La grazia del dubbio: quando la fotografia diventa gesto


Negli ultimi anni, complice anche il dibattito riacceso da alcune posizioni emerse alla Biennale, la performance è tornata al centro del dibattito artistico contemporaneo. Non più soltanto un linguaggio di rottura, gesto estremo o una pratica marginale, ma una forma espressiva sempre più scelta da artisti che sentono il bisogno di superare i limiti dell’opera tradizionale.

Il linguaggio della performance

La performance, per sua natura, è un atto vivo che non si limita a rappresentare qualcosa ma lo manifesta. Coinvolge il corpo, il tempo, lo spazio e spesso anche lo spettatore, che da osservatore diventa testimone diretto di un processo irripetibile. In un’epoca in cui le immagini sono consumate rapidamente e continuamente, la performance introduce una dimensione di lentezza, presenza e responsabilità.

Avvolta nel rosso intenso del mantello, Giovanna Zampagni abita il chiostro come uno spazio sospeso tra memoria e presenza. Il corpo raccolto accanto al pozzo trasforma il gesto performativo in un’immagine silenziosa e fragile, dove il tempo rallenta e il quotidiano lascia emergere i suoi fantasmi.
Avvolta nel rosso intenso del mantello, Giovanna Zampagni abita il chiostro come uno spazio sospeso tra memoria e presenza. Il corpo raccolto accanto al pozzo trasforma il gesto performativo in un’immagine silenziosa e fragile, dove il tempo rallenta e il quotidiano lascia emergere i suoi fantasmi.

Sempre più artisti scelgono questo linguaggio perché consente di restituire complessità all’esperienza visiva. Non si tratta solo di “vedere”, ma di partecipare, di rallentare e di restare attraversando un tempo condiviso. Anche io mi sono spesso posta interrogativi su questa forma d’arte e osservando gli artisti nell’atto performativo oggi torna chiaro come la performance (che non sempre comprendo) sia un modo per sottrarre l’arte alla velocità della fruizione digitale e riportarla a una dimensione incarnata, fragile e irripetibile.

È con questa consapevolezza che mi sono avvicinata all’opening della XXI edizione di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dove per il circuito OFF la performance di Giovanna Zampagni si inserisce con forza e delicatezza nel tema di quest’anno “Fantasmi del quotidiano”.

Il chiostro e il tempo sospeso

Arrivando nel chiostro di via Roma, ho percepito immediatamente una sospensione. Non un silenzio assoluto, ma una qualità diversa del tempo, come se qualcosa stesse accadendo a una velocità altra, lenta.

Giovanna Zampagni era lì, seduta, avvolta in un mantello rosso intenso che catturava lo sguardo. Non c’era alcun gesto spettacolare eppure, tutto era carico di significato.

Davanti a lei, fotografie e tra le mani, ago e filo.

Per cinque ore al giorno Giovanna si è seduta nel chiostro dove ha cucito lentamente immagini selezionate insieme ai fotografi Daniele Di Biase e Luisa D’Aurizio. Un’azione semplice e ripetitiva che però si è trasformata in un rituale carico di tensione simbolica. Mi sono fermata a osservare mentre la lentezza del gesto costringeva anche me a rallentare e a restare.

Cucire immagini, dal visivo al tangibile

Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il passaggio dall’ immagine alla materia. La fotografia, per definizione, è una superficie: cattura un istante, lo fissa, lo rende visibile ma distante. Con il gesto del cucire, Zampagni compie un’operazione radicale. Rende l’immagine attraversabile, la trasforma in oggetto e in corpo.

Il filo diventa linea narrativa, ma anche ferita e sutura. Ogni punto è un atto di connessione, ma anche di trasformazione. Le fotografie non restano intatte ma vengono modificate, unite, talvolta quasi violate nella loro integrità originaria.

Ho avuto la sensazione che quel gesto lento fosse una forma di resistenza. Resistenza alla velocità con cui consumiamo immagini, ma anche alla loro apparente neutralità. Cucire significa intervenire, riparare, prendere posizione, accettare che ogni immagine possa essere riscritta.

In quel momento, la fotografia smette di essere “ciò che è stato” e diventa “ciò che può ancora essere”.

Dall’alto, il gesto del cucire appare ancora più intimo e rituale. Il mantello rosso si espande nello spazio come una presenza organica che avvolge corpo e immagini, mentre ago e filo trasformano la fotografia in materia viva, fragile e continuamente riscrivibile.
Dall’alto, il gesto del cucire appare ancora più intimo e rituale. Il mantello rosso si espande nello spazio come una presenza organica che avvolge corpo e immagini, mentre ago e filo trasformano la fotografia in materia viva, fragile e continuamente riscrivibile.

Il mantello rosso: corpo, comunità, identità

Al centro della performance, c’è il mantello rosso indossato dall’artista. Un elemento che non è semplice costume scenico, ma parte integrante dell’impinto performativo.

Sapere che è stato realizzato dagli studenti del Liceo Artistico di Avezzano, dove Giovanna insegna, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Non è un abito individuale, ma un’opera collettiva. Un oggetto che porta con sé relazioni, apprendimenti, trasmissioni.

Il rosso, così vivido, richiama molteplici significati: il corpo, il sangue, la passione, ma anche il pericolo e la trasformazione. Nel contesto della performance, mi è apparso come una soglia visiva, un segnale che invita ad avvicinarsi ma allo stesso tempo impone rispetto.

Il mantello diventa una sorta di spazio abitato. Non è solo indossato, ma vissuto. Protegge e espone, separa e connette. È una presenza che dialoga costantemente con le fotografie cucite, creando una continuità tra corpo e immagine.

Fantasmi del quotidiano. Ciò che resta e ciò che cambia

Trovo che il tema di questa edizione, “Fantasmi del quotidiano”, trova una traduzione molto efficace nella performance di Giovanna. I fantasmi, in questo caso, non sono presenze spettrali nel senso più tradizionale, ma tracce di ciò che rimane, ciò che ritorna, ciò che insiste nell’essere presente.

Le fotografie cucite sono, in fondo, frammenti di vita quotidiana, momenti già accaduti, fissati in un tempo passato. Momenti e frammenti che nell’atto della performance non restano immobili ma si trasformano, si contaminano, aprendosi a nuove possibilità.

Il filo di sutura diventa allora mezzo di connessione tra tempi diversi e forme diverse: tra passato e presente, tra immagine e corpo, tra memoria e azione.

In un contesto come Fotografia Europea ho percepito chiaramente come la performance mettesse in discussione l’idea stessa di documento fotografico. La fotografia perciò non è più prova di un evento, ma materia viva, disponibile al cambiamento. Se la fotografia rappresenta “ciò che è stato”, il corpo dell’artista incarna “ciò che può essere”. E il filo, che attraversa entrambe le dimensioni, rende possibile questo passaggio.

Restare, l’esperienza dello spettatore

Nel gesto paziente del cucire, Giovanna Zampagni trasforma la fotografia in un territorio attraversabile, dove memoria e presenza si intrecciano. Accanto al pozzo del chiostro, il corpo avvolto nel rosso diventa parte dell’opera, dando forma a una relazione fragile e viva tra immagine, tempo e trasformazione.
Nel gesto paziente del cucire, Giovanna Zampagni trasforma la fotografia in un territorio attraversabile, dove memoria e presenza si intrecciano. Accanto al pozzo del chiostro, il corpo avvolto nel rosso diventa parte dell’opera, dando forma a una relazione fragile e viva tra immagine, tempo e trasformazione.

Una delle cose più significative che ho vissuto durante l’opening è stata la trasformazione del mio ruolo di spettatrice. Non ero più semplicemente lì per “vedere” una performance, ma per abitarla nel tempo e nello spazio.

All’inizio ho cercato di cogliere un momento significativo, quasi come se stessi osservando una scena da fotografare mentalmente. Poi ho capito che il senso non stava nel singolo gesto, ma nella durata.

Restare è diventato parte dell’esperienza. Accettare la lentezza, lasciarsi attraversare dalla ripetizione, osservare minime variazioni. Interessanti anche le reazioni degli altri presenti. Alcuni passavano velocemente, forse spiazzati dall’evento, altri si fermavano, entravano in relazione con l’artista, con le immagini, con lo spazio.

In questo modo, la performance non era mai identica a sé stessa. Cambiava con il pubblico, con la luce e con il tempo.

Considerazioni finali

Quello che porto con me è la consapevolezza che anche un gesto minimo può avere una forte valenza politica e poetica riconoscendo che ogni immagine porta con sé una responsabilità.

Cucire fotografie, oggi, significa interrogare il modo in cui produciamo e consumiamo immagini. Significa rallentare, prendersi cura, accettare l’imperfezione senza dover necessariamente competere per la perfezione.

Uscendo dal chiostro, ho avuto la sensazione di aver attraversato qualcosa di intimo e collettivo allo stesso tempo. La performance “La grazia del dubbio” di Giovanna Zampagni non si impone ma appare prima di tutto come un invito a mettere in discussione ciò che vediamo, a non considerare le immagini come dati assoluti, a riconoscere il valore del tempo e del gesto.

In un contesto come Fotografia Europea, dove l’immagine è protagonista, questa performance apre uno spazio di riflessione necessario. Ci ricorda che ogni fotografia è solo un punto di partenza, e che il suo significato può essere continuamente rinegoziato.

Forse è proprio qui che risiede la “grazia del dubbio”, nella possibilità di non avere risposte definitive, ma di restare in uno stato di apertura, di ascolto, accoglienza e perché no trasformazione.

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Sonia Tralli
Sonia Trallihttp://www.soniatralli.it
Sonia Tralli è un’artista visiva italiana nata a Matera nel 1988. La sua espressione artistica, ha inizio sin da piccola formandosi poi presso il liceo artistico e più tardi conseguendo gli studi accademici in Decorazione e Illustrazione per l’editoria presso le Accademie di Bari e di Bologna.
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