Il gigante euroasiatico che non doveva nascere

Faccio una premessa. Non mi sono mai spinto così in là da scrivere su questo tipo di argomenti, che non sono il mio core. Tuttavia sono questioni che seguo con molto interesse, e come diceva il mitico Barnaba Cecchini alias Adriano Celentano: “Il ragionamento tante volte mi coinvolge anche in cose che non dovrei sapere, e così ragionando scopro che capisco meglio di quelli che ne sanno di più, che però in questo caso ne saprebbero meno, in quanto io ne so il doppio”.
Ora, a parte gli scherzi e le citazioni cinematografiche, magari non ne so assolutamente il doppio di quelli che ne sanno di più, ma mi limiterò ad esporre i fatti e i punti di vista che più mi hanno colpito in questi ultimi anni.
Esprimo quindi la mia opinione non in quanto esperto, ma in quanto osservatore, curioso e fruitore di carburanti aumentati del 40% in una settimana.

Dietrologia, incoerenza e caos deterministico, o piano ben architettato?

Ci sono eventi storici che, nel momento in cui accadono, sembrano il risultato di circostanze inevitabili, di scelte morali obbligate, di reazioni a minacce oggettive. Solo con il tempo, quando i documenti vengono declassificati, le dichiarazioni vengono ri-esaminate e i fatti vengono confrontati con gli interessi di chi li ha orchestrati, emerge una geometria diversa da quella vista in superficie.
Quella che segue è una personale analisi (da un punto di vista che reputo estremamente limitato), di come nel corso degli ultimi tre decenni, gli Stati Uniti abbiano sistematicamente lavorato per impedire la formazione di un asse economico e politico tra l’Europa e la Russia; un blocco che, per potenziale industriale, risorse naturali e posizione geografica, avrebbe potuto sfidare il primato americano sui piani economico, commerciale e geopolitico.
Non si tratta assolutamente di una teoria del complotto, ma di una lettura di fatti documentati, che dal mio punto di vista (ci tengo a ribadirlo) hanno importanza, fatti come dichiarazioni pubbliche e interessi strutturali che oggi, guardando indietro, mostrano una coerenza difficile da ignorare. Fatti che comunque, visti nel presente dell’epoca in cui sono avvenuti, non avevano il valore che possono avere invece maggiormente ad oggi.

The sleeping giant, il gigante euroasiatico

In passato sono stato un accanito investitore di criptovalute. Quando un progetto sembrava estremamente promettente ma valeva molto poco, veniva spesso indicato come “the sleeping giant”, il gigante dormiente. Ovvero qualcosa dal valore non riconosciuto, che se fosse stato invece sviluppato e valorizzato, avrebbe potuto arrivare ai livelli della top 10 del mercato.

Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento diversi studiosi e strateghi iniziarono a riflettere sul ruolo geopolitico dell’Eurasia. Con l’espansione delle ferrovie e il declino dell’assoluta superiorità navale, emerse l’idea che il controllo delle grandi masse continentali potesse diventare decisivo per l’equilibrio del potere globale. In questo contesto nacque la teoria dell’Heartland di Halford Mackinder, secondo cui chi domina il cuore dell’Eurasia può potenzialmente controllare l’“Isola-Mondo”. Più tardi Nicholas Spykman rielaborò questa visione con la teoria del Rimland, sostenendo che il vero equilibrio geopolitico dipenda invece dal controllo delle regioni costiere che circondano l’Heartland.

Non serve ricorrere a fonti anonime o a rivelazioni riservate per poter capire quali fossero le intenzioni  della strategia americana di lungo periodo verso l’Eurasia (che non esiste, ma talvolta si è usato questo termine a livello geografico per indicare un ammasso geografico intero non separato dal mare).
Esistono diversi “architetti” di questa teoria, che non è chiaramente una mia teoria, bensì un pensiero che già molti politologi, filosofi ed economisti hanno formulato. Io mi limito soltanto ad osservare, a mettere insieme ed a riferire, ciò che più persone, esperti di questo settore, ritengono che sia una teoria valida.
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter e uno degli strateghi più influenti del dopoguerra, scrisse nel 1997 ne “La Grande Scacchiera” che l’Eurasia era il “grande premio” geopolitico del pianeta, e che l’obiettivo centrale della politica estera americana doveva essere quello di impedire che un singolo attore (o una coalizione di attori), ne dominasse il territorio. Anni dopo, George Friedman, fondatore di Stratfor, una delle principali società private di analisi strategica, fu ancora più esplicito. In un discorso pubblico al Chicago Council on Global Affairs nel 2015, disse senza giri di parole che l’obiettivo primario degli Stati Uniti per un intero secolo, era stato impedire l’unione tra la potenza economica tedesca e le risorse russe, perché quella combinazione di tecnologia e capitali europei più materie prime e territori russi, avrebbe prodotto un’entità capace di rendere Washington strategicamente irrilevante. (Youtube, Chicago Council on Global Affairs Channel, “George Friedman, STRATFOR, The Chicago Council, 04.02.2015”)
Chiaramente, queste sono fonti e materiale che va ricercato, sono ben più giovane di questi avvenimenti storici, per cui in mezzo al mare magno di fatti storici, questi eventi e queste dichiarazioni sono spuntati alla mia attenzione in modo più evidente.
Il ragionamento è quindi di una semplicità brutale. L’Europa aveva tutto ciò che alla Russia mancava, ovvero mercati finanziari, manifattura avanzata, tecnologia, capitali e la Russia aveva tutto ciò che all’Europa scarseggiava, ovvero le materie prime come gas, petrolio, nichel, palladio, titanio, grano, fertilizzanti e una posizione geografica che collegava il continente all’Asia.
La saldatura tra queste due realtà, avrebbe creato un mercato interno di dimensioni intercontinentali, con catene di fornitura indipendenti dal sistema dollaro, potenzialmente in grado di sfidare la supremazia americana anche sul piano valutario. È probabilmente questa la prospettiva (non la minaccia militare russa) il vero spettro che ha messo in guardia la strategia estera di Washington.

Il lento avvelenamento del pozzo, dalla caduta del Muro all’Ucraina

Quando l’Unione Sovietica collassò, si aprì una finestra storica che in molti, in Europa, interpretarono come un’opportunità di riconciliazione continentale.
Mikhail Gorbaciov aveva negoziato la riunificazione tedesca con la comprensione — non formalizzata per iscritto, ma ripetuta a voce da molteplici leader occidentali, come documentato dallo storico americano Mary Elise Sarotte nei suoi archivi — che la NATO non si sarebbe espansa “nemmeno di un pollice” verso est. (National Security Archive – “NATO Expansion: What Gorbachev Heard”)
Quella promessa, nelle mani americane, si rivelò poi carta straccia. Tra il 1999 e il 2004, i Paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e numerosi altri ex satelliti sovietici, entrarono nell’Alleanza Atlantica, portando il perimetro militare americano direttamente ai confini della Russia.

L’Europa, nel frattempo, costruiva la propria prosperità anche grazie alle relazioni economiche con Mosca. La Germania, in modo particolare, aveva sviluppato un modello industriale che dipendeva strutturalmente dal gas russo a basso costo. Basti pensare che la BASF (il più grande gruppo chimico al mondo), il comparto manifatturiero e siderurgico, tutta la locomotiva economica tedesca poggiava su quella fonte energetica conveniente. L’Italia importava circa il 40% del suo gas dalla Russia. (EccoClimate, “Il panorama energetico italiano dopo l’invasione russa dell’Ucraina”) Francia, Austria e Ungheria avevano rapporti commerciali profondi con Mosca. Non vi era, in Europa occidentale, alcun contenzioso storico o territoriale con la Russia paragonabile a quello dei Paesi baltici o della Polonia. Anzi, proprio tutto il contrario, si era invece sviluppata una sorta di interdipendenza.

Finchè un bel giorno del 2008,  durante il vertice NATO di Bucarest avvenne qualcosa che creò un serio punto di frattura. L’amministrazione Bush spinse per includere Georgia e Ucraina nel percorso di adesione all’Alleanza. Francia e Germania si opposero con fermezza, i due Paesi con i maggiori interessi economici verso Mosca. Nonostante l’opposizione, passò comunque una formulazione ambigua. (The New York Times, Steven Erlanger and Steven Lee Myers,  “NATO Allies Oppose Bush on Georgia and Ukraine”). Pochi mesi dopo, scoppiò la guerra in Georgia.
Nel 2014, il cambio di regime a Kiev — documentato nei suoi retroscena dalla famosa telefonata intercettata della sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland, che distribuiva cariche di governo all’opposizione ucraina come se si trattasse di un puzzle di sua competenza — segnò l’inizio dell’avvitamento definitivo. (BBC – “Ukraine crisis: Transcript of leaked Nuland-Pyatt call”) L’Ucraina, paese di transito del gas russo verso l’Europa, venne collocata su una traiettoria di conflitto irrisolvibile con Mosca. Il cerchio sembrava quindi stringersi.

La promessa di Biden, il gasdotto sabotato e il prezzo dell’ambiguità

Il 7 febbraio 2022, diciassette giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il presidente Joe Biden tenne una conferenza stampa alla Casa Bianca insieme al nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz. Un giornalista chiese a Biden cosa sarebbe successo al gasdotto Nord Stream 2 — l’infrastruttura da miliardi di dollari che avrebbe dovuto trasportare gas russo direttamente in Germania — in caso di invasione. La risposta di Biden fu di una chiarezza disarmante: “Se la Russia invade – cioè se carri armati o truppe attraversano di nuovo il confine con l’Ucraina – allora non ci sarà più un Nord Stream 2. Ne porremo fine“. Un reporter insistette: come poteva promettere una cosa del genere, visto che il gasdotto era sotto controllo tedesco? “Ve lo prometto: saremo in grado di farlo“, rispose il presidente americano. Scholz, in piedi al suo fianco, restò in silenzio.

Perché un presidente americano ritenne opportuno dichiarare pubblicamente, davanti al cancelliere tedesco, che avrebbe distrutto un’infrastruttura energetica che non apparteneva agli USA? Quella franchezza era essa stessa un messaggio di potere.
Come ricorderete Joe Biden, l’anno successivo iniziò a dimostrare problemi di demenza senile, ma durante questa conferenza stampa era lucido, e leggeva da appunti scritti, quella dichiarazione era troppo esplicita per essere involontaria o erronea. Era un messaggio intenzionale alla Russia, e forse anche alla Germania stessa, che gli USA avevano sia la volontà che la capacità di agire sul Nord Stream.

Coincidenza volle che, il 26 settembre 2022, sette mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, esplosioni subacquee distrussero i gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 nel Mar Baltico. Le indagini ufficiali di Svezia e Danimarca parlarono di sabotaggio deliberato, senza però attribuire responsabilità. Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh, vincitore del Premio Pulitzer, pubblicò nel febbraio 2023 un’inchiesta dettagliata in cui, citando una fonte con conoscenza diretta della pianificazione, attribuì l’operazione ai Navy SEALs americani con supporto norvegese, pianificata durante un’esercitazione NATO nell’estate del 2022. (Geopolitical Monitor, Rene Tebel, “Seymour Hersh’s Nord Stream Theory: Fact or Fiction?”) Washington non ha mai ammesso né smentito in modo credibile. Radek Sikorski, europarlamentare polacco e ex ministro degli Esteri, commentò le esplosioni su Twitter con un semplice “Thank you, USA”, accompagnato da una fotografia del gas che gorgogliava in superficie. Il post fu poi rimosso, ma era già diventato virale.

Il 27 settembre 2022, poche ore dopo le esplosioni che danneggiarono i gasdotti Nord Stream, il politico polacco Radosław Sikorski pubblicò su Twitter una foto del gas che gorgogliava nel Mar Baltico accompagnata dalla frase: “Thank you, USA”. Il tweet venne cancellato poco dopo, ma fece rapidamente il giro del mondo. Sikorski non è una figura marginale: ex ministro degli Esteri e della Difesa polacco, ha studiato a Oxford, ha lavorato a lungo nel mondo anglosassone come giornalista e analista, ed è sposato con la storica e giornalista americana Anne Applebaum, molto influente nel dibattito geopolitico occidentale. Proprio per questi legami è spesso considerato vicino agli ambienti politici e strategici transatlantici. Naturalmente questo episodio non dimostra nulla sul sabotaggio dei gasdotti, ma una frase del genere, pronunciata da una figura così inserita in quel contesto, ha inevitabilmente fatto molto rumore nel dibattito internazionale.

Ciò che è certo è l’effetto: la distruzione del Nord Stream ha reso strutturalmente impossibile qualsiasi riconciliazione energetica rapida tra Europa e Russia, anche in caso di pace. Non si trattava solo di danni fisici a un’infrastruttura. Era la chiusura definitiva di una porta. Chi ne beneficiò immediatamente fu il mercato americano del gas naturale liquefatto, quando le importazioni europee di LNG dagli USA erano pari a 21 miliardi di metri cubi nel 2021, ed erano già salite a 81 miliardi nel 2025, quasi quadruplicate in soli quattro anni, senza citare i possibili accordi fino al 2030. (Institute for Energy Economics and Financial Analysis, Ana Maria Jaller-Makarewicz, “EU risks new energy dependence as US could supply 80% of its LNG imports by 2030“)

“Filoputiniani”: modellare l’opinione pubblica e dei governi

Se deve essere messo in atto un piano politico, i tuoi avversari (o i tuoi alleati) devono essere dalla tua parte.
La violenza militare non è l’unico strumento del potere. La capacità di definire i termini del discorso pubblico, di stabilire cosa è accettabile dire e cosa non lo è, è forse più efficace e più duratura. In questo campo, la gestione americana del consenso europeo nel corso della crisi ucraina ha mostrato una sofisticazione notevole.

Nei mesi precedenti all’invasione del febbraio 2022, l’amministrazione Biden fece una scelta comunicativa insolita, ovvero, iniziò a declassificare e rendere pubbliche informazioni di intelligence sull’imminente attacco russo, date, movimenti di truppe, piani operativi. (New York Times, Juliam E. Barnes, “U.S. Exposes What It Says Is Russian Effort to Fabricate Pretext for Invasion“)
L’obiettivo dichiarato era il “pre-bunking“, ovvero smontare in anticipo la propaganda russa. L’effetto collaterale fu però quello di costruire in Europa un clima di certezza tale da rendere politicamente insostenibile qualsiasi tentativo di mediazione. Emmanuel Macron volò a Mosca nel febbraio 2022 per incontrare Putin, nel disperato tentativo di trovare un accordo diplomatico. I media anglosassoni (dal New York Times alla BBC, da CNN a Politico) lo coprirono quasi esclusivamente come una storia comica: il famoso tavolo lungo, il freddo protocollo, l’isolamento del presidente francese. Il contenuto dei colloqui fu quasi irrilevante. Quello che passò fu l’immagine di Macron come un ingenuo (CNN, Frida Ghitis, “On the “Putin Show’ there is trash talk, massive tables and very little progress”).

 

Proprio qualche sera fa ho visto un film su Dalton Trumbo, uno degli sceneggiatori più brillanti di Hollywood, che negli anni ’50 divenne uno dei principali bersagli del maccartismo, la stagione di persecuzione politica contro presunti simpatizzanti comunisti negli Stati Uniti. Nel 1947 fu convocato davanti alla Commissione per le attività anti-americane del Congresso: rifiutò di rispondere alle domande sulle sue idee politiche e per questo venne condannato al carcere e inserito nella blacklist di Hollywood, che gli impedì di lavorare ufficialmente per anni. Nonostante ciò continuò a scrivere sceneggiature sotto pseudonimo, vincendo persino due Oscar. Il film L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, con Bryan Cranston, racconta proprio questa lotta per la libertà artistica e contro la censura politica.

Da quel momento in poi, l’etichetta di “filoputiniano” divenne l’arma retorica più efficace del campo atlantista. Chiunque proponesse negoziati, pragmatismo energetico o una lettura più complessa della crisi veniva immediatamente associato a Putin, al Cremlino, ai suoi presunti “utili idioti” in Occidente. Silvio Berlusconi, che aveva costruito in decenni un rapporto personale con Putin come strumento di diplomazia informale, fu demolito mediaticamente anche per quella ragione (CNN, Valentina Di Donato, Antonia Mortensen, Sugam Pokharel and Sharon Braithwaite, “‘I sent him bottles of Lambrusco’: Italy’s Berlusconi boasts about friendship with Putin in leaked audio“). Viktor Orbán in Ungheria fu escluso progressivamente dai tavoli europei per le sue posizioni negoziali (EUNews, Francesco Bortoletto, “EU leaders confirm their commitment on Ukraine (again without Orbán)“). Scholz fu ridicolizzato per l’esitazione iniziale sulle armi all’Ucraina. Questa breve lista riguarda perlopiù politici e capi di stato, ma questa retorica fu utilizzata anche contro figure esterne che invitavano ad una riflessione più articolata.

In Italia Alessandro Orsini fu censurato da una rubrica su Il Sole 24 Ore e la cui presenza televisiva fu contestata da parlamentari e colleghi (La Voce di New York, “Prof. Orsini oscurato per un’analisi sulla guerra: in Italia si censura alla Putin?“), Donatella Di Cesare si descrisse vittima di un nuovo maccartismo dopo aver scritto che “Putin non è Hitler e il 2022 non è il 1938”, invitando a non sovrapporre categorie storiche diverse (Youtube, LA7, “Ucraina, la prof.ssa Di Cesare: “Dire che Putin è un pazzo, il male assoluto, è una semplificazione”“), Massimo Cacciari fu attaccato per aver semplicemente chiesto: “L’Europa cosa ha fatto negli ultimi 12 anni? Non poteva valutare con più realismo le posizioni russe?“. E ancora Roger Waters, John Mearsheimer, Jeffrey Sachs, etc…
La moralizzazione della geopolitica aveva reso il pragmatismo non solo politicamente rischioso, ma moralmente inaccettabile. E poiché quella moralizzazione era veicolata in gran parte attraverso media di lingua inglese con una portata globale incomparabile, il meccanismo funzionava anche senza che nessuno emanasse direttive esplicite.
Come detto da Donatella di Cesare, è un meccanismo che ha un nome preciso nella storia americana: maccartismo.
Allora si chiamavano “comunisti”, oggi si chiamano “filoputiniani”. La logica è identica.

Sanzioni europee e accordi americani con Mosca. Doppio gioco?

In mezzo a questa confusione politica ed economia internazionale, per i meno veloci a comprendere, come me, è difficile leggere l’intera vicenda come una semplice battaglia tra democrazie e autocrazie, e tutto è reso estremamente fumoso dal comportamento degli Stati Uniti a partire dal 2025.
L’Europa è andata giù pesante con le sanzioni alla Russia, pagandone anche il contraccolpo violento che ha causato deindustrializzazione parziale della Germania, crisi energetica, inflazione e perdita di competitività sistemica. A partire dal 2022 le vendite europee di energia russa erano crollate di oltre l’80%, sostituita da LNG americano a prezzi cinque volte superiori (German Council of Economic Experts, “Managing the energy crisis in solidarity, shaping the new reality“). Un accordo commerciale concluso tra UE e USA nel luglio 2025 impegnava l’Europa ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia americana entro il 2028. Energia che tradotto in linguaggio comprensibile a tutti sarebbe LNG, petrolio e nucleare, ponendo le basi per una dipendenza strutturale da Washington non diversa, nella forma, da quella che si era tanto combattuta verso Mosca.

L’amministrazione Trump a pochi mesi dalla sua ascesa, aveva mantenuto e per alcuni casi inasprite le sanzioni contro la Russia, ma nel frattempo avviava trattative separate con Mosca per un “reset commerciale”. Secondo il Wall Street Journal, i negoziati americani con la Russia nel novembre 2025 puntavano esplicitamente a riportare indietro l’economia russa “dal freddo”, consentendo alle imprese americane di beneficiare delle risorse energetiche e delle materie prime russe: gas artico, terre rare, petrolio (The Wall Street Journal, Joe Parkinson, Benoit Faucon and Drew Hinshaw, “U.S. Blueprint to Rewire Economies of Russia, Ukraine Sets Off Clash With Europe“). Il percorso logico era cristallino, gli USA avrebbero riaperto i rubinetti energetici russi per sé stessi, acquistando direttamente o rivendendo all’Europa attraverso intermediari americani, mentre le sanzioni europee verso Mosca rimanevano intatte, rendendo impossibile per le aziende del Vecchio Continente accedere agli stessi mercati.

Il colpo finale di teatro delle marionette è arrivato proprio ora, nel marzo 2026, quando a seguito della crisi con l’Iran e dell’impennata dei prezzi petroliferi, l’amministrazione Trump sospende per trenta giorni le sanzioni sul greggio russo destinato alle raffinerie indiane (Forbes, Siladitya Ray, “U.S. Grants India Waiver To Buy Russian Oil—As Iran War Drives Crude Prices Near $87“).
Scott Bessent, segretario al Tesoro, spiega che si tratta di consentire al petrolio di “continuare a fluire nei mercati globali”. Ma la lettura più ampia sembra abbastanza inequivocabile, gli stessi Stati Uniti che hanno guidato la crociata per le sanzioni stanno ora aprendo deroghe quando il prezzo del carburante americano alla pompa rischia di salire. Il principio che aveva guidato l’isolamento energetico europeo dalla Russia è valido SOLO fino a quando non interferisce con gli interessi americani?

La Strategia di Sicurezza Nazionale americana pubblicata nel dicembre 2025, ovvero il documento di dottrina che ogni amministrazione redige per definire le priorità geopolitiche, potrebbe offrire una lettura dell’Europa di rara franchezza. Il testo parla di un continente economicamente debole, culturalmente in perdita d’identità, dipendente e privo di autonomia strategica (White House, “National Security Strategy of the United States of America“). L’European Council on Foreign Relations, nel commentare il documento, è stato molto esplicito, le soluzioni proposte da Washington non puntavano a ristabilire il potere dell’Europa, ma a favorire gli interessi americani mentre il continente restava in posizione subalterna.
La diagnosi era corretta, ma la terapia era costruita per far pagare il prezzo della cura al paziente, e la classe politica Europea, è rimasta a guardare mentre veniva raggirata.

Conclusioni

Quel che oggi appare un disegno ben architettato e nitido era già visibile per chi voleva e/o poteva vedere. È anche probabile che questa non sia la realtà dei fatti e che si sia arrivati alla situazione attuale per una serie di cause ed effetti che non sono congruenti con quanto detto finora, ci sono certamente tanti altri elementi che magari, io non conosco o non sono in grado di analizzare.
Tutto questo, sembra avere l’aspetto di una convergenza di interessi strutturali commerciali, militari e valutari, unita alla capacità di definire la narrativa pubblica, di delegittimare chi dissente e di muoversi su una scacchiera che non è stata riconosciuta dalla gente comune, dall’opinione pubblica e nemmeno dai governi europei. Semmai questi ultimi avessero riconosciuto la strategia per ottenere questa convergenza di interessi, non hanno sicuramente agito in modo ponderato per difendere l’Europa e per impedire che tutto questo accadesse, rendendosi anche complici in alcuni casi.
L’Europa ha pagato e pagherà ancora per molto tempo il conto di una guerra che non cercava, con un’economia che ancora fatica a ritrovare la competitività perduta, comprando energia a prezzi moltiplicati da chi, nel frattempo, stava riaprendo le porte alla stessa Russia da cui l’aveva allontanata.

Chiamarla manipolazione sarebbe forse troppo, ma definirla alleanza, nella sua forma pura, paritaria e priva di secondi fini, sarebbe ancora più ridicolo.

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Daniele Contino
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Daniele Contino è un sistemista reti e servizi informatici con esperienza ventennale nell'assistenza tecnica informatica. Ha lavorato sia in ambiti corporate multinazionali che come imprenditore, ricoprendo ruoli che spaziano dall'informatica, all'amministrazione, alla vendita e al commerciale. È autore, webmaster e fondatore di Superchio.it nato dalla passione per la lettura, soprattutto di saggi, e la scrittura, ma anche per la condivisione delle proprie passioni con gli altri. Missione principale del magazine è infatti quella di condividere le proprie conoscenze e tentare di divulgare le proprie competenze.
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