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L’uomo triangolo di Rey Andújar

Romanzo di Rey Andujar, l'uomo triangolo edito da Edizioni Arcoiris
Nato a Santo Domingo nel 1977, narratore, poeta, saggista, drammaturgo, professore associato presso L'università di Chicago (USA), Rey ANdùjar è direttore del Dipartimento della Cultura Dominicana all'Estero.
Nato a Santo Domingo nel 1977, narratore, poeta, saggista, drammaturgo, professore associato presso L’università di Chicago (USA), Rey ANdùjar è direttore del Dipartimento della Cultura Dominicana all’Estero.

L’opera

L’uomo triangolo edito da Edizioni Arcoiris è un romanzo scritto da Rey Andùjar, per la precisione un romanzo breve del 2005.
Il romanzo racconta le vicende della vita di Perez, un tenente in servizio della Polizia della Repubblica Dominicana.
Si tratta di una totale immersione nei pensieri, nel vissuto, nei traumi, nei desideri e nella vita dell’uomo, un’immersione talmente profonda da poter cogliere tutte le contraddizioni che derivano dalla cultura, dal vissuto e dalla sofferenza del personaggio.

Perez è un uomo improntato ed ispirato al maschilismo, ma questa suo essere e forse dovuto al suo vissuto sofferto. Baraka, l’uomo triangolo, attira la sua attenzione nonostante inizialmente sia per lui solamente un pazzo, fermato dai suoi agenti, a correre nudo per le strade della città.
Tuttavia Baraka riesce a farsi strada dentro quell’uomo duro e machista, riuscendo a scavare fino alle radici e a scoprire le cause primordiali delle sofferenze del tenente. Perez rifiuta ciò che è stato, la sua consapevolezza passerà, suo malgrado, attraverso la sofferenza.

L’uomo triangolo è uno spaccato tra sociologia, cronaca e psicologia. Mette in risalto sia quella che è la cultura quotidiana e la condizione esistenziale dell’abitante della cittadina caraibica, facendo respirare in ogni momento vere e proprie boccate d’aria delle strade del distretto di San Carlos, sia la condizione esistenziale più privata e intima dell’uomo, relativamente a ciò che può accaderci quotidianamente intorno e tutto ciò che sta alle fondamenta del comportamento.

Obbligazioni nel 2023: guida pratica per principianti

Obbligazioni guida per principianti, un articolo di Edoardo Pieracciono che ci porta alla scoperta degli investimenti relativi alle obbligazioni sotto diverse forme.
Obbligazioni guida per principianti, un articolo di Edoardo Pieracciono che ci porta alla scoperta degli investimenti relativi alle obbligazioni sotto diverse forme.

Dopo gli ETF, trattati nel precedente articolo “ETF: guida essenziale per investitori principianti“, nell’articolo di oggi, parleremo delle di obbligazioni: titoli di debito emessi da entità, come governi, istituzioni finanziarie o società, al fine di raccogliere fondi per finanziare le proprie attività o progetti.
Gli investitori che le acquistano diventano creditori dell’emittente e ricevono un rendimento sotto forma di interessi per un periodo di tempo specificato o fino alla scadenza dell’obbligazione, quando l’emittente ne rimborsa l’importo nominale.

Elementi caratterizzanti?

Le caratteristiche principali delle obbligazioni riguardano:

Le obbligazioni sono utili sia agli investitori o risparmiatori che ricercano un rendimento periodico, sia alle società, stati o altri enti emittenti in quanto la collocazione di tali titoli obbligazioni funge da alternativa forma di finanziamento.
I titoli obbligazionari sono utili sia agli investitori o risparmiatori che ricercano un rendimento periodico, sia alle società, stati o altri enti emittenti in quanto la collocazione di tali titoli obbligazioni funge da alternativa forma di finanziamento.

il debito emesso: le obbligazioni rappresentano un prestito che l’emittente (il debitore) prende da chi acquista le obbligazioni (i creditori o investitori);
il pagamento di interessi: le obbligazioni prevedono un tasso di interesse prestabilito che viene pagato periodicamente agli investitori. Questi interessi possono essere fissi o variabili, a seconda delle condizioni contrattuali;
la scadenza e il rimborso: le obbligazioni hanno una data di scadenza in cui l’emittente è tenuto a rimborsare l’importo nominale dell’obbligazione (detto anche “valore nominale” o “pari valore”) agli investitori. Alcune obbligazioni possono essere a scadenza fissa (ad esempio, 5, 10 o 30 anni) mentre altre possono essere senza scadenza;
il rating del credito: le agenzie di rating valutano la solidità creditizia degli emittenti di obbligazioni assegnando loro un punteggio (rating). Questo rating indica il rischio di credito associato all’emittente e aiuta gli investitori a valutare il rischio di investimento e può essere di due tipi:

  • Investment Grade: Il rating “Investment Grade” è assegnato alle obbligazioni con un basso rischio di default (rating maggiore o uguale a BBB. Questi titoli sono considerati di alta qualità e sono emessi da entità con una solida capacità di rimborso del debito secondo le agenzie di rating, come ad esempio Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch);
  • Junk Bonds (High-Yield Bond): le “Junk Bonds” o “High-Yield Bond” sono obbligazioni caratterizzate da un rating di credito inferiore (rating sotto BBB), spesso emesse da entità con una minore capacità di rimborso o considerate più rischiose. Questi titoli offrono rendimenti più elevati per compensare il rischio di default più alto rispetto alle obbligazioni “Investment Grade”;

la liquidabilità: sono negoziate su mercati regolamentati (come il mercato dei titoli di Stato o il mercato obbligazionario) consentendo agli investitori di acquistarle o venderle prima della scadenza (con un possibile guadagno o perdita in conto capitale per l’investitore).

Tipologie di obbligazioni

Di obbligazioni ce ne sono vari tipi:
a) obbligazioni governative: queste obbligazioni sono emesse dai governi nazionali e sono generalmente considerate tra le più sicure. Solitamente offrono rendimenti più bassi rispetto ad altre obbligazioni, ma sono considerate un investimento sicuro in quanto il rischio di default per un paese è generalmente considerato minore rispetto ad una società.
b) obbligazioni societarie: emesse da società, offrono rendimenti legati al rating di credito dell’emittente e al settore di appartenenza più un premio al rischio di default per il maggior rischio che l’investitore si assume rispetto all’investimento in obbligazioni governative.
c) obbligazioni convertibili: queste obbligazioni consentono agli investitori di convertire l’obbligazione in azioni della società emittente a un prezzo prestabilito. Offrono un mix tra caratteristiche obbligatorie e azionarie e possono offrire rendimenti più bassi rispetto alle obbligazioni tradizionali, ma con la possibilità di partecipare al potenziale apprezzamento delle azioni.

Perché utilizzarle?

Le obbligazioni, per diversi motivi, sono un’importante componente da inserire in un portafoglio di investimenti diversificato.
Innanzitutto, offrono stabilità e sicurezza agli investitori rispetto all’investimento in azioni, data la mancanza di correlazione lineare tra le due asset class (ma non sempre). Questo però non avviene in periodi d’alta inflazione, dove la loro correlazione è positiva, le due asset class, quindi, tenderanno in questo particolare contesto a muoversi nella stessa direzione.

Investire correttamente significa anche avere un portafoglio correttamente diversificato. Investire in questo modo può ridurre l'impatto in caso di rendimenti negativi da parte di una singola attività.
Investire correttamente significa anche avere un portafoglio correttamente diversificato. Investire in questo modo può ridurre l’impatto in caso di rendimenti negativi da parte di una singola attività.

Le obbligazioni governative o di società con rating elevato, tendono a essere meno rischiose rispetto alle azioni e vengono considerate come un elemento di stabilità nei momenti di volatilità del mercato azionario. Inoltre, le obbligazioni, forniscono un flusso di reddito regolare sotto forma di pagamenti di interessi (attraverso le cedole che possono essere di entità fissa o variabile). Questo è particolarmente vantaggioso per gli investitori che cercano una fonte costante di entrate attraverso le cedole.
Le obbligazioni, durante periodi di turbolenza o crollo del mercato azionario possono agire come un’ancora, proteggendo il portafoglio dalle grandi perdite. Questa caratteristica di protezione del capitale è particolarmente preziosa per gli investitori che desiderano mantenere una certa stabilità finanziaria, anche durante fasi negative del mercato.

Raccomandazioni finali

Nel concludere, le obbligazioni possono essere viste come un interessante strumento per aumentare la diversificazione nel proprio portafoglio e per fornire stabilità in situazioni di crisi sul mercato. La loro presenza offre stabilità e un flusso di reddito costante, che può risultare attraente per gli investitori alla ricerca di una combinazione di sicurezza e rendimento.

Le obbligazioni governative, con il loro minor rischio di default, vengono spesso considerate come una base solida da inserire nel proprio portafoglio e che, rispetto alle obbligazioni societarie, risulta meno correlate all’investimento azionario.Essendo le obbligazioni societarie legate all’andamento dell’emittente, tendono a fornire una diversificazione minore al proprio portafoglio azionario.

Per i nuovi investitori, è consigliabile iniziare dapprima con uno studio approfondito delle varie tipologie di obbligazioni e delle loro caratteristiche, così da poter valutare al meglio il proprio livello di rischio e di rendimento desiderati. In finanza è necessario comprendere adeguatamente i vari strumenti prima di inserirli nel nostro portafoglio.
Come diceva Warren Buffett infatti:

Regola numero 1 : non perdere mai soldi! Regola numero 2 : non dimenticarsi mai della regola numero 1! Warren Edward Buffett – «l’oracolo di Omaha», imprenditore, economista e filantropo statunitense

  I soldi investiti sui mercati, rappresentano per molti i sacrifici di una vita o lo strumento per garantirsi un futuro migliore, sprecarli investendoli a casaccio o in strumenti non adeguati al nostro profilo di rischio e alla nostra situazione specifica, ci esporrà sicuramente a enormi perdite!
Per ultimo, un elemento cruciale da considerare è la durata dell’investimento, poiché le obbligazioni possono variare notevolmente nella loro sensibilità ai tassi di interesse.

Per investimenti a breve termine, obbligazioni con scadenze più vicine potrebbero essere più adatte, mentre per investimenti a lungo termine, obbligazioni con scadenze più lunghe potrebbero offrire rendimenti migliori. Infine, è sempre consigliabile consultare un consulente finanziario esperto o un professionista del settore, per ricevere consigli personalizzati in base alle proprie esigenze finanziarie e obiettivi di investimento.

Scuola, famiglia e consulenza pedagogica: partnership fondamentale

I recenti fatti di cronaca hanno toccato un nervo scoperto circa l'educazione e la violenza di genere, Mateja Nanut analizza la questione da un punto di vista pedagogico.
I recenti fatti di cronaca hanno toccato un nervo scoperto circa l'educazione e la violenza di genere, Mateja Nanut analizza la questione da un punto di vista pedagogico.

Manca un ponte

Il 21 novembre, alle ore 11, nelle varie scuole si è osservato un minuto di silenzio per ricordare Giulia Cecchettin, la ragazza di 22 anni per il cui omicidio è accusato il suo ex fidanzato. Il femminicidio, l’omicidio di una donna basato sul suo genere, è una realtà allarmante che affligge molte società in tutto il mondo. Questo fenomeno non è solo una violazione dei diritti umani fondamentali, ma rappresenta anche una manifestazione estrema delle disuguaglianze di genere e della violenza contro le donne.

Ma quali sono le cause del femminicidio? Sicuramente una cultura del controllo, una mentalità possessiva, ma anche fattori socioeconomici; in contesti in cui l’accesso alle risorse e alle opportunità è limitato per le donne, la violenza può diventare uno strumento di controllo e potere. Le radici profonde del femminicidio sono spesso collegate alla persistente disuguaglianza di genere, quando le donne sono considerate inferiori o subordinate agli uomini.

Allora qual è la soluzione?
Approviamo subito in Parlamento una legge che introduca l’educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole d’Italia.” Lo stiamo già facendo!
Ci vogliono strategie mirate a formare i ragazzi alla consapevolezza emotiva relazionale.” Lo stiamo già facendo!
Introduciamo l’educazione emotiva e sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado.” Lo stiamo già facendo!

La scuola lo sta già facendo, lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Il primo compito dei docenti è educare insegnando il rispetto, la condivisione, la collaborazione, l’aiuto reciproco, attraverso quelle che sono le materie di studio, le discipline, i laboratori, le uscite didattiche, i momenti delle pause come le ricreazioni e il pranzo in mensa.

Continua, però, lento e inesorabile il depotenziamento delle famiglie non più intese come prime agenzie educative ma come semplici bed and breakfast. La scuola non può essere l’unica soluzione a una problematica complessa che abbraccia, non solo gli ambiti socioculturali, ma anche e soprattutto ambiti emotivi e affettivi. Antonella Bonavoglia, giornalista de Il Sole 24 Ore – Link all’articolo

Allora la colpa è della famiglia, dei genitori che non hanno tempo per i propri figli, dei nonni che li viziano troppo e non dicono mai di no. La colpa è dello Stato che non offre abbastanza contributi e agevolazioni economiche a sostegno delle famiglie. La colpa è del nostro lavoro che non ci permette di trascorrere abbastanza tempo con le persone a noi care. La colpa è della tecnologia che sta crescendo dei figli emotivamente anoressici e socialmente isolati.
Sapete che c’è? C’è che siamo sempre tutti pronti a puntare il dito verso gli altri. La sorella di Giulia dice “Maschi, fatevi un esame di coscienza”, io dico facciamoci un esame di coscienza, uomini e donne. Iniziamo a condividere, a collaborare, a chiedere aiuto e ad offrire aiuto, iniziamo a rispettarci per quello che siamo mettendoci nei panni dell’altro, conosciamo e accettiamo il diverso. La colpa è di… La colpa non è della Scuola, non è della Famiglia, non è dello Stato. La colpa è della mancanza di comunicazione tra queste Istituzioni. Non c’è un legame, non c’è una rete, non c’è condivisione né collaborazione. Manca un ponte.

Una delle risorse fondamentali per mantenere i legami sociali è l'empatia. L'empatia può essere appresa e maggiormente sviluppata fin dai primi anni di scuola, fornendo la capacità di comunicare e comprendere correttamente chi sta soffrendo e non solo. L'empatia migliora la qualità delle relaziuoni, rendendole più sincere e reali.
Una delle risorse fondamentali per mantenere i legami sociali è l’empatia. L’empatia può essere appresa e maggiormente sviluppata fin dai primi anni di scuola, fornendo la capacità di comunicare e comprendere correttamente chi sta soffrendo e non solo. L’empatia migliora la qualità delle relazioni, rendendole più sincere e reali.

Ripropongo quindi la domanda: qual è la soluzione?

Empatia

L’empatia purtroppo è merce carente. Non è una questione morale, non si tratta del bene e del male, non è una capacità innata, non si nasce empatici o non-empatici. L’empatia è una competenza, più precisamente una competenza relazionale, e come tale va insegnata, sviluppata e nutrita1. La mancanza di empatia è un problema di comunicazione, è assenza di ascolto, di comprensione, è individualismo.
Quali sono i fattori che contribuiscono a una mancanza di empatia?

Velocità della vita moderna – La vita moderna è spesso caratterizzata da un ritmo frenetico, con persone impegnate in molte attività e responsabilità. Questo può ridurre il tempo e lo spazio per la riflessione e l’attenzione alle esigenze degli altri.

Tecnologia e isolamento sociale – Sebbene la tecnologia ci permetta di connetterci in modi nuovi, può anche contribuire a una forma di isolamento sociale. Le interazioni online, spesso distanziate e meno personali, possono influire sulla percezione di empatia nella comunicazione2.

Overload di informazioni – La costante esposizione a notizie negative o traumatiche attraverso i media può causare una sorta di stanchezza emotiva, rendendo le persone sature e meno reattive alle sofferenze degli altri.

Fattori economici – Le sfide economiche e l’insicurezza finanziaria possono portare le persone a concentrarsi maggiormente sulle proprie esigenze e difficoltà, riducendo il tempo e l’energia dedicati agli altri.

Paura e insicurezza – In contesti in cui la paura e l’insicurezza predominano, le persone potrebbero essere più inclini a chiudersi emotivamente per proteggersi.

Educazione e valori familiari – L’educazione e i valori trasmessi in famiglia possono influenzare significativamente la propensione all’empatia. Se la formazione non enfatizza l’importanza di comprendere le esperienze degli altri, potrebbe esserci una carenza di empatia.

L’empatia va quindi coltivata attraverso l’educazione3, l’esperienza, la pratica consapevole, l’esposizione a diverse prospettive, con una comunicazione aperta e feedback costruttivi. Insegnare l’empatia contribuisce a creare individui più comprensivi, collaborativi e capaci di stabilire connessioni significative con gli altri.

L’aiuto della consulenza pedagogica

La consulenza pedagogica è concentrata sulla relazione educativa, non riguarda solo il bambino ma puà riguardare individui di ogni età che svolgono esperienze di apprendimento in ogni ambito, anche se si rivolge principalmente alle relazioni in ambiti educativi quindi ad insegnanti, genitori  (singolarmente o in gruppo) e ovviamente a bambini e ragazzi. DIventa sempre più un tassello importante nella crescita, nella formazione e nell'educazione.
La consulenza pedagogica è concentrata sulla relazione educativa, non riguarda solo il bambino ma puà riguardare individui di ogni età che svolgono esperienze di apprendimento in ogni ambito, anche se si rivolge principalmente alle relazioni in ambiti educativi quindi ad insegnanti, genitori (singolarmente o in gruppo) e ovviamente a bambini e ragazzi. DIventa sempre più un tassello importante nella crescita, nella formazione e nell’educazione.

L’educazione è un catalizzatore potente per il cambiamento sociale. Attraverso le aule, possiamo plasmare le menti delle nuove generazioni, promuovendo valori di inclusione, uguaglianza, rispetto e giustizia.
Questi valori, portati avanti nel tempo, possono trasformarsi in azioni concrete per una società più equa. La Scuola senza la Famiglia però può fare ben poco. La genitorialità è una delle sfide più significative e gratificanti della vita, ma è anche un mondo estremamente complesso e sfidante. Le famiglie si trovano sempre di più ad affrontare una serie di questioni, tra cui l’educazione dei figli, la gestione dei conflitti familiari, la disciplina, l’equilibrio tra lavoro e vita familiare.
No, non è per niente semplice!
Proprio per questo motivo la consulenza pedagogica assume un ruolo cruciale nell’aiutare le famiglie, fornendo un sostegno mirato, basato su principi pedagogici, per affrontare tutte le sfide in modo costruttivo.
I consulenti pedagogici lavorano con i genitori
per comprendere le fasi dello sviluppo infantile e fornire strategie per supportare la crescita e lo sviluppo a 360° dei loro figli.
La consulenza pedagogica aiuta i genitori a sviluppare strategie efficaci, promuove una comunicazione aperta e rispettosa all’interno della famiglia, creando un ambiente in cui tutti possono esprimere i propri pensieri e sentimenti, fornisce strumenti per affrontare lo stress e mantenere l’equilibrio tra la vita familiare e quella lavorativa, offre supporto per migliorare il benessere generale della famiglia, affrontando le sfide quotidiane e coltivando relazioni familiari positive.
In sintesi, la consulenza pedagogica mira a promuovere un ambiente familiare sano.

L’educazione come strumento per il cambiamento sociale

La consulenza pedagogica, quando integrata nel contesto scolastico, si rivela un potentissimo strumento per fornire supporto alle famiglie, è una risorsa preziosa.
Questa collaborazione tra gli esperti e le famiglie stesse crea un ambiente in cui il benessere e lo sviluppo dei bambini sono al centro dell’attenzione. Inoltre, introdurre servizi di consulenza pedagogica nelle scuole, rende questa risorsa facilmente accessibile alle famiglie. I pedagogisti possono così lavorare direttamente con i genitori per affrontare sfide specifiche, fornire risorse educative e aiutare a costruire una solida base per il successo dei loro figli.
Lavorando insieme, insegnanti e consulenti pedagogici possono contribuire a creare un ambiente di apprendimento che si estende ben oltre le mura della classe, promuovendo la crescita e il benessere dei bambini. Questa collaborazione non solo supporta l’apprendimento accademico, ma anche lo sviluppo e la formazione di individui equilibrati, responsabili e socialmente consapevoli.

La consulenza pedagogica diventa così un pilastro fondamentale nella costruzione di comunità educative solide e sostenibili. Una collaborazione efficace tra scuola, famiglia e consulenza pedagogica è di fondamentale importanza. Ecco il ponte che stavamo cercando!

Bibliografia

  1. Ivan Rotella, Freud, Lipps e il problema dell’empatia, Università degli Studi di Napoli “Federico II”;
  2. Monica Milani, Empatia e contagio emozionale su Facebook: il comportamento degli adolescenti tra narcisismo ed empatia virtuale, Università degli Studi di Firenze;
  3. Maria Valentina Zapparrata, Le competenze emotive e relazionali nella professione docente, Università degli Studi di Palermo.

 

 

 

Nel nome del”Padre”, le latenze della violenza di genere

Nel nome del padre, le latenze della violenza di genere, un articolo di Sonia Veggiotti per il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Nel nome del padre, le latenze della violenza di genere, un articolo di Sonia Veggiotti per il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Le donne, anche quelle che appartengono alle fasce socio-culturali più elevate o che dispongono di potere economico, sono ancora profondamente condizionate dai retaggi di una cultura patriarcale e misogina e sono vittime di forme di oppressione – più o meno esplicite – dalle quali si devono quanto più urgentemente emancipare.

E il primo passo verso l’emancipazione consiste nello sviluppare una crescente consapevolezza di quei condizionamenti che agiscono, anche inconsciamente, a detrimento del pieno sviluppo del potenziale di cui ogni donna è portatrice.

Quando si parla di violenza non ci si riferisce solo a quella fisica, ma anche a quella psicologica o economica, più sottile ma non meno dannosa.
Quando si parla di violenza non ci si riferisce solo a quella fisica, ma anche a quella psicologica o economica, più sottile ma non meno dannosa.

Si rende quindi necessaria un’azione di “risveglio della coscienza femminile”, affinché ogni donna diventi sempre più consapevole delle risorse interne ed esterne di cui può disporre, per conquistare una propria centratura, rivendicare i propri diritti e affermare la propria dignità sociale e individuale in qualunque contesto sociale, affettivo e relazionale.

Oltre alla molte (troppe) vittime di violenza fisica e abusi sessuali, ci sono anche molte donne vittime di forme di violenza più subdole e sottili, quasi impercettibili agli occhi degli altri e, inizialmente, persino di chi le subisce. Infatti, molte donne si ritrovano imprigionate in relazioni tossiche e psicologicamente devastanti, ancor prima di averne la consapevolezza.

La violenza psicologica è un mostro dalle mille teste che si manifesta attraverso il ricatto economico, morale, le minacce, l’umiliazione, la manipolazione, gli insulti, la svalutazione e/o le continue critiche demolitorie creando ansie, paure, gravi insicurezze e annientando l’autostima di chi ne è vittima.

Infatti, le donne che subiscono questo tipo di abuso sperimentano un processo di lento e progressivo logoramento delle proprie risorse ed energie ad opera del loro carnefice il quale, attraverso la messa in atto di strategie manipolative o intimidatorie, le sottopone a continue vessazioni e frustrazioni inducendole a credere di non avere alcun valore, abilità e di non potercela fare da sole.

Il terrorismo psicologico suscita in chi lo vive la sensazione di essere in una trappola senza via d’uscita, proprio perché va ad innescare dei pensieri autosvalutanti e autodemolitori, a minare qualunque certezza e fiducia in sé stesse, nelle proprie capacità, opportunità e possibilità di riscatto.

Le vittime arrivano a provare forte angoscia, stati ansiosi, depressivi e sensi di colpa nei confronti di sé stesse per “essersi fatte intrappolare” in quello che percepiscono come un vicolo cieco e al contempo provano un enorme senso di impotenza per il fatto di sentirsi prive del coraggio e delle risorse per potersi liberare dalla loro prigione; sentono di non avere più il controllo della propria vita e di essere in totale balia dei propri aguzzini.

Inoltre, le donne che subiscono violenza, qualunque sia la forma in cui essa si manifesti, qualunque sia la classe sociale a cui esse appartengono, sono tutte accomunate dalla paura.

Non solo la paura di essere massacrate a morte, violentate o bruciate con l’acido, per alcune si tratta della paura di perdere i propri figli, la propria casa, il proprio ruolo all’interno della famiglia e della società, di subire ritorsioni, la paura di non potersela cavare da sole, di essere destinate ad un futuro di solitudine, stenti e degrado.

E questo perché le donne maltrattate e manipolate hanno finito col credere di essere totalmente dipendenti dai loro carnefici e di non valere nulla da sole… I loro mariti, fidanzati, compagni…e persino padri e fratelli si sono nutriti di tutte le loro energie, fino a lasciarle inermi, esauste, atterrite, svuotate, prive di fiducia in sé stesse, negli altri, nel futuro e spesso in preda al terrore.

In simili condizioni di devastazione psicologica riemergono con ancor più forza le ancestrali paure e i condizionamenti sociali che intridono le fondamenta della nostra cultura.

A prescindere dal livello socio-culturale di appartenenza, nel profondo di ogni donna gravano i retaggi del patriarcalismo che ha contrassegnato la nostra storia.

Ai nostri giorni è necessario chiedersi se il proprio desiderio di maternità sia autentico o se le convenzioni sociali, che impongono alla donna di diventare madre come realizzazione ultima, siano un motivo più subdolamente importante per prendere questa decisione.
Ai nostri giorni è necessario chiedersi se il proprio desiderio di maternità sia autentico o se le convenzioni sociali, che impongono alla donna di diventare madre come realizzazione ultima, siano un motivo più subdolamente importante per prendere questa decisione.

Ogni donna, spesso inconsapevolmente, porta in sé il peso dei “vecchi” paradigmi “maschiocentrici” che da sempre hanno caratterizzato la nostra organizzazione sociale e impregnato la nostra cultura, generando – e persino legittimando – misoginia, discriminazioni e violenza di genere.

Il lento e faticoso processo di superamento dei nostri storici “dispositivi patriarcali”, in direzione di una crescente emancipazione femminile, che oggi si può definire “in via di sviluppo”, non si è ancora concluso, poiché essi, non solo continuano ad agire all’interno di alcune subculture, ma continuano diffusamente a sopravvivere un po’ ovunque, sebbene in forma latente, azionandosi proprio in quelle situazioni di maggiore fragilità.

Millenni di imperativi maschilistici e fallocentrici hanno insegnato a noi donne:

a temere la solitudine, a vivere le separazioni come dei fallimenti; a credere che non siamo in grado di cavarcela da sole;
a credere che senza un uomo affianco possiamo apparire come delle fallite;
a sopportare un uomo che ci tradisce, che ci trascura, che ci fa soffrire e persino che ci usa violenza pur di non restare da sole, a credere che senza un uomo che ci sostenga non possiamo essere economicamente indipendenti;
a pensare che la nostra realizzazione come donne passa attraverso il matrimonio e la maternità;
ad aver paura di vivere liberamente la nostra sessualità;
a reprimere i nostri desideri;
a temere gli uomini e – paradossalmente – ad affidarci a loro per sentirci protette;
a tollerare la manipolazione, il ricatto, le critiche e persino le umiliazioni;
a fare sesso anche se non ne abbiamo voglia per compiacere il nostro uomo;
a subire sommessamente le più svariate forme di violenza per il bene della famiglia, dei figli;

nel nome del padre, Amen!

Ci hanno insegnato perfino a disprezzare le donne che non vivono secondo questi dettami, che hanno il coraggio di ribellarsi alla cultura fallocentrica che per millenni ha subordinato il piacere della donna a quello dell’uomo e represso la sessualità femminile per immolarla sull’altare di qualche dio (rigorosamente maschio!).

Si rende quindi fondamentale un’azione sinergica di sensibilizzazione, supporto e solidarietà finalizzate all’acquisizione di una crescente consapevolezza da parte di tutto l’universo femminile e anche di quello maschile:

  • dell’esistenza delle più svariate forme di subdola violenza che si insinuano soprattutto tra le mura domestiche, anche in quelle situazioni apparentemente insospettabili.
  • di quanto i condizionamenti socio-culturali agiscano in direzione di una perpetrazione dell’esercizio e della sopportazione di queste forme di abuso
  • del diritto di ogni donna di rivendicare a 360° la propria libertà e autonomia in ogni ambito dell’esistenza, dalla sfera sociale a quella sessuale
  • della necessità di un risveglio della “coscienza femminile” affiché ciascuna donna sia consapevole delle gabbie sociali e dei retaggi culturali che la condizionano, delle risorse personali e sociali di cui dispone e di quelli che sono i suoi inviolabili diritti
  • dell’esistenza di strategie e strumenti assistenziali, psicologici, educativi, giuridici ed esistenziali volti a sostenere, tutelare e ridare nuova vita, libertà e progettualità a tutte donne “in trappola”…
  • della necessità di sradicare i vecchi dispositivi ed attivarne di nuovi, per sostituire pregiudizi e discriminazioni con visioni lucide e solidali
  • del fatto che gli atteggiamenti di omertà, minimizzazione e negazione della violenza sono essi stessi una Violenza!

ETF: guida essenziale per investitori principianti

Investire il proprio denaro può essere una soluzione per non essere esposti alla sua svalutazione. Tra le varie scelte di investimento ci sono gli ETF, cosa sono? Quali scegliere?

Un Exchange Traded Funds è un fondo indicizzato negoziato in borsa che, replica le performance di un indice di mercato, un settore o una classe di attività specifica. Un ETF è progettato per fornire un’opportunità di investimento indiretto per particolari mercati, paesi o industrie replicando uno specifico indice rappresentativo. La semplicità è significativa per la valutazione di un Exchange Traded Funds. Infatti, l’investimento negli ETF aiuta gli investitori a mantenere le proprie finanze distribuite sul patrimonio netto di diverse organizzazioni, diluendone così il rischio e aumentando la diversificazione del proprio portafoglio.

Modalità di Replica

Data l’ampia gamma di ETF presenti sul mercato, solitamente con diversi sponsor che offrono un tracker sullo stesso indice sottostante, un investitore potrebbe chiedersi se c’è una differenza nella scelta di un fondo indicizzato rispetto a un altro. Uno dei criteri da considerare per rispondere a questa domanda potrebbe essere il metodo di replica utilizzato dal fondo: replica fisica o replica sintetica.

ETF a replica fisica o sintetica? Quale scegliere? La decisione ha a che fare con le proprie esigenze personali e con il proprio capitale. Qualora non si abbiano le competenze necessarie, è sempre buona norma consultare un consulente finanziario che possa guidarci nella scelta.
ETF a replica fisica o sintetica? Quale scegliere? La decisione ha a che fare con le proprie esigenze personali e con il proprio capitale. Qualora non si abbiano le competenze necessarie, è sempre buona norma consultare un consulente finanziario che possa guidarci nella scelta.

– In un ETF a replica fisica il denaro degli sottoscrittori viene investito direttamente nei componenti dell’indice al fine di replicare il suo rendimento. Questo tipo di ETF replica l’indice benchmark detenendo tutti i titoli o un loro campione rappresentativo che lo compone. Il vantaggio principale di questa tecnica risiede nella totale trasparenza: l’investitore conosce con certezza la natura del suo investimento e quotidianamente è in grado di visionare la composizione del fondo;

– L’altra metodologia possibile di replica prevista per gli ETF è la replica sintetica. Una delle caratteristiche che differenziano questo modello di replica dalla replica fisica, riguarda l’acquisto della titolarità legale da parte dell’emittente dell’ETF sulle attività acquistate, ottenendo un accesso diretto. Questo significa che se la controparte dello swap va in default, l’emittente può liquidare immediatamente le attività. A causa di questa maggior esposizione al rischio di controparte, generalmente, tra due o più ETF simili, verrà preferito quello a replica fisica.

Perché Investirci?

Chiarita la differenza tra le due metodologie di replica esistenti, adesso concentriamoci sulle caratteristiche principali che rendono questi strumenti così interessanti rispetto ad altre tipologie d’investimento. Una delle principali riguarda i costi ridotti, infatti, gli ETF tendono ad avere costi di gestione più bassi ( e non di poco) rispetto ai fondi d’investimento tradizionali. I Costi possono essere confrontati attraverso la visione del TER (Total Expense Ratio), che rappresenta il totale dei costi a carico dell’investitore in ETF. Ad esempio, nel caso di un generico ETF World, il suo alore si aggira tra lo 0,10% e lo 0,20%. Un’altra caratteristica spesso sottovalutata, ma di elevata importanza, riguarda la totale trasparenza. Gli ETF, forniscono in maniera dettagliata e CHIARA sulle loro partecipazioni, performance e sulle varie spese a carico dell’investitore. Vantaggio non di poca importanza, se rapportato a molti fondi/polizze dove le informazioni essenziali sono riportate insieme a tonnellate di pagine (inutili) e spesso non riportati in maniera chiara e facilmente comprensibile.

Elementi di confronto

Selezionare l’ETF più adatto non è semplice, bisogna considerare nella scelta che, per ogni tipologia ce ne sono molti simili ma con alcune piccole differenze che li rendono più o meno interessanti a seconda dei nostri personali obiettivi. Se non si hanno infatti le giuste competenze e se non si conosce gli aspetti più importanti daconfrontare, si rischia di investire in uno strumento poco adatto al nostro contesto o di adottare una soluzione non efficiente per i nostri investimenti. Alcuni parametri da valutare e confrontare, sono: l’AUM (Assets Under Management) e l’utilizzo dei profitti.

Qualora si voglia investire, scegliere il giusto ETF non è semplice, occorre effettuare una serie di valutazioni adatte alle proprie esigenze.
Qualora si voglia investire, scegliere il giusto ETF non è semplice, occorre effettuare una serie di valutazioni adatte alle proprie esigenze.

L’AUM rappresenta la dimensione dell’ETF, ovvero il totale degli asset in gestione in un determinato momento. È molto importante da valutare e tenere in considerazione, in quanto:

  • gli ETF più grandi sono mediamente più scambiati: ciò comporterà uno spread (differenziale tra prezzo di acquisto e di vendita) minore e quindi dei minori costi per l’investitore;
  • gli ETF eccessivamente piccoli, rischiano di essere liquidati perché poco profittevoli per l’emittente, con tutte le possibili conseguenze negative.

Generalmente, 500 milioni è il valore di riferimento per cui si attribuisce una buona capitalizzazione ad un ETF ( per alcuni specifici temi d’investimento, 100 milioni è un valore più che buono). L’utilizzo dei profitti è la modalità con cui un ETF, gestisce i dividendi e gli interessi provenienti dai suoi investimenti.
L’utilizzo può essere di 2 tipi:

  1. Accumulazione, prevede in questo caso il reinvestimento dei proventi nell’indice, incrementano così l’effetto dell’interesse composto delle quote in nostro possesso. Questo tipo di profitti, è preferibile per gli investitori che hanno come principale obiettivo, una crescita del capitale nel tempo (come i giovani);
  2. distribuzione, prevede invece l’emissione di un dividendo periodico, che verrà riconosciuto all’investitore. Per un investitore orientato ad ottenere un flusso di cassa periodico, questo tipo di accumulo dei profitti è l’ideale (bisogna ricordare che i dividendi, così come il capital gain, sono soggetti ad aliquota del 26% sulle plusvalenze azionarie; mentre per i divendi e plusvalenze relative ai titoli di Stato, l’aliquota è pari al 12,5%);

La scelta tra i due diversi tipi di accumulazione dei profitti è prevalentemente personale, infatti, a seconda delle singole caratteristiche ed esigenze personali, potrebbe risultare più conveniente la scelta di una tipologia rispetto all’altra. Ad esempio, per un giovane che si sta affacciando da poco al mondo del lavoro o alla fine dei propri studi, risulterebbe sconveniente la scelta della distribuzione, in quanto ipotizzando un capitale a disposizione non elevato, i dividendi sarebbero bassi/nulli e si diminuirebbe l’effetto dell’interesse composto. Optando per l’accumulazione, il giovane invece beneficerebbe maggiormente dell’effetto coumpounding e otterrebbe prospettivi di crescita maggiori del proprio portafoglio nel tempo.
In sintesi, questa breve panoramica sugli Exchange Traded Funds, offre solo uno sguardo iniziale su questo vasto mondo di opportunità di investimento. Per compiere una scelta consapevole e mirata, è fondamentale approfondire ulteriormente alcune caratteristiche. Si deve prestare attenzione ai diversi settori, strategie e performance storiche degli ETF disponibili. La diversità può essere un vantaggio, ma richiede anche un’analisi più approfondita per adattare i propri investimenti alle specifiche esigenze e obiettivi di ciascun investitore.

Relazioni multiple consensuali, il poliamore

Cos'è il poliamore? Si tratta dell'esistenza dichiarata di più relazioni simultanee, precedute da un accordo nel rispetto di chi ne fa parte.
Cos'è il poliamore? Si tratta dell'esistenza dichiarata di più relazioni simultanee, precedute da un accordo nel rispetto di chi ne fa parte.

Il poliamore è una modalità di concepire e vivere i rapporti amorosi in una prospettiva che oltrepassa i confini della monogamia, per abbracciare una visione più estesa, articolata e, in un certo senso, più complessa delle relazioni sentimentali e sessuali.
Il termine poliamore, in una sua accezione più ampia, è utilizzato in riferimento a tutte quelle relazioni sessuali non monogamiche che includono lo scambismo, la modalità di coppia aperta, la frequentazione di più partner sessuali (occasionali e non), l’orgiasmo.
Tuttavia, in una sua connotazione più specifica, il poliamore è circoscritto a una non monogamia etica che presuppone la consensualità, la trasparenza e il rispetto reciproco di tutti i soggetti coinvolti. In quest’ottica, si possono così venire a creare costellazioni relazionali complesse caratterizzate da affetto, intimità e impegno, che trascendono la pura sessualità e che possono rappresentare delle valide alternative al modello della famiglia tradizionale (costituita da due genitori di sesso opposto con figli).

Quali orientamenti sessuali e quali generi sono coinvolti?

La dimensione poliamorosa non conosce restrizioni di genere o di orientamento sessuale, perché implica un’apertura all’amore che abbraccia un’ampia gamma di intersessualità, identità di genere non binarie e tutti gli orientamenti possibili.
Il poliamore è molto diffuso tra persone bisessuali, che possono avere partner etero e omosessuali; questo può valere per qualunque identità di genere: maschile, femminile o transgender. Tuttavia, le relazioni poliamorose vengono intraprese anche da individui che hanno un orientamento omo o etero definiti.

Diversamente dalle relazioni monogame, nelle relazioni poliamorose non esiste un ordine preciso in cui si sviluppa. Da non confondere la differenza tra poliamore e poligamia, dove la poligamia sta per relazione multipla e formale, riconosciuta dalla legge, con più di un partner.
Diversamente dalle relazioni monogame, nelle relazioni poliamorose non esiste un ordine preciso in cui si sviluppa. Da non confondere la differenza tra poliamore e poligamia, dove la poligamia sta per relazione multipla e formale, riconosciuta dalla legge, con più di un partner.

Esistono Gerarchie tra amanti?

Questa modalità non convenzionale di amare e gestire le relazioni può avvenire attraverso una grande varietà di modalità e dinamiche del tutto differenti tra loro. Ad esempio ci sono coppie che consensualmente intrattengono relazioni affettive-sessuali-intime con altri partner esterni, ma impegnandosi reciprocamente a mantenere un rapporto privilegiato con il proprio partner primario, considerando la propria relazione di coppia sempre come prioritaria rispetto alle altre.
In altri termini, ci sono poliamoristi che hanno un solo compagno di vita (o almeno uno per volta), con cui condividono quotidianità, progettualità, casa, letto, vacanze e magari pure il conto in banca, ma instaurano relazioni significative anche con altri, non riducibili al sesso occasionale. Ci sono quindi “terze persone” che entrano in relazione con una coppia poliamorosa come amanti dichiarati di uno dei due e spesso arrivano ad instaurare con l’altro membro della coppia un rapporto di reciproco rispetto, fiducia e sincera amicizia.
Eppure esistono anche costellazioni poliamorose in cui più amanti condividono tra loro erotismo, affetto, progetti, interessi e obiettivi comuni, magari convivendo nella stessa abitazione e occupandosi anche della cura e dell’educazione dei figli dei propri partner, come se si trattasse di una grande famiglia allargata, in cui tutti gli adulti si assumono la responsabilità genitoriale.
Oppure ancora ci sono situazioni in cui due partner che si considerano una coppia, intrattengono entrambi relazioni con gli stessi amanti, insieme, o singolarmente, formando non solo triangoli ma molteplici formazioni amorose.

Ha senso per i single parlare di poliamore?

Si può vivere anche da single in modalità poliamorosa quando si intraprendono più relazioni erotiche in cui ciascuno è al corrente dell’esistenza degli altri partner o addirittura li conosce e ne diventa persino amico. Questo non ha niente a che vedere con la sessualità occasionale vissuta con persone diverse e nemmeno con l’intrattenere delle relazioni clandestine con partner che hanno già una relazione di coppia consolidata.
Infatti, la filosofia del poliamore presuppone un approccio relazionale basato su una comunicazione chiara ed efficace, sulla consensualità, la capacità di raggiungere degli accordi che permettano di vivere le proprie situazioni amorose all’insegna del benessere. In altri termini, qualunque sia la natura delle relazioni intraprese, che siano di matrice prettamente erotica piuttosto che di stampo affettivo, si tratta di viverle in chiave etica.

È necessario fare coming out?

L'etica della relazione poliamore si basa sulla consensualità e sulla lealtà. Ogni partner deve essere consenziente e informato della presenza degli altri. La gestione della gelosia può essere un problema, ma sicuramente legato più alla sfera personale che interpersonale.
L’etica della relazione poliamore si basa sulla consensualità e sulla lealtà. Ogni partner deve essere consenziente e informato della presenza degli altri. La gestione della gelosia può essere un problema, ma sicuramente legato più alla sfera personale che interpersonale.

Per poter parlare di eticità è necessario che tutti i partner coinvolti in una situazione amorosa siano al corrente delle dinamiche che ci sono in gioco ed esprimano la propria consensualità. Pertanto, abbracciare il poliamore, tanto per i single quanto per i membri di una coppia, vuol dire innanzitutto fare coming out, parlando gli uni con gli altri dei propri amanti, del tipo di relazione instaurata o della propria volontà di aprirsi a nuovi legami affettivi ed esperienze erotiche.

Come gestire la gelosia?

La gelosia è un’emozione forte e dolorosa, che tuttavia può essere gestita con successo e disimparata. Infatti spesso quest’emozione ha a che fare più col rapporto che abbiamo con noi stessi che con l’altro, nasce dalle nostre insicurezze, dal desiderio di essere il numero uno e di vedere così confermato il nostro valore, attraverso la considerazione e lo sguardo dell’altro. Non si tratta di reprimerla o soffocarla, perché ciò comporterebbe una maggiore sofferenza e ci terrebbe ancora più legati a quest’emozione. Piuttosto si tratta di comprendere che, per quanto travolgente e dolorosa la gelosia non è qualcosa di intollerabile, ma di sostenibile ed è proprio accettandola e sperimentandola che è possibile anche ridimensionarla; più la si teme più essa acquisisce potere, un potere che in realtà siamo noi stessi a conferirle. Al contrario portando la centratura su noi stessi, imparando a prenderci cura della nostra mente e del nostro corpo, in altri termini ad amarci, possiamo gradualmente disinvestire gli altri di questo potere di “decidere” di noi e del potere di farci ingelosire.
In una dimensione poliamorosa la gelosia viene mitigata proprio dal fatto di avere più partners dai quali possiamo ricevere sostegno, affetto, approvazione, ammirazione ed erotismo, evitando così di sviluppare una dipendenza affettiva (con tutte le emozioni negative ad essa connesse) che al contrario si può spesso generare nelle relazioni monogamiche.
Inoltre, sincerità, libertà, consensualità, condivisione e accordi, che stanno alla base dell’etica del poliamore, rappresentano di per sé delle coordinate che possono guidare in un’ottica in cui la gelosia può essere meno contemplata.
Tuttavia, dato che per definizione la relazione è qualcosa che continuamente si evolve, c’è sempre il rischio che alcuni equilibri vengano sconvolti. Può succedere ad esempio che uno dei due partner della coppia instauri con uno dei suoi partner esterni un legame sempre più profondo, arrivando a sovvertire la propria scala di priorità e, così facendo, ad infrangere gli accordi presi con i proprio partner primario. Ovviamente quando ciò avviene è inevitabile che quest’ultimo sperimenti gelosia, oltre che frustrazione e rabbia, ma ciò avverrebbe con ancora più forza se si trattasse di una relazione monogamica nella quale, all’improvviso, si scopre che il nostro partner ci tradisce.

In uno studio del dipartimento di sociologia dell'Università di Manchester in collaborazione con l'Università di Lisbona, sono state condotte delle analisi tematiche su 463 partecipanti di cui il 13% non aveva una relazione monogama.L’analisi ha mostrato che le persone definiscono il poliamore principalmente come un insieme di comportamenti in una relazione, seguito dal potenziale di più relazioni o sentimenti per più persone. Le definizioni includono anche aspetti emotivi, sessuali ed etici. Tuttavia per la maggioranza del campione con relazioni "poliamore", la sessualità non avrebbe un ruolo centrale.
In uno studio del dipartimento di sociologia dell’Università di Manchester in collaborazione con l’Università di Lisbona, sono state condotte delle analisi tematiche su 463 partecipanti di cui il 13% non aveva una relazione monogama.L’analisi ha mostrato che le persone definiscono il poliamore principalmente come un insieme di comportamenti in una relazione, seguito dal potenziale di più relazioni o sentimenti per più persone. Le definizioni includono anche aspetti emotivi, sessuali ed etici. Tuttavia per la maggioranza del campione con relazioni “poliamore”, la sessualità non avrebbe un ruolo centrale.1

Nel poliamore esistono tradimenti?

In un certo senso si può dire che le relazioni poliamorose siano meno esposte al rischio del tradimento, proprio perché tutto viene esplicitato e vissuto “alla luce del sole”. Tuttavia, quando gli accordi vengono infranti, quando gli equilibri vengono sovvertiti, quando una particolare situazione viene tenuta nascosta, allora si può parlare di tradimento.
Esistono coppie che intrattengono dichiaratamente dei rapporti stabili con altre persone, ma che concordano di evitare il sesso occasionale con sconosciuti. Ebbene, se uno dei partners si concede un’avventura sessuale all’insaputa dell’altro sta violando un accordo e quindi sta commettendo un tradimento.

Sesso e poliamore

Il poliamore non dev’essere quindi confuso con la libertà di fare sesso indiscriminatamente con chiunque si voglia. Spesso esso non ha nulla a che fare col sesso, perché sì, esistono anche poliamoristi asessuati, ma il must è rappresentato dalla messa in gioco di relazioni complesse e autentiche, fatte anche di legami affettivi profondi, impegno e sostegno reciproco, con una comunicazione assertiva che prevede sincerità, apertura e capacità di raggiungere degli accordi finalizzati a vivere in piena armonia con sé stessi e con gli altri.
Il poliamore può diventare così un portale per entrare in una dimensione erotica senza confini, dove il sesso diventa eros.

Bibliografia
  1. Cardoso, Daniel et al. “Defining Polyamory: A Thematic Analysis of Lay People’s Definitions.” Archives of sexual behavior vol. 50,4 (2021): 1239-1252. doi:10.1007/s10508-021-02002-y

SiFest 2023, “Testimone oculare”, XXXII edizione

Si è concluso il SiFest 2023 dal titolo testimone oculare. L'annuale evento che si tiene a Savignano sul Rubicone diretto da Alex Majoli e curato da Jana Liskova.
Si è concluso il SiFest 2023 dal titolo testimone oculare. L'annuale evento che si tiene a Savignano sul Rubicone diretto da Alex Majoli e curato da Jana Liskova.

Come ogni anno il mese di settembre si apre con gite fuori porta all’insegna della cultura fotografica, perciò anche quest’anno nel suo ultimo weekend, non poteva mancare la nostra visita alla XXXII edizione del Sifest.
Edizione del festival con il titolo “Testimone oculare”, che indaga tra la vita dentro e fuori oltrepassando i muri del carcere, nonché luoghi ai margini del mondo contemporaneo, in cui esclusione e isolamento sociale annebbiano il desiderio di vita.

Come lo scorso anno, filo conduttore del festival è stato quello di estendere l’educazione all’immagine fotografica sia alle nuove generazioni, attraverso gli allestimenti nelle scuole della città di Savignano sul Rubicone, sia a chi si trova in carcere e rischia di restare al margine dell’ambiente socio-culturale.

Per questo la casa circondariale di Forlì, ha partecipato al progetto rendendo possibile la collaborazione tra detenuti e fotografi professionisti quali Arianna Arcara, Cristina De Middel, Lorenzo Vitturi e Marco Zanella, che hanno documentato il desiderio di ciò che ognuno di loro voleva vedere o rivedere del mondo esterno.

La fotografia e tutte le arti in generale devono interessarsi della società. Le fotografie non possono solo essere reliquie e intrattenimento nei musei o nei festival, devono partecipare alla aletheia della nostra collettività.

Alex Majoli, fotoreporter e direttore artistico

Gli spazi e le mostre del SiFest 2023

Accanto ai sei reportage allestiti al Consorzio di Bonifica a cura del direttore artistico Alex Majoli e la curatela di Jana Liskova, il percorso si è intensificato negli ambienti scolastici di Savignano con l’intento di avvicinare sempre più le future generazioni alla cultura fotografica. Come lo scorso anno, i progetti fotografici sono stati distinti per materie scolastiche diverse, così da spingere l’osservatore a pensare e leggere le immagini attraverso uno schema mentale studentesco.

Esposto presso la Scuola Media Giulio Cesare per il SiFest 2023, il progetto di Myriam Boulos dal titolo "What's Ours", racconta la società libanese contemporanea con un occhio particolare sulla capitale Beirut di notte mettendo in risalto i ruoli di genere e le forme di oppressione riguardanti la libertà sessuale che si vivono nel paese.
Esposto presso la Scuola Media Giulio Cesare per il SiFest 2023, il progetto di Myriam Boulos dal titolo “What’s Ours”, racconta la società libanese contemporanea con un occhio particolare sulla capitale Beirut di notte mettendo in risalto i ruoli di genere e le forme di oppressione riguardanti la libertà sessuale che si vivono nel paese.

Nella scuola primaria troviamo una ricerca fotografica del mondo distopica e talvolta immaginaria, perfettamente in armonia con gli spazi scolastici che nascondono la chiave di lettura dei progetti esposti. L’istituto comprensivo Giulio Cesare, presenta invece una densa ricerca documentaria sociale ma anche individuale e psicologica.

Nella primaria troviamo un futuro immaginario distopico romanzato di Jacky Connolly “Descent Into Hell”; le gigantografie travolgenti sul mondo animale di Jim Naughten, ispirato alle teorie sociobiologiche del biologo Edward Osborne Wilson (Eremozoic) che ricolloca l’animale nel suo ambiente naturale con un gioco di luci e sovrapposizioni di immagini; Karolina Wojtas e Angelo Vignali, in armonia con l’ambientazione dell’esposizione, mostrano una parodia sul rigido sistema scolastico polacco, sistema che ha segnato la vita dell’artista stessa.

Nella scuola secondaria invece, troviamo reportage che aprono lo sguardo su ambienti culturali al margine della società, visibili nel progetto “Sleeping by the Mississippi“, per la sezione geografia di Alec Sotho e nel progetto di Myriam Boulos “What’s Ours”, nell’area religione, in cui racconta la vita dei giovani in Libano tra conflitti e crisi di identità.

Marco Preti è un fotografo bresciano famoso per foto in ambito ducumentaristico naturale e reportage. Di grande rilievo i suoi lavori svolti con Rai 3 che lo hanno portato a viaggiare in tutto il mondo, tra cui l’Oriente, dove ha potuto osservare e raccontare attraverso i suoi scatti il festival di Naadam in Mongolia.

Tra queste ricerche, progetto che ho trovato estremamente interessante grazie anche ad alcune informazioni inedite forniteci dalla curatrice Jana Liskova, è stato quello del fotografo olandese Marvel Harris “Inner Journey”. Progetto denso e di forte impatto emotivo per la sezione letteratura. Un diario personale in cui l’artista racconta le sue altalenanti emozioni, l’autismo e la sua transizione di genere attraverso scatti in bianco e nero, in cui mostra le sue fragilità ma anche l’accettazione e la trasformazione di un corpo che cambia.

Altro reportage documentaristico piuttosto immersivo per la location scelta, è stato quello allestito nella palestra della scuola media del fotografo bresciano Marco Preti. Il suo lavoro esplora luoghi lontani del mondo tra cui la Mongolia documentando il festival Naadam, un’antica festa popolare che mette insieme tre competizioni sportive: corsa a cavallo, lotta e tiro con l’arco. Le stampe raffiguranti le tre competizioni, disposte come manifesti lungo il perimetro della palestra, rendono il visitatore spettatore delle competizioni, grazie sia alla luce naturale presente nell’ambiente che agli spazi ampi che rendono vivi i personaggi ritratti negli scatti.

La nostra visita si è conclusa con i progetti vincitori dei concorsi legati al SiFest, in particolare l’esposizione presso la Vecchia Pescheria con la mostra del duo fotografico Renata Busettini e Max Ferrero “Vietato Morire. Storie di ordinaria resistenza” (vincitore del concorso Portfolio Italia – Gran Premio Fujifilm 2022). Lavoro che, riflettendo sugli avvenimenti odierni di una società ferita dalla violenza di genere, raccoglie le testimonianze di dieci donne coraggiose che, a un passo dalla morte, per motivi differenti, lottano per la loro libertà costruendo una memoria delle loro vite, nate nel dolore fisico e mentale e trasformato in riscatto sociale. Scatti che impressionano e coinvolgono emotivamente lo spettatore non solo per gli sguardi spenti delle figure, ma soprattutto per le ferite che le donne portano come testimoni del loro terribile passato.

Abbiamo visto la morte passare davanti ai nostri occhi, l’abbiamo osservata, a volte cercata. Non ci ha volute e da quel giorno per noi tutto e cambiato.

Qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo

Edizione del SiFest del tutto particolare.
Se gli scorsi anni (“Visita al SiFest 2022, Savignano sul Rubicone“) gli spazi presentavano più progetti, quest’anno si è puntato al cosiddetto “poco ma buono”, più alla qualità dei contenuti che alla quantità. Decisione in parte giusta per dare spazio ad un’attenta osservazione da parte del pubblico ai contenuti dei progetti in mostra,

Corridoio di esposizione per il SiFest 2023, presso la scuola elementare Dante Aligheri di Savignano sul Rubicone.
Corridoio di esposizione per il SiFest 2023, presso la scuola elementare Dante Aligheri di Savignano sul Rubicone.

dall’altra scelta che ho trovato poco funzionale in quanto alcune aule soprattutto del Comprensorio, ci sono parse subito spoglie in quanto non davano modo di sostare

con tempi più lungi per osservare un lavoro, ma al contrario davano proprio l’idea di elementi mancanti, necessari per portare a termine il racconto di alcuni progetti come quello del Mississippi tra i più belli e coinvolgenti della scuola.

Sempre apprezzata la scelta degli spazi scolastici per il coinvolgimento dei piccoli e così anche della disposizione dei lavori ad altezza bambino, ma credo che andrebbe migliorato il lato della comunicazione su diversi fronti. In primis quello delle descrizioni generali come introduzione ai temi e ai progetti in mostra e per secondo i mezzi di divulgazione dell’evento, a partire dalla mappa esplicativa poco curata e visivamente poco gradevole. Nel complesso evento che abbiamo visto più spoglio e poco partecipato rispetto agli anni precedenti , causa anche il fatto che a mio avviso alcuni spazi facevano fatica a mettere in risalto gli sguardi dei fotografi o se fatto con poco artificio.

Nonostante ci siano stati significativi miglioramenti rispetto alle precedenti edizioni, dal punto di vista della fruibilità credo si possa migliorare l’accessibilità alle strutture. Ad eccezione di alcuni edifici dotati di montacarichi e ascensori, gli altri restano ancora poco accessibili per tutte quelle persone che hanno delle difficoltà motorie e che quindi per motivi logistici sono costretti a saltare qualche tappa del festival. Cosa che lascia sempre l’amaro in bocca perché si è costretti a fare i conti con una cittadina ancora non totalmente pronta ad accogliere le esigenze dettate dalle difficoltà e dalla diversità in tutte le sue sfaccettature.

Emotional box: nuove emozioni nell’era digitale

Le emozioni fanno parte della nostra vita e della nostra storia evolutiva. Tuttavia la nostra evoluzione non prevede la presenza dell'ansia generata dalla tecnologia e dal continuo contatto. Questo sicuramente potrà generare nuove problematiche da risolvere.
Le emozioni fanno parte della nostra vita e della nostra storia evolutiva. Tuttavia la nostra evoluzione non prevede la presenza dell'ansia generata dalla tecnologia e dal continuo contatto. Questo sicuramente potrà generare nuove problematiche da risolvere. Un articolo di Maria Gloria Spitaleri.

John Costable, per chi non lo conoscesse è uno tra i pittori del romanticismo che studiò per ore e ore il cielo che finì col meritarsi l’appellativo di “pittore delle nuvole”.

Le nuvole sono cangianti, in continuo movimento, si allungano, si uniscono, si fondono. Se vi siete fermati almeno una volta ad osservare il cielo vi sarete accorti che in pochi minuti tutto cambia, creando scenari sempre nuovi, intingendo il pennello in nuovi colori e nuove sfumature. C’è chi preferisce l’alba, chi l’imbrunire, chi il tramonto, chi adora osservare il cielo stellato… In qualunque momento lo si guarda non si può nascondere il suo fascino ancestrale.

Se è vero che le nuvole cambiano forma velocemente, fondendosi e allontanandosi, possiamo dire lo stesso delle nostre emozioni?

Avevo già parlato delle emozioni in “Ragione è sentimento, una possibile convivenza“, uno dei precedenti articoli, ma in questa occasione vorrei approfondire l’argomento da una prospettiva differente, mescolandoli con l’arte.

Tiffany Watt Smith ha studiato così a fondo le emozioni da farne un vero e proprio atlante1. All’interno è possibile trovare emozioni di ogni tipo e per ogni cultura. Descrive, ad esempio, come il sentire dei nativi europei non è lo stesso per una tribù indigena2 e trovo molto interessante il fatto che, nonostante noi esseri umani siamo dotati di emozioni primarie universali tutto il resto che ci attraversa è frutto di una costellazione molteplice fatta di usi, costumi, tradizioni e credenze.

Ho già avuto modo di testare, attraverso i social media che un tramonto può suscitare nostalgia, malinconia, tristezza o calma a seconda del vissuto del singolo soggetto. Così come l’arte anche le emozioni hanno una tavolozza di colori infinita, per comodità, ci hanno insegnato a differenziare le emozioni in soli due colori “bianche e nere” ma non credo che queste siano esaurienti!

Così come cangiante è il cielo nei tramonti di Costable altrettanto intense sono le emozioni che attraversano il corpo umano. Una delle emozioni nuove che appartengono all’era digitale e che non è figlia del sviluppo ontogenico, prende il nome di ringxiety.

A tutti noi è capitato almeno una volta di sentire suonare o vibrare il proprio telefono e solo dopo aver visionato lo schermo rendersi conto che non era così. Questa sensazione non è frutto della nostra immaginazione, ma di uno stato di ansia legato all’iperconnessione digitale.

Siamo così in simbiosi con il nostro arto tecnologico che abbiamo sviluppato lo stesso istinto che un genitore ha nei confronti del proprio bambino!

Il termine ringxiety è stato coniato dallo psicologo David Laramie3 e, tra la geografia delle emozioni, la classifica come uno stato di ansia leggera ma sempre presente. Ma la ringxiety è figlia del bisogno innato di contatto umano o è indotta dall’eccessivo uso dei nostri smartphone?

Uno studio dell'università di Glasgow<sup>4</sup> ha esaminato il modo in cui l’uso dei social media è correlato alla qualità del sonno, all’autostima, all’ansia e alla depressione in 467 adolescenti scozzesi. Abbiamo misurato l’uso complessivo dei social media, l’uso specifico dei social media nelle ore notturne, l’investimento emotivo nei social media, la qualità del sonno, l’autostima e i livelli di ansia e depressione. Gli adolescenti che utilizzavano maggiormente i social media – sia in generale che di notte – e quelli che erano più emotivamente coinvolti nei social media sperimentavano una qualità del sonno peggiore, una minore autostima e livelli più elevati di ansia e depressione.
Uno studio dell’università di Glasgow4 ha esaminato il modo in cui l’uso dei social media è correlato alla qualità del sonno, all’autostima, all’ansia e alla depressione in 467 adolescenti scozzesi. È stato misurato l’uso complessivo dei social media, l’uso specifico nelle ore notturne, l’investimento emotivo, la qualità del sonno, l’autostima e i livelli di ansia e depressione. Gli adolescenti che utilizzavano maggiormente i social media – sia in generale che di notte – sono quelli che erano più emotivamente coinvolti sperimentavano una qualità del sonno peggiore, una minore autostima e livelli più elevati di ansia e depressione.

Se osserviamo il fenomeno più da vicino possiamo dedurre che le nuove generazioni sono quelle che spesso pagano il conto più salato perché l’assenza di notifiche sul cellulare equivale ad un’alterazione nei rapporti sociali e sentimentali e questo porta con sé altre emozioni negative. Ad esempio se postiamo una nuova foto e riceviamo tanti likes, questo funge da rinforzo positivo e da stimolo per post futuri ma se nessuno mette like al post questo diventa sinonimo di carenza di popolarità e quindi di non amicizia e accettazione del gruppo4.

Dal punto di vista psicologico l’eccessiva focalizzazione sul device rischia di intensificare l’attenzione selettiva sul bip, a scapito dei rapporti con un familiare o un amico in carne ed ossa5 e dal punto di vista sociologico l’individuo non è più presente nel qui ed ora del momento, della relazione, dello scambio umano ma la sua mente sembra trattenuta dall’eventuale suono telefonico.

Larry Rosen co-autrice del libro “The distracted mind6 afferma che “la maggior parte delle persone controlla il cellulare più o meno ogni 15 minuti anche quando questo non riceve notifiche”. Questo tipo di comportamento, oltre ad innalzare il nostro livello di cortisolo e, quindi, produrre maggiore stress è un impedimento alla nostra concentrazione.

Se Maria Montessori, nel secolo scorso, inneggiava alla polarizzazione dell’attenzione, oggi gli smartphone sono gli oggetti di dispersione per eccellenza. Esiti che si riversano anche sugli individui adulti con conseguenze nella produttività, nel lavoro e nello studio7. La corrente psicologica del comportamentismo sviluppatasi nel corso del Novecento porta con sé il famosissimo esperimento di B.F. Skinner. L’esperimento consiste nel condizionare la risposta dell’individuo in un comportamento atteso tramite un rinforzo positivo. Il topo, protagonista dell’esperimento, inserito all’interno della box è libero di muoversi ed è incoraggiato a premere una leva per ottenere del cibo (rinforzo positivo) o a ricevere una scossa elettrica per un comportamento disatteso (rinforzo negativo).

La dipendenza da smartphone è stata riconosciuta come una vera e propria malattia. Il suo nome è nomofobia, dall'inglese no-mobile phobia, che colpisce statisticamente in un numero maggiore i più giovani, ma che non risparmia nemmeno i più anziani.
La dipendenza da smartphone è stata riconosciuta come una vera e propria malattia. Il suo nome è nomofobia, dall’inglese no-mobile phobia, che colpisce statisticamente in un numero maggiore i più giovani, ma che non risparmia nemmeno i più anziani.

Possiamo dedurre che l’uomo, oggi, all’interno dei social media subisce l’influenza dei suoi comportamenti e tramite i like (rinforzi positivi) è portato a ripetere azioni che lo soddisfino? I social media rappresentano la nuova skinner box8? E se così fosse possiamo dargli l’appellativo, oggi, di emotional box?

Le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza spesso vengono definite come emozioni “cattive” solo perché la loro natura è associata a qualcosa di terribile e di pericoloso, viceversa le emozioni “buone” come l’allegria, la felicità e la sorpresa. Al giorno d’oggi sembra che l’intera costellazione emotiva si sia riversata all’interno dei social media esasperando o minimizzando gli effetti di quello che proviamo o peggio, rendendoci asettici. Se le nostre emozioni sono rimaste nel corso nella nostra evoluzione è perché hanno un valore altamente adattivo oltre che funzionale9. Talvolta la loro intensità è tale da sembrare che noi apparteniamo alle emozioni e non il contrario10. Così come quando ci fermiamo ad osservare il cielo e ci lasciamo trasportare da questo, ci sembrerà che noi stessi siamo nel cielo. Ma se osserviamo le nostre emozioni e cerchiamo di andare a fondo, di scavarle e conoscerle non saranno più loro a guidarci istintivamente ma avremo la consapevolezza di conoscerci con autenticità.

L’ansia da squillo non è figlia della nostra storia evolutiva e al momento non ci sono evidenze scientifiche sul suo valore adattivo e funzionale. Dunque quale sarà il ruolo della ringxiety nella vita dell’uomo? Nasceranno nuove emozioni all’interno dei nonluoghi digitali?

Lascio aperto questi interrogativo passandovi la parola!

Bibliografia

  1. Cfr, Tiffany Watt Smit, Atlante delle emozioni umane, Utet, 2015
  2. Cfr, Tiffany Watt Smit, Atlante delle emozioni umane, Utet, 2015, Pagina 22
  3. Chiara Del Giudice, Il fenomeno dei phantom phone signals, State of Mind, 2021
  4. Woods HC, Scott H, #Sleepyteens: Social media use in adolescence is associated with poor sleep quality, anxiety, depression and low self-esteem, J Adolesc, 2016,
  5. Marco Managò, Sindrome da vibrazione fantasma: allucinazioni dal telefonino, Interris, 2022
  6. Gazzaley, A., & Rosen, L. D., The distracted mind: Ancient brains in a high-tech world, MIT Press, 2016.
  7. Redazione, Dipendenza da smartphone e nomofobia: effetti e consigli per evitarle, Inside Marketing, 2018
  8. Normand, Matthew P. “Opening Skinner’s Box: an Introduction.” The Behavior analyst vol. 37,2 67-8. 2 Aug. 2014,
  9. Damasio A, Carvalho GB. The nature of feelings: evolutionary and neurobiological origins. Nat Rev Neurosci. 2013
  10. Cfr, Tiffany Watt Smit, Atlante delle emozioni umane, Utet, 2015, Pagina 17

Sindrome di Irlen, distorsioni ed illusioni percettive

La sindrome di conosciuta anche come sensibilità scotopica impedisce l'elaborazione rapida, facile e corretta delle informazioni visive.

La chiamano sindrome della sensibilità scotopica, sindrome da stress visivo, ipersensibilità alla luce, in altre parole, sindrome di Irlen.
Hai gravi difficoltà di lettura? Soffri di emicrania? La luce ti da molto fastidio? La sindrome porta il nome della sua scopritrice, Helen Irlen. La psicologa americana ha sviluppato negli anni ottanta un metodo che permette di individuare e valutare la sindrome e di proporre il relativo trattamento usando specifici fogli colorati e/o lenti filtranti da indossare come occhiali5.

La sindrome di Irlen, o sindrome della sensibilità scotopica, è un disturbo dell’elaborazione delle informazioni visive, legato alla percezione luminosa. Più precisamente è un’ipersensibilità alla luce.

La sindrome di Irlen è un disturbo dell’elaborazione delle informazioni visive, legato alla percezione luminosa. Più precisamente è un’ipersensibilità alla luce. La sintomatologia della sindrome di Irlen è molto soggettiva e i sintomi possono variare nel tipo, nella gravità e nella rapidità con cui si manifestano. Può causare delle difficoltà molto lievi, come una lieve difficoltà di lettura, o problemi più gravi, come la distorsione del testo durante la lettura, mal di testa, vertigini, nausea, dolore e bruciore agli occhi.
La sindrome di Irlen è definita come un disturbo dell’adattamento sensoriale. Non si tratta quindi di un problema agli occhi, ma nasce da una difficoltà di elaborazione cerebrale. La percezione visiva richiede la capacità del cervello di comprendere ed elaborare correttamente e facilmente le informazioni visive senza sforzo. Nel caso della sindrome, invece, il cervello non è capace di distinguere determinate lunghezze d’onda che compongono lo spettro della luce visibile.
Il metodo Irlen è un metodo non invasivo che utilizza il colore per filtrare le onde luminose, in modo che il cervello possa elaborare accuratamente le informazioni visive. Questo metodo consente di adattare la valutazione a ogni persona in modo da poter determinare i migliori filtri colorati3 (Irlen colored overlays) che possono portare a un miglioramento delle prestazioni, riducendo la sensibilità alla luce.

La percezione del colore

L’elaborazione visiva riguarda il modo in cui il nostro cervello percepisce ed elabora ciò che vedono i nostri occhi.

La percezione visiva è il processo di elaborazione delle informazioni provenienti dal mondo esterno attraverso gli occhi ed elaborate dal cervello che le traduce in informazioni più complesse, disponibili per le funzioni cognitive del soggetto.

Zanichelli Editore, “La percezione visiva”, “Cenni storici”

Quando si parla di percezione visiva, sicuramente l’attività più difficile è quella di identificare il colore di un oggetto a seconda della luminosità dell’ambiente che lo circonda. Come ben sappiamo, il colore è una caratteristica della luce e degli oggetti che vengono colpiti da essa. Infatti, in assenza di luce, la nostra visione è monocromatica, definita come visione notturna o visione scotopica.

The Irlen revolution – La sindrome della sensibilità scotopica, porta il nome della sua scopritrice. La psicologa americana ha sviluppato negli anni ’80 un metodo che permette di diagnosticare la sindrome e di proporre il relativo trattamento usando specifici fogli colorati e/o lenti filtranti da indossare come occhiali. Con questo metodo è possibile ridurre o eliminare i disturbi che si manifestano.

Come avviene dunque la percezione del colore? Come facciamo a distinguere il giallo, dal verde, dal blu o dal viola? Nella percezione del colore ci sono tre elementi fondamentali: l’oggetto, la luce che colpisce l’oggetto e l’elaborazione da parte dell’individuo che osserva l’oggetto. Il colore dipende dalla luce, è quindi chiaro che l’individuo ipersensibile alla luce riscontri difficoltà anche nel riconoscimento di uno o più colori. Alcune persone sono sensibili a particolari lunghezze d’onda della luce e queste interferiscono con il modo in cui il loro cervello elabora i colori e le informazioni visive causando sintomi quali: difficoltà di lettura, distorsioni del testo, affaticamento degli occhi, mal di testa.

Quali sono i sintomi della sindrome di Irlen?

La sindrome di Irlen può essere causata da vari fattori: fattore genetico, lesione alla testa, trauma cranico, ictus o processi infiammatori.
La maggior parte delle persone non ha difficoltà a leggere il testo nero su sfondo bianco, ma per coloro che lottano con la sindrome di Irlen, la lettura può essere molto stancante o può diventare addirittura dolorosa. Nei casi più gravi, le parole possono trasformarsi in un mare di lettere confuso e disorganizzato.
I sintomi sono soggettivi e possono variare per ogni individuo, ma ciò che accomuna tutti è la sensibilità alla luce: più la luce è artificiale e/o forte e più lunga è l’esposizione ad essa, maggiori sono i sintomi.
I sintomi si suddividono principalmente in cinque categorie:

  • difficoltà di lettura: lettura lenta ed esitante, lettura errata delle parole, perdita del segno, omissione di parole o righe intere, difficoltà a leggere la musica, necessità di prendere spesso delle pause, difficoltà di comprensione del testo e necessità di rileggere più volte lo stesso paragrafo;
  • difficoltà di scrittura2: difficoltà di copiatura/trascrizione, difficoltà con la spaziatura tra le lettere e/o tra le parole, difficoltà con la forma e la dimensione delle lettere, difficoltà a scrivere su una linea dentro i margini, difficoltà con il controllo ortografico);
  • distorsioni: le parole sulla pagina mancano di chiarezza, mancano di stabilità, appaiono sfocate, appaiono in movimento, possono scomparire;
  • errata percezione della profondità: goffaggine a livello motorio4, difficoltà negli sport con la palla, difficoltà nella valutazione delle distanze, cautela eccessiva durante la guida;
  • disturbi fisici: affaticamento, stanchezza o sonnolenza, emicrania o nausea, irrequietezza, dolore o fastidio oculare, difficoltà di concentrazione.
  • Le altre caratteristiche sono: frequenti errori matematici e di calcolo, numeri non allineati nelle colonne, stanchezza durante l’uso del computer, mancanza di motivazione nello svolgimento dei compiti, i risultati/voti scolastici non riflettono la quantità dello sforzo.

Leggendo questa lista, non possiamo non notare che la sintomatologia è molto simile a tutti quei disturbi e difficoltà che vengono chiamati per acronimi: DSA1, ADHD, DOP.6

La sindrome di IRLEN può essere curata con speciali filtri colorati. In questo modo le frequenze luminose che causano la problematica subiscono una sorta di attenuazione prima di raggiungere gli occhi. Di conseguenza il cervello riceve dagli occhi informazioni adattate.

Sindrome di Irlen o disturbi specifici dell’apprendimento?

Questa è una domanda molto comune posta dai genitori che portano i propri figli ad effettuare i test per la sindrome di Irlen. Facciamo un po’ di chiarezza.
La risposta a questa domanda può creare un po’ di confusione perché i sintomi risultano essere molto simili.
Vediamone alcuni:

  • l’individuo è confuso da lettere, numeri, parole, sequenze o spiegazioni verbali;
  • la lettura o la scrittura mostra ripetizioni, aggiunte, trasposizioni, omissioni, sostituzioni e inversioni di lettere, numeri e/o parole;
  • l’individuo si lamenta di sentire o vedere movimenti del testo (inesistenti) durante la lettura, la scrittura o la copiatura;
  • l’individuo sembra avere difficoltà con la vista, ma gli esami oculistici non rivelano alcun problema.

Le principali differenze tra la sindrome di Irlen e i disturbi specifici di apprendimento sono due:

  1. se il soggetto soffre della sindrome di Irlen, è molto probabile che i sintomi siano accompagnati anche da malessere fisico più o meno grave (rossore agli occhi, mal di testa, stanchezza, sonnolenza, emicrania, nausea);
  2. il metodo Irlen utilizza il colore per filtrare le onde luminose, in modo che il cervello possa elaborare accuratamente le informazioni visive; questo può portare a un miglioramento di tutte le difficoltà e dei sintomi elencati, riducendo la sensibilità alla luce; in presenza di sola dislessia il metodo Irlen non è efficace.

Inoltre, spesso si parla di comorbidità, ovvero la concomitanza di due o più disturbi. Spesso la sindrome di Irlen può coesistere con altre difficoltà, per questo è importante effettuare una diagnosi corretta. Molti individui potrebbero presentare contemporaneamente più difficoltà: sia uno o più disturbi specifici dell’apprendimento o l’ADHD, sia la sindrome di Irlen. In questo caso, è necessario eliminare prima i sintomi della sindrome di Irlen, in questo modo l’intervento sulle altre difficoltà sarà significativamente più efficace.

In conclusione, ti riconosci, o riconosci tuo/a figlio/a, oppure i tuoi alunni/studenti, in queste descrizioni? Ti sei già rivolto/a a specialisti ma purtroppo non hai risolto il problema? Tentar non nuoce…

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Bibliografia

 

  1. Tiziana Cristofari, Bambini senza DSA: una realtà possibile!, 2016
  2. A cura di C. Cornoldi, Disturbi e difficoltà della scrittura. Disgrafia, disortografia e difficoltà nella produzione di testi scritti, Giunti Edu, Firenze 2017
  3. Helen Irlen, Reading by the colors, The Berkley Publishing Book, New York (USA) 2005
  4. Helen Irlen, Sports Concussions and Getting Back in the Game of Life, BookBaby, 2014
  5. Helen Irlen, The Irlen Revolution, Square One Publishers, New York (USA) 2010
  6. Lucangeli, Intervista: disturbi dell’apprendimento, troppe diagnosi sbagliate, Il Giornale di Vicenza, 30 marzo 2012 pag. 7

Sitografia

Perché amo solo chi fugge di Viola Conti

È uscito in occasione della XXXV° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino il romanzo della giornalista e scrittrice livornese Viola Conti “Perché amo solo chi fugge? Il dolore è un talento” edito da Giovane Holden Edizioni, una storia che racconta l'amore che diventa gabbia e si trasforma in una dipendenza affettiva.

Il romanzo

Viola Conti giornalista, scrittrice e book blogger. Ha condotto e scritto i programmi radiofonici "Gossip Lady" e "Week end one", laureata in scienze politiche presso l'Università degli studi di Siena con master in comunicazione e media all'Università di Firenze.
Viola Conti giornalista, scrittrice e book blogger. Ha condotto e scritto i programmi radiofonici “Gossip Lady” e “Week end one”, laureata in scienze politiche presso l’Università degli studi di Siena con master in comunicazione e media all’Università di Firenze.

Celeste, la protagonista del libro è una donna adulta che, pur di conquistare l’amore di Luca, il classico artista bello e dannato, arriverà a sminuirsi e a rendersi pericolosa agli occhi di lui, perdendo totalmente il controllo e costruendosi una realtà fatta di false convinzioni, dove l’amore non è altro che il suo bisogno di essere amata, costi quel che costi. Celeste soffre e arriva a pensare che l’amore sia solo dolore. Ed invece, è proprio da lì che lei dovrà ripartire per poter rinascere in nome dell’amore consapevole, perché solo attraversando il dolore e affrontando i suoi demoni imparerà il distacco e ad amare se stessa.

“Il dolore è un talento”, questo infatti è il messaggio dell’autrice,  “e va visto come un’opportunità per conoscersi meglio e guardarsi dentro in modo da rompere quelle dinamiche relazionali che ci rendono incapaci di viverlo appieno. Il mal d’amore si può curare ed è un’occasione per imparare ad amarsi di più, ripartendo da se stessi. Amare non è mai un errore, è solo che dobbiamo capire che quando diventa nocivo per il nostro benessere psicologico e ci allontana da ciò che siamo, è bene investire le nostre risorse emotive altrove. Amare è moltiplicare, condividere, vivere insieme “con” e “per” l’altro, non certo sentirsi da meno del proprio partner, diventandone dipendenti. Io stessa ci sono passata e la scrittura è stata la mia terapia. Per questo vorrei aiutare anche chi come me si trova in una situazione analoga e si sente perso. C’ è sempre una via d’uscita dal dolore, basta trovarla e, se necessario, chiedere aiuto se si è convinti di non farcela da soli. Questo libro, oltre che una lettura piacevole per tutti, vuole essere uno strumento di auto aiuto per una maggiore conoscenza di sé, allo scopo di individuare certi campanelli di allarme presenti in una relazione disfunzionale.

A margine di “Perchè amo chi fugge?”, infatti, il lettore trova il contributo della mental coach Sonia Veggiotti, milanese, esperta di dinamiche relazionali di coppia e degli adolescenti che, in modo chiaro e semplice, spiega le varie tipologie di dipendenza affettiva, dando consigli utili per uscirne. In questo caso, viene tratteggiato il profilo psicologico dell’ “abbandonica”, ovvero di colei che insegue l’amore impossibile, quello sfuggente, che non dà certezze, il solo secondo lei, in grado di colmare le sue insicurezze e vuoti emotivi e che, invece, inesorabilmente, la farà cadere ancora di più in una voragine di dolore e sentire abbandonata.