Nel 2067 l’età pensionabile salirà ufficialmente a 70 anni. La notizia, confermata dal Ministero del Lavoro, all’indomani dell’aumento di 3 mesi prima di poter andare in pensione, segna un ulteriore passo nell’adeguamento automatico alle aspettative di vita, proiettando il sistema previdenziale italiano verso una soglia che solo pochi decenni fa sembrava inimmaginabile (Il Sole 24 Ore – Pensioni, riforma 2067: le nuove soglie in arrivo).
La decisione nasce dalla necessità di garantire la sostenibilità economica di un sistema sempre più pressato dall’invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Con meno lavoratori attivi e più pensionati, il bilancio dell’INPS rischiava di diventare insostenibile, spingendo il governo a un nuovo intervento.
L’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, gli economisti ne riconoscono la razionalità: vivere più a lungo significa lavorare di più. Dall’altro, sindacati e associazioni dei lavoratori denunciano l’iniquità della misura, che non tiene conto delle differenze tra lavori fisicamente usuranti e mansioni impiegatizie.
Si temono anche effetti sociali pesanti, come l’aumento della disoccupazione giovanile e la riduzione delle opportunità di ricambio generazionale.
Ma fino a che punto è giusto prolungare la vita lavorativa in nome della sostenibilità? Esistono alternative credibili, come una diversa distribuzione del reddito o un nuovo modello di welfare intergenerazionale? E soprattutto, il lavoro sarà ancora il centro dell’identità sociale tra quarant’anni?
Ora il dibattito politico si concentra su come accompagnare questa riforma con politiche di welfare e formazione che rendano sostenibile una vita lavorativa così lunga (La Repubblica – Vivere e lavorare fino a 70 anni: cosa cambia davvero).


