Cultura e società

L’era dell’indifferenza, iperconnessi e disumani

Oggi, mentre scorrevo le notizie sui social mi sono imbattuta in un post che mi ha profondamente colpita. Una signora del mio paese raccontava di essere caduta per strada e, nella sua difficoltà a rialzarsi, nessuno si era fermato ad aiutarla.
Era rimasta sola, osservata da automobilisti indifferenti, come mummificati, che aspettavano semplicemente che riuscisse a rialzarsi senza offrirle soccorso.
Quell’episodio ha suscitato in lei una tristezza tale da farla rincasare con un senso di paura profonda, sfociato in un pianto di solitudine e fragilità.

Leggere questo post mi ha molto turbata, perché al posto della signora potevo esserci io o una persona a me cara.
Viviamo in un’epoca in cui l’indifferenza sembra dilagare in ogni ambiente. Sul lavoro, nelle piazze, nelle scuole e persino sui mezzi pubblici, come è accaduto alla modella Stephanie Amaral qualche giorno fa, aggredita senza alcun motivo su un treno regionale lombardo e messa in salvo grazie allo spray al peperoncino che aveva con sé e che le ha permesso di evitare il peggio. Violenza avvenuta davanti all’indifferenza totale di uomini e donne presenti sulla carrozza e completamente dissociati dall’accaduto perché probabilmente troppo impegnati o intenti a riprendere la scena o scrollare contenuti sui social. 

Il declino dell’empatia

Il dolore fisico per una caduta si somma alla ferita emotiva di sentirsi trasparenti e ignorati, vittima dell’indifferenza sociale che amplifica la solitudine e annulla la solidarietà collettiva, lasciando il bisogno umano di partecipazione e cura insoddisfatto

Leggendo e rileggendo fatti di cronaca simili, mi sono spesso immedesimata nelle vittime, provando un senso di profonda insicurezza e inquietudine.
Sebbene si possa sperare nel buon senso collettivo, la realtà è che in molte situazioni, si può contare solo sulle proprie forze, perché se non in rarissimi casi di altruismo e coraggio, nessuno sembra più disposto a intervenire per aiutare.

Ricordo che in passato, nello specifico negli anni 90’, gli episodi di indifferenza sociale si manifestavano meno frequentemente con la stessa intensità e diffusione di oggi, anche se l’indifferenza come problema esisteva storicamente con radici più profonde.
In quel periodo, erano ancora vive nelle coscienze collettive le esperienze delle lotte sociali, la partecipazione politica attiva e una maggiore sensibilità verso il concetto di comunità e solidarietà.
La società era meno frammentata e la rete digitale non aveva ancora preso il sopravvento sulla vita reale, creando così un maggiore senso di vicinanza e responsabilità reciproca.

Il fenomeno dell’anestesia emotiva

Oggi gli episodi di indifferenza sociale si sono moltiplicati in maniera esponenziale per vari fattori, la saturazione mediatica e l’eccesso di informazioni, spesso drammatiche, stanno anestetizzando l’emotività dove l’empatia viene meno per proteggersi dall’eccesso di dolore. L’individualismo e la precarietà del lavoro, insieme al degradarsi delle reti sociali, hanno generato una società più isolata e meno unita e cooperativa.
L’iperconnessione digitale ha paradossalmente ridefinito le relazioni umane in quanto siamo più connessi che mai, ma meno realmente presenti e coinvolti nel mondo reale e agli stimoli emotivi che solo la presenza fisica può offrire.

Se negli anni ’90 c’era una maggiore partecipazione sociale e pratica nella vita di tutti i giorni, oggi la rivoluzione digitale, l’avvento dell’AI, le trasformazioni socio-economiche contribuiscono all’aumento degli episodi di indifferenza, rendendo la società sempre più distaccata e apatica di fronte alle difficoltà altrui.

Più la comunicazione è immediata e globale, più la vicinanza umana sembra dissolversi ogni giorno di più. Le cronache quotidiane raccontano episodi di violenza, ingiustizie e persone in difficoltà ignorate per strada. Storie che ci scorrono davanti come brevi e fugaci notifiche che si confondono in un flusso infinito di notizie, ma raramente ci toccano davvero. 

Quando una persona cade, come quella signora sulle strisce pedonali o come la ragazza sul treno, ciò che accade intorno è il riflesso di una crisi profonda. Le macchine si fermano, ma nessuno scende. Gli sguardi si incrociano, ma restano immobili. È il sintomo di una società che ha perso il gesto semplice e immediato dell’aiuto, sostituito da uno schermo che filtra ogni esperienza e la trasforma in distanza.

Coltivare presenza per ridurre l’indifferenza sociale

Abitiamo bolle digitali in cui tutto è visibile, tutto è fruibile ma tutto è superficiale fatto spesso senza alcun coinvolgimento emotivo sincero. Ci affanniamo a creare post per attrarre followers, per ampliare la nostra rete di conoscenze, postiamo solidarietà, ma raramente la esercitiamo. Ci indigniamo nei commenti, ma restiamo fermi davanti al dolore reale.
Così prende forma la logica dell’iperconnessione, essere ovunque e in nessun luogo, sapere tutto e non vedere davvero niente.

L’indifferenza non nasce solo dalla freddezza, ma dall’essere saturi di contenuti. Siamo così bombardati da immagini, contenuti fugaci e drammi che la mente si difende smettendo di reagire. È un meccanismo psicologico di sopravvivenza che provoca però la perdita del senso di solidarietà ed empatia.

Eppure basta poco per tornare al senso comunitario per coltivare l’empatia. Fermarsi, guardare, scegliere di intervenire, riscoprire la valorizzazione comune che ci unisce, quella che ci ricorda che possiamo essere noi a cadere al posto della signora o della ragazza e chiedere aiuto.

La vera connessione non passa dai cavi ethernet o dal Wi-Fi, ma dagli occhi, dalle mani, dai gesti che ricuciono un tessuto sociale ormai deteriorato.

Dove siamo, dove stiamo andando

Forse la sfida più grande oggi non è essere connesso, ma tornare a essere presenti.
Riscoprire e consolidare la connessione umana autentica, coltivando relazioni reali, e un senso di comunità condivisa e solidale attraverso attività di partecipazione attiva comunitaria e sociale nella presenza consapevole. Favorire le connessioni con attività sociali o iniziative popolari, aiuta a creare legami e supporto reciproco, contrastando isolamento e apatia.

Basterebbe davvero poco per essere presenti se solo si esercitasse la consapevolezza nelle azioni e nelle relazioni.
L’ansia di rimanere esclusi dagli aggiornamenti in tempo reale del contesto social, ci ha fatto perdere la capacità di ascolto e attenzione prediligendo spesso il contatto telefonico indiretto e l’isolamento digitale. Per questo motivo, gesti semplici come mettere da parte le distrazioni digitali e quindi l’uso inconsapevole dei social, limitare quindi l’uso compulsivo dei dispositivi elettronici, scegliere incontri reali anziché spazi virtuali, guardare negli occhi l’interlocutore e dedicare tempo e interesse reale ad attività pratiche, possono ricreare connessioni profonde, migliorare l’ascolto e moltiplicare l’empatia.
Comportamenti che favorirebbero la crescita di ambienti sicuri ed accoglienti in cui ritrovare equilibrio e serenità.

Perciò, quanto siamo disposti a cambiare, rinunciando agli eccessi, ai comportamenti inconsapevoli per aprirci alla presenza, alla gentilezza, alla presenza nelle relazioni reali e al pieno sentire?

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Autrice
Sonia Tralli è un’artista visiva italiana nata a Matera nel 1988. La sua espressione artistica, ha inizio sin da piccola formandosi poi presso il liceo artistico e più tardi conseguendo gli studi accademici in Decorazione e Illustrazione per l’editoria presso le Accademie di Bari e di Bologna.