 che nel 2018 passa un periodo di scolarizzazione presso la Stephen F. Austin University in Texas e nel 2019 e si laurea presso la Libera Accademia di Belle Arti di Firenze.
Conclusioni
Purtroppo non è stato possibile vedere l’intera mostra. Nel complesso l’evento è stato davvero eccezionale e ricco di nuove idee e di nuovi artisti da conoscere e da comprendere. La maggior parte delle esposizioni erano in spazi grandi e commisurati, con tante informazioni esposte, scritte in maniera accurata ed esaustiva.
Abbiamo sofferto un po’ la mancanza di indicazioni. All’inizio del tour senza troppe istruzioni sembrava di brancolare un po’ nel buio, ma nulla di così grave.
Lo Spazio Gerra non era attrezzato di ascensore perché era fuori servizio, quindi non utilizzabile. Nella restante metà degli edifici era necessario chiedere ed aspettare un addetto per avere un servizio adeguato a chi non potesse eventualmente salire per le scale. Tuttavia l’evento rimane eccezionale, si tratta di altri argomenti da discutere separatamente. L’arte e la cultura non devono essere discriminanti ad uso e consumo solo di alcuni, ma dovrebbero essere i temi principali per integrare chiunque ne sia interessato.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.