Leoni da tastiera, anatomia di una deriva sociale

Ricordo riproduzioni ironiche di influencer alle prime armi che esclamavano “HO IL MIO PRIMO HATER!” quando per la prima volta, qualcuno arrivava nei commenti a fare osservazioni poco gradite. I cosiddetti “leoni da tastiera” rappresentano una piaga moderna dei social media, individui che, nascosti dietro schermi e/o pseudonimi, riversano insulti gratuiti, minacce e offese personali, a volte anche auguri poco affettuosi, verso perfetti sconosciuti o figure pubbliche.

In Italia, questo comportamento dilaga liberamente su piattaforme come Facebook, Instagram e X, con picchi massimi in fatti portati agli onori della cronaca, con oltre 1 milione di giovani tra 15 e 19 anni vittime di cyberbullismo nel 2024, un dato in crescita costante (Consiglio Nazionale delle Ricerche – “Cyberbullismo tra i giovani: un fenomeno in crescita che colpisce oltre un milione di adolescenti italiani“).  Non si sta parlando di semplici o normali diverbi, è un fenomeno sociale che erode il dibattito civile, polarizza opinioni e genera stress psicologico.
Questo articolo prova ad esplorare le radici sociali e psicologiche, le soluzioni possibili, le norme legali vigenti, casi venuti alla ribalta e strategie difensive, per comprendere e contrastare questa deriva.

Il fenomeno come dinamica sociale

Il “leone da tastiera” è il prodotto di una società iperconnessa,
dove la parola è accessibile a tutti ma la responsabilità è diluita.
Protetto dallo schermo e dall’anonimato, il conflitto diventa spettacolo,
e l’aggressività un linguaggio socialmente tollerato.
Il “leone da tastiera” è il prodotto di una società iperconnessa, dove la parola è accessibile a tutti ma la responsabilità è diluita. Protetto dallo schermo e dall’anonimato, il conflitto diventa spettacolo, e l’aggressività un linguaggio socialmente tollerato.

Socialmente, i leoni da tastiera nascono da una società iperconnessa.
Prima dell’avvento dell’assoluta divulgazione nell’etere della parola di qualsiasi individuo, esattamente come oggi, era possibile esprimere la propria opinione, anche inopportuna se si avesse avuto il coraggio di esprimerla, magari al bar davanti ad una birra con gli amici, ma pronti a pagare le conseguenze per ogni parola o tono errato.
I social amplificano voci estreme grazie agli algoritmi, che premiano contenuti polarizzanti per massimizzare l’engagement.
In Italia, il fenomeno si lega soprattutto ad una polarizzazione politica estremamente accentuata, politici e influencer, o comunque personaggi di spicco, diventano bersagli facili, ma anche cittadini comuni subiscono “shitstorm” per opinioni banali o foto personali.
Statistiche CNR (dalla ricerca citata in precedenza) indicano che il 47% degli studenti ha subito cyberbullismo, con ragazzi ora più colpiti delle ragazze, e il 32% lo ha perpetrato, segnando un record negativo. Questo genera una sorta di cassa di risonanza, quindi gruppi omogenei rinforzano pregiudizi, trasformando frustrazioni offline (disoccupazione, isolamento) in aggressività online, dove l’anonimato garantisce impunità percepita.
Il risultato? Una “toxic web” che mina la coesione sociale, favorendo disinformazione e odio, specialmente verso donne e minoranze, con insulti e improperi diffusi di ogni tipo.
In fondo, i social hanno democratizzato la parola, ma senza filtri etici, diventando arene gladiatorie digitali, dove ognuno pensa di poter esprimere qualsiasi opinione, su qualsiasi pubblicazione altrui, in qualsiasi modo gli passi per la testa.

Radici psicologiche

Il leone da tastiera sfrutta la (o per meglio dire “è vittima di”) “deindividuazione”. Dietro un profilo fake, si perde il senso di responsabilità personale, permettendo di esprimere pulsioni represse come rabbia o invidia senza conseguenze immediate. A volte succede questo anche con profili social reali, perché essere dietro uno schermo fornisce quel senso di distanza, immaterialità e di non avere a che fare con una persona reale. Un po’ come il tonno in scatola, si fa fatica a ricordare che sia un pesce, piuttosto è considerato un cibo generico un po’ punk pronto all’utilizzo, un preparato di qualcosa, che non ha mai avuto la forma di un essere vivente.

Nell’esperimento carcerario di Stanford, individui comuni, inseriti in ruoli di potere o sottomissione, svilupparono rapidamente comportamenti abusivi e disumanizzanti.
Il contesto e il ruolo annullarono l’identità personale, favorendo una spirale di violenza normalizzata.
Allo stesso modo, la cassa di risonanza dei social amplifica e legittima comportamenti tossici,
trasformando persone ordinarie in agenti dell’“effetto Lucifero” digitale.
Nell’esperimento carcerario di Stanford, individui comuni, inseriti in ruoli di potere o sottomissione, svilupparono rapidamente comportamenti abusivi e disumanizzanti. Il contesto e il ruolo annullarono l’identità personale, favorendo una spirale di violenza normalizzata. Allo stesso modo, la cassa di risonanza dei social amplifica e legittima comportamenti tossici, trasformando persone ordinarie in agenti dell’“effetto Lucifero” digitale

Pareri esperti paragonano questi atteggiamenti a forme di “psicopatia online” (State of Mind – “Odio online: i predittori psicologici del comportamento degli haters“), haters e troll godono nel provocare dolore altrui per noia, superiorità illusoria o bisogno di attenzione, spesso canalizzando frustrazioni reali (lavoro precario, solitudine) da dover scaricare in qualche modo. L’effetto “online disinhibition” di John Suler spiega come la mancanza di riscontro non verbale (sguardo, tono) disibinisca comportamenti aggressivi. Ciò che nella vita reale sarebbe un pugno, online è un insulto. Inoltre, il rinforzo sociale gioca un ruolo, like e condivisioni su commenti odiosi creano dipendenza da approvazione, attivando il circuito della dopamina come un gioco (In passato ne ho già parlato in questo articolo: “Luoghi di aggregazione ed effetto Lucifero“).
Non tutti possono essere definiti patologici, molti sono “banalità del male digitale”, persone ordinarie che, spinte dalla cassa di risonanza di cui parlavamo prima, perdono empatia. Studi psicologici sottolineano che haters seriali mostrano tratti narcisistici o antisociali, ma il 90% agisce per sfogo momentaneo (Ipsico – “Haters e trolls: forme di psicopatia online. Cosa sono e come affrontarle?“.
In sintesi, lo schermo trasforma conigli in leoni, rivelando l’ombra junghiana repressa nella psiche collettiva.

Strategie per arginare il fenomeno

Mettere un freno a questo fenomeno richiede un approccio su più piani: individuale, platform e sistemico.
Individualmente, ignorare è la chiave. Non rispondere priva l’hater di carburante emotivo, riducendo la viralità.

L’educazione digitale può ricostruire ciò che la tecnologia ha accelerato senza guidare come l'empatia, responsabilità e pensiero critico.
Insegnare che dietro ogni schermo c’è una persona reale riduce la deindividuazione e riattiva il senso del limite.
Allenare al confronto, non allo scontro, spezza la cassa di risonanza dell’odio.
Un web più sano nasce prima nelle scuole, nelle famiglie e nella cultura, non negli algoritmi.
L’educazione digitale può ricostruire ciò che la tecnologia ha accelerato senza guidare come l’empatia, responsabilità e pensiero critico. Insegnare che dietro ogni schermo c’è una persona reale riduce la deindividuazione e riattiva il senso del limite. Allenare al confronto, non allo scontro, spezza la cassa di risonanza dell’odio. Un web più sano nasce prima nelle scuole, nelle famiglie e nella cultura, non negli algoritmi.

Le piattaforme devono rafforzare moderazione tramite l’intelligenza artificiale e il controllo umano delle segnalazioni degli utenti e dell’IA, con filtri proattivi contro “hate speech”, come viene già fatto da Meta con “Stop alle Offese”, servizio gratuito per denunce rapide. Su questo tipo di controlli ci sarebbe da aprire tutt’altro articolo, in quanto gli errori di valutazione sono all’ordine del minuto, bloccando gente innoqua per un semplice misunderstanding e lasciando invece libera di proliferare e offendere gente molesta.
A livello sistemico, educazione digitale nelle scuole (“Parole O_Stili“) e campagne nazionali contro il cyberbullismo, o come il progetto ACT di Amnesty, che promuovono empatia online. Qualsiasi cosa parte dall’educazione, che ha solo un difetto, ci mette un paio di generazioni ad entrare in circolo. Ma in questo caso si lavora per un futuro migliore.
La Legislazione UE (Digital Services Act) impone transparency algoritmica e rimozione rapida dei contenuti tossici, con multe miliardarie per inadempienze.
In Italia, sarebbe utile incentivare denunce facili via app dedicate e task force poliziesche, per ridurre l’impunità e la stessa sensazione di impunità prima citata.
Community positive, con regole chiare e moderatori attivi, scoraggiano gli abusi. Infine, ricerca psicologica per profilare haters e terapie online contro aggressività digitale.
Solo integrando tutte queste “best practices“, si potrebbe passare dalla normale reazione a una sana prevenzione.

Conseguenze legali attuali

Nel nostro paese, gli insulti online non sono impuniti come potrebbe sembrare.
La diffamazione (art. 595 c.p.) per forma semplice è un reato punibile a querela con reclusione da 6 mesi a 3 anni o multa fino a 1.032€; nella forma aggravata online (pubblica diffusione), sale a pene detentive e risarcimenti civili elevati per danno reputazionale. A “mezzo di pubblicità”, ovvero tramite la diffusione su piattaforme social presume un danno, con condanne facili se identificati via IP o dati Meta/Telegram.
Dal 2024, DSA UE rafforza gli obblighi per le piattaforme, mentre art. 186 c.p. prevede pubblicazione sentenza per riparazione. Alcuni casi finiti in tribunale si sono risolti in vedono multe da 516€ a 12.000€ e carcere sospeso; l’immunità parlamentare non copre insulti volgari, come chiarito su Renzi-Gasparri.
Le vittime possono ottenere risarcimenti da 5.000€ e oltre se provano danno morale e/o economico.
Nel 2026 si è potuto osservare un trend circa procedimenti più rapidi grazie a “Stop alle Offese”.

Casi emblematici recenti

Per prendere in esempio dei casi conreti, per chi non dovesse averne familiarità, riporto tre tra i casi più recenti portati maggiormente agli onori della cronaca.
Nel febbraio 2026, il deputato Luigi Marattin (Italia Viva) attacca un insegnante di Matera con deformità facciale, definendolo “molto brutto” in un post che ovviamente è poi diventato virale. Prontamente sono arrivate le scuse, ma questo episodio ha scatenato la polemica nazionale sull’odio verso la disabilità.
Nel novembre 2025, deputate FdI (Piccolotti, Montaruli, Siracusano, Baldino) leggono in radio insulti sessisti ricevuti (“cagna”, “tr**a d’Italia”), evidenziando una chiara misoginia politica, anche questo fatto ha spinto denunce collettive.
Terzo ed ultimo, Enzo Iacchetti che diffida Meta e querela i suoi haters per fango social (in quanto la moderazione è stata decisamente scarsa), vincendo la causa e ottenendo risarcimenti.
Questi esempi mostrano la complessa varietà delle dinamiche con cui accade questo fenomeno, ma soprattutto la facilità con cui avviene in varie situazioni verso diverse figure, dal cittadino comune al personaggio pubblico e viceversa, l’insufficienza della moderazione e la tendenza all’attacco verso minoranze o personaggi pubblici.

Consigli pratici per evitare di essere vittime

Concludiamo l’argomento con dei pratici consigli per evitare di cadere vittime dei leoni da tastiera.
Alcune impostazioni del proprio profilo possono variare da persona a persona, in base anche alla visibilità desiderata, ovviamente, maggiore sarà la visibilità e superiore sarà anche il pericolo di essere esposto all’attacco di haters.
Se non t’importa nulla della visibilità, imposta la privacy alta e rendi profili privati, disabilitando commenti anonimi.
Se ti dovessero aggiungere persone che non conosci, e dovessero iniziare a insultarti o a infastidirti in qualsiasi modo, blocca e segnala immediatamente, usando filtri automatici contro parole chiave offensive.
Non agire in modo emotivo e impulsivo, documenta sempre con screenshot per eventuali denunce che intendi inoltrare.
Non ti isolare, costruisci intorno a te una rete di supporto, condividi queste problematiche con amici e/o famiglia per una prospettiva più chiara su quale sia l’azione più corretta e opportuna da intraprendere per il tuo caso.
Usa servizi gratuiti che ti possono supportare, come “Stop alle Offese” o Carabinieri online per assistenza legale rapida.
Focalizzati su contenuti positivi, cercando di limitare invece contenuti che possono essere inappropriati.
Se qualcosa di questo tipo ti sta facendo soffrire, e ti sta causando uno stress cronico, consulta uno psicologo per “online disinhibition coping.
Prevenire è meglio, pubblica con empatia, evitando provocazioni.

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Daniele Contino è un sistemista reti e servizi informatici con esperienza ventennale nell'assistenza tecnica informatica. Ha lavorato sia in ambiti corporate multinazionali che come imprenditore, ricoprendo ruoli che spaziano dall'informatica, all'amministrazione, alla vendita e al commerciale. È autore, webmaster e fondatore di Superchio.it nato dalla passione per la lettura, soprattutto di saggi, e la scrittura, ma anche per la condivisione delle proprie passioni con gli altri. Missione principale del magazine è infatti quella di condividere le proprie conoscenze e tentare di divulgare le proprie competenze.
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