L’importanza di una missione personale di vita

Qualche giorno fa mi sono svegliato per andare in ufficio, come di consueto, e mi sono chiesto “ma chi me la fa fare?”. Quest’emozione imperante, seppure temporanea, di demotivazione totale mi ha fatto riflettere su quello che è l’avere una missione personale.
Non si tratta solo di una frase da poster motivazionale: è qualcosa che può cambiare il modo in cui ti svegli la mattina, come affronti i problemi e persino come reggi psicologicamente nei momenti peggiori. Quando manca questo, il rischio è quello di vivere senza marcia inserita, con una sensazione di vuoto di fondo che, alla lunga, ti logora. In questo articolo proverò a raccontare cosa può significare davvero avere uno scopo, cosa potrebbe succedere quando non c’è e come iniziare a costruirne uno in modo realistico.

Il senso di scopo o “purpose in life”, è un pilastro della psicologia positiva, introdotto da studiosi come Abraham Maslow e approfondito da Viktor Frankl nella sua logoterapia. Frankl. sopravvissuto ai campi di concentramento, sosteneva che la ricerca di significato è la principale motivazione umana, più forte persino dell’istinto di sopravvivenza. Senza uno scopo, l’individuo cade in uno stato di “esistenzial vacuum”, un vuoto che genera apatia e noia cronica.

Quando la vita va in folle

Ci sono momenti in cui ti alzi dal letto e ti chiedi: “Ok, ma per cosa sto facendo tutto questo?”. Il lavoro, le bollette, i piccoli impegni quotidiani, tutto scorre, ma non c’è una direzione chiara. Non è per forza depressione, è più una specie di nebbia esistenziale. Funzioni, ma non vivi davvero. Devi raggiungere l’obiettivo funzionale, magari ci riesci, ma manca qualcosa, ti sembra tutto non avere senso.

Se la missione non è la tua, ogni problema pesa di più. Un ostacolo sul lavoro non è solo un problema da risolvere, diventa la prova che “tanto non ha senso”. Una relazione che finisce non è solo dolore, è la conferma di un vuoto che sentivi già prima, il motivo per cui la verità che “non ne valga la pena di impegnarsi per qualcosa”, ti risulta riscontrabile nella realtà. È come guidare di notte senza fari, magari vai piano e non ti schianti subito, ma ogni curva è un rischio, e la stanchezza mentale si fa sentire ad ogni chilometro.

Chi una missione non ce l’ha, cerca di riempire quell’assenza con dei surrogati, il lavoro compulsivo, acquisti, distrazioni continue, social, progetti sempre iniziati e mai finiti. Per qualche ora funziona, poi torna quel silenzio di fondo. E più passa il tempo, più questo silenzio diventa pesante: influisce sull’umore, sull’autostima, sulla capacità di reggere la frustrazione.

Una missione ti tiene in piedi

Una missione non è per forza qualcosa di epico, tipo “salvare il mondo” o “rivoluzionare la tecnologia”. Può essere qualcosa di contenuto, ma molto concreto. Costruire qualcosa che resti, aiutare una certa categoria di persone, magari poche ma è l’idea della missione che conta; esplorare un campo fino in fondo, lasciare un certo tipo di impronta nel proprio ambiente. La sua forza non sta nella grandezza oggettiva, ma in quanto è vera per te.

Quando hai la tua missione, cambia il modo in cui interpreti quello che ti succede. I problemi diventano costi di percorso, non auto-giudizi sul tuo valore. Questo è forse uno degli aspetti più importanti. La fatica non è qualcosa di semplicemente indesiderato, fa parte dello scopo finale, ha un senso, gli errori diventano dati, il tempo non è solo qualcosa da riempire per farlo scorrere in uno stato di anestesia, ma una risorsa da utilizzare. Sia chiaro, questo non è qualcosa che ti protegge dal dolore, dalla stanchezza o dagli imprevisti, però ti dà un motivo per rialzarti.

Trovare il proprio “purpose in life” significa accettare anche il fatto di non fare centro troppo facilmente. Nel percorso verso una missione personale, gli errori non sono fallimenti ma informazioni: indicano direzioni, affinano la mira, costruiscono esperienza. Proprio come in un bersaglio pieno di frecce fuori centro, ogni tentativo rappresenta un passo nell’apprendimento.

In molti racconti di persone che hanno attraversato periodi durissimi come malattie, fallimenti, lutti, isolamenti estremi emerge sempre lo stesso filo: l’idea che “sto facendo questo per qualcosa o qualcuno”. Banalmente, anche solo pensare “devo farcela per poter raccontare questa storia ad altri”, può bastare per tenerti un minimo centrato quando tutto il resto cede. La missione non elimina la sofferenza, ma la organizza, le dà un contesto.

Missione e stabilità mentale

Chi non ha una missione tende a pagare un prezzo psicologico. Non è automatico che uno senza scopo “impazzisca”, ma è molto più esposto a certe dinamiche: senso di inutilità, cinismo, sensazione che “una cosa vale l’altra”, difficoltà a costruire relazioni profonde e progetti di lungo periodo. È come vivere perennemente in modalità provvisoria e senza rete.

Quando invece c’è una missione, anche futile, succedono alcune cose interessanti. Ti è sicuramente più facile dire di no a ciò che ti consuma e accettare invece ciò che ti arricchisce, perché hai un criterio di scelta; il tempo non è più solo “giorni che passano”, ma un orizzonte in cui inserire tappe del tuo cammino, prove, esperimenti; le cadute fanno male, come sempre, ma non definiscono di certo chi sei, ti danno un’idea di dove sei all’interno del tuo percorso, non sei “uno che sta fallendo”, sei uno che cerca di saltare uno scoglio per proseguire.

Per citare una canzone molto famosa della mia generazione “molto spesso una crisi è tutt’altro che folle, è un eccesso di lucidità”, scopri improvvisamente quanto la missione influenzi la stabilità mentale proprio nei momenti di crisi. Finché tutto va più o meno bene, vivere senza una direzione chiara può sembrare accettabile, sacrificare l’obiettivo in nome del relax, della calma e della prevedibilità. Ma appena arrivano un licenziamento, una malattia, una rottura importante, la mancanza di un “perché” diventa immediatamente evidente, ci si chiede qual è la propria direzione. E il rischio è quello di crollare molto più in basso di quanto sarebbe successo se ci fosse stato un filo conduttore a reggere il colpo, se fosse rimasto comunque intatto qualcosa per cui continuare ad alzarsi al mattino.

Al contrario, chi ha una missione – anche molto personale, non necessariamente riconosciuta all’esterno – spesso regge meglio l’urto. Non perché soffra meno, ma perché percepisce ancora un motivo per continuare a investire energie, imparare, riprovare. A volte la missione stessa cambia, si trasforma dopo una crisi, ma il fatto di ragionare in termini di senso e direzione rende la mente più elastica e meno fragile.

Costruire la propria missione

Io mi chiedo spesso come si faccia a trovare la giusta missione, con le giuste caratteristiche, e ad avere la corretta impostazione mentale. In passato mi era più semplice trovare le mie missioni, quando si è più giovani si idealizza tutto più facilmente, si ha più tempo e più energie, quindi proviamo ad analizzare la questione, la domanda è: come si crea una missione? È assodato che non ti cada addosso, e non arriva solo perché ci pensi intensamente per una notte. È qualcosa che si scopre e si costruisce allo stesso tempo, con un mix di riflessione e pratica. Restare fermo ad aspettare “l’illuminazione giusta” spesso significa restare fermo e basta.

Nell’infanzia e nella prima giovinezza la mente tende a immaginare il futuro con più facilità e meno vincoli. Le missioni di vita nascono spesso proprio lì, in sogni semplici, idealizzati, ma pieni di energia. Con il tempo arrivano responsabilità, dubbi e realismo, ma quella spinta iniziale resta una riserva preziosa.

Potresti partire da alcuni punti molto semplici. In cosa dimostri di avere “flow” e di perderti per delle ore senza annoiarti? Quali sono i temi che ritornano sempre in maniera imperante nelle tue attività, anche quando provi a cambiare strada?
Prova a chiederti che tipo di traccia vorresti lasciare. Non puntare a lasciarla per il mondo intero, questo potrebbe darti l’impressione di essere un granello di sabbia in una spiaggia, punta al tuo angolo di paradiso, al tuo settore, alla tua fetta di torta. Può sembrare piccolo, ma deve essere concreto, se ci saranno i presupposti il resto verrà da sé.
Se neanche così riesci ad averne un’idea, prova ad osservare ciò che ti fa arrabbiare o che ti da fastidio, dietro la tua rabbia potrebbe esserci un valore calpestato e dietro quel valore potrebbe nascondersi la tua missione.

E poi c’è la parte operativa: iniziare in piccolo. Una missione non diventa reale perché la scrivi in una pagina, ma perché inizi ad agire in quella direzione, anche con micro-progetti. Un blog, un progetto open source, un servizio per un certo tipo di persone, un esperimento hardware, un percorso di divulgazione, qualsiasi cosa. All’inizio sembrano cose isolate, ma se le orienti sotto un filo comune, diventano i primi mattoncini di qualcosa che può diventare più grande. Gli edifici si iniziano a costruire dalle fondamenta, e ricorda, Roma non fu costruita in un giorno.

In pratica, è come passare da “faccio cose a caso in vari ambiti” a “sto cercando di costruire X, e queste sono le mie iterazioni”. Anche fallire, in questo contesto, pesa meno (pesa comunque, ma diversamente). Se un’idea non funziona, non significa che la tua missione sia sbagliata, solo che quella specifica forma non era quella giusta. La missione è il “perché”, i progetti sono i “come”.

Concludendo, in fondo, l’idea è questa, se non hai un motivo, finirai per vivere in funzione dei motivi degli altri, delle loro aspettative, dei loro bisogni, delle loro urgenze. Avere una missione non ti garantisce una vita facile, ma ti restituisce la sensazione di essere tu a tenere il volante. Non è escluso che pur tenendo il volante non si possa perdere il controllo, come non lo è nemmeno se è qualcun altro a tenerlo. Se fai il passeggero non sei esente da effetti collaterali.

Per la tua stabilità mentale, questo farà sicuramente una differenza enorme.

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Daniele Contino
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Daniele Contino è un sistemista reti e servizi informatici con esperienza ventennale nell'assistenza tecnica informatica. Ha lavorato sia in ambiti corporate multinazionali che come imprenditore, ricoprendo ruoli che spaziano dall'informatica, all'amministrazione, alla vendita e al commerciale. È autore, webmaster e fondatore di Superchio.it nato dalla passione per la lettura, soprattutto di saggi, e la scrittura, ma anche per la condivisione delle proprie passioni con gli altri. Missione principale del magazine è infatti quella di condividere le proprie conoscenze e tentare di divulgare le proprie competenze.
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